L’intesa valdese
In occasione dei 40 anni dalla firma della prima intesa tra lo Stato e le chiese valdesi, si è tenuto presso l’Università degli studi dell’Insubria il convegno La prima intesa, le altre e il diritto di libertà religiosa.
Il convegno è stato organizzato da Alessandro Ferrari, ordinario di Diritto ecclesiastico e direttore del Centro di ricerca Religioni diritti ed economie nello spazio mediterraneo, che ha introdotto la giornata ringraziando tutte e tutti i partecipanti, in particolare la comunità valdese, a cui è stata dedicata la sessione del 7 ottobre di presentazione del IV volume della Storia dei valdesi.
Maria D’Arienzo, presidente Adec, ha ringraziato Ferrari ed evidenziato l’interesse del convegno, dedicato in particolare all’Intesa con la Chiesa valdese del 1984, che fa da modello alle successive, a cui 10 anni fa Adec aveva dedicato un convegno. A distanza di 10 anni le trasformazioni intervenute e in corso sono tante, in particolare l’autonomia differenziata che inciderà sui rapporti tra Stato e confessioni finora caratterizzato da una bilateralità apicale.
Francesca Ruggieri, direttrice del Dipartimento di Diritto, Economia e Culture dell’Università degli Studi dell’Insubria, ha sottolineato l’attualità del tema e il valore di relatori e relatrici.
Alessandra Trotta, moderatore della Tavola valdese, ha ricordato il ruolo paradigmatico dell’intesa con la Chiesa valdese, tappa fondamentale negli 850 anni di vita dei valdesi e punto di riferimento per le successive intese. L’inserimento delle chiese in questo sistema pattizio tuttavia si poneva già allora in contrasto con il sistema che si auspicava, di una regolazione universale delle libertà religiose.
Geraldina Boni, docente presso l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e Presidente della Commissione per le Intese con le confessioni religiose e per la libertà religiosa, ha evidenziato la necessità che la Commissione si metta in ascolto delle confessioni che attendono l’intesa, strumento che tuttavia non può esaudire e definire tutti i rapporti tra stato e confessioni religiose, di cui è utile tornare ad ascoltare le istanze. La Presidente ha inoltre assicurato che l’ottica della laicità sta guidando i lavori della commissione.
In collegamento sono intervenuti Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, già Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Francesco Margiotta Broglio, Professore emerito presso l’Università degli studi di Firenze e presidente delle Commissioni Governative per la revisione del Concordato, le intese e la libertà religiosa e Valdo Spini, presidente onorario Aici (Associazioni Italiane di Cultura), già ministro e parlamentare.
Amato, partendo da un’analisi dell’art. 7 e 8 della Costituzione, ha riconosciuto le intese come un grande momento di affermazione della libertà religiosa, con l’introduzione di nuovi principi, il ridimensionamento dell’insegnamento della religione nelle scuole. Dal punto di vista giuridico le intese hanno rappresentato non solo il riconoscimento di libertà, ma anche di status e di potere pubblico alle nuove confessioni religiose.
A conclusione di un excursus storico sui rapporti tra Stato e confessioni, Margiotta Broglio ha ritenuto urgente e necessaria l’approvazione di una legge generale e organica sulla libertà religiosa. Legge alla quale non si può arrivare – ha aggiunto Spini – attaccando l’istituto delle intese, a cui si deve guardare invece in maniera obiettiva, come un meccanismo istituzionale vitale che è stato in grado di regolare i rapporti con 13 confessioni religiose. Grande assente in questo panorama di intese affermatosi grazie ai processi migratori, era ed è tutt’ora la religione islamica, secondo Amato a causa della mancanza di un soggetto unico con cui lo Stato potesse stipulare l’intesa.
Giorgio Sacerdoti, professore emerito presso l’Università Bocconi, membro della Commissione per le Intese con le confessioni religiose e per la libertà religiosa, già Presidente della delegazione dell’Unione delle Comunità ebraiche per l’intesa, ha concluso la sessione condividendo con Spini la necessità che la scuola investa in una preparazione culturale sulla totalità del fenomeno religioso.
La seconda sessione del convegno si è concentrata sul ruolo paradigmatico dell’intesa con la Chiesa valdese, che Natascia Marchei, Università degli studi Milano-Bicocca, ha introdotto tentando di ricostruire la genesi dell’istituto dell’intesa. I riferimenti presenti nei lavoratori preparatori della carta costituzione furono pochissimi, prevalentemente improntati ad un ottica pseudo-egualitaria nel trattamento confessioni minoritarie e religione cattolica. Si riteneva che una completa parificazione non ci potesse essere perché il rapporto bilaterale con la Chiesa cattolica si fondava appunto sull’originarietà della stessa, negata invece alle altre. Gran parte dei lavori preparatori si concentrarono dunque su una volontà negativa, – l’ipotesi cioè che le confessioni non volessero venire a patti. Una parziale soluzione arrivò dall’attività della Corte costituzionale, che con due sentenze del 1957 e del 1958, dichiarò l’incostituzionalità di alcune parti della legge sui culti ammessi perché in contrasto con l’art. 19. Non fu un caso che nell’intesa con i valdesi si scrisse esplicitamente che da quel momento la legge sui culti ammessi non sarebbe stata più applicata ai valdesi. Lo stesso avvenne nelle intese successive, che via via sganciarono le confessioni che le realizzavano dalla normativa e doveva idealmente portare all’abrogazione della legge. Quello che è rimasto è invece un impianto a due pesi e due misure, e il sistema delle intese si è trasformato in un sistema di privilegio.
