Testi/ Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp
Sintesi di tutti gli interventi svolti nell’incontro Che genere di politica? del 14 dicembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e modificati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video. Vai al’articolo.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elena Comelli SAM 2869
Buongiorno. Beh, direi che essendo sabato mattina, piuttosto presto, qualche minuto di ritardo ci stava. Io do il benvenuto a tutti e tutte i presenti, sia qui all’auditorium di Radio Popolare, sia collegati sulle nostre dirette Facebook.
Due parole per introdurre questa giornata, che si chiama “Che genere di politica?” con il punto di domanda, ma anche con il punto esclamativo. Non è tanto un gioco di parole, non è solo un gioco di parole, ma è anche un modo con il quale vogliamo mettere al centro il ruolo del genere in politica, inteso sia come pratica, sia come filosofia politica. Il ruolo del genere, dei generi, nel portare uno sguardo nuovo, uno sguardo diverso, in quello che è il modo di fare politica, di amministrare e di provare a cambiare una società e un mondo che sta andando in una direzione che non ci piace. Una direzione in cui giustizia sociale, diritti e un mondo più giusto, una società più equa, sembrano arretrare di fronte all’avanzata delle destre.
Ovviamente, essendo il sabato mattina, non mi sono presentata, quindi mi presento ora. Sono Elena Comelli, faccio parte della segreteria milanese di Sinistra Italiana e, insieme alla rete delle donne di Sinistra Italiana Lombardia, abbiamo organizzato questa giornata, questo momento di riflessione e di pratica su quello che è il fare politica mettendo al centro il genere.
Sappiamo che oggi a Roma ci sarà una manifestazione importante contro il DDL sicurezza e pensiamo che raccontare e riflettere insieme su un modo diverso di fare politica sia un contributo a quella che è la resistenza contro una politica che fa della repressione di tutte le battaglie, della negazione di tutti i diritti, il suo filo conduttore.
Insomma, siamo nella fase in cui, nell’epoca in cui abbiamo la prima Presidente del Consiglio donna, ed è qualcosa che viene raccontato in alcuni ambienti come un grande passo avanti per le battaglie, e invece non lo è. Perché questo è esattamente l’epoca in cui i diritti civili e sociali arretrano, in cui, anzi, si vuole togliere spazio a tutte quelle che sono le battaglie, le rivendicazioni, a quello che è il contributo delle differenze: differenze di genere, differenze di censo, differenza di provenienza. Quella che è davvero la costruzione di un mondo migliore, il mondo per il quale quotidianamente, nelle nostre pratiche, con le nostre idee, proviamo a costruire.
Io davvero non voglio rubare altro tempo, perché la giornata sarà lunga e intensa. Racconto velocemente quelli che saranno i pezzi del mosaico, i pezzi del puzzle che andiamo a costruire oggi. La giornata di oggi è un pezzo di un percorso, non comincia qua e non finisce qua. Vogliamo uscire da questa giornata con tante idee, con tante pratiche e con il rafforzamento delle reti esistenti, con la costruzione di nuove reti che ci portino davvero nella direzione in cui non ci sia davvero più bisogno di dover rimarcare la necessità di valorizzare le differenze. Non lo facciamo semplicemente perché riteniamo che ci debba essere più spazio per le donne, per le differenze in politica e nei corpi intermedi. È una necessità che rivendichiamo, ma la rivendichiamo a partire dalla considerazione che il modello di sviluppo, la società in cui ci troviamo a vivere, che è una società dominata e costruita dal capitalismo e dal patriarcato, non funziona.
Per cui cominceremo con un dialogo, penso bellissimo, tra Emma Clans, vicesindaca di Bologna, e Anna Rosa Buttarelli, filosofa e femminista, che si racconteranno e ci racconteranno quello che è il senso dell’essere donne in politica e quello che può essere il modo diverso di portare buone pratiche all’interno dell’amministrazione e della società.
Dopodiché avremo un panel in cui tante amministratrici, amministratrici locali, amministratrici regionali si confronteranno su quello che è il proprio contributo, il proprio modo di portare uno sguardo diverso all’interno della politica. Un panel che chiuderemo con un contributo di Cecilia Strada, europarlamentare. Dopodiché faremo una piccola pausa, giusto per mangiare qualcosa, perché anche noi donne mangiamo, e poi riprendiamo nel pomeriggio con un altro bellissimo panel sui corpi intermedi. Abbiamo chiamato compagni dei sindacati, compagne dell’associazionismo a confrontarsi su quello che è il contributo che la valorizzazione del genere e delle differenze può portare all’interno di quello che è un pezzo fondamentale della nostra società: i corpi intermedi, il volontariato, l’associazionismo, la presenza in prima linea in quelle che sono le battaglie quotidiane e le vicende quotidiane dei nostri quartieri e delle nostre città.
Abbiamo poi chiesto a Elena Granata, urbanista che sta affermando una visione diversa del fare urbanistica, del costruire le città, di raccontarci quello che è il suo punto di vista sulle città. E poi con una conversazione con Luciana Cellina, che penso non abbia bisogno di presentazioni, e Elisabetta Vergani, attrice e drammaturga che sui temi del femminismo e delle battaglie di genere ha costruito quella che è la sua poetica.
Cito velocemente tutte le compagne che interverranno e poi lascio il palco, lo spazio, il video e la parola a Anna Rosa Buttarelli. Dopo di loro ci saranno Maria Rosa Conti che guiderà il panel sull’amministrazione con Alice Ravinali, Rosita Viola, Rianna Beppin, Jessica Cugini, Cecilia Strada. Dopodiché, Donatella Albini e Angela Lombardi guideranno la conversazione con Serena Pellegrino, Diana De Marchi, La Riglione, Celeste Grossi, Daniela Pon Menusu, Elena Granata, e poi chiudiamo con Luciana Cellina ed Elisabetta Vergani. Compagni e compagne alla lotta e al dibattito.



Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ 14 dicembre 2024 SAM 2870
“Avervi qua tutte e due è proprio un’emozione, perché mettere insieme due punti di vista così militanti è splendido. Per cui vi chiederei di partire subito con due domande, poi arriveremo a una terza. Circa 8-9 minuti a testa per ogni domanda. La prima domanda è: che cosa significa amministrare? E poi vi chiediamo se esiste un amministrare femminista. Magari cominciamo con la prima domanda: risponde prima Anna Rosa e poi Emily prende la seconda domanda. Io batterò anche i tempi. Magnifico.”
Anna Rosa Buttarelli:
“Buongiorno. Io non amministro, però devo vantare una grande esperienza di relazione con amministratrici. Sulla base di questa grande esperienza, dirò quello che posso.”
“Sono una filosofa femminista della differenza sessuale, non della differenza dei generi, perché è un’altra cosa. E sono tra quelle, anzi sono quella che, con la sindaca Graziella Borsatti del Comune di Ostiglia, ha creato nel 1996 il movimento delle sindache. Era un movimento doveroso da creare, perché a quell’epoca c’erano i sindaci famosi, come Cacciari, eccetera, e avevano creato il movimento dei sindaci. Come è successo nella Rivoluzione Francese, quel Fraternité era uguale nel movimento dei sindaci, che erano “fratelli” sindaci. Allora lavoravo da un po’ di tempo insieme a Graziella Borsatti, perché quello che posso fare io, sempre in ogni situazione, anche con amministratrici, è quello di aiutarle a dare nome alle loro pratiche innovative. Perché questo, a volte, manca: manca il fatto di sapere cosa si sta facendo, di sapere che magari quello che si sta facendo è qualcosa che segna la differenza. Come era per Graziella Borsatti, che stava facendo cose rivoluzionarie, e parliamo ancora di cose rivoluzionarie, credo, oggi.”
“Però lei non aveva, come dire, abbastanza dimestichezza con il lavoro del pensiero filosofico che fa questo, cioè riesce a volte, non sempre, a dare nomi precisi a quello che accade e a quello che si fa. E quindi, ero con lei da un po’ di tempo perché ero affascinata dal suo amministrare, che era fuori dall’ordinario. A un certo punto abbiamo visto che la forza c’era sufficientemente per indicare lei come una specie di capofila del movimento delle sindache. Così abbiamo fatto, ce l’abbiamo fatta, c’erano sindache da tutta Italia, isole comprese, e fu un momento di grande entusiasmo e di grande capacità anche di proposta.”
“Poi la sindaca si è ammalata, eccetera, però ho riportato questa esperienza per iscritto nel volume Sovrane. Nell’ultimo capitolo della prima edizione, e adesso anche nel penultimo, c’è il racconto di questa luminosa esperienza. Poi continuo a lavorare con molte amministratrici, e adesso Donatella Albini è tra noi, dalla fondazione che si è creata in seguito al libro Sovrane. Abbiamo costruito una rete che si intitola La novità storica: donne al governo delle città. È una rete che cerca di riattualizzare l’idea originaria del movimento delle sindache e che sta mettendo insieme donne da tutta Italia, con l’intenzione anche di mettere insieme, esclusa l’estrema destra, le amministratrici d’Italia.”
“Qual è l’idea? E qual è, adesso, se mi dirai quando devo finire, rispondo alla domanda. Amministrare… ho dovuto fare questa premessa, perché amministrare oggi è uno dei lavori più difficili che ci siano. Serve quella che viene riconosciuta, ormai da molti osservatori, la capacità sovrana delle donne, cioè la capacità di inventare anche pratiche che interloquiscono con leggi sbagliate, oppure con norme altrettanto sbagliate, oppure che si infilano negli interstizi tra le norme. Perché il mondo contemporaneo è talmente fuori controllo che è necessaria l’intelligenza femminile, dissonante dal mainstream.”
“Allora, questo è uno degli aspetti: oggi amministrare non è più possibile a meno che si creino delle reti trasversali tra donne appartenenti a schieramenti politici differenti. Perché anche i partiti politici avranno questa necessità: o entrano nelle reti informali, e si adattano, a seconda del loro intento, oppure, come sapete, c’è una perplessità molto vasta rispetto al lavoro dei partiti e degli schieramenti politici. Per l’intelligenza femminile, potrebbe essere utile acquisire certe posizioni politiche all’interno di reti informali in cui le donne sono libere di fare la politica d’avanguardia che possono fare.”
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Emily Clancy SAM 2871
“Che quello che Anna Rosa ci ha appena condiviso… giusto? Non so se sono in grado di raccogliere un testimone o un’eredità così importante, però ringrazio intanto di essere qua e di poter condividere il palco con voi.”
Cos’è per me amministrare femminista?
Anche io, se mi rivedo già in questo primo intervento, sicuramente… Amministrare, intanto, oggi è sicuramente prendersi cura del proprio territorio. E la cura, naturalmente, è ancora tradizionalmente associata al genere femminile. Tra l’altro, troppo associata al genere femminile, nel senso che chiaramente sappiamo quanto, in un mondo del lavoro in cui ancora nel nostro Paese c’è un fortissimo divario fra l’occupazione maschile e femminile, la conciliazione spesso, troppe volte per le donne, significa rinunciare a un posto di lavoro o magari affrontare un part-time involontario. E appunto dover mettere insieme tante esigenze diverse, perché il lavoro di cura è tradizionalmente ancora, in maniera sproporzionata, sulle spalle delle donne. Sia quello dei figli, sia quello delle persone con disabilità, delle persone anziane, intorno al proprio nucleo familiare e sociale.
