«La società è immobile. Serve una scossa: le riforme sono la vera rivoluzione»

Tarpini-CongressoAnticipiamo l’editoriale della newsletter Cgil Como Informa.Nel Comasco – ma in generale  in Italia – sono necessari  un cambiamento di prospettiva e alcune scelte coraggiose. Per rimettere in moto l’ascensore sociale e per dare risposte alle nuove povertà sempre più dilaganti. Perché parlare oggi di segnali di ripresa «è quantomeno eufemistico». L’intervista ad Alessandro Tarpini, segretario provinciale della Cgil

Partiamo da un sito produttivo emblematico del territorio, le Ferriere Dongo. 180 persone sono in cassa integrazione e attendono gli stipendi arretrati. La proprietà, intanto, viene travolta da scandali enormi. C’è una possibilità per risolvere la situazione?
La crisi a Dongo comincia circa trent’anni fa e non è slegata da una situazione generale in cui versa la siderurgia nazionale.  In più, ci sono problemi logistici e condizioni storiche non più esistenti. Il gruppo Castiglioni non ha adottato grandi soluzioni strategiche, per non parlare delle ormai note vicende giudiziarie.  Si può sperare nella cessione della parte dedicata all’alluminio, si parla di un interessamento da parte di una ditta austriaca. La strada, purtroppo, è in salita.

Guardando la situazione attuale, è verosimile un’idea di sviluppo territoriale che possa fare a meno del settore manifatturiero?
Non sta in piedi, sotto tutti i punti di vista. Avrebbe ricadute drammatiche nel lungo periodo.  Per com’è conformato il Comasco, alcune figure professionali non avrebbero alcuna prospettiva di riconversione occupazionale e si troverebbero di fronte un’unica prospettiva: la disoccupazione.  È una questione sopravvalutata, io continuo a considerare straordinario il nostro manifatturiero. Un esempio? Conosco imprenditori abituati a girare il mondo e mi dicono che in un’economia come la nostra, definita “senza magazzino” e con i tempi di consegna dirimenti rispetto al successo di un’idea, le competenze artigianali del territorio e le sue specificità costituiscono una straordinaria eccezione rispetto al panorama mondiale. Certo, andrebbe valorizzata di più. Però, attenzione: prima si pensava che la soluzione migliore per ridurre i costi fosse andare a produrre in un’altra parte del pianeta. Oggi non è più così: i conflitti a intensità più o meno bassa e le rivendicazioni avanzate dai lavoratori dei paesi in cui si delocalizzava dimostrano che non è tutto oro quello che luccica.

Sono passati quasi due anni dall’abolizione delle province. È cambiato qualcosa nelle politiche occupazionali?
No. Nulla programmava la provincia, nulla programma la regione. Le imprese hanno imparato ormai a fare da sole.

Secondo Susanna Camusso «il governo deve spendere energie per creare posti di lavoro». In che modo?
Facendo politiche anticicliche. Esempio: gli USA sono usciti della crisi attraverso pesanti investimenti in infrastrutture, sanità e università. Noi non abbiamo il coraggio di fare lo stesso, e se continuiamo sulla strada in cui stiamo andando il risultato non cambia.
Ci sono poi “pezzi” strategici di economia in cui, pur di evitare una catastrofe, lo stato potrebbe metterci mano. La Francia, ad esempio, ha partecipazioni importanti in alcune industrie di trasporti. Noi abbiamo un patrimonio culturale che sta andando a pezzi: lo Stato non potrebbe farsene carico attraverso uno straordinario investimento di valorizzazione e conservazione? Non sarebbe un bel volano per l’economia? Io non ci vedo niente di male.

 Due anni fa, all’incontro con Enrico Letta a Como, dicesti: «Como ha bisogno di una riflessione profonda sulla sua identità produttiva; non bastano soluzioni pratiche, è necessario che la prossima amministrazione sia in grado di volare molto alto». Secondo te, sono state rispettate le attese?
Lucini è sicuramente un bravo amministratore, un galantuomo e come lui tutta la giunta. Ha ereditato una situazione drammatica, i problemi aperti sono molti e per alcuni di essi, ricordiamo Ticosa e Paratie, ci vorrebbero più mandati per risolverli. Oggi, le risorse obbligano a fare salti mortali per garantire ai cittadini i servizi minimi. Ciò, è inevitabile, ha un prezzo ed è il calo di popolarità.  Al netto di tutto questo, ci vorrebbe però un colpo di reni.

«S’inizia a intravedere la fine della crisi». Così si dice. È vero? Quali mesi ci aspettano?
Parlare di ripresa è quantomeno eufemistico. Anzi, è controproducente per chi sta vivendo la crisi. Credo sia più corretto parlare di stabilizzazione. C’è stata una sorta di selezione darwiniana delle imprese, che a Como ha significato la perdita del 30% dell’attività  produttiva. Certo, rispetto a un anno fa non c’è più l’esplosione di una cosa nuova ogni settimana.  Non si parla delle nuove povertà: la società è immobile, chi entra in una situazione di disagio sociale, e il numero è in costante crescita, non riesce più a uscirne.

C’è una via d’uscita?
Abbiamo bisogno “come il pane” di una scossa, una rivoluzione. E per il nostro Paese la vera rivoluzione sono le riforme. Un percorso di riformismo, radicale, profondo e senza tabù. E a questo proposito, mi pare, il quadro che emerge è invece quello di un paese arroccato, profondamente conservatore. I problemi non si risolvono in poco tempo, è ovvio. Tuttavia, in questo paese sembra impossibile toccare qualcosa senza trovarsi di fronte barricate. Sembra si voglia mantenere lo status quo a tutti i costi, senza mettersi mai in discussione. La discussione di questi giorni in Senato è emblematica. Premetto: ho raccolto firme per difendere la costituzione e non sottovaluto le osservazioni sollevate sull’equilibrio dei poteri dello stato. Ciò detto, avremo pure il testo costituzionale più bello del mondo, ma ciò non ha impedito al paese di infilarsi nella situazione in cui siamo. Forse, e non voglio insinuarmi in discussioni tecniche, qualcosa va cambiato. O quantomeno, è giusto parlarne. Il discorso, ovviamente, non deve prescindere dalle colpe del sindacato. Non siamo immuni da responsabilità.

A questo proposito, che futuro vedi per la Cgil?
La nostra ragione di esistere passa da un rilancio della contrattazione: se un sindacato non si occupa del rinnovo dei contratti e dei bisogni materiali dei lavoratori è destinato a non avere più senso. Però, una grande organizzazione come la nostra deve dare risposta anche ai bisogni individuali delle persone. Le due cose devono andare necessariamente insieme, soprattutto in questo periodo.
Dobbiamo avere il coraggio di rimettere in discussione alcune questioni. Come idee di fondo, le relazioni industriali e la rappresentanza sociale sono ferme agli anni settanta. Piaccia o meno, vanno rimesse in discussione.  E basta dire “la Germania sì che funziona”. In quel paese esiste il sistema della partecipazione da parte dei lavoratori. E, a proposito di costituzione, basterebbe dare applicazione all’articolo 46. Non si potrebbe fare un tentativo serio?

All’inizio abbiamo parlato delle Ferriere di Dongo, un simbolo del nostro territorio. Oggi, sempre parlando di simboli, uscirà per l’ultima volta in edicola l’Unità. Pensi di acquistarla?
L’ho già comprata.

[Andrea Quadroni, ecoinformazioni]

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