340 con l’Arci, don Giusto e Fuocoammare per i migranti
Lo Spazio Gloria è pieno, in ogni ordine di posti, per la proiezione di Fuocoammare, il documentario di Gianfranco Rosi, premiato a Berlino con l’Orso d’oro, che racconta un pezzo fondamentale di storia attuale: l’immigrazione. E se il numero dei presenti alla serata del 5 marzo evidenzia la sensibilità al tema della città fa pensare che più o meno lo stesso numero di persone sia accolto nelle due principali strutture dell’accoglienza dei migranti in città. In provincia di Como infatti la scelta e tutti i rischi ad essa connessi è quella di concentrare a Como la maggior parte delle persone e concetrarle ancora in poche strutture sulla cui capacità di accoglienza al di là del fornire un pasto e un letto è più che lecito avere dubbi.
«Se un barcone affonda gli italiani si commuovono, se un barcone attracca si incazzano» parte da questa battuta Enzo D’Antuono, presidente provinciale dell’Arci, per presentare il film. La battuta fotografa l’Italia peggiore, più ipocrita e menefreghista, ma – per fortuna – non è tutta così: lo racconta il film di Rosi, proponendo la realtà di Lampedusa, ma lo confermano anche storie che hanno come scenario luoghi più vicini, Como e la sua provincia, e lo sottolinea l’azione dell’Arci, da sempre impegnata per la diffusione e la messa in pratica di una cultura dell’accoglienza vera, e da sempre attiva per smontare i luoghi comuni che circondano la realtà delle migrazioni e degli esodi.
Don Giusto Della Valle, parroco di S. Martino a Rebbio (e forse non a caso la parrocchia è intitolata al santo rappresentato nell’atto di mettere a disposizione di chi ha bisogno il suo mantello), è testimone di questa capacità di accogliere e di questa volontà di andare oltre le facili semplificazioni. La comunità parrocchiale ha deciso fin dal 2011, non senza dibattito interno e non senza problemi, di mettersi a disposizione per fare fronte ai problemi delle tante persone costrette, vuoi per motivi bellici, vuoi per motivi economici, a lasciare i luoghi originari per arrivare in Europa. Don Giusto condensa il percorso che lui e la sua parrocchia stanno facendo in alcuni principi (e inviti): uscire dall’emergenza per comprendere che la realtà della migrazione è, e lo sarà sempre più, “ordinaria”, quindi bisogna attrezzarsi per rispondere positivamente a questa situazione, senza illudersi che “respingendo” o “rimandando” i problemi questi – prima o poi – scompariranno;
fare formazione, che è l’unico vero modo di accogliere, perché non si può ridurre il contributo a una questione di cibo o di tetto, ma bisogna invece contribuire a costruire un futuro per queste persone; e poi, ancora, informarsi, chiedere, cercare, conoscere la realtà dimensione dei problemi, perché l’unico modo di togliere spazio a chi fa affari sull’assistenza è quella di contribuire e partecipare.
E quindi l’invito, anche e soprattutto alla comunità locale, è quello di non tirarsi da parte, di non stare a guardare, perché il modo più equilibrato di affrontare la realtà attuale è quella che «tanti facciano poco» piuttosto che lasciare che «pochi facciano tutto», senza controlli e senza mediazioni, perché l’accoglienza non si trasformi in un vicolo cieco, ma sia una tappa in un percorso vitale.
Quel percorso che una famiglia (Beatrice e Steven, con la figlia e il figlio) da qualche anno ormai in Italia racconta con poche, efficacissime frasi: dall’Africa subsahariana alla Libia, poi via da quella guerra sul mare, fino a Lampedusa, poi a Genova, poi tre anni in parrocchia a Rebbio e infine, da qualche tempo, finalmente in una casa “vera”.
Per non far finta di nulla: è Fuocoammare.
[Fabio Cani, ecoinformazioni]
Già on line sul canale di ecoinformazioni tutti gli altri video degli interventi della serata.
Presto on line le foto di Enzo Mangalaviti.
Sfoglia on line l’opuscolo realizzato da Arci e Rete della conoscenza Saperi di frontiera.