Però c’è anche un lato positivo nella capacità di cura che tradizionalmente ha il nostro genere e che forse in politica dovremmo esercitare di più. È quella di nutrire le relazioni, la comunità che ha intorno, di prendere in carico anche le difficoltà con l’ascolto. Lo dico, so che sembra una banalità, ma nella politica troppo spesso si associa la figura del politico o della politica a una persona che parla, che è esperta, che ha opinioni e che chiaramente rappresenta anche una posizione. Questo, naturalmente, fa parte del lavoro. Ma io credo che i politici e le politiche migliori siano quelli che sanno anche ascoltare, raccogliere la ricchezza che arriva dal territorio, le esigenze, e poi certo, magari rappresentarle nell’agone politico, nei consessi, nelle istituzioni, nelle vertenze, nelle trattative quando ce n’è bisogno.
Ma diffido sempre da quella politica che è solo un narrarsi, un mettersi al centro, un parlare in prima persona senza invece la capacità di ascoltare e di mettersi veramente al servizio. Quindi, questo è un po’ come intendo l’amministrare femminista.
Ci pensavo un po’ mentre interveniva Anna Rosa e penso che una differenza nell’amministrare femminista sia anche cercare di lavorare direttamente in rete e con pratiche collegiali. No, tradizionalmente pratiche femministe… e lo dico in un campo in cui chiaramente questo viene percepito, visto che è un campo molto maschile e patriarcale, come un segno di debolezza. No, in politica si gioca molto sulla simmetria informativa, sul tenersi per sé alcune informazioni, custodirle gelosamente, non condividerle neanche con le proprie colleghe, i propri colleghi, con il partito politico, figuriamoci con gli avversari. Sono dinamiche che si vedono anche all’interno dei partiti e dei movimenti troppo spesso.
Questa è una delle prime cose che, secondo me, va battuta: cercare invece di fare squadra, cercare di creare delle leadership collettive. No, certo, la politica, come tanti altri campi, porta ad avere una leader, un’espressione, un rappresentante che in quel momento porta la posizione. Però, anche qua, è fondamentale costruire e investire su altre figure, sul prendere la decisione in maniera collegiale, costruita anche con il metodo del consenso, che tradizionalmente usano movimenti femministi, movimenti ambientalisti. No, cercare di non arrivare nelle discussioni interne sempre al voto, ma cercare invece di dialogare sulle posizioni fino ad arrivare a una sintesi che possa ricomprendere anche magari punti di vista più minoritari. Così da creare una posizione più ricca.
Infine, anche costruire proprio uno sguardo femminista nell’amministrare. Questo è molto importante e sono certa che ne parlerete anche con Elena Granata, così come con tutte le amministratrici che interverranno, anche sulle città. Essendo l’espressione dell’organizzazione, diciamo, primaria, per secoli sono state costruite con un unico sguardo: inizialmente quello dell’uomo bianco, maschio, cisgender, eterosessuale, con un corpo abile. E quindi gli spazi sono progettati in questo modo.
Io, quando parlo di educazione, differenze e stereotipi di genere nelle scuole, faccio sempre un esempio che viene percepito come un po’ “stupidino”, un po’ frivolo, ma che secondo me ben racconta quanto la visione della città spesso sia manichea. Cioè, investimenti negli spazi pubblici. Andiamo a vedere dove vengono spesi i soldi: in luoghi tradizionalmente frequentati solo da uomini. E quanto invece magari nei parchi pubblici, negli spazi di ritrovo che vengono frequentati da tutti i generi, non venga dato lo stesso livello di attenzione.
Poi c’è la questione dei bagni: tutte le volte che andiamo a un grande evento pubblico, una partita, un concerto, vediamo sempre la fila ai bagni delle donne e mai a quelli degli uomini. Perché qualcuno ha pensato che fosse giusto fare lo stesso numero di stalli per i bagni? No, non capendo che la fisiologia, chiaramente, necessita di spazi differenti e di un maggior uso dei bagni da parte delle donne, legato al ciclo mestruale, alla gravidanza, a tutte le questioni che appartengono al corpo femminile. Quindi, una progettazione dello spazio che tenga conto di questi aspetti è fondamentale.
Se tu non cogli quel punto di vista nella progettazione di uno spazio, se non hai uno sguardo di genere nell’urbanistica, stai continuando a perpetuare una società pensata solo su un unico canone, quello dell’uomo. Quindi di persona che è uomo, come appunto canone e non come uno dei generi. Quindi c’è tanto nell’amministrare femminista, sicuramente. E uno sguardo che va dotato.
Anna Rosa voleva aggiungere qualcosa?
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Annarosa Buttarelli SAM 2872
“Sicuramente la divisione dei bagni secondo il genere e altri generi è necessaria, se non altro per l’igiene. Perché Florence Nightingale ha impiegato molto tempo a imporre l’igiene in sala parto, e questo ha avviato il percorso di salvezza del corpo femminile. Quando l’igiene è rispettata dalle donne, perché sanno di che cosa si sta parlando, diventa un valore civile, che bisogna anche far imparare.”
Ci sono però altri punti che mi hanno molto interessato di quello che hai detto, e direi che tutto è molto condivisibile da una che ha una lunga esperienza, ma ci metto anche alcune condizioni, che emergono dalla mia osservazione quotidiana. Perché il mio lavoro in queste questioni è veramente quotidiano.
Intanto, nessuno nasce imparato, e neanche le donne.
Le donne sono una grandissima risorsa per la salvezza della vita, per la cura del pianeta, per il presidio delle relazioni, ma lo devono sapere. Questo è il punto: bisogna consapevolizzare le donne di questo ruolo fondamentale. La cosa che manca, e per cui ci facciamo carico quando possiamo, è la formazione delle donne. Non basta dire che sono femministe, ormai il femminismo è diffuso — a parte nella destra che se lo sta appropriando, come ho già scritto in un articolo sulla Stampa, dove prendo le distanze dall’uso del termine “femminismo” da parte della destra di governo, perché è doveroso fare chiarezza per evitare confusione.
