«L’astensionismo ci interroga!»/ Facciamoci interrogare

voteStanno male i partiti. Tutti! Perdono in continuazione consensi. Bisognerà davvero ripensarli. Nella scala della fiducia degli italiani sono, tra tutte le istituzioni, all’ultimo posto. In termini assoluti, ossia di numeri reali, l’emorragia di voti alla quale sono sottoposti da tempo è spaventosa. Per mascherarla si continua ad applicare impropriamente al numero dei votanti effettivi la percentuale di consensi ottenuta; in verità andrebbe applicata all’universo degli aventi diritto e allora si scoprirebbe qual è la reale consistenza, nella nostra società, di queste aggregazioni talvolta ormai residuali.

Nelle ultime elezioni politiche di febbraio, al netto degli astenuti, delle schede bianche e nulle e del grande fenomeno di rifiuto/protesta/rabbia/speranza …, comunque antisistema, rappresentato dal M5S, per  i partiti ha votato la metà degli italiani, o poco più. Si è avuta la sensazione che il sistema si sia spartito le spoglie di quel poco di fiducia, senso civico, tradizione che ancora restavano nel Paese. Il Pdl ha perso, rispetto alle precedenti politiche, 5,6 milioni di voti. La sua consistenza reale è scesa attorno al 17% dell’elettorato. La Lega si è vista quasi dimezzare il suo patrimonio: oggi 97 italiani su 100 non sono leghisti (vivaddio!). Il Pd ha perso 3,5 milioni di consensi attestandosi su una percentuale reale vicina al 18%. C’erano in campo altre formazioni, c’erano le coalizioni, c’erano liste con simboli non di partito.

L’analisi qui svolta è dunque necessariamente grezza, ma sufficiente a delineare un quadro di progressivo smottamento della stessa architettura democratica, almeno nei termini cui siamo abituati a considerarla nella nostra tradizione repubblicana.

Il risalto, il clamore, i riflettori che il sistema mediatico dedica alla politica, sempre in prima pagina, sempre all’onore della cronaca, sempre nei titoli cubitali servono in parte a mascherare la falla ma  stridono davvero con questi dati. Per una sorta di riflesso inverso, più gli italiani si allontanano da quel mondo, più i media vi si dedicano con caparbia insistenza. Questo panpoliticismo un po’ asfissiante di stampa e TV non è un fenomeno recente, forse neppure solo italiano; vero è, tuttavia, che oggi per milioni di connazionali risulta del tutto ingiustificato e quanto mai indigesto. La politica deve avere uno spazio necessario e importante nell’informazione, ma deve anche saperselo meritare. Certo il rapporto tra media e politica meriterebbe ben più approfondita analisi, tuttavia non sfugge ai più il loro reciproco legame, troppo spesso di mutuo soccorso…

La tornata elettorale amministrativa di maggio ha sensibilmente rafforzato la tendenza in esame: hanno votato meno della metà degli aventi diritto, compresi, questa volta, anche i voti (pochi) della protesta grillina. Talune crepe si sono fatte voragini! Pure in questo caso le percentuali reali di partiti e uomini che i media e i portavoce hanno descritto come vincitori, trionfatori e simili dovrebbero indurre ad altre ben più amare riflessioni e a ineludibili domande: restano ancora margini per un recupero civile? Fin dove può arrivare l’astensionismo per non minare le radici stesse della democrazia rappresentativa? È  consolante sapere e ripetere che in altre democrazie da tempo le percentuali di votanti sono molto basse?

Una cosa è certa: grazie all’astensionismo partiti che perdono milioni di voti possono dichiarare di aver vinto un’elezione! Ma un successo che poggia sulle macerie della partecipazione, della passione civile, del dovere civico può considerarsi una vittoria?

Sullo sfondo, resta inquietante il tema delle tentazioni oligarchiche, sempre presenti sotto traccia. In fondo meno persone votano, più facile è comandare!

Quella sorta di mantra («l’astensionismo ci interroga»), pronunciato dai rappresentanti dei partiti all’indomani delle recenti tornate elettorali, ci ricorda che i buoi hanno già da tempo lasciato le stalle ed é davvero inutile e rituale lamentarsene.

La retorica del dobbiamo recuperare la fiducia dei cittadini nella politica non impedisce il perpetuarsi di quei comportamenti che minano la fiducia stessa. Ovvero: come si può raccontare questa  favoletta senza porsi con lealtà la più seria di tutte le domande: che cosa provoca il distacco degli italiani dalla politica?

Due mi sembrano, in proposito, i fattori determinanti che i partiti fingono pubblicamente di ignorare. Da un lato l’inefficienza del nostro sistema politico-istituzionale: promesse al vento per anni, chiacchiere secolari sulle riforme (vedi la legge elettorale che non si riesce o non si vuole cambiare),  l’improduttività del Parlamento, il bicameralismo perfetto, ovvero l’eterno balletto delle leggi, e così via.

Dall’altro i privilegi, quanto più odiosi quanto più acuta si è fatta la crisi economica e sociale. In questo ambito, alla politica degli annunci demagogici ed elettoralistici non seguono quasi mai fatti seri e concreti. Una costante derisione di un Paese allo stremo. Dall’agenda del governo Letta la voce stipendi/indennità è scomparsa. La vergognosa vicenda delle Province, l’avere affidato a un disegno di legge (= tempi biblici e sabbie mobili parlamentari) l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, con decorrenza piena dal 2017!, il numero di parlamentari che da noi è  maggiore di quello dell’India ….  sono solo alcuni esempi dell’insuperabile resistenza corporativa in tema di privilegi. Eppure non sfugge ad alcuno l’effetto che produrrebbero sulla pubblica opinione concrete rinunce da parte della casta. Anche significativi gesti simbolici possono contribuire ad accorciare le distanze o, per lo meno, a ridurre il senso di totale estraneità che il paese reale ormai avverte nei confronti del pianeta politica.

L’astensionismo ci interroga, eccome! Ed è persino destinato a crescere… [Bruno Saladino per ecoinformazioni]

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