Reportage di Anna Toffoletti/ In Togo con Kossi

[Paylist di video]

Sono tornata, nell’estate del 2024, in Togo dopo una breve incursione nel 2018 con il coro “Racines Noires” del musicista italo-togolese Arsene Duevi. Cantavamo in Ewe, la lingua della maggiore etnia locale ed avevamo partecipato a diversi concerti con altri cori togolesi. Ero rimasta affascinata dalla maestosità della natura, dall’accoglienza calorosa e dalla perfetta armonia con cui ritmi, canti e sguardi vivaci mi raccontavano dell’autentica anima africana. Così sono stata felice di poterci tornare, anche questa volta avendo la fortuna ed il privilegio di viaggiare con un gruppo di amiche ad amici e con due guide italo-togolesi d’eccezione: Kossi Komla-Ebri, medico e scrittore e Bruno Bruxtar Kpakpovi percussionista, insegnante di danza e ora anche animatore di una specialissima agenzia di viaggi tutta togolese, la “Bruno Africa Tour”. Guarda le foto. Presto on line altre foto.

Il programma del viaggio prevedeva il tour del Togo, dedicato alla scoperta non soltanto dei suoi aspetti paesaggistici , ma soprattutto culturali e sociali. Un viaggio studiato dalle nostre guide nei minimi particolari, per permettere ad un gruppo di privilegiati “yovo” (bianchi in lingua Ewe) di entrare in punta di piedi in un Paese dell’Africa occidentale così poco conosciuto, nonostante la grande ricchezza di tradizioni e bellezza.

A bordo di due pulmini da 12, guidati da autisti togolesi abilissimi nell’affrontare le strade spesso dissestate o affollatissime di pedoni e motociclette, abbiamo percorso lo Stato da sud a nord, ad eccezione del distretto delle Savane, da due anni off-limits per le rivolte legate alle incursioni jihadiste dal confinante Burkina Faso.

L’attuale Togo è quello che resta di un territorio più vasto, abitato da più di 40 etnie, alcune insediatesi fin dalla preistoria, altre che hanno trovato rifugio in questa terra sfuggendo alla pressione dei potenti regni confinanti degli Ashanti e di Dahomey e dalle incursioni dell’impero arabo-musulmano da nord. Nel periodo coloniale, come tutto il Golfo di Guinea, divenne territorio di saccheggio e di deportazione degli schiavi da parte delle potenze europee, successivamente colonia tedesca e dopo la prima guerra mondiale venne diviso verticalmente in due diverse regioni, sotto il protettorato di Inghilterra e Francia. Il Togoland inglese, finì nel 1956 annesso con il confinante Ghana, mentre il Togoland francese nel 1960 conquistò l’indipendenza, diventando Repubblica del Togo. Come in altre aree dell’ Africa, questa spartizione portò alla forzata divisione delle etnie autoctone tra tre diversi Stati, con ordinamenti e lingue differenti (Ghana, Togo e Benin).

Il primo Presidente eletto del Togo indipendente, Sylvanus Olympio, cercò di staccarsi dall’area di influenza francese creando una moneta legata al dollaro, ma fu assassinato dopo soli 3 anni di governo. Negli anni seguenti e fino ad oggi, il governo del Paese è rimasto saldamente nelle mani della famiglia Gnassingbé. Prima il padre Eyadéma, protagonista di due colpi di Stato e di un lungo periodo di dominio (38 anni) caratterizzato da elezioni farsa e continue violazioni dei diritti umani, causa della fuga all’estero di circa 250.000 togolesi. Poi il figlio Faure, che prese il potere dopo la morte del padre nel 2005 con un altro colpo di Stato e tuttora governa la Repubblica, gradualmente passata da presidenziale a parlamentare. Con l’ammissione alla competizione politica anche dei partiti di opposizione e la promulgazione nel 2022 di una controversa Nuova Costituzione, Faure ha ottenuto la riabilitazione della comunità internazionale e nello stesso tempo la possibilità di rimanere in carica fino al 2033.

Nonostante sia stato definito “La Svizzera dell’Africa”, statisticamente parlando il Togo resta uno dei paesi più poveri del continente, con un reddito medio pro-capite di poco più di 2 dollari al giorno. La sua economia si basa sull’agricoltura di sussistenza destinata al consumo interno (mais, sorgo, miglio, riso, manioca), mentre la produzione destinata all’esportazione di cacao, caffè, soia e cotone è ancora prevalentemente nelle mani delle multinazionali, come pure il prodotto più esportato in assoluto, il fosfato. Dal 2022 il Paese è stato ammesso nel Commonwealth, ma la lingua ufficiale resta il francese e la moneta il Franco CFA.

La regione del sud del Togo è bellissima, con lunghissime spiagge orlate di palme da cocco, colline ricoperte di rigogliosa foresta pluviale, tanti corsi d’acqua, cascate ed un vasto lago, il Lago Togo, sulle cui sponde sorge Togoville, un tempo sede della dinastia Mlapa, protagonista di uno storico trattato che nel 1884 consegnò tutta l’area alla Germania.

È questa, insieme alle confinanti regioni del Benin, la culla della religione Vudù : qui gli spiriti della natura e degli antenati pervadono qualsiasi avvenimento della vita quotidiana, la sorvegliano e la proteggono. Non è difficile vedere, nei punti più significativi dei villaggi, altari degli spiriti protettori ai quali vengono offerti cibo e bevande per ringraziare del raccolto o per chiedere che venga esaudito un desiderio, magari di maternità o di guarigione. Contrariamente a quanto si pensa in occidente, la religione Vudù non è solo magia nera, è soprattutto rispetto per la natura e per gli antenati, ricerca di protezione dalle avversità e costruzione della coesione all’interno del gruppo attraverso la condivisione di tutto quanto accade nella comunità, compresa la malattia. La percezione che qui non esista la solitudine mi ha accompagnata per tutto il viaggio ed è stata una delle sensazioni più forti quando siamo stati a visitare, nei pressi di Kpalimé, Hanyigba Duga, il villaggio dei nonni di Kossi. Accolti ufficialmente dall’assemblea degli anziani con una vera e propria cerimonia e poi da tutto il villaggio con canti e danze tradizionali, siamo stati tutte e tutti coinvolti, in un clima di felice fratellanza.

Seguendo le tracce del Vudù, a Sigbehoé, un piccolo villaggio ai confini con il Benin, abbiamo potuto assistere alla danza delle affascinanti maschere Zangbeto. Sono i “guardiani della notte”, spiriti che mentre tutti dormono difendono la comunità da ladri e malfattori. La loro vera identità è segreta, nascosta sotto un grande cono di paglia colorata che gira vorticosamente nella piazza, per spazzare via il male da villaggio e spaventare tutti coloro che hanno cattive intenzioni. E quando, alla fine del rito, il cono di paglia viene scoperchiato, ecco che al suo interno troverete, come in una matrioska, una maschera più piccola o un mucchietto di paglia e arbusti, o addirittura …nulla!

Risalendo il Paese lungo la strada N1 verso la regione di Kara, ci siamo immersi in un paesaggio dominato da una vegetazione rigogliosa, campi coltivati e piccoli centri abitati.

Man mano che ci si sposta verso nord, le chiese lasciano il posto alle moschee, e le donne sono sempre più velate. Nel distretto di Kara abbiamo visitato la regione di Koutammakou, dichiarata nel 2004 dall’Unesco patrimonio dell’Umanità per i suoi villaggi fortificati di fango. Veri e propri castelli in miniatura, costruiti nel XVII secolo dall’etnia Batammariba (Tamberma) per sfuggire alle razzie dei mercanti di schiavi e alle incursioni islamiche del nord. Il nome Batammariba significa “coloro che sono i veri architetti della terra” ed in effetti queste costruzioni di fango sono stupefacenti.

Intorno ai villaggi Tamberma, numerosi baobab contribuiscono a rendere il paesaggio ancora più affascinante. Siamo entrati in uno dei baobab più grandi della regione, un tempo usato anch’esso dalle popolazioni locali come rifugio ed in grado di contenere più di dieci persone all’interno del suo tronco cavo .

Durante il nostro viaggio, ricchissimo di proposte culturali, abbiamo attraversato paesaggi molto interessanti, gustato i cibi tradizionali, assistito a spettacoli di percussioni e danza, visitato Lomé, con il suo Palais, oggi sede di prestigiose mostre d’arte contemporanea ed i sui mercati artigianali, tra i quali il mercato delle stoffe, vero e proprio archivio dell’arte tessile tradizionale africana.

Ad Agbodrafo, abbiamo ripercorso la tragica storia dell’olocausto africano, visitando la “Maison des esclaves”, lugubre edificio con una cantina alta poco più un metro nella quale, fino alla definitiva abolizione della tratta, sono stati imprigionati e torturati migliaia di schiavi in attesa di essere deportati dalle navi negriere.

L’aspetto senz’altro più peculiare e atteso del nostro viaggio è stato quello solidale: avevamo il desiderio di comprendere come vive oggi il popolo togolese, come ha resistito a più di 60 anni di dittatura “presidenziale” neo coloniale e volevamo partecipare, condividere, renderci in qualche modo utili con il nostro piccolo sostegno. Ad ogni tappa del viaggio, Bruno e Kossi ci hanno portato a conoscere realtà significative dell’associazionismo culturale, strutture assistenziali laiche e cattoliche e tante piccole attività artigianali che sono alla base dell’economia di sussistenza togolese. Come spesso ripete Kossi, “l’Africa cammina sulle gambe delle donne” ed infatti gran parte delle attività artigianali e commerciali che abbiamo visitato sono gestite da donne, che dimostrano non solo una grande capacità imprenditoriale (emblematica la storia delle famose “Nana Benz”, le prime commercianti togolesi di stoffe che, negli anni 60 del secolo scorso, hanno avuto l’intelligenza di associarsi e contrapporsi al monopolio olandese dei tessuti “wax”, diventando in poco tempo ricchissime e politicamente molto influenti), ma anche una notevole resilienza in un contesto fortemente patriarcale. Qui la poligamia è ancora presente, ma spesso le donne hanno saputo fare di questa condizione di disparità un punto di forza : le mogli si sono alleate nella gestione della famiglia allargata, dividendosi il lavoro e moltiplicando le proprie risorse per dedicarsi alle attività produttive. Siamo stati accolti nelle loro case e abbiamo assistito all’elaborata preparazione del burro di karitè, del formaggio di soia, della birra di miglio, del sapone nero, dei tessuti tradizionali. Circondate da uno stuolo di bambini di ogni età, con pazienza ed orgoglio, le donne ci hanno mostrato tutti i passaggi della loro produzione artigianale, destinata al consumo famigliare e alla vendita .

Durante queste dimostrazioni abbiamo visto come qui l’economia circolare non sia semplicemente uno slogan, ma una necessità ben presente nella vita di tutti i giorni: persino vecchie rotaie in disuso vengono fatte a pezzi a martellate, fuse e trasformate in zappe da abilissimi e instancabili fabbri; bellissime stoffe vengono abilmente tessute a telaio con filati anche recuperati da vestiti usati; bottigliette di plastica vuote sono conservate e trasformate in contenitori per sementi e dolcetti vari da vendere in strada.

Anche se il mercato resta il centro nevralgico degli scambi commerciali e della vita sociale, la vendita lungo le strade è diffusissima: frutta, ortaggi, benzina, vestiti, cibo di strada, tutto è venduto su semplici bancarelle di legno lungo le strade principali, dove c’è il passaggio del traffico e soprattutto dove c’è la possibilità di accedere all’illuminazione elettrica. Così, alla sera, le uniche arterie di comunicazione asfaltate si illuminano di fili di lampadine e si animano di gente : uomini, donne e bambini camminano lungo il ciglio delle strade, ognuno con il suo carico di beni di prima necessità da scambiare o vendere. Una perfetta immagine dell’ “Africa in cammino”.

Negozi e bancarelle mostrano, oltre alle insegne scritte, disegni che illustrano la merce venduta o l’attività svolta a coloro che non sanno leggere.

L’analfabetismo infatti è ancora molto alto, soprattutto nelle regioni più povere del nord, toccando fino al 60% per le donne e il 40% per gli uomini. Il problema dell’educazione dell’infanzia, insieme a quello dell’assistenza sanitaria, è la principale preoccupazione delle associazioni locali e delle ONG operanti sul territorio. Molti bambini abbandonano la scuola per aiutare la famiglia nei campi e nella capitale comincia a diffondersi il fenomeno dei bambini di strada.

Nell’ambito delle nostre “visite solidali” , siamo stati al centro d’azione umanitaria e artistica Adepoma, una delle realtà più interessanti che a Lomé, con pochi mezzi e grande tenacia, assistono e recuperano bambine e bambini di strada, offrendo un tetto, educazione e tante attività culturali. Vedere come questi bambini e ragazzi sono riusciti ad accoglierci con un vero e proprio spettacolo di danza e acrobazie sui trampoli è stato molto emozionante.

Sempre nei pressi di Lomé, abbiamo visitato l’orfanotrofio “Maison de la Providence” che accoglie una cinquantina di bambini di ogni età in un contesto curatissimo, attento a restituire figure di riferimento affettivo il più possibile simili a quelle di una vera famiglia.

Siamo andati poi a conoscere i bambini del centro educativo EDEMIRE di Agou Tomégbé, con cui sono gemellati i bambini e le maestre della scuola primaria Don Milani di Vimercate. È stato il coronamento di un anno di corrispondenza epistolare e di scambio di giocattoli costruiti con materiale di recupero e finalmente maestre ed operatori hanno potuto conoscersi e ringraziarsi vicendevolmente con una cerimonia molto sentita e partecipata da tutto il villaggio.

A Datcha, siamo stati anche in un piccolo ospedale, l’Ospedale St. Joseph, gestito da una suora togolese laureatasi in chirurgia in Italia. Suor Stella D’Almeida ha preso in mano l’ospedale che era ormai fallito e lo ha rimesso in sesto, rendendolo un luogo di accoglienza e cura efficientissimo, dove i più poveri trovano l’assistenza che non trovano purtroppo negli ospedali pubblici.

Al St. Joseph le donne possono partorire anche se non hanno i soldi per pagare la retta, ed è veramente tanto, in un Paese dove le cure ospedaliere e le medicine sono a pagamento ed il 60% della popolazione vive con meno di un euro e mezzo al giorno . Qui possono trovare accoglienza anche i parenti dei malati, perché possano stare loro vicini, assisterli e cucinare per loro. In Africa infatti, salvo rare eccezioni, i pazienti sono tenuti anche a procurarsi il cibo quotidiano e le lenzuola. Senza la rete famigliare ciò sarebbe impossibile.

Guardando questo piccolo e dignitoso ospedale, costretto ad affidarsi ad un gruppo elettrogeno per avere la certezza della continuità dell’energia elettrica durante gli interventi, ascoltando Suor Stella parlarci del suo sogno di avere qualche pannello fotovoltaico sul tetto, mi sono resa conto di quanta determinazione e “visionarietà” ci voglia per resistere in Africa. Ovunque siamo stati durante il nostro viaggio, abbiamo incontrato donne e uomini di una forza eccezionale, capaci di non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà di ogni giorno, alla mancanza di quello che per noi sarebbero le condizioni minime essenziali : acqua potabile, energia elettrica, cibo, sicurezza. Capaci di vedere oltre, di immaginare il futuro di un Paese giovane, provato da secoli di ingiustizie, ma fiero e pieno di speranza. Ovunque siamo stati accolti con calore e allegria e abbiamo ricevuto molto più di quanto abbiamo potuto dare. È stato un vero e proprio viaggio dell’anima, nel cuore dell’Africa vera, lontana dalle contaminazioni del turismo di massa, ma anche da tanto facile paternalismo di chi pensa di sapere già tutto. E siamo tornati a casa con il desiderio di continuare a sostenere anche a distanza i progetti più significativi che abbiamo conosciuto, con la speranza che possano moltiplicarsi e contribuire a dare una svolta al futuro del più piccolo Paese dell’Africa, ormai parte della nostra vita. [Anna Toffoletti, per ecoinformazioni]

Riferimenti :

Foto e video di Anna Toffoletti, Bruno Bruxtar Kpakpovi, Elena Zoppis, Roberto Zambetti e Fabio Peruzzo.

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