L’intervento di Paolo Naso, Sapienza Università di Roma, ha trattato il passaggio dei valdesi dal diritto comune alla bilateralità, attraverso l’analisi di 4 quadri storici – le premesse degli incontri del Ciabas (1935-1943), la svolta durante l’assemblea costituente con Giorgio Pyerot, gli anni ‘60 e l’utilizzo del patto bilaterale nella formula dell’intesa, infine i primi governi laici – portando una riflessione sullo strumento dell’intesa nelle sue interconnessioni con diritto e politica, come frutto di mediazioni e negoziazioni.
La terza sessione è stata l’ultima e sicuramente più interessante della giornata, poiché dedicata alle altre intese e alle questioni aperte.
L’intervento di Ilaria Valenzi, consulente legale della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), docente all’Università di Milano e alla Sapienza di Roma, in veste di rappresentante della Commissione delle chiese evangeliche per i rapporti con lo Stato (CCERS), ha spiegato di come questa sia stata il frutto di un tentativo dell’evangelismo storico in Italia di unirsi in difesa della libertà religiosa.
Le successive testimonianze hanno messo in evidenza la differenza di trattamento nella sottoscrizione delle intese con altre confessioni. Omero Nardi, avvocato rappresentante della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, ha ripercorso i decenni di copiose interlocuzioni parlamentari che non portarono mai alla ratifica dell’intesa, per cui la confessione ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, in assenza di rimedi giurisdizionali interni.
Filippo Scianna, ha parlato in rappresentanza dell’Unione Buddhista Italiana, titolare di una delle ultime intese. Ha sottolineato le opportunità emerse dall’iter – durato quasi 18 anni – che portarono alla ratifica dell’intesa nel 2013. Sul piano interno, portando l’esigenza di un confronto, l’intesa facilitò il dialogo tra le diverse tradizioni buddhiste; l’incontro con la società, d’altra parte, portò ad una conoscenza maggiore del buddhismo in Italia, facendo cadere molti pregiudizi e portando nuove spinte e richiesta, come quella del matrimonio.
Sono infine intervenuti tre rappresentati dell’Islam, ancora in attesa di un accordo ufficiale. Abdellah Redouane, imam e segretario generale del Centro Islamico Culturale d’Italia, ha presentato l’associazione culturale, nata per poter accogliere la comunità, le missioni diplomatiche e assolvere alla preghiera. La Grande Moschea di Roma è diventata ente morale di culto nel 1974 ed è riconosciuta da tanti membri della comunità musulmana come ente di rappresentanza. Yasmine Lafram, presidente dell’Unione delle Comunità islamiche d’Italia e Abu Bakr Moretta, rappresentante della Comunità religiosa islamica italiana sono ancora in attesa di essere riconosciute come enti morali di culto, passaggio primario e fondamentale per poter negoziare un’intesa con il governo. Le diverse comunità che animano la comunità islamica possono costituire un elemento di complessità ma non un impedimento ne tanto meno possono essere utilizzate come alibi dai governi. Lafram e Moretta hanno sottolineato la mancanza di impegno e di responsabilità della classe politica a riconoscere la religione islamica. Non è più sufficiente la cooperazione interreligiosa: il riconoscimento della personalità giuridica costituisce non solo un diritto ma un sostegno per promuovere i valori universali del sacro, rispettare le identità specifiche delle religioni, la dignità del pluralismo religioso in Italia nel rispetto dell’ordinamento giuridico dello Stato italiano.
La storia valdese è una storia di fiducia nelle istituzioni, – ha concluso Alessandro Ferrari – di una comunità religiosa che si è sempre comportata tra da componente e non da minoranza, che ha sempre cercato la libertà religiosa per tutte e tutti. Quello dell’intesa è stato un atto di fiducia, la prima tappa per realizzare il modello costituzionale.
Il convegno ha fornito strumenti utili a generare riflessioni approfondite sul sistema delle intese, attraverso interventi accademici e testimonianze più dirette. È emerso un quadro di questioni ancora aperte, in particolare la mancanza di una legge unitaria sulla libertà religiosa che favorisca pluralismo e dialogo interreligioso. [Camilla Pizzi, ecoinformazioni]

