Festival del Classico/ È possibile una repubblica ecologica oggi?

Cosa possono insegnarci oggi gli antichi in materia di sostenibilità ambientale? Risponde Melissa Lane, politologa, docente alla Princeton University all’interno della lezione È possibile una repubblica ecologica oggi?, tenuta nel contesto del Festival del Classico, in corso di svolgimento in questi giorni sulla pagina Facebook dell’associazione Circolo dei Lettori di Torino. Melissa Lane è anche autrice di un libro dove la tematica viene ulteriormente approfondita: Eco-Republic: What the Ancients Can Teach Us About Ethics, Virtue, and Sustainable Living [Princeton University Press, pagg. 245, 27,97 euro, lingua inglese]

L’interpretazione che Melissa Lane offre del mito platonico della caverna è disturbante: e se fossimo noi, imprigionati dalla comodità delle nostre abitudini, incatenati a uno status quo che ci sembra definitivo, gli uomini rinchiusi nella caverna? La riflessione della politologa di Princeton intorno alla questione della sostenibilità parte infatti da una provocazione semplicissima: piuttosto che alimentare l’atavica paura dell’uomo di fronte al cambiamento, è giunto il momento di alimentare il desiderio di una svolta.  Le infrastrutture, le tecnologie e i meccanismi sociali sui quali la nostra civiltà ha investito si stanno rivelando, alla luce del presente, arroganti e fallimentari. Pietre con le quali nella caverna di Platone ci stiamo murando vivi. Una critica, questa, difficile da fronteggiare. Secondo Melissa Lane, è giunto il kairòs, ovvero il momento opportuno per guardare in faccia la realtà.

Una critica simile l’aveva rivolta anche Platone all’Atene del V secolo. Gli ateniesi del tempo, aggrappandosi al proprio stile di vita e impauriti da qualsiasi cambiamento possibile, si erano auto imprigionati nella caverna delle loro abitudini, accontentandosi di narrazioni fallaci per dipingere la realtà. Lo stesso sta capitando alla nostra società. Anche se ci siamo resi conto delle conseguenze catastrofiche dei danni ambientali che stiamo provocando e allo stesso tempo siamo consapevoli del benessere tanto economico quanto sociale che deriverebbe dal contrasto dei cambiamenti climatici, sembriamo incapaci di smuoverci.  L’obiettivo dichiarato da Platone nella sua Repubblica, ovvero il raggiungimento di una stabilità sociale, non è affatto distante dall’obiettivo che oggi dobbiamo porci di una sostenibilità ecologica. Due ideali che possono essere raggiunti affidandosi anche all’etica del singolo. Proprio dall’etica infatti bisogna partire per rendere l’insegnamento di Platone attuale.

Come fare? Innanzitutto, riconoscendo nei peggiori vizi della società greca antica le cause alla base di due crisi caratteristiche del nostro tempo, quella finanziaria e quella ambientale. Parliamo di presunzione, avidità, noncuranza e stupidità. A questi vizi si oppongono le quattro virtù cardinali che Platone pone come basi per il raggiungimento di una stabilità sociale: il rispetto reciproco, la temperanza, il coraggio e la ragione. Dobbiamo cioè saper contrapporre all’avidità eccessiva che nel 2008 ha generato la crisi finanziaria una ragione calcolatrice, capace di vedere oltre il momento contingente e di comprendere le conseguenze delle proprie azioni. Allo stesso modo, all’incapacità di rispettare i limiti e all’avidità senza freni, atteggiamenti alla base dello sfruttamento delle risorse ambientali di oggi, bisogna opporre un autocontrollo esercitato nel rispetto di noi stessi e degli altri.

«La virtù non è una scelta opzionale propria solo del perfezionista» spiega Melissa Lane con riferimento a Platone, «ma è anzi intesa come prerequisito per un agire significativo in vista della felicità di tutti.» La virtù è il parametro fondamentale per la salute psichica e sociale dell’uomo, senza la quale sia l’anima che lo stato piomberebbero nel disordine. Il passaggio dal vizio alla virtù non deve però avvenire in astratto, ma nel concreto delle azioni dei singoli cittadini che, sebbene insufficienti al cambiamento radicale auspicato, tuttavia ne costituiscono il punto di partenza. Secondo Melissa Lane dobbiamo liberarci di  un concetto che ci accompagna fin dalla nascita della società commerciale, nel XVIII secolo, e che i greci avrebbero definito pleonexia: ovvero, la volontà di arraffare sempre di più, di giorno in giorno. «Dobbiamo sentirci cittadini non di una società commerciale illimitata, ma di eco-repubbliche che condividono un bene comune», suggerisce la politologa. La ragione deve governare le nostre bramosie, accompagnata da quella che Platone avrebbe chiamato «la ricerca del Bene».

Bando agli approfondimenti metafisici di quello che il filosofo greco intendeva con la parola Bene, un’intuizione fondamentale può bastare per giungere a tirare le fila della lezione d Melissa  Lane: quello che appare bene, non sempre lo è. Tutti noi tendiamo per istinto al bene: vogliamo una medicina che ci faccia bene, un cibo che sia buono, degli amici che non ci ingannino. Anche quando non sappiamo cosa sia, è il bene che stiamo cercando. Spesso però siamo miopi e ci accontentiamo di quello che sembra bene e che in fondo non lo è affatto. La tensione tra apparenza e sostanza è tipica della nostra società. Come agire allora? Tre secondo Melissa Lane sono le strade da intraprendere che le pagine platoniche ci suggeriscono a gran voce.

In primis, considerare che non è danno solo ciò che nell’immediato ci ferisce, ma anche un fenomeno, come il cambiamento climatico, che agisce sottotono, lento ma costante. Allo stesso modo va ripensato il calcolo dei costi e dei benefici, cui la società occidentale è così avvezza. Questo significa perseguire l’obiettivo della cura del pianeta e il ricorso alle risorse naturali provando, per quanto possibile, a non renderle ostaggio del prezzo. Il bene che ne possiamo ricavare non è solo il risparmio immediato che ne possiamo trarre. Ultimo e non da ultimo, anche il concetto di crescita deve sottostare a un rinnovamento: «una crescita sana è l’unica cui sia sensato aspirare», direbbe Socrate. Ovvero, la crescita produttiva non deve essere un’anarchica proliferazione cancerosa che si oppone alla nostra salute. Solo attuando questi tre passaggi si riuscirà a ridefinire ciò che è bene come ciò che giova tanto a noi quanto agli altri. Un nuovo senso del bene, auspicabilmente, risveglierà un nuovo senso del ridicolo, che ci permetterà di smantellare quei nuclei di morte che siamo così abituati a mascherare come opportunità irrinunciabili. [Martina Toppi, ecoinformazioni]

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