Ma è necessario, soprattutto, che le giovani generazioni di donne che si sentono femministe — come lo sono, ad esempio, alcune casalinghe moderne, che purtroppo continuano a vivere una condizione di subordinazione — acquisiscano una formazione sufficiente per la politica, per le relazioni quotidiane. Perché sì, le relazioni le tengono grazie a un’intuizione femminile. Per esempio, nelle coppie, le donne riescono a trovare soluzioni creative per mantenere la coesione, ma non basta. Bisogna aggiungere a questa intuizione femminile, che di per sé è capace di creare pratiche innovative all’interno delle amministrazioni, una consapevolezza teorica: cioè, sapere di stare facendo qualcosa che differenzia una pratica dall’altra, sapere che si sta facendo qualcosa di nuovo e di diverso. Questo è fondamentale.
Bisogna sapere che ci sono pratiche politiche di amministrazione già inventate, che vanno conosciute e fatte passare alla storia.
Se non lo facciamo, rischiamo che, una volta finito il “passaggio luminoso” di alcune amministratrici, tutto ciò venga dimenticato. E come è successo in passato, quando gli uomini scrivono anche la lista della spesa che poi non fanno, noi spesso non scriviamo nulla. Noi, filosofe, dobbiamo farlo! È il motivo per cui è fondamentale l’affiancamento con persone come me, come Adriana Cavarero, e altre amiche che possono mettere per iscritto ciò che si fa e che si potrà fare. Questo è il lavoro simbolico: passare a un livello teorico ciò che si inventa nella pratica amministrativa da parte di una mente femminile, da un’unità psicofisica di donna che è fedele alla sua unicità. La formazione è quindi fondamentale, e bisogna capire chi la fa e come viene fatta.
Un altro punto su cui vorrei soffermarmi riguarda l’autorevolezza da mettere in gioco anche per pratiche come quella del “prendersi cura”, che sono millenarie. Questo, però, è troppo spesso lasciato sulle spalle delle donne. Ci sono già studi sociologici e psicoanalitici che richiamano l’attenzione sul fatto che, per esempio, le donne che lavorano come addette alle pulizie nelle strutture per malati di Alzheimer, riescono a fare un lavoro migliore degli psichiatri, riuscendo a recuperare i malati. Questo significa che ci sono delle competenze reali nelle donne che, purtroppo, sono ancora poco valorizzate. La scuola psicodinamica del lavoro, per esempio, ha studiato il valore del lavoro di cura, che viene svolto in queste fasce basse, ma da parte di donne (spesso migranti, donne malpagate, ecc.), e ha individuato l’eccellenza della loro capacità di prendersi cura.
Ma il lavoro di cura è troppo. E come dice Edith Stein, filosofa e pensatrice tedesca, è una competenza che deve essere trasmessa. Non basta che solo le donne imparino a prendersi cura. Bisogna che anche gli uomini imparino a prendersi cura. Non per caso, o come qualche esercizio formativo di breve durata, ma con una consapevolezza profonda che si impara dalle pratiche reali, e lo devono imparare da noi. Come diceva Edith Stein: “Lo dovete imparare da chi lo fa da sempre, non da formatori improvvisati”. Non si può imparare a prendersi cura con un corso di 10 ore. Il prendersi cura si impara solo praticandolo, attraverso un’esperienza concreta e quotidiana.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elena Comelli SAM 2874
“Essere femminista all’epoca della prima Presidente del Consiglio donna che si fa chiamare ‘il Presidente’ è un fatto significativo. L’intervento di Anna Rosa Butarelli mi ha stimolato una riflessione sul ruolo di Emily Clans come vicesindaca della città di Bologna. Perché Bologna, in questi mesi, è diventata simbolo di una battaglia e di una resistenza concreta a quello che a volte viene definito il ‘secolo delle auto’.
L’atto di resistenza che Bologna ha fatto, introducendo una città a 30 all’ora, non è solo un atto politico, ma una vera e propria azione di cura nei confronti della comunità. E sappiamo che chi beneficia maggiormente di questa visione di città più vivibile e sicura, in cui si privilegiano mezzi di trasporto alternativi all’auto, sono principalmente le donne. Soprattutto quando parliamo di biciclette, trasporti pubblici, camminare, è innegabile che le donne sono le principali utilizzatrici di questi mezzi. Non solo per motivi di accessibilità, ma anche per il fatto che sono più inclini a muoversi a piedi o con la bicicletta per affrontare le mille sfide quotidiane della cura, della gestione familiare e del lavoro.
In questo contesto, la tua delega sul diritto all’abitare è fondamentale. Le politiche per l’abitare, che sono sempre state una parte importante del movimento femminista, si sono intrecciate con la necessità di pensare alla città come a uno spazio che prenda in carico le persone, che le metta al centro, in particolare quelle che più spesso sono trascurate dalle politiche tradizionali. E non è un caso che due donne, tu e l’assessore al trasporto pubblico, abbiate introdotto in un’amministrazione importante come quella di Bologna, un nuovo sguardo sulla città. Un modo di pensare e progettare gli spazi urbani che tiene conto delle esigenze reali di chi la abita. E in questa riflessione sul prendersi cura, vedo un forte legame con il percorso che ha portato Bologna a diventare una città simbolo di resistenza anche contro le politiche xenofobe e repressive di figure come Salvini.
