Festival del Classico/ Immunitas vs communitas

Nel pomeriggio di domenica 29 novembre si è svolto online su Facebook l’incontro Immunitas vs Communitas, conferenza inserita nel Festival del classico organizzato dal Circolo dei lettori di Torino.
Sono state invitate a discutere e riflettere sul rapporto tra questi due termini (anche alla luce del covid) Michela Marzano, filosofa morale e politica, Giorgia Serughetti, filosofa e sociologa autrice di Democratizzare la cura / Curare la democrazia e Simona Forti, filosofa etica e politica.

Riccardo Piaggio, moderatore dell’incontro, ha avviato l’incontro invitando le sue interlocutrici a definire il rapporto etico e sociale tra la contemporaneità e la pandemia.

Prima ad essere interpellata, Simona Forti ha esordito premettendo che la filosofia deve abbandonare le proprie pretese normative, ma che non deve rinunciare a portare avanti istanze etiche e a mettere in discussione la doxa, l’opinione comune.
In questo senso, essa deve bilanciarsi tra distacco prospettico e coinvolgimento rispetto all’attualità.
Molti pensatori del dopoguerra hanno avviato un ragionamento sulla concezione sostantiva della comunità, criticando la visione che la rappresentava come luogo di uguaglianza ed elementi in comune solo dal punto di vista culturale. La società va invece rappresentata, secondo pensatori come Arendt e Derrida, come insieme di esseri umani che vivono (e muoiono) come individui in collettività.
In questo senso, la pandemia porta a ripensare la comunità in modo ancora diverso: la violenza non è più quella statale degli anni della guerra, ma si sviluppa lentamente e a bassa intensità. Se non si accetta l’interdipendenza tra le persone, produce morte in modo disuguale. I confini rilanciati dai populismi si sono frantumati, ma rimangono le disuguaglianze socioeconomiche figlie del neoliberismo.
Non tutte le vite sono uguali: alcune devono lavorare e non possono badare a sé stesse, altre invece mettono in discussione la salute degli altri ritenendosi indipendenti da essi in virtù della libertà dell’individuo liberale.

Michela Marzano si è detta d’accordo con la collega e ha sottolineato che la pandemia è stata un evento e come tale era necessaria una sospensione del giudizio che permettesse di attraversare questo fatto sconvolgente ed imprevedibile.
Se per la Arendt il simbolo dell’evento-Shoah era l’incendio del Reichstag (ultimo atto prima che Hitler salisse al potere), quello dell’evento-pandemia sono i carri armati che trasportavano bare a Bergamo: l’onnipotenza della volontà liberale si è piegata di fronte alla constatazione della fragilità umana.
Il rapporto tra communitas ed immunitas dovrebbe fondarsi sulla dignità dell’essere umano che è rimesso in discussione. La base della comunità vacilla a fronte di questa ridefinizione del valore della vita in base ad età, salute e condizione socioeconomica. Resta però la radice comune che la filosofia morale mette e deve mettere al centro: l’essere umani.
La vita umana viene valutata sempre di più, ma questo ha conseguenze drastiche che non coinvolgono solo gli anziani, ma anche tutti gli altri data l’interdipendenza a cui tutti sono esposti nella comunità.

Serughetti ha posto invece l’attenzione sul fatto che durante la pandemia troppo spesso si sia rifiutato di vedere i fatti. Il presente va riletto alla luce del rapporto tra immunitas e communitas, che sono termini normalmente traslati in politica, economia e sociologia (Esposito), ma che ora stanno tornando al proprio significato originale.
L’immunità troppo spesso è a scapito di altri e ridiscute la vita collettiva rendendo l’altro un pericolo, isolando e riproponendo misure politiche come il coprifuoco. Il paradigma immunitario è in pieno svolgimento, ma si rivela inattuabile per la propria negazione della comunità. L’interdipendenza emerge però, nella sua negazione, come necessaria ed ineluttabile.
Si crea una dialettica tra le due: l’immunità nega la società, che è però necessaria, mentre la a socialità diventa in un certo senso mortale.

Le tre relatrici sono state poi invitate a discutere gli sviluppi futuri della situazione globale, anche per quanto riguarda la loro materia: mentre la scienza è emersa prepotentemente, la filosofia ne è uscita invece non benissimo dato che troppo spesso si è legata a complottismo e negazionismo.
Non si può chiedere alla scienza di essere una materia esatta, ma allo stesso tempo non è possibile che tutti diano la propria opinione; alcuni filosofi, sia in Italia che in Europa, hanno preferito dar luogo alle proprie teorie piuttosto che analizzare criticamente i fatti e questo ha sminuito il valore (anche, volendo, taumaturgico) della materia.
Una nota positiva di questo periodo drammatico, però, è la ridiscussione di capisaldi sistemici che sembravano finora indiscutibili; uno su tutti, quello neoliberista.
Forse, è almeno in questo senso che la filosofia può tornare a incidere, facendo discutere e mettendo in discussione una realtà che sempre più nell’ultimo trentennio si è rilevata insostenibile. [[Pietro Caresana, ecoinformazioni]



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