Liberiamoci dalla Nato!

Una bella giornata di mobilitazione all’aerobase di Ghedi. Tra gli interventi anche quello di Luigi Nessi: «don Tonino Bello prestò soccorso alla Iugoslavia martoriata proprio dagli aerei Nato di Ghedi e non avrebbe potuto né voluto trovarsi altrove il 24 aprile».

«Nessuna liberazione se non usciamo dalla Nato»: questa l’idea che ha motivato la presenza di circa 200 manifestanti ai cancelli dell’aerobase di Ghedi sabato 24 aprile, alla vigilia della Festa della Liberazione. I numerosi interventi che si sono succeduti nell’arco di tre ore, pronunciati da esponenti di centri sociali (come il centro sociale 28 maggio che ha promosso l’iniziativa insieme a Donne e uomini contro la guerra Brescia) e partiti, da NoTav e NoTriv, dai lavoratori portuali di Genova e da dirigenti dell’Anpi e dell’associazione Italia-Cuba, da nicaraguensi, catalani e solidali con l’oppresso popolo palestinese (tra loro l’avvocato comasco Ugo Giannangeli) hanno sottolineato come la base Nato, con le sue 20 testate nucleari e i suoi 7000 soldati sia una realtà intollerabile per tutti coloro che si riconoscono nella Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e per tutte le persone che, credendo nel valore della vita umana, inorridiscono di fronte a prospettive drammatiche: un eventuale attacco a Ghedi potrebbe realisticamente causare direttamente 10 milioni di morti. Nel corso del presidio è stato lamentato come il Comune di Ghedi sia del tutto indifferente al pericolo costituito dalla base e di come sarebbe opportuno che fosse quantomeno predisposto un piano di evacuazione della popolazione: vista la carneficina stimata, ma si chiede se non serva invece un piano di evacuazione regionale. Senza contare che le basi Nato e Usa ufficialmente situate in Italia sono 120, in aggiunta ad altre 20 di cui è segreta l’ubicazione. La penisola è un gigantesco bersaglio. 
Inoltre i costi che dovrebbero permettere alla base di coordinare l’aviazione italiana in qualsiasi condizione, perfino sotto bombardamento atomico, paiono del tutto criminali nello scenario caratterizzato da molteplici crisi che stiamo attraversando. Perché svenare l’erario pubblico per dotare la base dei nuovi F-35, quando potremmo invece spendere investendo con un beneficio incalcolabilmente maggiore in svariati altri settori? Eppure la base è in piena espansione.

Una delegazione di Como senza frontiere ha partecipato alla manifestazione.

Eppure la base contribuisce a minacciare l’Italia, il mondo, l’esistenza stessa della vita su questa terra.    
Vistosa e difficile da digerire, come è stato sottolineato a mezza voce da più manifestanti, l’assenza del mondo cattolico, ed in particolare di Pax Christi locale e nazionale, ad un’iniziativa assolutamente coerente con l’impegno che tanti cristiani progressisti perseguono da decenni tenacemente e controcorrente dentro e fuori la compagine ecclesiastica. Forse c’è chi pensa sia possibile e auspicabile promuovere il disarmo nucleare tacendo su chi possiede sul nostro suolo arsenali nucleari (la Nato) e per quale motivo (la sua scellerata politica imperiale) e ritenendo chi invece non si fa problemi a dire le cose come stanno da tenere a debita distanza. Forse c’è chi pur predicando la Pace come “convivialità delle differenze” ancora malsopporta di condividere le piazze con le famigerate organizzazioni di sinistra, persino quando tali piazze affermano concetti elementari e sacrosanti. Fortunatamente si sono imposte altrettanto evidenti eccezioni a questa assenza incomprensibile, se è vero che grande rilievo all’iniziativa è stato dato dai canali del Punto pace Pax Christi di Tradate, e dall’ottimo Elio Pagani (ricordato con stima da diversi organizzatori), e se è vero che Luigi Nessi, prendendo la parola, ha spiegato che, in qualità di attivista di Pax Christi dal 1968, sapendo che il presidente onorario di Pax Christi, don Tonino Bello, prestò soccorso alla Iugoslavia martoriata proprio dagli aerei Nato di Ghedi, non avrebbe potuto né voluto trovarsi altrove quel sabato pomeriggio.  [Abramo Francescato, ecoinformazioni]  

Intervento video di Fabrizio Baggi, Prc

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