Testi video/ Art for Gaza/ 10 novembre 2024
Testi di tutti gli interventi svolti all’iniziativa Art for Gaza all’Arci Joshua di Albate il 10 novembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2445
CR che sia così. Cioè, tu dici un po’ come quello che è successo agli americani in Afghanistan e poi in Iraq. In Afghanistan in particolare, che dice che andavano a liberare le donne, dove in realtà andavano a fare la guerra, ammazzare un sacco di gente anche per ragioni di controllo su materie prime come il petrolio. Non credo che sia proprio così, però c’è una parte di cosa vera di quella che dici, cioè che la narrazione, chiamiamola occidentale, rispetto a Israele e rispetto ai palestinesi è effettivamente rispetto a Israele quella della, appunto, come dicevi, l’unica democrazia del Medio Oriente, che poi insomma non direi assurda, ma che sia una cosa ormai assolutamente neanche più reale. Ecco, neanche più reale, perché quando si decide, si fa una legge che mi pare sia del 2018, una legge che stabilisce lo stato nazione e che stabilisce che gli unici cittadini dello Stato di Israele sono gli ebrei – intendo cittadini con tutti i diritti – poi gli altri ci sono ma sopportati con grande discriminazione, i palestinesi che sono in strada, ecco.
Quando è così, mi sembra impossibile parlare di democrazia, perché quella è chiaramente una etnocrazia. E adesso questo è proprio una mia opinione su questo, però è vero anche che in base a questo, secondo me poi nella sostanza, in base anche al potere che esercita Israele, potere in termini di tecnologie, potere in termini di armamenti, in base a questo poi si sostiene, e questo voglio dire, che la sua democrazia si basa su questo. Si sostiene fin dall’inizio, si è sostenuto e si continua a dire che Israele ha il diritto ad autodifendersi. Ecco, in questo senso forse tu volevi dire che in qualche modo si apre, no, si legittima il genocidio. In questo senso, diciamo, è vero, perché ancora si continua a sostenere il diritto a difendersi di Israele che, poi anche dal punto di vista del diritto internazionale, funziona tanto, perché in realtà Israele è un paese occupante, quindi chi avrebbe il diritto di difendersi in realtà sarebbero gli occupati, cioè i palestinesi.
Ma del diritto a difendersi dai palestinesi sembra che non solo non interessi proprio, non ne parla proprio nessuno, ecco, non ne parla proprio nessuno. I palestinesi sono da oltre 70 anni che sono occupati, espropriati, cacciati. Però del diritto all’autodifesa, no. E quando alzano la testa, come sappiamo, in genere vengono definiti come terroristi. Quindi, quando vengono massacrati sono vittime, ma quando alzano la testa e cercano appunto di difendersi, di ribellarsi, diventano automaticamente terroristi. Questo è un po’ lo stereotipo che gira sulla stampa. Non solo, eh, sugli organi di stampa. Non dico tutti, perché ci sono anche delle notevoli eccezioni, però la stampa dominante, o mainstream, come si dice, o anche la televisione, tranne appunto per i reportage, per i servizi che vengono fatti da poche persone, giornalisti e giornaliste intelligenti e anche con un livello di sensibilità umana.

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2448
… e magari ci sono anche delle domande dal pubblico, non so bene come le gestiamo. Nel senso che io vi chiederei di venire qui, secondo me è la cosa più semplice… però, prego, c’è Alessandra che viene.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2449

No, io ho una domanda e una riflessione. Nel senso che insieme al tuo libro sto leggendo La ribelle di Gaza, che è la storia di questa giovanissima che racconta… io non ho ancora finito, quindi ho letto solo le prime pagine, ma all’interno delle prime pagine a un certo punto lei racconta di quando era bambina, e ha 20 e qualcosa anni, quindi non stiamo parlando di molto tempo fa, e dice: a Gaza i bambini giocano a ebrei e arabi, di solito sono i maschi. Quindi questa è più che una domanda, una riflessione. Poi magari, se vuoi dare il tuo punto di vista, visto che ovviamente conosci in maniera egregia quei luoghi. Però questa cosa mi ha fatto molto riflettere rispetto al fatto che anche all’interno del territorio occupato e di Gaza ci sia una chiara e netta percezione di quali sono le persone oppresse. Quindi, le donne, così come il popolo palestinese, è sicuramente oppresso, al di là dei fatti del 7 di ottobre, e quali sono le persone che hanno la forza, e quindi anche tra bambini questa è la modalità di giocare e come diventa questa una, come dire, uno stile di vita e una condizione che caratterizza tutta la vita delle persone che vivono all’interno della Striscia di Gaza.
Addirittura la stessa autrice che scrive questo, per riuscire a uscire da Gaza per le interviste, per, come dire, promuovere il suo libro che ha scritto a due mani con un’altra persona, ha delle enormi difficoltà, deve sempre attendere degli spazi nel sud del paese per poter passare il confine; non ha mai avuto l’autorizzazione da Israele per uscire.