Non mi sbaglio, vero? Quella visione di Bologna come città di resistenza, in cui le donne sono protagoniste di un cambiamento profondo, nasce proprio da queste pratiche di cura e di inclusività che, sebbene inizialmente possano sembrare marginali, sono invece al cuore di una nuova politica urbana.”**
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elena Comelli SAM 2876
Ancora un quarto d’ora abbondante, anche perché Emily ha un treno per andare a Roma a manifestare contro la sicurezza, e forse anche qualcun’altra in questa sala. A me sembra che, in questa conversazione, davvero l’intreccio tra pensiero e pratica stia venendo fuori. A questo punto, vi chiederei di provare a lanciare una vera e propria chiamata alla lotta collettiva, pensando a tutte noi che, in modi diversi, facciamo attivismo, facciamo politica, cerchiamo di prendere la parola e di attivare pratiche di buona amministrazione e di collettività. Qual è il nostro ruolo come amministratrici, come donne, come militanti, come attiviste, nell’epoca della prima presidente del Consiglio donna, nell’epoca in cui sembra davvero che il canone sia quello del uomo bianco, lavoratore, benestante, eccetera, eccetera, eterosessuale, eccetera, eccetera? Qual è il nostro ruolo nel rivendicare la bellezza delle differenze e l’importanza di cucire e tenere insieme il pensiero e la pratica della cura dell’altro, della cura della città, della cura del territorio, della cura del pianeta?
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Emily Clancy SAM 2877
Allora, una cosa che mi trovo a dire spesso nei contesti con le compagne ultimamente è che, in realtà, io vedo molta speranza per la rivoluzione comunista e dei femminismi in questo momento, nonostante la nostra presidente del Consiglio. Addirittura, faccio delle circolari chiamando il “signor presidente del Consiglio”, perché è molto vero quanto si dice sul fatto che, ovviamente, non bastano donne ai vertici per aumentare le opportunità delle donne. Quella non è leadership femminista, e questo è chiarissimo. Però, io vedo intorno a noi che il senso comune sulla rivoluzione femminista è decisamente cambiato. Cioè, solo qualche decennio fa, ma anche pochi anni fa, le questioni di genere e il necessario protagonismo dello sguardo femminile e femminista in tutti i campi, dallo sportivo al culturale al politico, non erano senso comune, non erano al centro dell’agenda politica. E lo sono diventati, non certo grazie alle istituzioni. Certo, a volte ce ne sono state di sensibili, ma è grazie ai movimenti femministi transnazionali che, in tutto il globo, hanno portato al centro questa questione, anche con tante pratiche differenti, con tanti modi di lottare. Ci sono movimenti che si sono concentrati sul diritto all’aborto, alla salute riproduttiva, sull’occupazione, sul contrasto alla violenza di genere, sulla medicina di genere, sull’urbanistica. Ma tutti questi temi stanno emergendo ed entrando nel discorso pubblico, chiaramente grazie al protagonismo delle femministe. E penso che questo sia diventato un assunto. Certo, un assunto verso cui la destra reagisce, e reagisce in maniera reazionaria, come sempre quando c’è un momento di progresso e di evoluzione della coscienza collettiva. In qualche modo, loro negano questo avanzamento, addirittura negano il patriarcato. I ministri di questo governo si mettono a dire che è una questione ideologica, di cui parlano appunto quelle povere pazze femministe. Non ha detto questo, naturalmente, però il senso è questo. Però ormai la rivoluzione è troppo forte: il senso comune è diventato quello, tanto è vero che loro si posizionano negandolo, reagendo a questo, cercando di minimizzare. Quando, l’anno scorso, con il Comune di Bologna, abbiamo fatto le linee di un manuale per un linguaggio inclusivo, in cui semplicemente facevamo ordine anche nel lessico che usa l’amministrazione, cercando di non usare sempre il maschile sovraesteso, alternando anche l’uso di altri termini, pensando chiaramente a un linguaggio rispettoso di tutte le differenze, e sì, declinando le cariche al femminile visto che la grammatica italiana lo prevede e ce lo consente, c’è stata una reazione da parte delle destre e di tutti i media incredibile. “Ah, il Comune di Bologna vuole eliminare il maschile!” Reazione numero uno: ridicola. No, ovviamente. Reazione numero due: “Il Comune di Bologna pensa a queste cose.” Ma mi è capitato anche in dibattiti con grandi politici, pensatori, filosofi uomini che mi hanno detto: “Ecco, questo è il motivo della caduta della sinistra, che tu ti faccia chiamare vicesindaca e insisti su questa cosa, voi che vi occupate di queste cose, mentre invece vince la Meloni.” Ecco, minimizzare le questioni di genere in questo modo è, invece, forse uno dei motivi per cui, anche a sinistra, c’è ancora grande maschilismo, che dobbiamo combattere, perché a loro semplicemente non capita. Però noi, ancora oggi, mi capita di notare interi panel in cui tutti i relatori sono uomini e nessuno viene neanche solo a mettere in discussione questa cosa. E quando magari la fai notare, vieni trattato come la rompiscatole che solleva questo punto, e ti si risponde anche: “Ma non c’erano donne competenti su quel tema?” Sappiamo benissimo che questo non fa altro che riprodurre il fatto che le donne non abbiano visibilità, non avanzano, eccetera. E quanto sia importante, invece, declinare le professioni femminili anche per farle vedere, per far sapere a una bambina che ha un orizzonte di opportunità davanti, che potrà crescere e fare tutte le professioni che vuole. Questi sono temi fondamentali, e secondo me, anche nei piccoli gesti, si contribuisce a creare le condizioni per l’avanzamento delle compagne. Questo è quello che dobbiamo fare. Non credo sia un caso che in Coalizione Civica, che è nata con un progetto intorno a un grande candidato sindaco, per me era Federico Martelloni, essendo una comunità che ha lottato negli anni su cose anche piccole. Cioè, se siamo in assemblea e intervengono solo compagni uomini, quando poi lo facciamo notare, quando scriviamo una compagna a parlare, la facciamo avanzare perché cerchiamo di avere l’alternanza uomo-donna. Facciamo notare i tempi e a volte li prendiamo: i maschi hanno parlato per questo tempo, le femmine per quest’altro. Sono cose piccole su cui anche ci prendiamo in giro tra di noi, ma questo, unito alle cose più importanti, come avere la diarchia nella rappresentanza, no? Una copresidenza uomo-donna. Guarda caso, hanno fatto sì che, da quella comunità, solo pochi anni dopo, uscisse una mia rappresentanza: una giovane donna che guidava quella comunità, più consigliere donne elette che uomini, una consigliera transgender come Porpora Marcasciano, storica attivista dei movimenti, che abbiamo portato in consiglio. E piano piano anche la nostra leadership è diventata femminile. E questo chiaramente anche grazie al lavoro delle donne nella nostra comunità. Però non credo sia un caso che ragionare su questi temi abbia fatto emergere in maniera poi naturale una leadership collettiva e femminista di tante compagne che si aiutano e cercano di avanzare insieme. Sono pratiche che dobbiamo adottare anche nei nostri contesti.
