Stomp! il ritmo che racconta

Dopo uno spettacolo degli Stomp, dopo essersi divertiti, aver apprezzato le loro molteplici abilità e (ovviamente) aver applaudito, immagino che la domanda profonda resti: sì ma cosa ho visto? E cioè: cosa / chi sono gli Stomp? Musicisti? giocolieri? acrobati? attori? ginnasti? eccetera.

Bene, non pensiate che chicchessia possa rispondere in modo esauriente. Gli Stomp sono questo e ancora di più.

Intanto conviene ripartire dal nome. Quasi un’onomatopea, stomp significa in inglese camminare con passo pesante, calpestare, sincopare, ballare su una musica sincopata, e poi anche massacrare, e – reciprocamente, quasi contraddittoriamente – stomping è il gerundio/aggettivo che serve a indicare un posto, una zona preferita. Vedete voi…

Gli Stomp – di nuovo – sono questo e ancora di più.

Una performance degli Stomp è dunque un’esperienza piuttosto articolata, dove molti modelli spettacolari si mescolano. Se non ho capito male, oserei proporre che la cifra fondamentale sia il ritmo, e – ancora più precisamente – una interpretazione narrativa del ritmo. Sul palco in effetti si susseguono una serie di scene (alcune progettate proprio come sketch, cioè come battute, anche se l’uso della parola è pressoché assente) delle quali il motore è proprio il ritmo: sonoro, in primo luogo, ma anche visivo. Ed è quasi sempre un ritmo estremamente complesso, capace – appunto – di generare un racconto, per quanto minimo. Così, un battere di mani diventa un dialogo, un palleggio di pallone da basket una relazione di gruppo (dietro la quale non è difficile, e anzi è quasi obbligato, immaginare i campi dei quartieri newyorkesi e quindi il ruolo di riscatto dello sport per le periferie urbane e i suoi abitanti), uno sfogliare di giornale una musica e, alla fine, un silenzio uno sberleffo.

Un’ora e mezza tirata di spettacolo (al termine del quale ci si chiede come diavolo abbiano fatto a resistere, senza un minimo di pausa), in cui si ascolta (non si sottovaluti l’importanza della poliritmia in tutto questo gioco, anche quando cede il passo a ritmi scanditi e semplici, in cui è più facili immedesimarsi), si ride (di ineffabili allusioni) e ci si affanna a seguire le evoluzioni incontenibili del gruppo di otto performers (sei maschi e due femmine).

Rispetto alle prime prove di qualche anno fa, gli Stomp hanno potenziato le gag e il teatro, evidenziando peraltro capacità attoriali tutt’altro che di risulta (e sempre, anche su questo versante, con forti caratteristiche minimaliste).

Ma è inutile, una volta tornati a casa, provare a riscoprire le potenzialità musicali delle scope e dei lavelli casalinghi (“strumenti” effettivamente utilizzati sul palco: anzi, il numero iniziale con le scope è ormai un loro classico), fareste solo disastri…

Gli Stomp sono – davvero – inimitabili e lo spettacolo proposto al Teatro Sociale di Como ne è prova evidente.

PS. L’immagine del tir con la grande scritta Stomp ostentatamente parcheggiato davanti al Sociale al termine dello spettacolo è l’unica prova visiva della loro presenza comasca. Durante lo spettacolo vige infatti il divieto assoluto di riprese e registrazioni, che le maschere del teatro hanno fatto gentilmente ma risolutamente osservare e che il vostro cronista ha a malincuore osservato. Ma gli Stomp sono un’esperienza che merita la presenza fisica e non solo virtuale.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]�

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