E un po’ la riflessione rispetto a questo e a quello che tu scrivi nel tuo libro, che in realtà sono le interviste, quando le donne dicono che la lotta e la rivendicazione da parte delle donne palestinesi di diritti, come dire, di diritti più in generale, sono trasversali rispetto alla lotta del popolo palestinese. Quello che dicevi anche prima, credo che in questo senso, un po’ una domanda e una riflessione che faccio a me stessa ma che pongo un po’ anche alle altre persone qui in sala. E di sicuro, Alessandra, la sala è piena, quindi c’è un grande interesse su questo tema e su un po’ il tema della serata.
Quindi, le donne possono? Io penso di sì. Sono in grado? Assolutamente sì. Credo di coniugare queste lotte e di provare forse anche con un’attività che fino ad oggi hanno svolto prevalentemente gli uomini. Scusatemi, non me ne vogliano gli uomini, ma in questo senso credo che ci sia una grande responsabilità della popolazione maschile, intesa come quegli uomini che stanno ai posti dove si decide, nei luoghi dove si decide se fare la pace o fare la guerra – adesso la semplifico – dove ci sono magari trattative, dove ci sono spazi di discussione. Io prima mi sono assentata un momento, non ho sentito se c’è stato un riferimento perché l’hai citato tu, Riccardo, all’elezione di Trump e al fatto che, al di là di Trump, cioè dall’altra parte, c’era una donna. Quindi, ancora gli uomini.
In questo senso, forse, se ci fossero un pochino più di donne, anche un pochino di più – un bel po’ di più, scusate – anche in luoghi dove si assumono questo tipo di decisioni, forse non dovremmo parlare in questo momento di quanti morti, di quante vittime, di quella che è la condizione del territorio palestinese. Grazie.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 november 2024 SAM 2436
Tutti e tutte, grazie di essere qui stasera. Ce l’abbiamo fatta a fare anche il collegamento, un po’ artigianale, ma direi che ci siamo! Io dico solo due parole brevissime, perché poi lascerò la parola a chi è sopravvissuto. Nel senso che questa iniziativa di stasera è stata organizzata da Erica Caldarelli, che purtroppo è impegnata in una situazione privata un po’ particolare, quindi non può essere qui stasera, ma che ringraziamo perché è lei che ha avuto l’idea. Un applauso a Erica perché ha fatto un lavoro enorme.
L’iniziativa di stasera, dal titolo Art for Gaza, ha l’obiettivo di provare a mettere insieme una serie di riflessioni, con una prima parte – questa – che è quella di un dibattito. Abbiamo qui con noi, collegata, Alessandra Mecozzi, che è… Vabbè, oltre ad essere stata, finché ha lavorato, una sindacalista della CGIL, è una donna che conosce molto bene la Palestina, conosce molto bene Israele e che anche recentemente ha scritto un libro molto bello. Poi magari le chiederemo di farci avere qualche copia per poterla acquistare.
L’idea, appunto, di Erica è stata quella di provare a fare un po’ un ponte tra di noi su un tema che nel mese di novembre riteniamo assolutamente centrale, che è quello della condizione femminile, la condizione delle donne, e in questo caso la condizione delle donne in un luogo sicuramente particolare, lontano da noi, ma a cui noi siamo molto vicini in termini sia di interesse che di attenzione, soprattutto a maggior ragione in questo momento.
Io ringrazio il circolo Arci Joshua perché ci ospita, ringrazio il collettivo Trame e poi… grazie a… dov’è? Non lo vedo. Jonathan, giusto? Jacopo! Scusate, sto andando in confusione. Grazie a Jacopo, che poi salirà sul palco per spiegarci un pochino come funziona la serata. Faremo un salto negli anni ’80, quindi giocheremo un po’ insieme. Però ringraziamo appunto il collettivo Trame perché ha preparato queste opere e perché sostanzialmente questa sera le mette a disposizione della solidarietà che faremo nei confronti del popolo palestinese, perché tutti i fondi che saranno raccolti stasera saranno devoluti all’associazione che avete letto sul volantino, che riesce ancora ad essere operativa a Gaza.
L’idea, dicevo, è il mese di novembre, quindi è quella di provare a ragionare sulle donne, sulle donne a Gaza. Quindi io lascio velocemente la parola a Riccardo. Dicevo “sopravvissuti” perché Emma, la persona, la giornalista che avrebbe dovuto intervistare Alessandra Mecozzi, purtroppo ha avuto un problema di salute questa notte, quindi c’è Riccardo, che rappresenta sicuramente degnamente Fuori Fuoco, che è un, non so, gruppo di giornalisti indipendenti qua a Como, quindi qualcuno di voi lo conosce, sono molto attivi e ci hanno dato disponibilità in questo senso.
Ripeto, la serata ha uno scopo di tipo comunque solidaristico, ma anche di divertimento, perché terminata questa prima parte con questa conferenza ci sarà un momento di aperitivo, con la possibilità di acquistare, utilizzando un sistema un po’ particolare che poi vi spiegheremo, queste opere d’arte. E non ve ne andate, perché poi ci sarà anche un po’ di musica e anche qui ringraziamo PopC – non lo vedo, ma c’è, dopo lo vedrete sul palco qua con noi, c’è già il mixer pronto che ci farà ballare.