Che genere SAM 2878
Hanno una specie di decalogo a mio uso e consumo, perché sennò mi dimentico tante cose. Allora, ribadisco che c’è necessità di formazione avanzata anche per il linguaggio che si usa in pubblico, perché nella Babele contemporanea, e soprattutto nell’epoca definita ormai universalmente di caos cognitivo, mi tocca dirlo ogni volta che intervengo in pubblico. Bisogna prendere coscienza di questo: la stratificazione, anche a volte perversa, dei significati sulle parole che usiamo produce una Babele, e non ci si capisce. Cioè, ciascuno dà un significato arbitrario alla parola che pronuncia, e questo produce una confusione nelle relazioni che è sempre più a favore del dominio contemporaneo. Noi dobbiamo prendere coscienza del momento in cui siamo, della transizione storica, una transizione rivoluzionaria nel bene e nel male, e il bene e il male, quando sono compresenti in una maniera così importante, configurano un’agonia. E l’agonia, sapete, è una lotta tra vita e morte. Allora, noi che vorremmo presidiare la vita, bisogna che impariamo anche tutte quante a parlare in una maniera pulita e precisa, perché altrimenti affondiamo nel mainstream in due secondi. Magari vorremmo due cose differenti e usiamo parole sbagliate. La formazione serve anche a questo, perché le votazioni, l’essere in televisione, andare sui giornali, è debitrice – lo sarà sempre di più – di come si parla. I cambiamenti, a volte, avvengono per una frase pronunciata, come è successo per i cecchettini: la figlia che ha detto qualcosa, lui che ha detto qualcos’altro, hanno usato parole abbastanza precise e è successo il finimondo. Per fortuna, ora. Questo io lo voglio sottolineare: non siamo, in generale, preparate a intervenire in pubblico, soprattutto in luoghi difficili, con la precisione del linguaggio. Ora, io ti sto facendo un corso di formazione continua per le amministratrici all’Università di Verona, e uno dei temi è proprio questo, perché c’è veramente una confusione di significati sui significanti che sono le parole. Per esempio, non si devono usare le neolingue, perché le neolingue sono state sempre inventate o insegnate da, come dire, populismi di destra che le inventano anche inconsapevolmente nell’epoca contemporanea. Perché si pensa che le forme neofasciste, adesso, sono considerate neofasciste. Si dovrebbe forse cambiare il nome. Io le cambio, queste. Alcune di queste forme sono il politicamente corretto, e il politicamente corretto è, appunto, una neolingua. Dire le cose in un altro modo per essere rispettosi. Abbiamo ci messo 2000 anni e non ci siamo ancora riuscite a declinare al femminile quello che va declinato al femminile, figuriamoci se in dieci mesi noi cambiamo le declinazioni delle parole. Sì, le cambiamo, perché è più facile assumere una neolingua che fa tanto trend piuttosto che pensare. Infatti, il pensiero emerge sempre più raro. Detto questo, il problema è sempre quello del come dire, del cercare di essere presenti in quello che si fa e che si dice. Allora, secondo me, abbiamo tanti problemi che si sono creati proprio negli ultimi anni. Per esempio, la frantumazione del movimento delle donne. La frantumazione del movimento delle donne è letale per il femminismo, e stiamo vedendo che tanti femminismi, quelli che sono chiamati femminismi, ha ragione, ripeto, escluso dalla destra che non può appropriarsi di un titolo che non va bene con le pratiche che ha. Ecco, lo spezzettamento del movimento delle donne è anche un problema per le lotte, perché se ciascuno fa qualcosa nel proprio gruppo o nei gruppi che seguono quel gruppo, e non vanno alla manifestazione che fa l’altro gruppo o addirittura impediscono le conferenze che fanno alcune, che fanno parte di certi gruppi… Succede, succede che, non dico il nome, un gruppo femminista a Roma impedisce a Dioguardi e alle altre, che hanno scritto “Vietato a sinistra”, di parlare. Le donne in una sala che avevano affittato. È mostruoso, questo! È mostruoso. Dopodiché capite che è un problema grosso, è un problema grossissimo questo qua, per cui lo spezzettamento del movimento delle donne in Italia, soprattutto, è grave. Qui non abbiamo delle caratteristiche veramente. Ecco, una delle prime cose che dobbiamo cercare di non superare, ma di reintegrare, sono le relazioni tra di noi, come abbiamo cercato di fare a Pestum. Non è andata bene. È andata bene finché lo si diceva, lo dobbiamo fare. Poi, in realtà, si è sempre più radicalizzata la competitività. Ma pensiamo alla competitività tra i gruppi di pari opportunità e gli altri, che sono gli unici che accedono ai fondi pubblici per pari opportunità, quasi sempre. Oppure nuovi gruppi che sfruttano le questioni di genere. Tutte queste cose non vanno bene. Cioè, come dire, paghiamo le tasse anche noi di altri femminismi, e soldi pubblici, come dire, non si vede perché debbano essere sempre per certi gruppi e non per altri. È una banalità, lo so, ma stronca le gambe, per esempio, al cammino di altre. Cioè, capite che si è creata una situazione italiana che, dal mio punto di vista, è tragica. Mi fa pensare che manca un coraggio femminile per fare veramente una rivoluzione, per portare avanti la rivoluzione. Perché la stiamo facendo da millenni, la rivoluzione. Ci riusciamo, ci siamo riuscite. Non abbiamo sparso sangue, non abbiamo voluto il potere a tutti i costi, non lo vogliamo tutt’ora a tutti i costi. Io ho declinato non so quante cose perché non lo voglio a tutti i costi. Soprattutto non lo voglio, quindi però appoggio quelle che ci vogliono andare, e ci mi ci metto vicino. Dobbiamo fare davvero una rivoluzione tra di noi, sì. Finisco, però devo dire certe cose se ho occasione di dirle, ogni tanto, se no… Aspetta, cosa? Io non voglio interromperti, aspetta. Sol, perché abbiamo un taxi che arriva. Tu stai mettendo sul tavolo davvero tantissimi temi, io mi sento di dire che almeno abbiamo bisogno di una seconda puntata. Almeno. Però, visto che hai sollevato proprio un intreccio tra quelle che sono le dinamiche della competizione e dell’avanzamento, una domanda: 30 secondi, per una, serve la politica? La filosofia serve alla politica? Chiudiamo con una domanda alla Marzullo. Ma in realtà sembra una provocazione, ma per fare un passo avanti. Beh, la filosofia è politica. C’è Donatella Di Cesare che ha scritto La vocazione politica della filosofia, lo è sempre stata. Cioè, non solo è politica fare filosofia come la facciamo noi, cioè non come quella dell’Accademia. Io insegno all’università, ma voglio dire, la filosofia da manuale non è politica, mentre la filosofia autentica, quella coi piedi per terra, è politica. Quindi, per forza, due secondi: New Left, la nuova sinistra è sotto gli spari delle femministe da decenni, dalla sonta in poi. Quindi la sinistra è uno dei problemi che abbiamo.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Fucillo 14 dic SAM 2881
Buongiorno a tutte e tutti. Io sono Alessandra Fuccillo, sono assessora alle Pari Opportunità, che per adesso si chiamano così, ma non durerà a lungo questo nome, e Istruzione Pubblica, Formazione Professionale, Rapporti con l’Università del Comune di Pavia e in Sinistra Italiana, dove ricopro anche la delega regionale alle politiche di genere. In questo panel mi accompagna Maria Rosa Conti, cui farei un applauso, perché viene da Pesaro. Grazie per aver affrontato questo viaggio. Maria Rosa è assessora all’Ambiente, Agroecologia del Comune di Pesaro. Appunto, insieme coordineremo questo panel che vuole mettere al centro… Scusate, le nostre amministratrici. Stiamo vivendo un momento di evoluzione del partito, di crescita, una grande crescita che ci porta ad essere un numero maggiore nelle amministrazioni. Questa trasformazione, che ci ha investite e investiti forse molto velocemente, ci sta portando a una serie di riflessioni che oggi vogliamo fare anche dal nostro punto di vista femminista.
Vi dico solo un paio di cose molto veloci. Io e Maria Rosa cercheremo di prenderci poco tempo per darne di più alle amministratrici che sono venute. Quando ho iniziato la mia esperienza amministrativa, ho avuto subito l’impressione di dover pensare e agire su un numero di livelli veramente elevato. E adesso mi spiego meglio: è come se la mia pratica politica dovesse andare sempre su binari paralleli, come se dovessi sdoppiare il mio pensiero continuamente, sia da un punto di vista difensivo, perché mi trovo dall’inizio a dovermi in qualche modo difendere senza per forza attaccare all’interno delle istituzioni, sia con l’opposizione che con la maggioranza. Qui lo posso dire liberamente. E sia perché il nostro amministrare femminista comprende, secondo me, uno sforzo particolare che è interessante.
Quindi, ho cominciato a riflettere sul fatto che il nostro movimento, per quanto frammentato, spezzettato, in difficoltà, comunque completo anche per questi motivi, sia cresciuto molto. Il dibattito femminista in Italia è in un momento di maggiore profondità, ma allo stesso tempo ho dato forse per scontato di poter essere chiamata “assessora” con la A, per esempio, cosa che invece ogni giorno devo richiedere. Il primo giorno in Comune mi hanno presentata come il “nuovo assessore”. Ho resistito fino alla decima persona, poi ho detto: “Per favore, io sono la nuova assessora”. Mi hanno anche deriso per questo, mi deridono più o meno tutti i giorni, tra l’altro.
Una cosa che mi veniva in mente prima, mentre parlava Clenzi, è un’altra questione, quella della marginalità della delega alle Pari Opportunità, che in altri comuni si è chiamata anche in altri modi. Come sapete, è una delega senza portafoglio, la maggior parte delle volte, che quando vengono riorganizzati i lavori nei comuni o comunque quando viene fatta una riorganizzazione, non prevede praticamente mai un budget. Spesso i miei colleghi mi dicono: “Sì, sì, vabbè, ma tu ti diverti con questa cosa delle pari opportunità, ma in realtà la tua delega importante è quella della scuola”. Ecco, questo è il contesto.
