Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione
Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione il 30 novembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Celeste Grossi/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2739
Ringrazio tutta Sinistra italiana Lombardia e Sinistra Italiana Milano. Sono molto contenta di avervi qui, ringraziamo naturalmente prima di tutto Giuseppe Buondonno della segreteria nazionale di sinistra italiana che ha fatto un lungo viaggio da fermo per venire a partecipare a comizi d’amore per la scuola della Costituzione, ringraziamo naturalmente tutta la segreteria di sinistra italiana Lombardia e ringraziamo tutte le persone che ci hanno dato una mano per la buona riuscita di questa iniziativa e ringraziamo chi è qui in presenza per tenere un comizio d’amore e ringraziamo anche chi non ha potuto essere con noi ma ci ha tenuto a mandare un video come Marco Balzano, Raffaele Mantegazza, Daria Colombo e Roberto Vecchioni e anche Cristian Rimo che in questo momento è alla manifestazione per la Palestina dove molti di noi vorrebbero essere ma che si collegherà online tra qualche minuto e ringrazio anche tutte le persone che prima di tutto Marco Tatò che sta facendo tutti i collegamenti e sta mandando l’iniziativa sulla pagina Facebook di Sinistra Italiana Lombardia e Sinistra Italiana Milano ma anche Pietro Mezzi che ha collaborato con noi, Paolo Losco, Elena Comelli e soprattutto Giovanna Mezzatesta che ha lavorato per questa iniziativa fin dal primo momento e il senatore Pino Mani che prego di accomodarsi davanti qui tra i comizianti.
La scuola e l’università pubbliche sono luoghi dove la società educa a se stessa e questo la destra l’ha capito molto bene e anche per questo la scuola, l’università, la ricerca sono frequentemente sotto attacco e sono sotto attacco non solo da parte del governo di Giorgia Meloni e dei ministri Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione e del Merito, e Ann Maria Berlini, ministra dell’Università e della Ricerca, ma il loro soccorso arriva anche da Matteo Piantedosi, che è Ministro dell’Interno e che reprime nelle piazze il dissenso studentesco, Giancarlo Giorgetti, Ministro dell’Economia e delle Finanze, che propone nella finanziaria ulteriori tagli a un sistema dell’Istruzione già disastrato dall’assenza di investimenti, ma il governo si illude che questo disegno della riforma delle riforme a pezzi della scuola e dell’università della ricerca proprio perché a pezzi non siano riconoscibili e invece chi nella formazione lavora ha chiaramente riconosciuto che queste riforme continue attaccano il diritto ai saperi e le vuole svelare, le vuole contrastare. Noi siamo convinte e convinti che non è vero che non c’è un’alternativa e l’alleanza di studenti con addetti ai lavori, esponenti di reti, associazioni, intellettuali, artisti ci dà forza e ci fa pensare che un’altra scuola è possibile e la vogliamo costruire insieme. Per questo Sinistra Italiana sarà davanti al Ministero dell’Istruzione e del Merito il 7 dicembre a Roma e per questo Sinistra Italiana Lombardia ha organizzato oggi questo comizio di voci soliste, ma che alla fine formeranno un coro armonico. Abbiamo voluto molti interventi brevi e qui abbiamo Giovanna Mezzatesta che mi ha garantito che terrà i tempi in 4 minuti anche qui ciascuno potrà parlare poco, ma perché vogliamo toccare altrettante questioni calde. Sappiamo che molte altre oggi non riusciremo a prenderle in considerazione, ne nomino soltanto due che mi stanno particolarmente a cuore. Una è l’educazione alle relazioni e di genere in questo momento in cui Valara la considera una materia extracurricolare e non siamo sorpresi dal momento che il ministro, alla presentazione della fondazione Giulia Cecchettin, ha definito quella contro il patriarcato una lotta ideologica. E un’altra questione che mi sta particolarmente a cuore che purtroppo oggi non toccheremo è quella delle studentesse e degli studenti senza cittadinanza. Sono tantissimi nella scuola italiana, nell’università italiana. Abbiamo cercato di avere qui qualcuna di loro, purtroppo non erano oggi disponibili e noi abbiamo una visione di futuro per contrastare il mal di scuola in questi tempi neri di guerra e prima di tutto pensiamo che ci debbano essere degli investimenti nei saperi invece che nelle armi. No alla militarizzazione dei cuori e delle menti, anche dei cuori e delle giovani menti con gli eserciti che entrano nelle scuole, nelle nostre scuole. No alla criminalizzazione del dissenso come purtroppo è avvenuto ancora ieri durante la manifestazione di studenti ai margini della manifestazione dello sciopero a Torino. E pensiamo che si debba discutere e ottenere un diritto all’abitare e alla mobilità non solo per le studentesse e gli studenti, ma anche per tante insegnanti fuori sede. E pensiamo che bisogna dire con forza no alla scuola-azienda e alla privatizzazione delle scuole e della formazione, che bisogna costruire l’uguaglianza liberando le differenze, che l’istruzione debba essere gratuita dal nido all’università e che scuole, università debbano essere territori liberi dei diritti di tutte, di tutti, di tutto, perché chi taglia il sapere taglia il futuro, taglia il futuro di tutta la società, non solo quella delle ragazze e dei ragazzi che sono a scuola. Adesso passo subito la parola a Giovanna Mezzatesta e ci dirà come la nostra giornata prosegue.



Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Giovanna Mezzatesta/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2740
Allora, buon pomeriggio a tutte e a tutti. La suggestione pasoliniana del titolo mi aveva fatto venire in mente che le interviste cominciano con la domanda: ‘Ma lo sai come nascono i bambini?’ E allora mi chiedo e vi chiedo, compagni e compagni, sappiamo come crescono i bambini e le bambine, le ragazze e i ragazzi in questa nostra Italia? E nello specifico, che modello di educazione, di formazione e di istruzione vogliamo per loro? Vogliamo educarli ed educarle alla pace? Uno dei primi interventi sarà proprio sull’educazione alla pace. Vogliamo che siano dei cittadini e delle cittadine, non dei sudditi. Vogliamo che cooperino e non che competano. Vogliamo che crescano nelle nostre scuole, che acquisiscano spirito critico, che le loro competenze non siano finalizzate alle richieste del mondo. Vogliamo una scuola che sostituisca a ‘merito’, così come inteso dal ministro e dai suoi sodali, il significato latino del termine ‘merere’, in cui ‘meritus’, ovvero meritare, guadagnare, acquisire, meritare, come ottenere qualcosa che è tanto diverso da sgomitare per qualcosa, parafrasando il titolo di una bellissima canzone di Roberto Vecchioni, di cui più tardi sentiremo il contributo, ‘Sogna ragazzo sogna’, che credo tutti conosciamo. Sogniamo una scuola che metta tutti e tutte nelle condizioni di sapere, saper essere e saper fare, colmando i gap di partenza. Una scuola che tende all’uguaglianza, non all’equità. Alcuni di voi ricorderanno la vignetta dei tre bambini di diversa altezza che dovevano guardare al di là del muro e che l’uguaglianza delle cassette portava a essere sconnessi fra di loro, e per cui invece ci voleva… la vignetta è molto carina perché fa vedere questi tre bambini, il più piccolo con due cassette sotto, il medio con una cassetta, quello più alto non aveva bisogno di cassette per guardare al di là del muro. Questa dovrebbe essere la scuola che vogliamo, e questa è la scuola della nostra Costituzione. Questa è la scuola di cui parlava Calamandrei. Questi sono gli studenti e le studentesse che Antonio Gramsci esortava a studiare, organizzarsi e agitarsi. Uguaglianza e dare a tutti e a tutte le stesse cose, equità e giustizia in ogni situazione. Credo di averla fatta già troppo lunga, visto che devo far parlare gli altri. Comincio a presentare i primi interventi e, come sempre accade per chi fa degli interventi, ha parlato troppo. Ma dice: mi raccomando, contenetevi in 4 minuti. Quindi, cominciamo con Mario Turla, che è una delle colonne dell’Associazione Non Uno di Meno, che ha presentato e propone, e ha avuto successo in questa iniziativa appunto delle accademie di pace e dei progetti di educazione alla pace, oltre che essere un esperto di tante altre cose che ci dirà magari lui dall’anticiclone.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Mario Turla/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2742
Viviamo in un tempo pieno di conflitti economici e sociali, dove le disuguaglianze sono sempre più accentuate e con guerre sempre più vicine che ci coinvolgono sempre più direttamente. Allora mi è venuto un pensiero di una storia che avevo letto tanti anni fa e che mi ha toccato particolarmente. Siamo nella prima guerra mondiale, siamo nel 1914, siamo in Belgio. A un certo punto, sulle trincee, tanto simili a quelle che vediamo oggi in Ucraina, i soldati si fermano e improvvisamente non sparano più. Qualcuno urla, qualcuno canta, qualcuno manda un segnale, escono dalle trincee, cessano il fuoco e si incontrano in quello che viene chiamato la terra di nessuno. Sono francesi, inglesi, tedeschi, parlano lingue diverse, ma nonostante questo si incontrano, si guardano, si stringono anche la mano, accendono candele per Natale, intonano inni di Natale, magari gli stessi con parole diverse, con lingue diverse. Seppelliscono i propri caduti, pare che celebrano anche una messa, si scambiano i doni, pezzi di vestiario, alcuni dei bottoni della divisa per riportarli a casa. Qualcuno su questi fatti scrive anche delle lettere e un estratto di una di queste dice: davvero avresti stentato a crederci, eravamo in guerra, eravamo lì e parlavamo insieme, erano proprio come noi, avevano madri, fidanzati, figli, speranze e tutto questo che li aspettava al loro ritorno. E pensare che tra qualche ora ricominciamo a spararci. Ma è davvero possibile costruire un mondo pacifico, solidale? Le guerre nascono per il potere, ma le combattono sempre i poveracci che molto spesso non si conoscono nemmeno. Allora proviamo a innovare un’idea, no? Sembra quasi che la guerra appartenga all’uomo, no? E infatti si dice: ‘Finché c’è l’uomo, c’è la guerra’. C’è sempre stata la guerra, la guerra sembra una caratteristica che ha l’uomo. E allora, siccome il mondo deve andare avanti, ci dicono di innovare, dobbiamo innovare anche noi, concentrarci, proviamo a innovare anche noi, a concentrarci sul futuro, a tentare di vedere qualcosa di diverso da quello che ci hanno sempre insegnato e da quello che abbiamo visto e che stiamo vedendo tutti i giorni, i conflitti. Proviamo a risolverli col dialogo e vivere in questo piccolo mondo dove tutti quanti stiamo insieme. Ma per farlo dobbiamo costruirlo con l’opposto di quello che sta avvenendo, contrapponendo una cultura di pace al posto di quello che ci stanno insegnando nelle scuole ad oggi e ci stanno preparando in ogni luogo, nelle scuole, tra gli amici, al bar. In questa occasione rispetto a quella vecchia cultura e a quel vecchio modo di dire che… Grazie si. Continuiamo sullo stesso tema. Abbiamo Abramo Francescato che si presenterà da solo, ma che porta l’esperienza dell’animazione delle scuole nel comune di Como. Credo che Don sappia bene che cosa è la militarizzazione delle scuole in una città come Brescia, dove portano anche i bambini dell’asilo a Ghedi a vedere come funzionano, li portano direttamente alla Beretta. Certo, prego, Abramo Francescato.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Abramo Francescato/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2743
Buonasera a tutte e a tutti. So che ad un comizio sarebbe meglio parlare a braccio, ma io non sono in grado e quindi leggerò il mio intervento. La realtà di cui faccio parte, l’ARCI di Como, organizza da diversi anni percorsi di educazione alla pace e alla mondialità nelle scuole della nostra provincia. L’iniziativa più importante è senza dubbio la ‘Scuola Diritti Umani’, promossa dal Coordinamento Como per la Pace, del quale facciamo parte.
Ebbene, qualche mese fa, proprio mentre noi ci confrontavamo con studentesse e studenti sull’urgenza indifferibile del disarmo nucleare, sul bisogno ormai vitale di una drastica riduzione della spesa militare, sulla necessità della chiusura immediata delle fabbriche d’armi senza attendere una fantomatica riconversione al civile che nessuno sa e vuole fare, ecco che la Marina Militare Italiana entrava in quelle stesse classi di Como con grande dispiegamento di uomini, mezzi e risorse, e l’esplicito intento di reclutare nuovi soldati.
Potremmo limitarci allo sconcerto di uno stato che utilizza la prospettiva di una sicura occupazione, la promessa di belle divise, di alta tecnologia, di buone retribuzioni per adescare ragazzi e ragazze, spesso legittimamente turbati dall’incertezza per il proprio futuro personale, e per indurli ad aderire ad un preciso immaginario militare che, al netto delle mistificazioni, quantomeno stride nella sua essenza con i principi costituzionali, con i principi della ‘Scuola della Costituzione’ di cui parliamo oggi. Ma questo certo sarebbe riduttivo, sarebbe insufficiente.
Porto un altro esempio: recentemente mi è capitato di assistere a una conferenza tenuta dagli alpini a bambini e bambine della scuola elementare. Il relatore si è soffermato sul coraggio e la gloria dei soldati italiani che hanno difeso la patria nella battaglia del Monte Ortigara, durante la Prima Guerra Mondiale. La mia famiglia viene dall’altopiano di Asiago, siamo veneti del Nord. Mio nonno, ad appena un anno, venne sfollato dalla provincia di Vicenza e condotto a Sciacca, in provincia di Agrigento, proprio per la guerra che il Regno d’Italia dichiarò all’Impero Austro-Ungarico. Avendo frequentato per una vita queste zone e sapendo che lì buona parte dei soldati è morta congelata, senza la benché minima gloria per conquistare o difendere quattro sassi, potrei limitarmi alla costernazione per la facilità con cui si possono diffondere nella scuola pubblica propaganda e falsi storici. Potrei limitarmi a stupirmi che nel 2024 ci tocchi vedere dei bambini e delle bambine di 8 anni o poco più inquadrati in ranghi, con la mano sul cuore, con l’inno di Mameli sparato a tutto volume nelle orecchie, mentre gli attempati uomini in divisa fanno il saluto militare.
Ma questa costernazione e questo stupore sarebbero riduttivi. Potrei andare avanti a lungo ad elencare il campionario di episodi grotteschi di questo tipo che abbiamo raccolto sempre più di frequente in questi anni. Il punto è proprio quello che sarebbe un errore considerarli episodi. Essi sono tessere di un gigantesco mosaico. La domanda è: perché pare che solo le forze armate siano titolate a parlare nella scuola di qualsiasi argomento, dello sviluppo umano? Perché i progetti di ricerca universitaria, i finanziamenti, le borse di studio sono sempre più vincolati ad applicazioni di tipo militare? C’è un disegno preciso, un tentativo in atto di trasformare la scuola in una caserma, ed è del tutto coerente e conseguente al tentativo che non siamo riusciti a sventare di trasformare la scuola in un’azienda, di cui sono responsabili non solo le destre, ma anche i governi del Partito Democratico.
È in corso un’offensiva missionaria armata volta a instillare il germe del militarismo e della violenza nella cittadinanza fin dalle più giovani generazioni. Un tentativo di pervertire e prosternare alla guerra ogni aspetto della vita civile, politica, culturale ed economica del nostro paese. Come si evince dal lavoro meritorio, capillare e documentato che conduce quotidianamente l’osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, tale offensiva missionaria è condotta dal complesso militare-industriale, in primis da Leonardo, con i suoi capitali angloamericani, dalle forze armate, dai massimi vertici del governo italiano e dell’Unione Europea, anche attraverso fondazioni e associazioni collaterali più o meno istituzionali, più o meno riconoscibili. Soprattutto, tale offensiva è voluta e condotta dalla NATO.
Se è vero che lo scopo ultimo della sinistra nel suo complesso non dovrebbe essere tanto quello di rappresentare gli interessi del popolo, quanto piuttosto quello di mettere il popolo nelle condizioni di rappresentarsi e governarsi da sé, è urgente, ancor prima di indicare facili soluzioni che non abbiamo, uno sforzo pedagogico e un processo di riflessione e rielaborazione collettiva sulla storia, la natura e il ruolo attuale del Patto Atlantico, la più potente alleanza militare della storia umana, non più difensiva, ma come ben sappiamo potenzialmente offensiva ovunque i suoi interessi siano minacciati.
Mi avvio a concludere: a questi formidabili programmi di indottrinamento noi possiamo porre solo lo spirito critico, i valori della solidarietà e della fratellanza tra i popoli, la forza dell’esempio. La nostra azione poi deve prendere le mosse da ciò che non siamo, da ciò che non vogliamo. La nostra azione deve partire dal rifiuto della guerra, che è la negazione di tutti i diritti umani. Il nostro messaggio alle studentesse, agli studenti, ai docenti, al personale della scuola, ma anche a noi stessi deve essere inequivocabile: non credere, non obbedire, non combattere e soprattutto disertiamo! Disertiamo! Disertiamo! Grazie.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Donatella Albini/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2745
Si riduce del 2% dopo 6 anni di scuola primaria, si riduce del 13% dopo il diploma di scuola secondaria, si riduce del 25% dopo 18 anni di istruzione. La mortalità si riduce del 34%. Le persone adulte, di età superiore ai 50 e spesso ai 70 anni, beneficiano ancora degli effetti protettivi dell’istruzione. L’istruzione sviluppa, tra l’altro, un sistema più ampio di risorse sociali e psicologiche, contribuendo alla salute delle singole persone e della comunità. Questo lo dice il documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui determinanti di salute dell’agosto del 2022.
E in più, in conclusione, come afferma questo studio che è stato condotto dal Centro per la Ricerca sulle Disuguaglianze Globali, l’istruzione possiamo dire che salva le vite. Oppure, detto in altre parole, colmare il divario educativo significa colmare il divario di mortalità. E qui permettetemi una parentesi dolorosa, ma ve la devo dire: faccio parte dei sanitari per Gaza, seguo molto i bambini attraverso la rete dei medici palestinesi. In Palestina, a Gaza, i bambini non riescono neppure ad arrivare all’età scolare. I bambini che nascono prematuri, e c’è una prematurità che è tremendamente aumentata, non hanno neppure le culle termostatiche, non hanno energia. Se il grado di temperatura si abbassa, la mortalità di questi bambini aumenta del 23%.
Oggi che parliamo qui di scuola e di diritto alla vita e alla salute dei nostri bambini e delle nostre bambine, non possiamo non pensare e cercare di agire, per quanto possibile, anche su questo. Torno alla mia riflessione: ma è necessario cosiddetti ‘ricchi’ e cosiddetti ‘poveri’? Però non tutti nei paesi ricchi sono ricchi e nel nostro paese abbiamo quasi 1.300.000 minori in povertà assoluta, con incidenza massima al sud, ma anche 1 milione circa 200.000 giovani tra i 18 e i 34 anni in povertà assoluta.
Ovviamente, maggiore istruzione significa migliore occupazione, reddito più elevato e migliore accesso all’assistenza sanitaria, e quindi garanzia degli articoli 3 e 32 della Costituzione. Ma dai dati del 2021, questo è il primo dato: se noi non consentiamo a questi ragazzi, a queste ragazze, a questi bambini, a queste bambine un accesso a servizi di qualità, dall’educazione in poi, riduciamo le loro possibilità di buona esistenza. Dati del 2021: il 52% dei bambini italiani di 1 anno non consuma un pasto proteico al giorno. Quindi la mensa scolastica è fondamentale. Un pasto proteico equilibrato e di qualità rafforza le capacità cognitive e ovviamente lo sviluppo socio-relazionale. Quindi, contrasta non solo la povertà alimentare, ma anche la povertà educativa.
E parlando di salute, non possiamo non parlare di salute sessuale. Pensiamo solo all’impatto delle gravidanze precoci, alle tante giovani donne, soprattutto qui nel nostro paese, nella nostra Lombardia, all’abbandono scolastico da gravidanze precoci delle giovani donne e alle malattie a trasmissione sessuale. Ragazze, dati ISTAT dell’anno scorso: ragazze tra i 15 e i 24 anni in Italia hanno una prevalenza di malattie a trasmissione sessuale, in particolare clamidia, quadrupla rispetto alle ragazze più grandi, con una conseguenza sulla fertilità futura tremenda. Il vaccino antipapillomavirus, che dovrebbe essere quello che impedisce l’insorgenza delle lesioni preneoplastiche fino ai tumori del collo dell’utero, ha ancora una copertura molto bassa, 30-40%. L’Italia è uno dei pochi paesi europei, insieme a Bulgaria, Croazia, Lituania e Romania, nei quali l’educazione alla sessualità non è obbligatoria nelle scuole. Dobbiamo impegnarci su questo. C’è davvero molto da fare. C’è davvero molto da fare per ognuno di noi, a qualsiasi livello si stia impegnando, istituzionale e non, ma sempre con quello sguardo etico ed amoroso che hanno avuto le nostre madri e i nostri padri costituenti. Grazie.

Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Silvia Soldatesca/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2746
Sono partita dal bellissimo titolo di questa manifestazione di oggi, ‘amore’. L’amore è una parola bellissima ed è centrale quando si parla di salute mentale. Seguendo le parole del fondatore della psicoanalisi, per essere sufficientemente felici bisogna avere la capacità di amare e di lavorare. Amare e lavorare, intesi come atti generativi che ci mettono in relazione l’uno con l’altro e con noi stessi, attraverso un investimento di energia che ci spinge a sentirci non bastanti da soli, ma ad andare alla ricerca del nostro senso più intimo al di fuori di noi stessi.
Il lavorare, così inteso, non ha a che vedere col suo ritorno economico, ma col suo ritorno in termini di riconoscimento da parte dell’altro e quindi di valorizzazione di noi stessi. Saper lavorare per amarsi, amarsi e amare, come base necessaria per impegnare bene le proprie energie in un lavoro.
Una crepa si è di recente aperta in questo duplice meccanismo che conduce al benessere psicologico, in quella che è definita da alcuni studiosi come un’epidemia di salute mentale tra i più giovani e le più giovani. Di questo ci parlano i ragazzi e le ragazze che ascoltiamo ogni giorno nei più vari contesti di cura. Queste sono le aree in cui emergono le vulnerabilità più evidenti, quei giovani e quelle giovani contemporanei che soffrono, sembrano disorientati e poco capaci di muoversi lungo queste due coordinate: amare e lavorare.
Infatti, non sono capacità di cui siamo dotati dalla nascita, date una volta per tutte, ma si sviluppano attraverso l’esperienza nel corso di tutta la vita, soprattutto dall’infanzia all’età giovane adulta. Per questo la scuola, luogo primario e potenziale di socialità e apprendimento, dovrebbe costituire lo spazio pubblico per eccellenza in cui studenti e studentesse possano iniziare a sperimentarsi.
E così, cos’è che ci raccontano? Ma sul lavorare ci dicono che è stato forse preso un abbaglio. La scuola si è assunta il compito di preparare al mondo del lavoro, nel senso più realistico del termine. Più derivativo, spesso un po’ da milanese imbruttito, diremmo da queste parti, insegnando cioè che l’unica cosa che conta è il risultato, che meglio soli, veloci che insieme, è lontano. Che il merito è pura questione aritmetica e che non c’è spazio in questo per la considerazione della storia e delle possibilità di ciascuno e ciascuna.
Il fraintendimento è andato talmente in là da portare proprio a lavorare studenti e studentesse con l’alternanza scuola-lavoro e con provvedimenti che nascono dall’idea che è fondamentale che i giovani e le giovani imparino a valorizzare l’iniziativa economica privata come un valore significativo.
Tutto ciò non solo mistifica il mandato istituzionale e costituzionale di questo luogo, ma ha portato anche a tre casi di morte insensata. Sull’amare, tanto è stato detto, soprattutto intorno al 25 novembre viene chiesto da più voci insistentemente, dai giovani e dalle giovani stesse, che un percorso strutturato di educazione affettivo-sentimentale e sessuale venga inserito nella programmazione scolastica nazionale, finché esiste, a partire dalla primaria.
Cosa viene risposto? Si è optato per un percorso di Soft Skills ad adesione volontaria. Per carità, meglio le soft skills delle manifestazioni scolastiche di Military Fitness con tanto di cerimonia dell’alzabandiera. Ma come si fanno a insegnare l’empatia e le relazioni efficaci, due tra le più importanti soft skills? L’empatia, il saper stare in relazione, sono certamente fondamentali, ma si insegnano non con le lezioni frontali o con le slide. Si imparano dall’esperienza, dall’osservazione ripetuta e prolungata nel tempo.
Ecco cosa dovrebbe fare la scuola per promuovere salute mentale e felicità tra i suoi abitanti: prima di tutto interessarsi di queste cose, mettere al primo posto la crescita e la scoperta di sé, delle proprie potenzialità e dei propri limiti, più che l’accumulazione di conoscenze; favorire un approccio alla vita e alla relazione cooperativo, non competitivo; fornire modelli di passione ed impegno, di accettazione degli inciampi e dei fallimenti come occasioni preziose per imparare, non come motivi di vergogna e svalutazione.
La scuola, cioè, come luogo di incontro, come comunità desiderante, in cui esplorare sé e gli altri, in cui sentire e sbocciare il desiderio di essere parte attiva della comunità e di cercare il proprio posto nel mondo, qualunque cosa significhi.

Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Ilaria Lamera/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2747
Buonasera a tutti. Grazie mille per avermi dato la possibilità di intervenire. È sempre un piacere, un onore, poter avere lo spazio per parlare di questo tema che è il diritto all’abitare.
Io questa sera sono qui non solo come fondatrice del Movimento Tende in Piazza, ma anche come rappresentante di una generazione che non può più accettare compromessi sul diritto ad abitare e sul diritto allo studio.
Due anni fa, quando tutto è iniziato, io ero una studentessa, come tante altre, come In che è qui con noi stasera, e mi sono trovata travolta dalla frustrazione di una realtà insostenibile: affitti troppo alti per noi studenti, posti letto insufficienti, e in generale un’emergenza abitativa che colpiva non solo noi studenti fuori sede, ma migliaia di persone in tutta Italia e in molte altre città d’Europa.
Sono stata contattata da tantissime città, anche europee, e in particolare a Milano sentiamo molto forte questa emergenza abitativa. Milano che dovrebbe essere simbolo di innovazione e inclusione, invece è diventata la città più esclusiva d’Italia e tra le più esclusive d’Europa.
In piazza abbiamo deciso di portare questa emergenza agli occhi di tutti. Prima tutti sapevano, prima tutti soffrivano di questa problematica, ma non si aveva forse il coraggio di portarla a livelli più alti. Siamo riusciti, tramite i media, abbiamo anche avuto un po’ di fortuna, va riconosciuto, a portarlo a livelli più alti. Finalmente la politica ha iniziato a parlarne.
E visto che oggi è il 30 novembre, e ci avviciniamo al 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio, l’anno scorso proprio il 7 dicembre sono stata insignita dal Comune di Milano della benemerenza civica. E da allora, da quel giorno, mi è stato chiesto: “Che cosa è cambiato da quando hai messo la prima tenda in Piazza Leonardo Da Vinci?” A tanti verrebbe da dire: “Niente”. Ed è vero, dal punto di vista pratico, forse la situazione è anche peggiorata: gli affitti sono aumentati, i fondi pubblici del PNRR vengono investiti sempre più in iniziative private che usano l’abitare degli studenti e dei cittadini come lucro e non per garantire quello che nella Costituzione è un diritto.
L’articolo 34 della Costituzione ci dice che la scuola è aperta a tutti e che tutte le persone dovrebbero avere accesso al grado più alto di studio. E invece non è vero che non è cambiato niente. Se prima si aveva paura di parlare di questa cosa, se prima si accettava che “era così” e che cosa si poteva fare, alla fine le case private sono proprietà privata, ognuno può farne quello che vuole… No, invece no. Finalmente siamo riusciti a portare questo tema a livello nazionale ed europeo.
Visto che il nostro partito si chiama Alleanza Verdi e Sinistra, è un partito anche europeo, e per fortuna se ne parla anche a livelli più alti. E questo forse è per ringraziarmi, appunto, di avermi dato la possibilità ancora una volta di parlarne, per far sì che questo tema non finisca ancora una volta nel dimenticatoio, che se ne parli e che si costruisca insieme un’Europa in cui i giovani siano tra le nostre priorità per una società più inclusiva e più giusta.
Grazie mille.

Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Lucas Radice/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2749
Allora, io attualmente sono uno studente universitario del primo anno, però appunto ho preso il mio diploma di liceo classico a luglio, quindi la mia esperienza alle scuole superiori, fortunatamente, sarebbe un problema se non lo fosse, è ancora parecchio limpida. E questa memoria questa sera mi torna utile, e mi torna utile perché io vorrei condividere con voi una riflessione sul tema del diritto allo studio, appunto per rimanere in tema, siccome questi sono i comizi d’amore per la scuola della Costituzione.
Ci tengo a ricordare che il tema del diritto allo studio è sancito in maniera concreta, in maniera reale e in maniera approfondita all’interno della nostra Costituzione, e anche in maniera semplice e infrantendile, perché l’articolo 34 della Costituzione recita che la scuola è aperta a tutti e che l’istruzione inferiore, impartita per almeno 8 anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Queste parole sono abbastanza inequivocabili, eppure c’è ancora oggi chi non le ha del tutto comprese, oppure che fa finta, sceglie volutamente di non seguire questi insegnamenti, perché in questo paese c’è chi crede superficialmente che il diritto allo studio sia semplicemente garantire che nel territorio italiano ci siano delle scuole e che chiunque possa fare richieste e iscriversi.
Purtroppo, come molte cose, è un filino più complicata di così la situazione, perché chi sostiene questa visione quasi dimentica che diritto allo studio significa non solo potersi iscrivere a scuola, ma significa avere la garanzia di un’istruzione di qualità, significa non dover spendere centinaia di euro per i materiali scolastici, per i libri, per i trasporti. Significa quindi avere anche dei trasporti pubblici gratuiti per raggiungere le sedi scolastiche. Significa poter vivere la scuola come spazio sicuro, come luogo di cura, come spazio fertile per consentire la crescita di chiunque l’attraversi.
Insomma, il diritto allo studio è molto di più di come viene inteso oggi, soprattutto dai partiti di destra, e diciamolo, che sono proprio quei partiti che fanno di tutto per limitare questo diritto allo studio. Però non lo fanno da un principio di ignoranza. La destra che era al governo e che giorno dopo giorno cerca di smantellare la nostra Costituzione, per volerla smantellare l’hanno letta attentamente, sanno bene cosa significhi realmente garantire il diritto allo studio, ed è per questo che cercano a tutti i costi di impedire la concretizzazione di quell’articolo 34 che prima avevo letto.
Perché così come hanno letto bene la Costituzione, hanno anche ascoltato bene Berlinguer quando disse che se i giovani si organizzano e se i giovani si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano insieme ai lavoratori oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ignoranza. Hanno capito benissimo che l’accesso libero a un’istruzione di qualità per loro è pericoloso, perché l’istruzione è l’arma più grande che si possa consegnare nelle mani delle generazioni future. Mica l’alzabandiera o l’esercito nelle scuole. È l’arma più importante per raggiungere un cambio di paradigma, per poter tornare a sognare una società migliore e più inclusiva per tutte e per tutti. Questo la destra lo sa bene, ma mi permetto di dire che noi lo sappiamo meglio. Ed è proprio per questo che insieme continuiamo oggi con questa iniziativa. L’abbiamo fatto in passato e continueremo a farlo nel futuro a lottare per una scuola realmente pubblica, laica e solidale.
Grazie mille a Celeste.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Karin Niderjaufner/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2751
A tutte, a tutti, io volevo partire da una domanda: come sta il nostro sistema di istruzione? Come sta la nostra università? Attualmente sta male, è immersa in migliaia di difficoltà. Per capirlo, diciamo che possiamo partire da un paio di dati. Noi siamo il paese europeo che ha il minor numero, in percentuale, di studenti che raggiungono i gradi più alti di istruzione, quindi la laurea. In percentuale, siamo al 26%, a fronte di una media dell’Unione Europea che si attesta intorno al 41%. E in tutto ciò, come se non bastasse, siamo il paese che ha i sistemi contributivi universitari più alti, quindi gli studenti che pagano più tasse universitarie in tutta l’Unione Europea.
Ovviamente, il tutto si amplifica nella nostra regione, in Lombardia. In Lombardia la situazione è drammatica, e nonostante ci siano il maggior numero di università statali e non, non esiste comunque un ente unico per il diritto allo studio, lasciando sostanzialmente in capo ai singoli atenei tutto quello che riguarda quello che l’articolo 34 della Costituzione dice, ovvero l’assicurazione che tutti possano accedere ai gradi più alti di istruzione. Quindi, in un qualche modo, viene anche delegittimato quello che è la riforma del Titolo V della Costituzione, che lascia in capo alle singole regioni questa competenza, e lasciandola mutare in capo ai singoli atenei che, ovviamente, devono usufruire dei propri bilanci, che non sono comunque abbastanza.
Nel frattempo, ovviamente, la Regione Lombardia non si accontenta di tutto questo e continua a tagliare i fondi. Inoltre, abbiamo un’ultima novità riguardo la prossima legge di bilancio, in cui la Regione Lombardia decide di tagliare un milione di euro per quanto riguarda la residenzialità pubblica dedicata ai singoli atenei, alle singole università.
Per quanto riguarda la residenzialità pubblica, anche Ilaria l’ha citato: nella nostra Italia, nel nostro paese, riusciamo a coprire soltanto il 5% della richiesta di residenzialità universitaria pubblica, a fronte del totale del numero degli studenti fuorisede. Tutti gli altri, il restante 95%, sono costretti a ricorrere a forme di abitazione privata.
Nel frattempo, in tutto questo, quest’anno è stato estremamente drammatico per quanto riguarda l’università, perché abbiamo avuto anche un taglio di 800 milioni di euro per quanto riguarda l’FFO, che è il Fondo di Finanziamento Ordinario, il maggior polmone d’ossigeno per i bilanci degli atenei, che costringerà le università, soprattutto quelle più piccole, inesorabilmente a tagliare tutto quello che è, per i bilanci degli atenei, tra virgolette, accessorio, che sostanzialmente cos’è il diritto allo studio: le borse di studio, le residenze, e tutto quello che concerne, portando a un graduale smantellamento di quello che è il DSU.
Quindi dobbiamo chiederci: è questa l’università che vogliamo? Cioè, è l’università che non riesce a garantire un accesso equo a tutte e a tutti? Un’università che, invece che investire sul diritto allo studio, sceglie di investire nello sfruttamento delle nostre conoscenze per fini militari, per la guerra? Vogliamo continuare a parlare e a ragionare in quest’ottica di università, un’ottica di università che si basa su accordi “Dual Use”? Secondo me no. E secondo noi no, ovviamente, se siamo qui oggi a parlarne.
Quello che dobbiamo fare è continuare a parlarne, perché è un tema che è sempre stato lasciato in secondo piano. E dobbiamo continuare a chiedere un maggiore investimento in tutto quello che riguarda il diritto allo studio universitario, che non sono solo borse di studio, non sono solo residenze, non sono soltanto accessibilità di tipo economico, bensì è accessibile sotto tutti i punti di vista: sociale ed economica.
Grazie a tutti.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Massimiliano De Conca/ Mi/ 30 nov 2024 SAM 2753
Che da sindacalista voi vi aspettiate un discorso appunto di natura sindacale con quelle rivendicazioni sull’aumento dei salari, lotta al precariato, la valorizzazione delle professionalità, l’organizzazione del lavoro, e ritengo che queste siano tematiche che chiaramente sono un’emergenza e anche un’urgenza alla quale bisognerebbe dare una risposta. Però, come è stato sottolineato anche da chi mi ha preceduto, il tema fondamentale in questo momento che fa diventare queste domande un corollario è capire oggi qual è l’idea che abbiamo di scuola e azzardo a dire anche di società. E cosa vogliamo che sia o che diventi sia la scuola che la società. Per semplificare, visto che il tempo è tiranno, l’assunto di base che è già emerso adesso è quello che la politica oggi relega la scuola a un ruolo subordinato rispetto al mercato. Lo sto facendo molto semplice, poi cercherò di argomentarlo.
La politica ha favorito una trasformazione di un bene comune che è quello del sapere, della conoscenza, nostra della federazione lavoratori della conoscenza, appunto che comprende tutti quei settori, in un oggetto del mercato subordinato al mercato. Abbiamo ricordato la subordinazione dell’economia bellica. Possiamo ricordare tutti gli ingressi, adesso, nel discorso che ha fatto prima Carin. C’è anche il tema dell’abuso, adesso, del favorire le università telematiche, le università paritarie, perché è lì che poi si sta arrivando quando si va a deprivare. E dico che ha favorito perché, in un certo senso, anche noi che siamo gli attori all’interno della scuola, ci siamo adattati con una certa resilienza al fatto che… Ed è una critica interna come abbiamo gestito l’autonomia scolastica, cioè come abbiamo usato quello strumento che poteva essere potenzialmente di crescita delle possibilità pedagogico-didattiche, l’abbiamo trasformato invece in uno strumento di concorrenza fra scuole, un progettificio, i Tof, e così via. C’è una linea comune che chiarisce il fatto di questa subordinazione e la sua traiettoria. È una traiettoria, diciamo, quasi una retta che investe la riforma Moratti del 2003, dove c’era già il docente tutor, c’era già il portfoglio, cioè c’era già quell’idea che bisognava mettere insieme i cosiddetti “talenti” – e non la uso a caso questa parola perché quella che utilizza il ministro Valditara oggi – i cosiddetti “talenti” al servizio appunto del mercato del lavoro o comunque dell’occupazione, al quale si arrivava con il doppio canale o con le passerelle.
Chi era in quegli anni dirigente scolastico sa tutto quello che si doveva fare, soprattutto nelle scuole secondarie. Chi ci insegnava sa che c’erano queste passerelle che poi, dopo con la “Buona Scuola” nel 2015, sono diventate PCTO, l’alternanza scuola-lavoro, e così via. Perché dico che l’abbiamo accettato supinamente? Era comunque anche abbastanza resiliente perché noi abbiamo accettato l’utilizzo all’interno della scuola di un tessuto lessicale che è, di fatto, il sintomo di una scuola subordinata al mondo dell’economia.
Perché accettare oggi alcune parole significa che ormai non abbiamo la possibilità di sostituirle con altre? Gioco facile partendo dal “capitale umano”. Oggi è un termine che, tra l’altro, viene utilizzato per la prima volta a livello europeo con un documento del 2006. E da lì parte l’equazione, appunto, “alunni = capitale umano”. Ma questo tipo di concetto poi passa anche all’interno delle nostre politiche scolastiche, con Mario Draghi, con Patrizio Bianchi. Mario Draghi, tra l’altro, lo ha utilizzato espressamente nel discorso di insediamento del settembre 2021, quel famoso discorso in cui aveva confuso ITIS e ITS, per intenderci. E che cosa dice lui? Che il sistema scolastico… Sì, mi sta dicendo di chiudere… Però, dammi un attimo, il sistema scolastico deve rendere. Il tema è: come si fa a rendere l’istruzione più efficace? E qui c’è un altro inserimento dell’economia, che è quello dell’efficacia e dell’efficienza, che sono termini che rimandano alla qualità totale, al sistema Toyota. “Talento” è una parola che deriva dal greco e che significa “moneta”, così come “valutazione” deriva da una parola latina che vuol dire appunto “moneta”. Giovanna ha ricordato la questione del merito. Cioè, noi abbiamo una cultura di politiche scolastiche che è completamente intrecciata con termini che derivano dall’economia, e li stiamo accettando tutti.
La rivoluzione… Adesso, parlo di rivolta sociale. Pensiamo così, no? Sì, perché con il DDL sicurezza, voi sapete che in questo momento, secondo il DDL sicurezza, siamo tutti quanti da incarcerare, quindi andiamo con calma. Però la vera riforma sarebbe nel smantellare queste parole, per poter riacquisire un linguaggio specifico differente. Perché l’orientamento oggi è concepito come avvio, addestramento. Allora, io penso che… E lo troviamo poi in tutti i documenti, anche nelle linee guida, adesso si dice che l’orientamento è quello che serve per ridurre la dispersione scolastica, ma aggiunge: come far crescere negli studenti le competenze per collocarsi nel mercato del lavoro? Allora, qui la rivoluzione deve essere, a mio avviso, culturale e linguistica. La prima cosa da fare è sostituire la parola, per esempio, “valutazione” con “valorizzazione”. Lo diceva prima Silvia che “valor” è latino. È un termine tardo latino che sta appunto nel dare un valore, parla di capacità personali, parla di doti proprie. Parliamo non più di “alunni”, che fa riferimento a un verbo “alere” che vuol dire appunto nutrire, parliamo di insegnanti come quelli che mettono un segno in un percorso e non come quelli che incellano, graduano, valutano, mettono numeri, e così via. Parliamo di scuola come “scuola”, ma non per quella CG della FLC. Abbiamo introdotto il contratto qui chiuso come sindacalista, il termine di scuola come “comunità educante democratica”. È una perifrasi, però c’è tutto, perché se noi vogliamo dire che la scuola è quel luogo dove c’è un insieme di pensatori che si educano, anche qua la rivoluzione linguistica sta nelle innovazioni, per esempio digitali, eccetera eccetera, ma anche nelle privazioni. Ce lo insegna Orwell. No, tutte le riforme adesso non parlano più né di pedagogia né di didattica, non si ritrovano più. Comunità educante democratica è quel luogo dove, appunto, gli studenti, gli alunni e gli insegnanti si ritrovano per fare un percorso di crescita che fa crescere il valore complessivo di tutti quanti, non in competizione, ma in cooperazione. E alla fine parliamo anche di ruolo sociale della scuola e non di “mission”, perché sennò a quel punto stiamo parlando della scuola-azienda.
Grazie.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Christian Raimo/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2755
Allora, io riprendevo le ultime parole che sono state dette, provando a inserire un elemento in più anche sul che fare. E è chiaro che, diciamo, i tratti economicistici sono sempre più salienti e questo poi si sposa con una visione reazionaria, spesso alle volte cattolico-integralista, alle volte semplicemente reazionaria e, altre volte, selettiva, senza darvi… ma darviniana, sociale, eccetera eccetera.
Però farei due punti: uno riguardo al che fare, quindi alla prognosi, e un altro riguardo invece alla diagnosi. Partirei dalla prognosi e poi direi una roba in più sulla diagnosi.
Cioè, la prognosi, per che fare, avendo ascoltato gli altri interventi, qualche altro intervento era per me: bisogna raccontare quello che accade a scuola. L’unico modo, secondo me, per provare a intaccare questa reazione aziendalista, economicista, così ideologica e così grezza, anche approssimativa, è raccontare diversamente quello che accade in classe, quello che vogliamo. Proprio sviluppando delle capacità narrative.
Bisogna veramente rompere le retoriche. Rompere le retoriche, anche le retoriche progressiste, eh. Cioè, nel senso che le retoriche progressiste dell’autonomia, le retoriche progressiste del paternalismo, le retoriche progressiste dell’essere insegnanti in missione, le retoriche progressiste anche del sindacato che si batte… Perché, appunto, è chiaro che questo sindacato che si batte è un sindacato, purtroppo, debole.
Quindi non si può far finta… Bisogna in qualche modo raccontare veramente cosa vuol dire fare l’insegnante, cosa sono i consigli di classe, cosa sono i collegi docenti, cosa sono i consigli di dipartimento.
E essere un po’ meglio quella che è la coscienza di classe, quella che è un senso di affratellamento, quello che può essere appunto una visione che non è semplicemente quella di un manifesto anti-aziendalista con cui poi chiaramente ci riconosciamo tutti. Però è una sintesi che rischia di non tenere conto della possibilità che la pluralità di narrazioni, invece, comporta e coinvolge. Cioè, dobbiamo raccontare, raccontare sui giornali, sui blog, tra di noi. Cioè, dobbiamo raccontare quello che è la nostra esperienza, la nostra esperienza di sindacalisti, di persone di partito, di militanti, di bidelli, di insegnanti, eccetera eccetera.
Questo penso che sia quello che serva, perché altrimenti siamo solo una minoranza, una minoranza che ancora resiste, che ancora è capace di opporsi a un’egemonia evidentemente appunto molto aggressiva. Però siamo una minoranza, e invece dobbiamo essere una moltitudine. E dobbiamo darci… dobbiamo provare a mettere insieme e a convincere di far parte di questa moltitudine anche quelli che non fanno oggi parte di questa minoranza: colleghi che magari sono semplicemente stupefatti, persone che sono impaurite, persone che si fanno sole, persone che non hanno mai fatto politica, persone che hanno fatto politica ma non si sono… insomma, è molto tempo che non la fanno.
Quindi su questo penso che sia importante cercare di capire come fare un lavoro di coinvolgimento e penso che la cosa fondamentale sia raccontarsi e raccontare. Poi inserisco invece una cosa in più, piccola, sulla diagnosi.
Quando si parla di neoliberismo, di scuola neoliberista, insomma, si parla di una scuola che mette al centro appunto quest’idea del capitale umano. In realtà, appunto, il capitale umano è un’espressione coniata da Becker negli anni ’60 ed è… come dire… anche si è riuscito a pensare per un buon decennio, se non di più, insomma, la possibilità di mettere insieme lo sviluppo, diciamo, un’ideologia sviluppista che è anche quella dei comunisti, all’idea dello sviluppo del capitale umano. C’è stata questa possibilità. Poi chiaramente, come dire, negli anni ’80, ’90, il berlusconismo ha completamente distorto anche quest’idea sviluppista.
Ma diciamo, la scuola per come è oggi, e per come era anche stata delineata un po’ prima, non è una scuola semplicemente neoliberista. È una scuola che, come dire, ha posato una particolare versione del neoliberismo ed è il neoliberismo selettivo. Nel senso che l’idea è che la scuola debba fare semplicemente da filtro o, come avrebbe detto Bruno Chari nel ’72, deve fare l’inventario dei talenti. E quindi, il più possibile, deve cercare di capire come svolgere questa funzione di “matchare” le esigenze di un mercato del lavoro che è sempre più squalificato nelle mansioni, sempre più oppressivo nel sistema di dominio.
Invece, quello che la scuola pubblica ancora offre è… e quindi tutte le politiche di Valditara, ma anche i Fratelli d’Italia, anche buona parte del PD, anche di Italia Viva, vanno tutte in questo senso. Cioè, il nemico fondamentale di queste persone è… l’obiettivo polemico è il mismatch, cioè la mancata… il mancato incontro tra mercato del lavoro e offerta formativa. E su questo dobbiamo pensarci, cioè capire come questo si ribalta.
E per questo, per ribaltare questo, secondo me non basta semplicemente ricordare la Costituzione, ma occorre continuamente avere un progetto politico, sociale, economico, di società. Nel senso che nell’articolo 3 della Costituzione si dice che bisogna rimuovere gli ostacoli, quindi occorre essenzialmente rendere una società uguale, e quindi non occuparci del mismatch. Ma lo scopo, l’obiettivo di quella rimozione, è l’organizzazione sociale, politica, economica della società. E quindi dobbiamo immaginare un’organizzazione sociale, politica, economica diversa. Cioè, batterci per l’uguaglianza, ma immaginare anche cos’è un tessuto produttivo diverso, cos’è un’organizzazione sociale diversa, cos’è un’organizzazione economica diversa.
Cioè, questo mi sembra che faccia parte, eh, e sia fondamentale poi, quando noi andiamo contro la scuola-azienda, la scuola che pensa solo al mismatch. L’altra volta mi preoccupavo, non essendo una moderata, di moderare. Questa volta mi preoccupo di doverlo fermare, ma lo devo fare.
Ho finito. Grazie.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Roberta Mozzi/ Mi/ 30 nov. 2024SAM 2756
Alla manifestazione sulla Palestina, e adesso do la parola a tre assessori recentemente elette: Alessandra Fuccillo a Pavia, Maria Grazia Osnago e Roberta Mozzi a Cremona. Loro faranno un intervento davvero corale.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese. Parto dall’articolo 3 della Costituzione che, al comma 2, sancisce l’uguaglianza sostanziale dei cittadini. È in questa cornice che va letto l’articolo 34, e in questo senso l’enunciato “la scuola è aperta a tutti” non afferma semplicemente che tutti possono frequentare la scuola, ma che tutti hanno diritto di ricevere un’istruzione. Ecco perché Piero Calamandrei definiva la scuola “primo organo costituzionale”, perché è l’unica che può combattere l’ignoranza, il principale ostacolo sia alla partecipazione di un individuo come cittadino, sia al pieno sviluppo della persona.
Per questo abbiamo bisogno di una scuola che sia plurale, gratuita e inclusiva, obbligatoria già nella fascia 0-6, per rimuovere il prima possibile quegli ostacoli sociali, culturali ed economici che possono portare ad esiti negativi quando il bambino cresce. Se l’educazione rappresenta un diritto fondamentale, sarebbero necessari investimenti permanenti a partire dalla prima infanzia, cosa che il governo Meloni non fa. Come può intervenire, allora, un’amministrazione comunale? Sostenendo gli investimenti nell’educazione 0-6 per contrastare in ottica preventiva la povertà educativa di bambine e bambini, agevolando le rette per le famiglie, esternalizzando il meno possibile i servizi, assumendo educatori ed insegnanti e offrendo loro la formazione migliore. Perché l’accesso a un’educazione di qualità permette agli individui di affrontare un futuro con maggiore opportunità e con una maggiore coscienza dei propri diritti e di principi di libertà e uguaglianza.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Maria Grazia Caglio/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2757
La scuola che vorremmo è una scuola per tutti. È la scuola che nasce dalla nostra Costituzione, un sistema integrato di educazione e istruzione che si prende cura di garantire a tutti i minori, dal momento della nascita fino ai 6 anni, gli stessi diritti e opportunità. Un proverbio africano dice: “Per crescere un bambino ci vuole un villaggio”. Nelle nostre città e nei nostri paesi, i bambini hanno l’opportunità di incontrare il mondo frequentando il nido e la scuola dell’infanzia, ed è in questi luoghi che si stemperano le disuguaglianze economiche, culturali, etniche e di genere. Il confronto con un mondo più vasto, accompagnato da educatori e pedagogisti, aiuta i bambini a sviluppare emozioni e competenze.
Vogliamo che il sistema educativo per bambini da 0 a 6 anni non sia solo uno slogan, ma che debba avere continua attenzione riguardo agli investimenti culturali ed economici, e a scelte pedagogiche e politiche per incrementare i meccanismi educativi a vantaggio dei bambini. Vogliamo che venga promossa l’espansione dei servizi educativi per una prima infanzia di qualità in modo uniforme sul territorio nazionale, perché la frequenza ai nidi e il numero dei nidi sono molto disparati nel territorio nazionale, soprattutto tra nord, centro e sud, così da garantire a tutti i bambini e tutte le bambine il diritto a esperienze educative extrafamiliari fin da piccoli.
Vogliamo anche che il tema della conciliazione dei tempi del lavoro con quelli della vita familiare sia messo al centro della discussione politica. I servizi extrascolastici costituiscono un’opportunità di contribuire al diritto allo studio e alla frequenza scolastica degli alunni figli di lavoratori e lavoratrici fin dalla prima infanzia.
Chiediamo quindi che ai Comuni vengano garantiti i finanziamenti necessari a far fronte ai costi di gestione dei servizi educativi per la prima infanzia di qualità, al fine di rendere gratuita la partecipazione delle minori maggiormente svantaggiati economicamente, perché siamo consapevoli che i tagli previsti per i Comuni rischiano di mettere in crisi un sistema già fragile.
Chiediamo anche che, a livello governativo, venga affrontato un tema importante e fondamentale per la scuola che vogliamo: il finanziamento per un percorso educativo e di cura degli allievi con disabilità.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Alessandra Fuccillo/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2758
Io sono Alessandra Fuccillo, sono grata a Celestia, che ha organizzato questa serata perché mi ha permesso di conoscere meglio le mie colleghe. Abbiamo deciso di salire tutte e tre perché ci occupiamo della stessa cosa in città diverse e, quando ci siamo sentite e messe d’accordo, abbiamo scoperto che stavamo vivendo gli stessi drammi e gli stessi problemi.
Abbiamo parlato tanto di 06, perché quello è il comparto di cui i comuni si occupano, come sapete, ed è essenziale che già a partire da quell’età si cominci a lavorare su tutti i temi che voi tutti avete già presentato. Per questo non li ripeterò, mi concentrerò solo su un aspetto, come eravamo d’accordo, e cioè, come già anticipato dalla compagna assessora Silvia Soldatesca, l’educazione sessuale affettiva non è una fissazione della sinistra, è un’esigenza. È un’esigenza delle famiglie, ce lo chiedono i genitori, è un’esigenza degli adolescenti che frequentiamo, pure occupandoci solamente di 06, ma in realtà, nell’ascolto della cittadinanza e della comunità educante, noi parliamo e sentiamo anche le altre scuole. La comunità educante percepisce, per esempio, nel mio comune che si è cercato di proporre progetti alle scuole di ogni ordine e grado, curati da associazioni specializzate.
Il freno solitamente è ideologico: quando le associazioni che propongono questo tipo di attività sono associazioni che hanno a che fare con la comunità LGBT, chiaramente tutto si ferma. Ma in maniera totalmente assurda, sbagliata, scomposta. In realtà, le ricerche dicono che l’educazione sessuale affettiva si può e si deve iniziare già dalla scuola primaria. Ci sono degli esperti che questo fanno. La comunità LGBT+ non è un pericolo per i nostri bambini, ma sono persone che riescono a lavorare sull’alfabetizzazione emotiva, anche a livello primario. Questo è importante, perché c’è un’atrofia emotiva tra i nostri ragazzi. Come ho detto, e se la portano dietro tutta la vita, fino all’età adulta.
Per cui, questo è un punto sul quale stiamo cercando di spingere moltissimo, e crediamo ovviamente che tutte le indicazioni di Valditara vadano incontro invece a una scuola algida, punitiva, una scuola dell’eccellenza che non serve a nessuno, a nessun bambino, a nessuna bambina, a nessun ragazzo, a nessuna ragazza. Quindi io vi prego: lavoriamo su questa consapevolezza, lavoriamo con i genitori, perché all’interno dell’autonomia scolastica anche la comunità dei genitori può avanzare forti richieste e, insieme a un’amministrazione che ci veda lontano, può collaborare e superare gli ostacoli ideologici che, invece, vengono dall’alto.
Questi divieti continui, secondo me, vanno proprio a ledere il desiderio, come concetto proprio. Noi viviamo nel desiderio: il desiderio di autodeterminazione, il desiderio di essere liberi, il desiderio di imparare, il desiderio di essere vivi e vive. E questo i ragazzi, soprattutto gli adolescenti, lo sanno. Dico l’ultima cosa: quando nel mio comune abbiamo provato a fare degli eventi sull’educazione sessuale affettiva, sulla gelosia, sulla violenza di genere, i ragazzi stanno attenti per tre, quattro, cinque ore, e se partecipano, se li si interroga, loro hanno moltissimo da dire. Quindi, non c’è più tempo. Educazione sessuale affettiva subito, fatta da esperti, certamente, ma dalla scuola primaria in poi. Grazie.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Katia Marzano/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2760
La scuola dell’infanzia è una preziosa risorsa per la formazione dell’individuo e del cittadino. Come diceva Maria Montessori, un cittadino che sia rispettoso delle regole, rispettoso dell’altro, che sia solidale, che impari ad essere accogliente e che sperimenti nella relazione con l’altro dei valori. Proprio perché sono questi gli anni dell’imprinting che si dà al bambino, da un punto di vista educativo, è necessario e di alta responsabilità favorire lo sviluppo di quei processi che non sono solo educativi, ma anche morali, e che lo aiuteranno poi nel suo percorso di vita come individuo e come cittadino. La relazione, mi piace ripeterlo, è nella relazione con gli altri che i bambini imparano il rispetto, la solidarietà, l’accoglienza. Si impara nella relazione con gli altri, imparano a scambiarsi, ad aiutarsi reciprocamente e vicendevolmente.
C’è poi un aspetto che riguarda le pari opportunità: la scuola dell’infanzia non è la scuola dell’obbligo, ma si rilevano notevoli differenze ed è stato anche detto prima tra coloro che la frequentano e coloro che invece non hanno accesso. In Italia, se al nord c’è carenza, con conseguenti liste di attesa e classi numerose, ma questo è un discorso a parte, al sud è un’opportunità mancata che penalizza i bambini, le famiglie e le donne lavoratrici. I bambini sono affidati ai nonni, alle babysitter. Le cure dei nonni sono preziose, certamente, sono un valore aggiunto nella crescita affettiva, così come le cure delle babysitter sono delle opzioni utili e compensative, ma non possono ritenersi sostitutive. Non offrono le opportunità educative che solo la scuola offre. La scuola dell’infanzia, in questo caso, avviene infatti in esposizioni molto lunghe ai cellulari, permanenza davanti alla TV, ma anche la solitudine relazionale. Infatti, non possiamo pensare che una nonna rimanga per tutto il tempo a giocare con il LEGO, o a fare il gioco simbolico, o a fare i travasi con la sabbia, con la farina o con l’acqua, solo per citare alcuni momenti educativi.
E ora un vero e proprio comizio d’amore per la scuola dell’infanzia statale nella quale lavoro. Un’infanzia troppo trascurata dalle istituzioni e dall’opinione comune, viene chiamata asilo, scuola materna, se va bene, non viene valorizzata, non riconosciuta, non conosciuta. Oserei dire che le priorità sono infatti gli altri ordini, perché lo capisco, le problematiche e le difficoltà sono palesemente più visibili e a volte esplosive. Tuttavia, abbiamo detto che la formazione di un individuo avviene fin dai primi momenti di vita. Va da sé, quindi, che più si fortificano le radici, prima iniziano i processi evolutivi, più avremo individui emotivamente maturi, in grado di tollerare, ad esempio, le frustrazioni consuete, del fatto che si possa sempre trovare una soluzione, fiduciosi che ciò che si rompe si può ricostruire, in maniera diversa, sempre in maniera diversa.
I bambini, noi li vediamo ogni giorno, hanno 3 anni, hanno 4 anni, hanno 5 anni, a volte hanno 2 anni e mezzo per gli anticipatari, stanno insieme, si scrutano, imparano a conoscersi attraverso il gioco, il gioco che è la principale forma di apprendimento. Li vediamo giocare insieme, litigare, confrontarsi, accettarsi anche dopo un conflitto, fare la pace in modo naturale, anche dopo un morso, dopo un calcio, dopo uno spintone ricevuto. Piangono, urlano, tirano fuori la rabbia, magari ripagando alla stessa maniera, magari no, magari soffrendo in silenzio. Ognuno è diverso, ma dopo si è di nuovo pronti a confrontarsi, a giocare insieme, ad accettarsi realmente con le proprie diversità, con le proprie differenti abilità, differenti colori della pelle, differenti abbigliamenti, con i diversi ruoli interpretati e con i travestimenti indossati durante il gioco simbolico. Travestimenti e ruoli che non rispondono a nessun canone prestabilito e a nessuno stereotipo. E quindi vediamo Giovannino indossare la gonna e le scarpe col tacco, vediamo Anna farsi la barba, vediamo Giacomo col maglioncino rosa a scuola. Lo scambio dei ruoli è naturale, non ci sono pregiudizi. Iniziano a formarsi, sì, però c’è l’opportunità di sperimentare e di parlarne, ci sono domande, molte domande: perché Marco ha la coda, i capelli lunghi come le femmine? Perché Francesco ha due mamme? A queste domande noi rispondiamo, si discute, si sperimentano diverse possibilità. A scuola si fanno esperienze, tante, molteplici. Si fanno scoperte, si apprende, si cresce e il luogo dove si parla tanto lo sapete. Si fanno molte domande, si condividono sofferenze e gioie in un ambiente sicuro e protetto. Si parla di vita e di morte, si parla di malattia, sì, anche a questa età, quando si vivono certe esperienze e si portano a scuola. E quando un bambino ti chiede: “Maestra, perché la mia mamma è morta? La mia mamma è malata, quindi muore? La mia mamma è andata in cielo?” Qui entrano in gioco il ruolo e la responsabilità dell’insegnante. In quel momento si comprende che quella è un’occasione unica, meravigliosa, vorrei dire, e la risposta che dai o non dai, perché a volte basta un abbraccio, un approccio comunicativo non necessariamente verbale, senza improvvisarsi mamme o, peggio ancora, croce rossine. Sai che in quel momento quella risposta, quell’atteggiamento che hai, farà sicuramente la differenza nella vita emotiva e nella costruzione della fiducia del bambino, ma anche di tutto il gruppo che sta condividendo.
Per questi motivi, la scuola dell’infanzia e per tanti altri va protetta, amata, conosciuta di più e riconosciuta, supportata a tutti i livelli, con formazione del personale. Va supportata per l’alto valore formativo, educativo e sociale che riveste. Grazie.
Comizi d’amore per la scuola della Costituzione/ SI/ Marco Balzano/ Milano 30 nov. 2024
Buongiorno a tutti, sono Marco Balsano, faccio lo scrittore e sono anche stato un insegnante per 18 anni nella scuola pubblica. L’ultimo liceo dove ho lavorato è il liceo Bottoni. Anche per questo, e per una ragione affettiva oltre che professionale, raccolgo l’invito della preside Mezza Testa a lasciarvi questo piccolo contributo, queste riflessioni di qualche minuto.
Abbiamo scelto di intitolare questa pillola video ‘Se bambino fosse andato a scuola’. Bambino è il titolo del mio ultimo romanzo. È la storia di Mattia Gregori, detto Bambino, perché da adulto non gli cresce neanche un filo di barba sulle guance e quindi si porta dietro questa bellezza fanciullesca, che però contrasta col suo spirito violento, perché Bambino, sin da quando ha 20 anni, si aggrega alle camicie nere e diventa una delle più spietate di Trieste.
Perché abbiamo scelto di intitolare questo contributo ‘Se bambino fosse andato a scuola’? Perché a Bambino non piaceva andare a scuola, a Mattia Gregori non piaceva se non studiare scienze, ma della scuola non ne ha mai voluto sapere più di tanto. È un caso che diventi un violento? No, non è un caso che diventi un violento. I violenti sono rimasti a uno stadio pulsionale pre-educativo, che, diciamo così, non permette loro di far avvenire la relazione nello scambio pacifico della parola, dell’idea e del sentimento.
Noi su questo dobbiamo rifletterci molto bene, perché l’abbandono scolastico, le bocciature e tutto ciò che allontana drammaticamente dal mondo della scuola, anzi tempo, è un rischio di fomentare e creare una violenza ulteriore.
Ecco perché è così tremendamente importante che nella scuola, dopo che sono stati fatti a gran voce annunci sulla scia di femminicidi, omicidi e pagine che hanno colpito e ferito la nostra memoria, sia necessario che dopo questi annunci seguano delle cose che sono rimaste a punto zero. Dopo l’omicidio di Giulia Cecchettini, si è fatto a gran voce in quei giorni, se ve lo ricordate, una propaganda assoluta sul fatto che sarebbe immediatamente partita un’educazione civica da reimpostare. Ecco, non si è arrivati a niente, non ci si è mossi dal grado zero. Credo che non si sia mai fatto educazione civica, perché la scuola ha paura della politica. Mentre invece tutto è politica. La politica riguarda la polis, cioè regola il nostro stare tutti insieme nella maniera più pacifica e proficua possibile. La politica può non entrare e non deve entrare in senso partitico nella classe, in senso propagandistico, ci mancherebbe, ma che bisogna dare una formazione politica mi pare invece più urgente che mai, perché solo nel momento in cui io ho una concezione politica, posso avere una concezione civica, quindi di collaborazione allo stato, come dice l’articolo 3 della Costituzione, del resto.
Perché non si faccia educazione affettiva invece? È perché si è sempre sottovalutata per una serie di tabù, a volte di stampo cattolico. Sono laureato in lettere, non posso insegnare tutto, né ritrovarmi a insegnare tutto tra capo e collo. Questo sarebbe molto importante. E io credo che un insegnamento di queste materie non solo porterebbe i tanti bambini da quello stadio pulsionale a quello stadio educativo, ma anche da uno stadio di frustrazione a uno stadio di scambio, a uno stadio sentimentale.
Tutto questo andrebbe benissimo per poi aprire le porte su l’effettiva necessità di lasciare il sistema scolastico in termini e criteri valutativi ormai più che novecenteschi. O se invece la scuola è un posto dove noi possiamo imparare ad avere la concezione dell’altro, il rispetto dell’altro, del corpo, del nome, della provenienza e del profilo dell’altro, pretendendo implicitamente, mettendo in conto che questo fa sì che venga dato poi per rispettato il mio.
Grazie e buon lavoro a tutti.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Marco Balzano/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2764
I violenti sono rimasti a uno stadio pulsionale pre-educativo che, diciamo così, non permette loro di far avvenire la relazione nello scambio pacifico della parola, dell’idea e del sentimento. Noi su questo dovremmo rifletterci molto bene, perché l’abbandono scolastico, le bocciature e tutto ciò che allontana drammaticamente dal mondo della scuola anzitempo è un rischio di fomentare e creare una violenza ulteriore. Ecco perché è così tremendamente importante che nella scuola, dopo che sono stati fatti a gran voce annunci sulla scia di femminicidi, omicidi e pagine che hanno colpito e ferito la nostra memoria, sia necessario che dopo questi annunci seguano delle cose che sono rimaste a punto zero. Dopo l’omicidio di Giulia Cecchettini si è fatto a gran voce in quei giorni, se ve lo ricordate, una propaganda assoluta sul fatto che sarebbe immediatamente partita un’educazione civica da reimpostare. Ecco, non si è arrivati a niente, non ci si è mossi dal grado zero. Credo che non si sia mai fatto educazione civica, perché la scuola ha paura della politica. Mentre invece tutto è politica. La politica riguarda la polis, cioè regola il nostro stare tutti insieme nella maniera più pacifica e proficua possibile. La politica può non entrare, non deve entrare in senso partitico nella classe, in senso propagandistico, ci mancherebbe, ma che bisogna dare una formazione politica mi pare invece più urgente che mai. Perché solo nel momento in cui io ho una concezione politica, posso avere una concezione civica, quindi di collaborazione allo stato, come dice l’articolo 3 della Costituzione, del resto.
Perché non si faccia educazione affettiva invece? È perché si è sempre sottovalutata per una serie di tabù, a volte di stampo cattolico. Mi verrebbe da dire, non so nemmeno se questa parola esiste, o per una mancanza di preparazione del personale. Noi non dobbiamo vergognarci a dire che io sono laureato in lettere, non posso insegnare tutto, né ritrovarmi a insegnare tutto tra capo e collo. Tutto questo sarebbe molto importante. E io credo che un insegnamento di queste materie non solo porterebbe tanti bambini da quello stadio pulsionale a quello stadio educativo, ma anche da uno stadio di frustrazione a uno stadio di scambio, a uno stadio sentimentale.
Tutto questo andrebbe benissimo per poi aprire le porte sull’effettiva necessità di lasciare il sistema scolastico in termini e criteri valutativi ormai più novecenteschi. O se invece la scuola è un posto dove noi possiamo imparare ad avere la concezione dell’altro, il rispetto dell’altro, del corpo, del nome, della provenienza e del profilo dell’altro, pretendendo implicitamente, mettendo in conto che questo fa sì che venga dato poi per rispettato il mio.
Grazie e buon lavoro a tutti.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Raffaele Mantegazza/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2766
In Italia, negli anni ’60 e ’70, la scuola era molto diffusa ed era anche studiata in tutto il resto del mondo. La scuola di Mario Lodi, la scuola di Rodari, la scuola del movimento di cooperazione educativa, la scuola della democrazia, della Costituzione. Si scriverebbe però che coloro che hanno sempre difeso e sostenuto l’innovazione sono anche quelli che oggi vedono i genitori che mandano i bambini alla scuola primaria e vogliono che facciano solo schede, schede, schede, verifiche, verifiche, verifiche, crocette, crocette, crocette. Vogliamo che imparino a diventare competitivi, perché devono essere più bravi degli altri. Si scriverebbero anche alcuni colleghi insegnanti che, in questi anni, hanno fatto della scuola un luogo nel quale i ragazzi e le ragazze stanno male, stanno evidentemente male, e quando glielo si faceva notare, dicevano: ‘Eh vabbè, ma bisogna che imparino, bisogna che crescano, non posso mica essere delle mamme.’
Il ministro Vitara è la classica punta dell’iceberg, per usare una metafora banale e stupida. Ma l’iceberg è molto diffuso in questi anni: la scuola è stata oggetto di uno smantellamento di tutte le dimensioni pedagogiche. Dalla MAD (Modalità Alternativa Didattica) ai progetti buttati lì, come l’alternanza scuola-lavoro che poi è diventata un’altra cosa, che diventerà ancora un’altra cosa, come l’esame di Stato di maturità che cambia praticamente ogni cinque minuti senza una progettualità, senza un’idea di che cosa debba essere oggi un percorso che porti un cittadino o una cittadina italiana dai tre ai 19 anni e che idea di uomo e di donna deve crescere dentro gli istituti della scuola.
Ecco, questo tentativo di smantellamento della scuola come esperienza di vita, della scuola come allenamento alla democrazia, è stato portato avanti con grande tenacia e grande forza. La riforma attuale non fa nient’altro che mettere insieme, in modo barbaro, in modo francamente sconcertante dal punto di vista della mancanza di realizzabilità di alcuni temi, portare a compimento questo PON (Piano Operativo Nazionale).
Fortunatamente, però, c’è un punto debole: sono i ragazzi e le ragazze, i giovani e le giovani, sono i tanti studenti e studentesse che ci stanno dicendo molto chiaramente che loro non ci stanno. Non ci stanno, non vogliono starci. E purtroppo, a volte, il loro “non starci” si traduce in solitudine, in isolamento, in abbandono. Siamo ancora il secondo paese in Europa per abbandono scolastico nella scuola secondaria di secondo grado. E questo, evidentemente, non interessa al ministro. È chiarissimo che non gli interessi.
Eppure, i ragazzi stanno dicendo che non gli stanno, ma lo dicono anche attraverso prese di posizione, attraverso proposte di una didattica alternativa, attraverso proposte di cogestione della didattica e della vita quotidiana della scuola. Si sta giocando una partita, la partita è ancora aperta. Il principale nemico che dobbiamo affrontare non è il ministro, non è questo governo. Il principale nemico è la nostra rassegnazione, è il fatto di credere che ormai sia tutto finito. Ma sono i ragazzi che, tutti i giorni, ci dicono che non è così. Sono i ragazzi e le ragazze che ci dicono che la partita è ancora aperta. Dobbiamo giocare con forza, con tenacia, con coraggio, con la tradizione nostra, non violenta, che ci porta a non cedere mai alle provocazioni, a non cedere mai alla violenza, a non cedere mai ai personalismi dei nostri avversari. Ma dobbiamo anche tenere duro quando entriamo nelle nostre classi, guardiamo i nostri ragazzi e ragazze in faccia e vediamo che tutto è ancora da giocare. E visto anche il livello veramente infimo sul piano culturale di alcuni avversari, la partita può mettersi davvero in modo inatteso. Si può riaprire la strada per la scuola della Costituzione.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Raffaele Mantegazza/ Mi/ 30 nov. 2024
Ecco il testo corretto e trascritto:
Quanti iscritti avrebbe oggi un fan club del ministro Valditara?
E temo molti più di quanti pensiamo. Si scriverebbero sicuramente tutti coloro che in questi anni hanno voluto attaccare l’idea di scuola che in Italia, negli anni ’60 e ’70, era diffusa ed era anche studiata da tutto il resto del mondo. La scuola di Mario Lodi, la scuola di Rodari, la scuola del movimento di Cooperazione educativa, la scuola della democrazia, della Costituzione. Si scriverebbero coloro che hanno sempre difeso e sostenuto gli Invalsi. Si scriverebbero i genitori che mandano i bambini alla scuola primaria e vogliono che facciano schede, schede, schede, verifiche, verifiche, verifiche, crocette, crocette, crocette, perché devono imparare a diventare competitivi, perché devono imparare a essere più bravi degli altri.
Si scriverebbero alcuni colleghi insegnanti che, in questi anni, hanno fatto della scuola un luogo nel quale i ragazzi e le ragazze stanno male, stanno evidentemente male, e quando glielo si faceva notare dicevano: “Eh vabbè, ma bisogna che imparino, bisogna che crescano, non possiamo mica essere delle mamme”.
Il ministro Valditara è la classica punta dell’iceberg, per usare una metafora assolutamente banale e stupida, ma l’iceberg è molto diffuso. In questi anni, la scuola è stata oggetto di uno smantellamento di tutte le dimensioni pedagogiche, dalla M.A.D. ai progetti buttati lì, come l’alternanza scuola-lavoro che poi è diventata un’altra cosa, che poi diventerà ancora un’altra cosa, come l’esame di stato di maturità che cambia praticamente ogni 5 minuti, senza una progettualità, senza un’idea di che cosa deve essere oggi un percorso che porta un cittadino e una cittadina italiana dai 3 ai 19 anni, e che idea di uomo e di donna deve crescere dentro gli istituti della scuola.
Ecco, questo tentativo di smantellamento della scuola come esperienza di vita, della scuola come allenamento alla democrazia, è stato portato avanti con grande tenacia e con grande forza, e la riforma attuale non fa nient’altro che mettere insieme, in modo barbaro, in alcuni passaggi anche in modo francamente sconcertante dal punto di vista della mancanza di realizzabilità di alcuni temi, portare a compimento questo puzzle. Questo è stato un punto debole, ma per fortuna i ragazzi e le ragazze, i giovani e le giovani, sono i tanti studenti e studentesse che ci stanno dicendo molto chiaramente che loro non ci stanno. Non ci stanno, non vogliono starci. E purtroppo, a volte, il loro “non ci stanno” si traduce in solitudine, in isolamento, in abbandono. Siamo ancora il secondo paese in Europa per abbandono scolastico nella secondaria di secondo grado. Questo non interessa al ministro, è evidentissimo che non gli interessa.
Eppure i ragazzi stanno dicendo che non ci stanno anche attraverso prese di posizione, attraverso proposte di una didattica alternativa, attraverso proposte di una cogestione della didattica e della vita quotidiana della scuola. Si sta giocando una partita. La partita è ancora aperta. Il principale nemico che dobbiamo affrontare non è il ministro, non è questo governo, è la nostra rassegnazione, è il fatto di credere che ormai è tutto finito. Sono i ragazzi che, tutti i giorni, ci dicono che non è così. Sono i ragazzi e le ragazze che, tutti i giorni, ci dicono che la partita è ancora aperta. Dobbiamo giocare con forza, con tenacia, con coraggio, con la nostra tradizione non violenta che ci porta a non cedere mai alle provocazioni, a non cedere mai alla violenza, a non cedere mai all’aggressione personale dei nostri avversari, ma anche a tenere duro quando entriamo nelle nostre classi, guardiamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze in faccia e vediamo che tutto è ancora da giocare.
E visto anche il livello veramente infimo, sul piano culturale, di alcuni avversari, la partita può mettersi veramente in modo inatteso. Si può riaprire la strada per la scuola della Costituzione.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Tino Magni/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2768
Di me, ovviamente, però no. Mi sono chiesto cosa potevo dire, cosa potevo fare.
Ora, proprio sentendo anche l’ultimo intervento, mi pare molto giusto quello che lui diceva, Mantegazza, che la partita è ancora aperta. E la prima cosa che mi sono chiesto è che, diciamo, noi quando dovremmo affrontare un tema, cioè che è questo: contro la violenza, la rabbia, il disagio, l’oppressione, le disuguaglianze, esiste un rimedio potente, secondo me, che si chiama cultura, conoscenza, istruzione. Quindi questo è il dato. E quindi cambiare l’impostazione.
Ora, noi ci aspettiamo, quando si va a scuola, che uno impari a fare i conti, palline… cioè, giusto, tutte cose che bisogna fare. Il problema è che la scuola dovrebbe dare, invece, capacità critica, capacità ovviamente di conoscere, di fare le scelte, cioè dare, sviluppare una capacità di affrontare la questione delle disuguaglianze. Quindi questo è il tema. Ora, di fronte a questo, però—e voglio fare breve—è che noi siamo di fronte a una situazione che non è solo di questo governo, ma questo governo l’ha proprio deciso come impostare. Infatti ha cambiato il nome: non si chiama più “ministro dell’istruzione”, ma “ministro dell’istruzione e del merito”.
Questa cosa, ovviamente… qui ho sentito quelli più esperti di me, quindi non voglio fare il professore, ma prendo solo quello che è stato detto. Però, il fatto stesso che sia stato introdotto il merito, il problema è proprio che noi dovremmo produrre solo delle persone in funzione del capitale. Cioè, questo è il dato. Non il pensare, non il ragionare in modo che una società—che è una situazione complessa—debba dare risposte complesse ai problemi complessi. Quindi ci vuole capacità critica. No, il merito. E di questo merito hanno fatto un’altra cosa: hanno interrotto, ad esempio, il problema del voto in condotta. C’è una cosa che c’era quando io andavo a scuola, quando ero piccolo, cioè, ed era molti, molti, molti anni fa… voglio dire, si dava un giudizio anche su questo. Però, è un sistema, no? È un’idea. Questi hanno proprio questa idea: voto in condotta, perché distingue subito tra i “buoni” e i “cattivi”, cioè fanno subito questa selezione, quando sei già piccolo.
E hanno introdotto non la valutazione, ma il voto, il voto numerico. Eppure chi fa l’insegnante lo sa meglio di me: c’è un bambino, cioè, dipende da dove parte. Perché, se uno vive in una… diciamo, in una casa acculturata, che ha la possibilità di leggere fin da piccolissimo e via dicendo, entra con alcune conoscenze. Se uno, come me, che insomma non ha fatto molto le scuole, ha una difficoltà. Il problema è la misurazione. Secondo me, se uno parte da zero e arriva a 6, vale di più di uno che parte da 5 e arriva a 6. Cioè, voglio dire, non ci vuole molto. Credo che chi fa scuola lo sappia.
Questo togliere sostanzialmente lezioni, quindi la scuola come “asse sociale”… tutto questo, ovviamente, non c’è. E, addirittura, per fare questo, però—per fare una scuola come noi la pensiamo—servono personale, servono risorse, serve gente competente, cioè che possa dare il proprio contributo. Quindi, in termini di… cioè, insegnante come pedagogo, sono persone, in sostanza, che sono pagate poco. Cioè, la scuola italiana… tutti, cioè, in generale, gli insegnanti italiani sono pagati meno degli altri insegnanti degli altri paesi. Già questo, ripeto, non è colpa di Meloni, e basta, eh. Cioè, vuol dire che c’è un’idea diversa. E quindi superare questo dato, però, allo stesso tempo, ci vuole personale. Perché, per poter affrontare le disuguaglianze, non si può avere le “classi pollaio”. Bisogna avere, diciamo, le persone che permettono di avere classi più piccole, per poter seguire, e quindi elevare.
Quindi, contro le classi pollaio, invece qui dicono: “Anzi, 20 no, facciamone 25, così si selezionano da soli”. Cioè, questo è il dato, diciamo, fondamentale. Ecco.
Tutto questo per chiudere, perché sennò faccio troppo lunga. Il problema è: che cosa abbiamo fatto? Ovviamente, noi abbiamo presentato una proposta di legge, si chiama “Prossima”, cioè… quindi chi l’ha scritta, spiegherà meglio di me. Abbiamo presentato, ad esempio, un ragionamento sull’educazione sentimentale. Cioè, quindi, abbiamo fatto delle proposte. Ad esempio, in finanziaria, abbiamo chiesto che cosa? Noi abbiamo posto un problema: per fare questo, ci vogliono le risorse. Perché, a parità di costo… cioè, tutto viene a parità di costi, tu hai chiamato così… cioè, tu fai un disegno di legge, e sono invarianti i costi. Ora, noi invece pensiamo che ci vogliono delle risorse. Pensiamo che bisognerebbe passare in modo più elevato quelli che hanno un ISEE basso. Abbiamo fatto il calcolo che è possibile recuperare 15 miliardi. Abbiamo deciso che questi 15 miliardi: 10 vanno alla sanità e alla scuola. Questa è la proposta che noi abbiamo fatto.
Perché dico questo? Perché ho sentito prima gli enti locali. Anche qui bisogna che chi sta negli enti locali faccia la battaglia. La stiamo facendo, perché continuamente restringono i trasferimenti e le risorse ai Comuni. Costringono i comuni o ad alzare le tasse o a non dare i servizi, perché poi questo è il dato. Intanto, noi dobbiamo risolvere il problema di andare a prendere i soldi dove ci sono. Quindi, proposta precisa in finanziaria per fare che cosa? Per fare un fondo per la stabilizzazione del personale precario, gratuità dei libri di testo, gratuità dei viaggi di istruzione, gratuità delle mense, incremento del tempo pieno. Perché, come ho detto prima, cioè, nessuno deve essere escluso.
Questi sono, in parte, ora io l’ho fatto in pillole. Cioè, le proposte che facciamo, dal punto di vista di un’idea che abbiamo, ma nello stesso tempo abbiamo anche pensato come cercare di affrontare ciò, e quindi dare delle risposte concrete in termini anche di risorse.

Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Daria Colombo e Roberto Vecchioni/ SAM 2772
Ci avete messo vicino la parola amore che invece accostata a scuola va benissimo. Sì, perché scuola è amore, è amore per il futuro, è amore per la società, è amore per la democrazia, è amore per i nostri ragazzi, per le nostre ragazze e amore per quello che saranno domani, per quello che diventeranno. Ed è amore per la nuova società che i nostri giovani sapranno costruire. Beh, è l’amore che ogni insegnante deve portarsi dietro ogni volta, ogni giorno che entra in scuola, in classe. È questo, è l’importante. Vediamo, partiamo da una verità incontestabile secondo me: mica si va a scuola si insegna agli studenti per quando? Per come? Per quando dovranno diventare commercianti, industriali, che so io, stagnini, venditori di frutta, eccetera. Non è questo il compito della scuola. La scuola non insegna questo, la scuola insegna cosa significa essere uomini, uomini o donne all’interno di sé, cioè dentro il proprio animo, e insegna anche cosa significa essere uomini tra gli altri uomini, cioè quelli che vivono insieme a noi, come gli studenti vivono tutti quanti insieme, uno con l’altro.
Amore è un insieme, è un insieme di rispetto, di tolleranza, anche di coerenza, finché si può, certo, è un bagaglio faticoso naturalmente, però è leggero. E in questo modo gli studenti non vedranno mai la scuola e la vita, quindi, come un qualcosa strettamente personale, mio, che deve essere solo mio, come una battaglia praticamente. Ma come un palazzo, un palazzo da costruire tutti insieme, poco alla volta, piano per piano, e ciascuno secondo le competenze, e ciascuno secondo la propria dignità, perché questo è importante. Beh, la scuola dovrebbe imparare, si dovrebbe imparare a vivere come si dovrebbe vivere. Questo è il punto centrale. Il trucco, l’inganno, il tornaconto personale devono cedere il passo all’empatia, alla pazienza e anche alla solidarietà. Questo è fortissimo.
Beh, che poi la vita d’oggi trucchi le carte, di faccia il mazzo, deve importare poco. Lo studente deve possedere le armi per sapersi difendere da una situazione di questo genere e perché sa comunque di essere nel giusto. Una scuola selettiva capovolge l’umanesimo e ricetta all’amore, che invece dovrebbe essere e dovrebbe riempire la valigia che gli studenti si portano dietro per la vita.
Vorrei dire un’ultima cosa che riguarda questi tempi, questi tempi in cui assistiamo giorno dopo giorno, pezzettino pezzettino, a un impoverimento di questa scuola, della scuola che vorremmo, la scuola che ci ha raccontato Roberto, la scuola che vogliamo. Io personalmente non ho niente contro la parola “merito”, la parola che questo governo ha sentito la necessità di inserire nella nomenclatura del suo Ministero, questo termine. Però bisogna, voglio dire, stabilire cosa significa questo termine, appunto.
Innanzitutto, il merito va considerato tenendo conto di quanto un ragazzo può dare secondo le sue possibilità, il suo impegno e le sue inclinazioni. E inoltre bisogna anche considerare che il cosiddetto merito ha senso esclusivamente se ciascun studente, ciascuna studentessa parte dalla stessa base di partenza, colmando eventualmente le eventuali lacune.
Donne e uomini italiani, migrati, persone, ambienti e non studenti con capacità di apprendimento maggiori o inferiori, e via dicendo. Purtroppo, invece, a me pare che si stia facendo esattamente il contrario, che tali discrepanze di partenza, che a volte sono quelle che segnano per sempre una vita, le danno una direzione piuttosto che un’altra, stiano accentuandosi sempre di più, stiano diventando sempre più evidenti. E questo è esattamente il contrario di quello che dice la nostra Costituzione.
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Daria Colombo e Roberto Vecchioni/ 30/11/ 2024
Allora diciamo che la parola “comizi” è un attimino pomposa per un intervento di 34 minuti. Però dai, ci avete messo vicino la parola “amore”, che invece accostata a scuola va benissimo. Sì, perché scuola è amore, è amore per il futuro, è amore per la società, è amore per la democrazia, amore per i nostri ragazzi, per le nostre ragazze, e amore per quello che saranno domani, per quello che diventeranno. Ed è amore per la nuova società che i nostri giovani sapranno costruire. Beh, è l’amore che ogni insegnante deve portarsi dietro ogni volta, ogni giorno che entra in scuola, in classe. È questo, è l’importante.
Vediamo, partiamo da una verità incontestabile, secondo me: mica si va a scuola per insegnare agli studenti per quando? Per come? Per quando dovranno diventare commercianti, industriali, che so io, stagnini, venditori di frutta, eccetera. Non è questo il compito della scuola. La scuola non insegna questo, la scuola insegna cosa significa essere uomini, uomini o donne all’interno di sé, cioè dentro il proprio animo, e insegna anche cosa significa essere uomini tra gli altri uomini, cioè quelli che vivono insieme a noi, come gli studenti vivono tutti quanti insieme, uno con l’altro.
Amore è un insieme, è un insieme di rispetto, di tolleranza, anche di coerenza. Finché si può, certo, è un bagaglio faticoso naturalmente, però è leggero. E in questo modo gli studenti non vedranno mai la scuola e la vita come un qualcosa di strettamente personale, mio, che deve essere solo mio, come una battaglia praticamente, ma come un palazzo, un palazzo da costruire tutti insieme, poco alla volta, piano per piano, e ciascuno secondo le competenze, e ciascuno secondo la propria dignità, perché questo è importante.
Beh, a scuola bisognerebbe imparare, si dovrebbe imparare a vivere come si dovrebbe vivere. Questo è il punto centrale. Il trucco, l’inganno, il tornaconto personale devono cedere il passo all’empatia, alla pazienza e anche alla solidarietà. Questa è fortissima.
Beh, che poi la vita d’oggi trucchi le carte, rifaccia il mazzo, deve importare poco. Lo studente deve possedere le armi per sapersi difendere da una situazione di questo genere e perché sa comunque di essere nel giusto. Una scuola selettiva capovolge l’umanesimo e rigetta l’amore, che invece dovrebbe essere e dovrebbe riempire la valigia che gli studenti si portano dietro per la vita.
Vorrei dire un’ultima cosa che riguarda questi tempi, questi tempi in cui giorno dopo giorno, pezzettino per pezzettino, assistiamo a un impoverimento di questa scuola, della scuola che vorremmo, la scuola che ci ha raccontato Roberto, la scuola che vogliamo. Io personalmente non ho niente contro la parola “merito”, la parola che questo governo ha sentito la necessità di inserire nella nomenclatura del suo Ministero, questo termine. Però bisogna, voglio dire, stabilire cosa significa questo termine, appunto.
Innanzitutto, il merito va considerato tenendo conto di quanto un ragazzo può dare, secondo le sue possibilità, il suo impegno e le sue inclinazioni. Inoltre, bisogna anche considerare che il cosiddetto merito ha senso esclusivamente se ciascun studente, ciascuna studentessa, parte dalla stessa base di partenza, colmando eventualmente le lacune. Donne, uomini italiani, migrati, persone abbienti e non, studenti con capacità di apprendimento maggiori o inferiori, e via dicendo.
Purtroppo, invece, a me pare che si stia facendo esattamente il contrario, che tali discrepanze di partenza, che a volte sono quelle che segnano per sempre una vita, gli danno una direzione piuttosto che un’altra, stiano accentuandosi sempre di più, stiano diventando sempre più evidenti. E questo è esattamente il contrario di quello che dice la nostra Costituzione.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Giuseppe Buondonno/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2774
Mio, tanto ormai la prima parola d’amore del mio comizio d’amore che sarà breve, poi mi taglierà, è per tutte voi e tutti voi, perché stare un sabato quasi prenatalizio, diciamo così, insomma, ridosso di Sant’Ambrogio, un sabato qui è un atto d’amore per la scuola, è un atto d’amore per le ragazze, i ragazzi, le bambine, i bambini e per il loro futuro, che poi è quello per cui soprattutto chi ha la mia età o ancora di più è il motivo per cui ci alziamo la mattina e andiamo a lavorare, andiamo a scuola.
Ma il primo, il primo pensiero oltre a voi, l’altro pensiero io voglio dedicarlo per esempio… lo chiamerò Enrico, che è un mio alunno autistico e che afferma la sua personalità quando dico: “Ma, scrivi, scrivi queste cose!” E lui mi risponde: “Scrivere non fa per me”, e in qualche modo afferma un’identità, una volontà, il suo senso di libertà.
Oppure la chiamerò Gaia, che è una mia alunna del terzo, che però è nata in un corpo di maschio, ma vuole diventare femmina, si sente femmina e, come voi capirete, non è proprio presa quando parliamo della differenza tra il ciclo breto e il ciclo carolingio. Però è perché nel frattempo sta anche in una comunità, perché la sua famiglia è piuttosto violenta. Però quando ho capito che c’erano delle cose che potevano agganciarla, la mattina abbiamo introdotto come preghiera laica, rubando l’espressione della lettura del giornale, della lettura di una poesia di Franco Arminio, e Gaia si accende, le si accendono gli occhi, sente, si fa, la ripete.
Ecco, io faccio scuola da 30 anni e voglio continuare e non ci sarà nessun Vald Tara sulla faccia della terra che me lo impedirà a fare scuola, soprattutto per lellii. Più possibilità, più capacità, meno difficoltà, ce la fanno, mi ci troveranno, sanno che avranno un appoggio quando vogliono, ma di loro non c’è… diciamo, hanno meno bisogno di noi, hanno meno bisogno di noi. Io voglio fare scuola, soprattutto per loro, per i tanti ragazzi, per esempio, dislessici che sempre di più ci sono, perché? Perché in quel momento, tra i banchi, camminando tra i banchi di scuola, io, Giovanna, anche chi fa appunto la bidella, in quel momento ognuno di noi è il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione repubblicana. Il nostro compito è quello insegnare, far vivere una scuola. Significa rimuovere gli ostacoli alla realizzazione della persona umana. Questo è il senso del fare scuola.
Significa insegnare loro a scoprire se stessi, a conoscere se stessi. Noi non ci rassegneremo e non cederemo mai a diventare una società interinale che produce a destra mano d’opera per lo sfruttamento capitalista. Non lo faremo, e la nostra risposta l’ha detta Maurizio Landini: la nostra risposta è la rivolta. La rivolta civile, democratica, culturale, intellettuale, politica, umana, esistenziale. È la rivolta nello stare a fianco alle ragazze e ai ragazzi che vengono manganellati o denunciati, si occupano di una scuola mentre tu puoi tranquillamente trattare gli affari della tua regione, i tuoi affari privati, il tuo yacht miliardario e in galera non ci vai.
Stiamo dalla parte delle ragazze e dei ragazzi che occupano le scuole, stiamo dalla parte dei lavoratori che, quando serve, in nome del loro diritto, bloccano una strada. Stiamo da quella parte, perché dispiace per i ben pensanti, quelli, ve lo ricordate no?, vecchioli, non si offenderà, se n’è un altro, quelli che, anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti. Ecco, quei ben pensanti lì si spaventano quando sentono la parola “rivolta”. Ma la democrazia è nata dalla rivolta, la democrazia è conflitto, è battaglia, la democrazia è la capacità di far vivere, di incarnare quello che è scritto nella Costituzione. E nella Costituzione c’è scritto che gli esseri umani debbono avere le condizioni per poter aspirare alla loro liberazione, alla liberazione umana.
Ecco, a noi interessa una scuola che favorisca la liberazione e l’emancipazione degli esseri umani. Io non lo so, Enrico o Gaia, in che casella li dovrei mettere, in che casellina numerica li dovrei mettere? Come posso pensare che tutto questo si traduca in un merito astratto secondo una categoria indefinibile?
Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Giuseppe Buondonno/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2775
Come si può non pronunciare la parola rivolta di fronte a questo? Come si può, Vecchioni ti tradisco un’altra volta, non ricordarsi che c’è solo la strada su cui puoi contare? La strada è l’unica salvezza, diceva un altro che a Milano conoscete bene.
Ecco, io credo che stare in piazza, su questo, sostenere la battaglia che fanno le nostre compagne e i nostri compagni in Parlamento, significa anche ricordare, per esempio, che sì, non basta dire “anche per questo c’è bisogno di noi”. C’è bisogno di un’Alleanza vera di sinistra, dell’Italia in una logica unitaria, aperta. Eh, perché non basta dire sì, non bisogna tagliare sulla scuola, se però poi in uno scenario europeo, voto per il ritorno dei politiche, poi qualcuno continua a votare in Europa i finanziamenti per le armi, per l’invio delle armi. C’è bisogno di noi per tenere dritta una barra che si strizza, ma che ha bisogno ancora di una spinta. E questa spinta non può venire solo dal Parlamento, perché stare nelle piazze, non so quanti saremo, è un presidio, non sarà una manifestazione di massa. Immagino il 7, però noi ci vogliamo lavorare, volevamo starci in piazza, perché stare in piazza è un dovere. Dobbiamo stare in piazza per ricordare, per sottolineare che solo la destra… anzi, cominciamo a chiamarli per nome: i fascisti sono maggioranza in Parlamento, ma non sono maggioranza nel paese, non sono maggioranza del paese. E per questo, questo ci ha detto lo sciopero generale, questo ci dicono le manifestazioni degli studenti, la mobilitazione degli insegnanti.
E concludo dicendo che saremo lì anche con Cristian, con Cristian Raimo, ci sarà Gianna Fracassi, ci sarà Nicola Frani. Siamo in tanti, siamo lì con Cristian Raimo. Lo dico con tutta, senza nessuna, come dire, animosità, lo dico con tutta la dolcezza del mondo al ministro Valditaro, ma veramente… pensate che ci possiamo far intimidire da questo genere di provvedimenti? Non abbiamo paura, e non abbiamo paura perché amiamo la scuola e perché amiamo la democrazia. Grazie.


Comizi d’amore per la Scuola della Costituzione/ SI/ Celeste Grossi/ Mi/ 30 nov. 2024 SAM 2776
Grazie moltissimo a Peppino, ma grazie moltissimo a tutte e tutti voi. Peppino diceva perché siamo in piazza. Io ho avuto un grande privilegio nella mia vita e non me ne rendevo conto nel momento in cui lo vivevo. Avevo 14 anni nel ’68, non è capitato a tutti e mi dispiace. Nel ’77, mi dispiace, io ne avevo di più. Però io sostanzialmente vedevo il mondo cambiare sotto i miei occhi, ero una studentessa in quel momento. Vedevo il mondo cambiare sotto i miei occhi, ero convinta che non si potesse mai più tornare indietro. Un bellissimo libro parla proprio di che cosa noi studenti in quel momento, naturalmente c’erano anche gli operai, ma c’eravamo e certamente, ma c’eravamo anche noi protagonisti di quel… c’è un bellissimo libro che parla dei miei anni. Insomma, io dico sempre che sono una ragazza degli anni ’70, di 70 anni, tra poco non lo potrò dire più. C’è un libro di Ritanna Armeni che si intitola Per le strade la felicità. Ecco, noi dobbiamo nuovamente tornare nelle strade perché è lì che c’è la felicità. Dobbiamo fare in modo che le studentesse e gli studenti possano manifestare il loro dissenso liberamente. Veramente ci troveremo in una condizione in cui i nostri comizi fatti oggi possono essere ritenuti sicuramente motivo di sospensioni, ma perfino cose peggiori. Noi un taglio però lo vogliamo, perché se n’è parlato tanto di non tagli all’istruzione, non tagliare al sapere, non tagliare alla scuola. Noi un taglio lo vogliamo, il taglio che noi vogliamo è il taglio agli armamenti, perché sostanzialmente tutte le spese per continuare a produrre armi, a usare armi, sono tutte spese sottratte alle spese sociali. E quindi noi su questo dobbiamo impegnarci, nella scuola, fuori dalla scuola, nell’università, nelle strade e nelle piazze, senza paura e con l’orgoglio di stare dalla strada giusta. E quindi, eh, compagni e compagne, chi può vada a Roma, chi non può sostenga da qui la lotta per una scuola pubblica e per università che siano davvero la costruzione non solo del futuro, ma anche del presente, perché le ragazze e i ragazzi non sono un transito verso il futuro, sono delle persone con dei diritti nel momento in cui li vivono. Ringrazio ancora moltissimo tutte e tutti voi che siete rimasti fino alla fine, ringrazio tutte le persone che hanno accettato di tenere con noi un comizio d’amore, ringrazio Sinistra Italiana Lombardia, ringrazio Sinistra Italiana Milano e tutte le persone che hanno reso possibile questa iniziativa oggi. Grazie.
[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a Ecoinformazioni]