L’idea di Erica, io credo, è una bella idea, cioè di mettere insieme la riflessione e l’importanza di ragionare su quella che è la condizione delle donne in Israele e in Palestina in questo momento, con anche la convivialità, la solidarietà e, perché no, la musica. Per cui lascio la parola a Riccardo, che dovrà fare su e giù col microfono, ma sono certa che ce la farà. Ok, grazie a tutti e a tutte! Buona serata.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2437
E niente, come diceva Alessandra, anch’io insomma sono un superstite, un sopravvissuto. Sostituirà Emma di Fuori Fuoco, che doveva insomma gestire il tutto.
E, no, io inizierei prima di tutto col dare un quadro e poi andare subito con una prima domanda fatta ad Alessandra.

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2438
Alessandra ha scritto, insieme a Gabriella Rossetti, un libro che si chiama Israele Palestina: Parole di donne, che è un libro uscito per la casa editrice Futura nel marzo di quest’anno, in cui sostanzialmente viene data voce a diverse figure di donne impegnate per la questione israelo-palestinese: palestinesi, italiane, israeliane, donne occupate contro l’occupazione.
A marzo di quest’anno, le cifre del genocidio in corso a Gaza erano già molto alte. Parlavamo di 30.000 morti, secondo il Ministero della Salute di Gaza. Oggi sono andato a controllare i dati del Palestine Chronicle: siamo a 43.000 morti, 102.000 feriti, e più o meno 10.000 dispersi. The Lancet, qualche mese fa, uscì con un articolo stimando in realtà il numero dei morti a 186.000. E, tra l’altro, da marzo in avanti sono successe altre cose: è successo che è cominciata un’invasione, diciamo, un’operazione militare speciale in Libano, e è successo che da un mese a questa parte il nord di Gaza è sotto assedio. Oggi è uscita una dichiarazione di Integrated Food Security Phase Classification che parla di rischio di carestia nel nord di Gaza. È successo che il Qatar, notizia di oggi, è uscito dai negoziati, ed è successo anche che Donald Trump ha vinto le elezioni negli Stati Uniti e questa cosa, insomma, sarà importante per gli sviluppi anche in Medio Oriente.
E questo è più che altro per dare il quadro della situazione. E io, prima di tutto, partendo dal libro però, volevo chiedere, in questa situazione di tragicità enorme… diciamo, la cosa che mi è piaciuta molto di questo libro è proprio, prima di tutto, la contestualizzazione storica che tu, Alessandra, fai. Nel senso che è importante parlare del fatto che questa situazione di occupazione non nasce nel 1967, non nasce nel 1948, ma nasce molto prima. E Alessandra questa cosa la fa molto bene e la spiega molto bene. Quello che è molto bello anche di questo libro è proprio il fatto di cercare di dare uno sguardo, una lente, partendo, come dice il titolo stesso, dalle voci, dalle parole, dalle opinioni delle donne, delle donne impegnate contro l’occupazione in entrambi i campi, potremmo dire.
E quindi, prima di tutto, quello che voglio chiedere ad Alessandra è: cosa significa oggi, in questa situazione, essere una donna palestinese nella Striscia di Gaza e, direi anche, in Cisgiordania, in realtà? E che ruolo ha il corpo, il corpo delle donne, all’interno di questo conflitto a livello anche di rappresentazione simbolica, di uso strumentale che se ne fa?
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2440
Molto chiaro. E secondo me quello che dicevi si ricollega anche molto a una cosa che scrive Gabriella Rossetti nell’introduzione del libro. Cioè, sostanzialmente, quest’idea dello sguardo, che poi è uno sguardo spesso occidentale, che guarda alla lotta delle donne in Palestina come se fossero esclusivamente delle vittime, no? Delle vittime passive di un’occupazione o di un sistema patriarcale all’interno della loro società. Quando in realtà, come tu dicevi, c’è un grado di autonomia non indifferente, da cui anche i movimenti qui, come dire, possono imparare.
Mi viene in mente anche l’esperienza delle donne curde delle YPJ in Rojava, che secondo me è un’altra esperienza da cui c’è molto da imparare. Su questa questione del patriarcato all’interno della società palestinese, e del ruolo di Hamas, mi piacerebbe un po’ approfondire di più. Cioè, cercare di capire nello specifico quali sono le contraddizioni che ci sono all’interno della società palestinese da questo punto di vista e quali sono le azioni portate avanti da collettivi femministi anche contro movimenti fondamentalisti e via dicendo.
È molto interessante. Io cito anche, per esempio, Paola Caridi nel suo libro su Hamas, dove scriveva di donne militanti che rivendicavano con forza anche la loro appartenenza religiosa, pur opponendosi all’interno di una dialettica politica che magari noi ci dimentichiamo esista, ma che invece esiste anche nella società palestinese. Questa appartenenza religiosa diventa una parte consistente della loro attività militante.
Quindi, niente, mi piacerebbe, anche a partire dalla tua esperienza personale, capire meglio quello che succede all’interno della società palestinese.

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2441
Continuo: distinguere i movimenti come Hamas, molto fondamentalisti senz’altro, dall’appartenenza o dal legame con la religione, perché la maggioranza delle donne — e anche degli uomini — si dichiarano musulmani, ma c’è una bella differenza, ovviamente, tra essere musulmani ed essere seguaci di Hamas.
Anche se, ricordo adesso — questo è un ricordo un po’ più lontano — quando fui con altri gruppi osservatrice internazionale durante le elezioni del 2006 a Gaza, dove poi vinse Hamas, mi ricordo che effettivamente c’erano anche tante donne che, anzi, erano interessate a un rapporto con noi, con noi che venivamo da altri paesi. Loro, le donne, dicevano che a modo loro, a modo loro, poi, naturalmente è tutto discutibile, si dichiaravano femministe. Come troviamo anche in altri paesi dove c’è un’immigrazione araba e musulmana, molte donne si dichiarano femministe e a modo loro lo sono, mantenendo però aspetti che in Italia, anche da una parte del femminismo — secondo me erroneamente — sono accusati di subordinazione, come il fatto di portare il velo.
Ecco, il fatto di portare il velo in realtà ha molte motivazioni: può essere un’imposizione della famiglia, o può essere, in molti casi, un segno e una volontà di mantenere e di esprimere la propria identità, soprattutto nell’immigrazione nei paesi europei.
Riguardo a Hamas, va detto che, come ci raccontano molte di queste donne, e come io stessa ho visto, l’emergere di Hamas è andato avanti di pari passo con l’intensificarsi dell’occupazione israeliana: più si è intensificata la stretta di occupazione, apartheid, restrizioni alla libertà di movimento, eccetera, e più Hamas ha guadagnato terreno. E al contempo, non essendoci una risposta energica dalla politica della stessa Autorità Nazionale Palestinese, che è un soggetto formalmente laico (anche se denunciano che anche lì si è accentuato il conservatorismo), tutto questo ha favorito l’avanzata di Hamas. Non a caso, Hamas ha vinto nel 2006, raccogliendo molti consensi non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania.
Quando leggo, per esempio, l’intervista a Samar Hawash, una donna abbastanza giovane di Nablus — che è una delle città più conservatrici e tradizionaliste, ma anche una delle più belle — lei dice: “Il nostro femminismo è diverso da altri; per noi la lotta contro l’occupazione è sempre centrale, ma si accompagna alla lotta per i diritti delle donne come cittadine. Ci considerano con l’oppressione patriarcale.” Negli anni ‘80 non se ne poteva parlare: si pensava che i panni sporchi si lavassero in casa. Negli anni ‘90, con l’Autorità Palestinese, ancora si riteneva che l’uomo dovesse essere tutore della donna; questo poi è stato cancellato, ma tutt’oggi esiste il delitto d’onore, e finora è stato rifiutato di cambiare il diritto di famiglia. Penso che quelli dell’Autorità Palestinese siano troppo vicini agli islamisti, e questo si riflette nella mentalità pubblica e nell’opinione comune.
Le avevo chiesto: “Quindi tu sei contro Hamas?” E lei ha risposto: “No, penso che Hamas abbia diritto a far parte del sistema politico. La loro vittoria nelle elezioni del 2006 è stata una sorpresa, ma la divisione politica tra palestinesi è un grande problema, come lo è il comportamento della NP, che più di una volta ha usato violenza contro chi manifestava a Ramallah.”
E ancora, diceva: “Noi donne abbiamo cercato una piattaforma per il dialogo, ma siamo state fermate dagli uomini.”
Ecco, questo per dare l’opinione di una donna, un’intervista di circa un anno e mezzo fa, che lavora con le donne sul piano del lavoro, sociale più che strettamente politico.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2442
Molto chiaro, molto chiaro.
Hai toccato un altro
punto, che cos’è la NP? La NP è l’Autorità Nazionale Palestinese.
Hai toccato un altro punto che si ricollega con la prossima domanda. Nel senso che diciamo che c’è un discorso, soprattutto in Occidente, che viene molto strumentalizzato anche da Israele stesso, e che io definirei quasi un tipo di ‘suprematismo liberale’ o ‘suprematismo umanitario’, non so come lo si possa chiamare esattamente.
È come se una certa concezione di diritti umani, una certa concezione di ciò che dovrebbe essere la liberazione della donna, di ciò che dovrebbe essere la democrazia e così via, di fatto legittimasse ciò che vediamo a Gaza: legittima genocidi, massacri, e la considerazione che ci siano persone che vivono esperienze diverse, ma che vengono considerate come non accettabili. In questo modo, almeno nel discorso propagandistico e retorico, si giustifica anche la possibilità di sterminarli.
Quindi la mia domanda è: cosa possiamo imparare? Nel libro si parla, ad esempio, di un incontro nel 2022, un forum delle donne a Gaza tra donne italiane e palestinesi. Cosa possiamo imparare dalla lotta di persone che vengono stigmatizzate e, nel discorso generale, tacciate di portare avanti un messaggio che non è legato ai diritti umani o alla liberazione femminile, e nemmeno alla liberazione umana?
Cosa possiamo imparare e che ruolo possiamo avere in Occidente per cercare di modificare questo discorso e trovare dei modi per rendere il discorso femminista veramente universale, e non esclusivo a ciò che noi riteniamo debba essere?

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2443
Beh, non sono sicura di aver capito bene tutto quello che hai detto, particolarmente non mi è chiaro il punto sulla legittimazione dello sterminio delle persone. Quello non l’ho veramente compreso bene, quindi magari poi me lo spieghi.
Hai ricordato una cosa, però, un’esperienza veramente molto bella e speciale che è stata, appunto, nel 2022: la partecipazione al Forum delle donne a Gaza. Questo forum è stato organizzato dalle associazioni locali di donne palestinesi di Gaza, e coordinato in qualche modo da una nostra compagna, Amelli, che era la direttrice del Centro di scambio culturale palestinese in Italia, chiamato Centro Vittorio (dal nome di Vittorio Arrigoni, un nostro compagno e amico che fu ucciso proprio a Gaza).
È stata un’esperienza abbastanza sorprendente perché, in quei tre giorni, abbiamo incontrato più di 200 donne palestinesi, per la stragrande maggioranza giovani o giovanissime, che volevano confrontarsi apertamente su tanti temi. Abbiamo discusso di tutto, anche di questioni come la violenza contro le donne e le molestie sessuali. Avevamo organizzato un workshop intitolato ‘I panni sporchi non si lavano in famiglia’, che trattava proprio di questo e incoraggia una discussione molto aperta.
Si è parlato poi anche di lavoro, creatività, e abbiamo conosciuto donne molto brave, come ad esempio nell’associazione “Non siamo numeri,” specializzate nel campo della fotografia e dei social media. Erano bravissime: le italiane arrivate lì per insegnare si sono rese conto che le giovani palestinesi sapevano già fare molto meglio, sia in fotografia che nell’utilizzo dei social. Questo è anche perché Gaza, essendo una sorta di prigione a cielo aperto dal 2007, ha reso i social media il principale mezzo di comunicazione con il resto del mondo.
Cosa ci insegnano? Credo che sia fondamentale, quando si va in un altro paese, ascoltare e osservare veramente cosa succede. Queste donne ci insegnano che, anche in una situazione di oppressione come quella, possono trovare il modo di affermarsi a livello personale e collettivo. C’erano donne col velo e donne senza velo, perché quando si parla di Gaza si tende a pensare a un luogo oscurantista, ma queste erano ragazze molto disinvolte e colte.
In Palestina, l’istruzione e la cultura sono valori fondamentali. I genitori fanno sacrifici per mandare i figli, e le figlie, a scuola e all’università. Anzi, la percentuale di ragazze all’università è persino maggiore rispetto ai ragazzi. Certo, oggi la situazione è critica, sappiamo che molte università, scuole e centri culturali a Gaza sono stati praticamente distrutti, e la vita accademica è fortemente compromessa.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2444
Ti spiego in due parole sostanzialmente quello che intendo: è che, sostanzialmente, non so, quando si parla del fatto che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, che in Israele vengono rispettati tutta una serie di standard legati ai diritti umani, legati ai diritti delle minoranze, legati ai diritti LGBT e via dicendo, questa cosa su una stampa di cui non farò il nome, italiana ma generalista, sostanzialmente viene utilizzata, dal mio punto di vista, come una legittimazione del genocidio, sostanzialmente. Cioè, un po’ questo è il discorso della democrazia liberale come sistema che può portare letteralmente allo sterminio di popolazioni che non lo abbracciano. Questo è un po’ il punto.

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2453
Dentro la cosa delle italiane, perché un po’ questa triangolazione, diciamo, palestinesi, israeliane, italiane, era come avevo detto prima un po’ all’origine, no, anche delle esperienze di diverse di noi, come dico sempre, della nostra età, di diverse di noi in Palestina e in Israele al tempo del campo di pace. Quindi ci sembrava che questo fosse da riprendere in qualche modo, anche se non l’abbiamo fatto con l’idea che questo, diciamo, apriva il discorso sulla base come fu, diciamo, come fu allora. Perché oggi la pace, che una sarebbe pure una parola, e che allora, come si diceva al tempo degli accordi di Oslo, veniva usata come parola di noi, anche non solo là ma tutti noi qua, anche come una parola simbolo e come una bandiera che abbiamo poi negli anni anche utilizzato molto contro, a proposito della guerra in Iraq, eccetera. Ecco, oggi, nella situazione in cui siamo, effettivamente è molto difficile. Se voi leggete il libro, vedrete che sia quando parlano le italiane, sia quando parlano le israeliane, anche le palestinesi, è molto presente, molto più che la parola pace, la parola giustizia. Perché effettivamente oggi la questione della giustizia, del riconoscimento dei diritti, del riconoscimento del diritto anche a vivere e a stare nella propria terra dei palestinesi, è talmente messo in discussione che chiaramente, diciamo, non si può dire “la pace”. Quale pace? La pacificazione magari a spese dei palestinesi che se ne devono andare, che so io, in Giordania, in Arabia Saudita? Quindi niente, lo dico per dire questo, che nelle interviste delle italiane, poi le prime tre, soprattutto, che sono quelle appunto della nostra generazione, la Raffaella Lamberti di Bologna, Luisa Vantini, con cui abbiamo lavorato tanto insieme, e Elisabetta Donini di Torino. Ecco, in queste tre cose vi troverete il percorso di questa storia un po’ del campo di pace, non solo di quello, ma anche delle relazioni che si sono costruite. Però per l’italia e, poi c’è molto interessante anche l’intervista di Marica Albelli, la direttrice del centro, che ha vissuto a Gaza per più di 25 anni e avrebbe dovuto tornarci, se non che appunto non è più rientrato, perché era per un certo periodo in Italia. Quindi, cioè, le interviste sono effettivamente tutte molto interessanti. A me è piaciuto moltissimo e non è un’intervista, è un intervento, quello della più giovane. A noi abbiamo cercato di mettere, sia per le palestinesi, e israeliane e le italiane, abbiamo cercato di mettere tutte le generazioni, fino alla gioventù, alle giovanissime. Insomma, dai 90 anni, la più vecchia palestinese ha 93 anni, e fino alle giovanissime. E io lì, al Forum delle donne, incontrai per l’appunto questa giovanissima Cecilia di Milano, che studiava anche lei musica, andammo insieme infatti al conservatorio di casa, con cui noi abbiamo lavorato e vogliamo continuare a lavorare per anni, per molti anni. E Cecilia diceva, dice una cosa bellissima che mi sembra una frase proprio che può essere molto buona per… e lei era la prima volta che veniva a Gaza, dice: ‘Quello che più voglio comunicare, parlando di Gaza e soprattutto in questo periodo, è la vita straordinariamente ordinaria che esiste e viene vissuta dai gazi e dalle gaze. Inconsciamente avevo, come penso molti, un’immagine assolutamente tragica della prigione a cielo aperto che è Gaza, e non che non lo sia ovviamente, ma concentrarsi solamente sulla narrazione drammatica delle condizioni in cui si vive a Gaza, a mio parere, contribuisce a disumanizzare i suoi abitanti e a vederli solo come vittime nel nostro personale spettacolo di miseria e oppressione. Ma Gaza è così tanto di più. C’è così tanto altro da raccontare, e io voglio raccontare i collettivi femministi, gruppi sportivi, il conservatorio musicale, edera bar sulla spiaggia, i ragazzi e le ragazze che vanno in università, realtà ordinarie che a noi sembrano così fuori posto nell’immaginario di Gaza, ma che esistono e vanno raccontate.’ E poi prosegue parlando di alcune delle donne che ha incontrato. Ecco, però queste mi sembrano delle parole bellissime su di una ragazza che per la prima volta, quando prima si parlava, ‘Cosa abbiamo da imparare, da insegnare?’, ecco questo primo rapporto tra una ragazza così giovane ed altre ragazze altrettanto giovani lì a Gaza e che le ha fatto dire queste cose mi è sembrata, mi sembra una cosa molto bella.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2454
E io, insomma, ringrazio tutti e ringrazio Alessandra per, insomma, per tutto quello che ci ha detto, per l’esperienza che ha condiviso con noi, per il libro, e per le chiacchiere, le opinioni che ci siamo scambiati. E niente, io, insomma, ringrazierei tutti ancora e vi auguro una buona serata.

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2450
Perché io non l’ho ancora letto questo libro, che mi interessa molto, della storia… non mi ricordo il titolo della ragazza, comunque di Gaza, che effettivamente penso che sia un libro molto, molto interessante. Quell’esempio che tu facevi, diciamo, del chean a Gaza, i ragazzini che fanno la… diciamo, si mettono, fanno gli israeliani e gli arabi, poi la parte debole che è considerata la parte debole, è interpretata, diciamo così, dalle ragazzine e quella forte, perché? Perché sono gli stereotipi così correnti, no? Perché quelli sono il modello. Israele è quello del maschio che fa la guerra, il modello… nel senso che tanto è anche la realtà: masco che fa la guerra, che si pone, che domina, è il potere, è il potere. Poi, non lo so, come vanno ste cose, questi… voglio leggere il libro per capire poi queste lotte, queste lotte, diciamo, riprese dai ragazzini, che sorte hanno e come vanno. Ecco, come vanno… però è interessante, sì, è interessante. Però ci rimanda, appunto, a questi stereotipi e ci rimanda poi, purtroppo, anche, come dicevi, a una realtà C… è così, anche se poi, sai, una realtà che è così, nel senso degli uomini che sono quelli, fondamentalmente, che decidono la guerra, che poi ammazzano tanti altri uomini, tra le altre cose. Però loro no, perché sono gli uomini di potere, sono gli uomini potenti, sono quelli che non vengono ammazzati, ma che ammazzano. E questo, cioè, quello che mi poi interroga è anche… anch’io ho pensato tanto, penso anche che, diciamo, se ci fossero più donne nei luoghi dove si decide, forse le cose sarebbero diverse. Ma ce ne vorrebbero più di più, ma tante di più. Perché se pensiamo alle donne pure che c’abbiamo intorno, pensiamo alla Commissione Europea, per esempio, ecco… non mi pare che sia una che abbia un atteggiamento, comportamento, pensiero, politica diversa. Anzi, mi sembra, come spesso accade, che le donne devono dimostrare di essere come e di più degli uomini. Nel suo caso, di più, nel peggio, però… ecco, di più nel peggio, perché non è una che abbia preso parola per condannare quello che fa Israele. Sto parlando di questo, per condannare quello che fa Israele. Mi pare, ecco, in quel caso, che siamo in presenza di un personaggio femminile veramente femminile, così, per modo di dire, dal punto di vista delle cose positive che tu dicevi o che uno attribuisce alle donne. Poi c’è anche da dire che, per esempio, sulla questione negoziati, presenza delle donne nei negoziati, parliamo negoziati internazionali, e anche, come diciamo così, di guerre, eccetera, esiste pure una risoluzione delle Nazioni Unite che mi pare che sia numero 13, 25 o 35, tre, forse non lo so, non mi ricordo benissimo. Però è questa risoluzione che, per l’appunto, prevederebbe che in ogni occasione di negoziato o anche di negoziato, diciamo, durante un conflitto, ma anche di prevenzione dei conflitti armati, ci debbano essere sempre una presenza numerosa di donne. Ecco, però è anche questa una di quelle risoluzioni dell’ONU che ha avuto poca, scarsissima realizzazione pratica. La percentuale, non lo so, ma è minima, è minima la percentuale delle situazioni in cui questo è stato applicato. Quindi, quindi non so. Quindi intanto il libro me lo leggerò, la ribelle di Gaza.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2451
Se non a delle donne che fanno una scelta politica… ecco, al femminismo e le attribuisco, sì, poi non lo so se magari pure qui sbagliamo, però vi attribuisco un indirizzo molto antiguerra e molto, però molto, come dire, molto egualitario, molto democratico, per lo meno favorire la democrazia.
Ecco, una cosa a proposito degli stereotipi che siamo combattuti… una cosa anche interessante: ci sono un paio di interviste di israeliane su questo, su questo libro, di cui una è una ragazza, proprio è stata in Italia di recente, molto giovane, che si chiama Sofia, or, perché aveva 18 anni al tempo, la quale è andata in galera per aver fatto proprio l’obiettore di coscienza, per aver rifiutato il servizio militare, cosa che, come sapete, dato che è assolutamente obbligatoria, è una cosa molto valida socialmente e comunque dal punto di vista della legge si va a galera.
Ecco, qualche mese, però si va a galera. E lei dice una cosa, sono proprio poche righe, molto bella. Lei dice: “Qui in Israele le donne che si arruolano nell’esercito considerano e sono considerate dagli altri come se stessero compiendo un atto femminista, perché dimostrano di poter fare esattamente ciò che fanno gli uomini. Ma in questo caso le donne non stanno solo lottando per la parità di diritti e contro l’oppressione, no, stanno lottando per il diritto di poter opprimere e fare violenza sugli altri, il che richiede loro di assecondare una mentalità tossica e molto stereotipata, ma maschile. Non vedo come lottare per il diritto di diventare un oppressore possa essere un atto femminista. Credo che il vero femminismo sia lottare contro tutti i sistemi oppressivi, tutti gli squilibri di potere, tutte le discriminazioni. Come ha detto Marco, l’ingiustizia, da qualunque parte si trovi, minaccia la giustizia ovunque.”
Ecco, questo mi sembrano delle belle parole che spiegano chiaramente, no, la questione appunto di che cosa sia il femminismo e di quanto sia sbagliato pensare che il femminismo voglia dire fare le stesse cose… ecco, questo mi sembra una cosa tassativamente vera.

Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2452
Ciao Alessandra, grazie. E tu hai parlato delle palestinesi, hai parlato delle israeliane, nel libro c’è una parte cospicua dedicata anche alle italiane. Mi piacerebbe che ci dicessi qualcosa anche delle italiane, delle parole delle italiane sulla Palestina e su Israele. Grazie.
Art for Gaza/ Alessandra Mecozzi/ Cgil/ Arci Joshua Como Albate/ 10 novembre 2024 SAM 2439
Sì, poi hai detto qualche altra cosa che però non ho capito bene. Non l’ho sentita, ho sentito molto male, è stato tutto molto confuso. Comunque, dicevo, il nucleo della questione rimane quello. Poi, intanto, hai dato un quadro generale della situazione, in Palestina, anche internazionale, diciamo così, alla luce delle elezioni di Trump, rispondendo alla tua domanda, cioè cosa significa, intanto, per le donne a Gaza, che purtroppo sono state uccise migliaia oggi. Quelle che sopravvivono, che lottano per la loro sopravvivenza e quella dei loro figli, sono le donne. Perché, come sappiamo, sono loro che continuano a occuparsi della casa e devono occuparsi anche di procurarsi un po’ di cibo, visto che il cibo scarseggia. Nel nord di Gaza, in particolare, le persone muoiono di fame, e devono anche cercare medicine, perché purtroppo le persone muoiono anche a causa di malattie e infezioni. È più facile comprendere la situazione, perché senza acqua o con acqua contaminata, è davvero molto complicato. Quindi, oggi, una donna a Gaza ha un doppio problema. Da un lato, deve cercare di occuparsi di se stessa, mantenendo un minimo di salute e igiene, e restando viva per prendersi cura dei suoi bambini. Dall’altro, si sforza di garantire loro almeno un po’ da mangiare e di sopravvivere in un contesto di miseria. Ci sono immagini terribili che qualcuno ha visto in televisione o sui social, dove si vedono donne che cucinano su un fuoco fatto con rami secchi, letteralmente tornando indietro nel tempo. Alle loro spalle, ci sono le sagome bianche dei cadaveri, coperti con lenzuola bianche, e che poi vengono seppelliti, quando è possibile. Quindi, la situazione per le donne è questa: cercare di restare in salute, mantenere la dignità di sé, e prendersi cura dei propri figli. È una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Quello che mi impressiona, personalmente, è che in una situazione catastrofica come questa, dove tutto è distrutto, case, edifici, e persino il patrimonio culturale, le donne continuano a vivere, nonostante tutto. Restano vive, si sforzano di far vivere anche chi sta loro intorno. Non so se questo ti basta per rispondere alla tua domanda.
No, direi che hai dato un quadro molto chiaro della situazione. Rimanendo su questo stesso tema, mi piacerebbe sapere cosa pensi della relazione tra la lotta contro l’occupazione, la lotta per l’indipendenza nazionale e la lotta femminista in Palestina. Come si combinano, secondo te, queste lotte? E ci sono difficoltà nel portare avanti le due istanze contemporaneamente?
Intanto, parliamo di tutta la Palestina, non solo di Gaza. Come dicevo, a Gaza la lotta principale è per la sopravvivenza e per rimanere nella propria terra. Ma il nesso tra la lotta per la terra e quella per la libertà, e la lotta contro il patriarcato, è sempre stato molto forte, sin dall’inizio. Parliamo di più di un secolo fa, quando c’era la lotta contro il mandato britannico, ma anche contro l’immigrazione ebraica che veniva favorita dai britannici. Già allora, gruppi di donne, esclusivamente donne, si mobilitavano contro il mandato e l’immigrazione. Loro facevano petizioni e organizzavano iniziative politiche contro l’occupazione britannica, e lo facevano come donne, indipendentemente dalle organizzazioni politiche del momento.
Allora, non parlavamo ancora di femminismo, ma c’era già un forte spirito di soggettività femminile. Le donne palestinesi hanno sempre cercato di combinare la lotta per la loro terra e per la loro indipendenza con una battaglia per l’autonomia femminile. Questo legame si è consolidato durante la prima intifada, nel 1987, quando, con altri gruppi femministi italiani, siamo andate in Palestina e in Israele a realizzare un campo di pace per donne israeliane, palestinesi e italiane. Non è stato facile, perché le relazioni tra di loro non erano semplici, anche se all’epoca c’era una speranza di pace e di costruzione di uno stato palestinese. Le donne palestinesi, pur appartenendo a diverse fazioni politiche, avevano una grande autonomia, sia nelle attività sociali come l’alfabetizzazione e l’assistenza sanitaria, sia nelle discussioni politiche sulla costituzione del nuovo stato, con un’attenzione particolare ai diritti delle donne.
Questa autonomia delle donne è rimasta forte anche nel tempo. Oggi, purtroppo, la situazione è diversa: la Cisgiordania non subisce i bombardamenti come Gaza, ma la violenza dei coloni israeliani, spesso supportata dall’esercito, è tremenda. Le donne palestinesi continuano a lottare, ma la fatica è aumentata, soprattutto perché la lotta contro l’occupazione e quella per i diritti delle donne si intrecciano in una situazione di difficoltà enorme. Le donne che fanno parte del movimento femminista ‘Talat’ (che significa ‘usciamo fuori’) continuano a lottare, ma affrontano un forte conservatorismo e una resistenza da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese e dei gruppi fondamentalisti come Hamas. Nonostante tutto, il legame tra la lotta per la terra e quella per la libertà rimane forte, anche se la strada da percorrere è sempre più difficile.

[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