E quindi questi due livelli: avere l’impressione di essere andati avanti tantissimo con una serie di questioni e poi dover continuamente tornare indietro. È successo anche con il dibattito che c’è stato su una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari che hanno scritto per Giulia Tramontano. Una canzone apprezzata da moltissime donne. Peccato che leggendo il testo si capisca che, in effetti, se si parlasse di una madre uccisa in una guerra o uccisa in un’altra situazione, sarebbe la stessa cosa. Nel senso che non c’è nessun approfondimento sulla condizione di violenza di genere che ha vissuto questa donna. Quindi, sembra che non siamo più nel periodo in cui bastava parlarne per far andare avanti le cose, ma ormai dovremmo essere a un altro livello di argomentazione.
Il primo binario in contraddizione è il mio ruolo di assessora: da un lato ho responsabilità politiche e sociali per tutta la comunità, ma da donna. Quello che stiamo cercando di capire oggi è che il mio corpo è uno spazio pubblico. Non dico il mio corpo di Alessandra Fuccillo, ma il corpo delle donne in generale. Avete presente anche la nostra consigliera di Genova, che ha avuto il coraggio di parlare pubblicamente dello stupro che ha subito a 12 anni? Questo mi sembra importante da sottolineare. Lo chiedo anche alle altre amministratrici: che cos’è questo peso psicologico che ci portiamo nel fare del nostro corpo un corpo pubblico?
Da un lato c’è questa responsabilità che sembra universale, dall’altro quella di una categoria che rappresento e difendo. Nel mio assessorato c’è tantissimo lavoro anche sulla comunità LGBT+ e sono battaglie sorelle che vanno proprio insieme. Un altro binario che vedo è la difficoltà di riuscire a fare amministrazione e il burnout delle colleghe. È un problema che parlo spesso con amministratrici di tutta Italia e che abbiamo visto anche a livello internazionale, come in Nuova Zelanda, dove una politica si è eclissata dalla vita politica a causa di un forte burnout. C’è un grande problema di conciliazione tra politica e vita privata, e su questo vorrei chiedere alle amministratrici qui presenti, non per fare un “coro di lamentele”, ma per far capire che c’è un vissuto nell’amministrare in modo femminista, anzi, femminile, che porta con sé anche questo problema.
L’assenza delle donne dalla vita politica per millenni, per citare Carla Lonzi, ci costringe a lavorare in un ambiente pensato da una società patriarcale, e questo ha i suoi effetti. A un certo punto ho capito che tutte queste contraddizioni rappresentano però la differenza. E possono fare la differenza, portandomi a provare a amministrare secondo la ricchezza di questa differenza. Ho capito che le studiose femministe che mi avevano già tracciato una strada, quelle che parlano di femminismo della differenza e della più recente intersezionalità, mi hanno permesso di allargare lo spettro e capire meglio quello che stavo facendo.
Io credo semplicemente, e poi concludo, che la ministra femminista può guardare a tutte le battaglie contro le discriminazioni. La caratteristica del nostro fare politica è che, grazie al femminismo, riusciamo a guardare veramente a tutte le battaglie che fanno bene a tutti: contro la discriminazione di classe, di genere, di identità sessuale. La battaglia contro l’abilismo, per esempio, è una parte preponderante del mio assessorato, e ne sono molto felice, anche se incrocia i servizi sociali. Ma quando si parla di discriminazione, poi vengono da noi le risposte. Il femminismo porta con sé una dimensione laica, che per me è un punto fondamentale, progressista e molto avanzato.
Ci troviamo però, in questo momento, come amministratrici, politiche e cittadine, ad affrontare un contrattacco, quello che in termini anglosassoni si chiama “backlash”. Un contrattacco molto forte del sistema patriarcale, che alcune femministe vedono non come un arretramento dei diritti, ma proprio come un contrattacco dovuto al fatto che siamo più forti. Questa è un’opinione che ho sentito esprimere da alcune femministe, che mi ha incoraggiata e fatta riflettere. Ecco perché dobbiamo continuare a batterci per il diritto all’aborto, per contrastare i movimenti pro-life, per difendere l’idea che la donna non debba indietreggiare, perché il feto ha un’importanza maggiore della donna. È per questo che tutte queste battaglie, che sembrano spesso farci tornare indietro, in realtà significano che abbiamo fatto dei passi avanti, ma il contrattacco si sta rafforzando.
Concludo solo dicendo, e spero di non aver preso troppo tempo, che una sinistra che si possa definire tale è tenuta a unire tutte le battaglie contro le disuguaglianze economiche e sociali, contro le discriminazioni di classe, ma anche contro l’esclusione dai processi decisionali dei gruppi marginalizzati. Il femminismo intersezionale, per esempio, è in grado di rappresentare tutto questo. Quindi, volevo solo dirvi questo e presentare le prossime persone.
Adesso inviterei a venire sul palco Alice Ravinale, consigliera regionale della Regione Piemonte. Grazie per essere venuta. Alice ha una lunga esperienza nella città di Torino, ha iniziato come consigliera comunale e recentemente è stata eletta in consiglio regionale. Una compagna alla quale chiedo, visto che ne stavamo già parlando fuori, di dirci qual è il suo punto di vista sull’amministrare in modo femminista.
Che genere SAM 2885
Prima di proseguire con la nostra prossima ospite, mi permetto di presentarmi. Innanzitutto, voglio ringraziarvi per questa occasione, anche perché, come dicevo, io non sono di Sinistra Italiana. Sono l’unica rappresentante di Europa Verde in questo contesto e sono davvero molto grata a Donatella per l’invito e per l’accoglienza, ma anche per la preparazione di questo panel e per il lavoro che c’è dietro.
Vorrei iniziare dicendo che sono ancora una giovane amministratrice, anche per quanto riguarda la mia esperienza politica di partito e all’interno di un’amministrazione comunale. Sono entrata in consiglio comunale a Pesaro nel 2019, dopo un’esperienza civica, e nel 2014 non ero stata eletta. