La chiamavano sanità/ La Lombardia SiCura

Martedì 1 ottobre al Teatro della Cooperativa di Milano il Comitato La Lombardia SiCura ha portato in scena l’iniziativa La chiamavano sanità: storie e aneddoti tragicomici sulla sanità pubblica.

Sono intervenute personalità del mondo della cultura e dello spettacolo: Silvio Garattini, presidente dell’istituto di ricerca Mario Negri, Lella Costa, attrice e autrice, Luca Mangoni, del gruppo Elio e Le Storie tese, Moni Ovadia, attore e autore e Renato Sarti, attore e regista ma anche molti esponenti del Comitato promotore della campagna, tra i quali la segretaria confederale regionale Monica Vangi, il segretario della Funzione Pubblica Lombardia Lello Tramparulo e Marco Calderoli, presidente nazionale di Medicina Democratica. Conduzione di Silvano Piccardi.

L’introduzione di Vittorio Agnoletto, Osservatorio salute, è stata fondamentale per inquadrare non solo la serata ma gli obiettivi dell’intera campagna: “Siamo qui per democratizzare la cura, e quindi per curare la democrazia. Siamo qui perché sappiamo che quanto più avanza il privato, tanto più saremo privati della nostra sanità.”

La riflessione di Moni Ovadia, infatti, è partita proprio dal termine “privato”, etimologicamente “tolto a qualcuno” per parlare di integrità, riappropriazione e lotta.
Apparteniamo al genere umano solo se la nostra vita è integra e non diventa oggetto di riappropriazione, la sanità pubblica è quindi essenzialmente una condizione per mantenerci esseri umani.
Quella privata, al contrario, ci trasforma in mezzo di profitto privandoci – appunto – dell’integrità del nostro corpo e agendo quella che a tutti gli effetti si può definire una forma di schiavitù.
Marx diceva che “la felicità è lotta”, e quando si parla di uguaglianza, la lotta dev’essere radicale e non può cedere a nessun principio liberista di profitto.  Serve perciò lottare per la sanità pubblica, che insieme a scuola pubblica, stato sociale, cura del territorio, pace e cultura è elemento essenziale per l’esistenza e la sopravvivenza di una democrazia che si possa definire tale. Tutele, diritti che ruotano attorno allo stesso principio fondamentale, quello di uguaglianza, senza la quale non può esistere nessuna libertà.

Luca Mangoni, nel suo intervento tragicomico, ha raccontato delle lunghe trafile affrontate per un banale dolore addominale, che l’hanno portato alla scoperta del territorio regionale – da Busto Arsizio a San Leone – alla ricerca di un’ecografia. Ci sarà un qualche accordo tra assessorato alla sanità e al turismo lombardo? Sarà stato il pellegrinaggio a guarire i suoi dolori? – si è chiesto, ironicamente.

Monica Vangi, segretaria CGIL Lombardia, ha parlato di salute e sicurezza, dell’inqualificabile smantellamento e depotenziamento dei servizi territoriali, compresi quelli legati alla prevenzione. Il risultato sono servizi carenti, ulteriormente peggiorati dall’ultima legge regionale del 2021. Il focus è stato sui consultori, 254 a luglio 2024, di cui 164 pubblici e 90 privati. Secondo la normativa nazionale dovrebbe esserci un consultorio ogni 20 mila abitanti: in Lombardia, la “regione dell’eccellenza”, ce n’è uno ogni 34 mila; se si escludono i privati il rapporto sale ad un consultorio ogni 61 mila abitanti. La stessa normativa consente ai consultori privati accreditati di natura confessionale di non effettuare nulla di ciò che prevede la 194. È evidente dunque che la Regione Lombardia negli ultimi 30 abbia abbandonato la tutela della salute sancita dall’art. 32 della carta costituzionale e dalla Legge 833 che istituiva il SSN.

Renato Sarti ha portato il focus poi sulla necessità di prevenzione e cura degli infortuni sul lavoro con focus sulle malattie causate dall’amianto e dalla cattiva gestione del personale medico, pubblico e privato.

Preziosissimo il contributo di Silvio Garattini, fondatore dell’istituto Mario Negri, a cura di Dario Onofrio (intervista) e Matteo Ferrario (riprese), che ha riflettuto sulle cause della crescente privatizzazione della sanità.  L’Italia si trova ampiamente sotto la media europea, per quanto riguarda gli stipendi al personale sanitario (-30%), il numero di ricercatori e i fondi investiti in rapporto al PIL (-50%). A predominare è perciò la ricerca dell’industria farmaceutica, con conseguenze legate all’eccessiva prescrizione di farmaci, la cui efficacia e tossicità è studiata inoltre quasi esclusivamente sul corpo maschile e non su quello femminile.

Marco Caldiroli, presidente nazionale di Medicina Democratica, ha parlato di medicina territoriale, attraverso la quale si dovrebbe realizzare la prevenzione, che insieme ma soprattutto prima di “cura” e “riabilitazione” è obiettivo del SSN e quindi di quello regionale. Le attività di prevenzione, che comprendono la sicurezza sul lavoro, come la medicina veterinaria, il controllo degli alimenti, sono funzioni pubbliche – non interessano il privato perché non creano profitto – ma producono salute. Per dare dei numeri, i tecnici della prevenzione interni alle ATS lombarde sono meno di 500, a fronte dei 742 dichiarati dalla Regione e dei 1100 che sarebbero necessari in una realtà industriale come quella lombarda.

Anni di attacchi al lavoro pubblico – ha ricordato Catello Tramparulo, FP Cgil Lombardia – hanno aperto la strada al privato portando ad una legge regionale – unico caso a livello nazionale – che ha messo nero su bianco l’equivalenza tra pubblico e privato. Quello lombardo rischia di diventare il modello italiano se non spieghiamo cosa sta accadendo. Tra il 2010 e il 2020 il personale pubblico è diminuito, – mancano 60 mila infermier3 – non c’è formazione adeguata del personale, gli stipendi sono bloccati. Ci troviamo nel pieno di un processo di privatizzazione e l’unica modo per invertire la rotta è costruire un’alleanza tra lavoratrici e lavoratori della sanità, – pubblica e privata – e cittadin3, per difendere l’articolo 32 della Costituzione, il diritto ad essere curati. Tramparulo ha concluso rilanciando uno slogan della FP Cgil, adeguatissimo per l’occasione: “curiamoci di chi ci cura”.

L’intervento di Lella Costa, penultimo ma conclusivo, ha riassunto ironicamente e molto intelligentemente la serata insistendo su alcuni punti fondamentali nel processo di rivitalizzazione della sanità pubblica: la lotta all’evasione fiscale, l’istruzione, il bisogno di adeguata retribuzione e formazione di tutto il personale sanitario, per ritornare al concetto, fondamentale ma dimenticato, di cura, non solo dei sintomi ma delle persone, da trattare non come utenti ma come pazienti.

L’invito è quello ben formulato dal presidente regionale dell’Arci Massimo Cortese, “se vogliamo cambiare lo stato delle cose” ad “agire laddove lo stato delle cose non cambia” e quindi di decuplicare questo spettacolo nelle aree interne, nelle periferie, nei territori dove ce n’è più bisogno.

La petizione depositata presso la Regione Lombardia a giugno 2024 richiede 5 punti di modifica della legge attuale sulla sanità lombarda: un centro unico di prenotazione; l’abbattimento delle liste d’attesa eliminando abusi sulle agende; lo stop all’utilizzo dei medici a gettone (non dipendenti) e le assunzioni di personale; la copertura dei costi sanitari nelle Residenze sanitarie assistenziali e il miglioramento dei servizi per gli anziani; il potenziamento dei servizi territoriali, in particolare per la prevenzione.

Nell’attesa di una risposta del Tribunale di Milano in merito ai 3 quesiti referendari abrogativi della legge sanitaria regionale bocciati nel 2023 dalla Regione, il Comitato ha lanciato la nuova campagna “Staffetta Sicura”, invitando tutt3 ad organizzare iniziative e mobilitazioni nelle proprie province, da mettere in rete per costruire un’unica vertenza regionale. [Camilla Pizzi, ecoinformazioni]

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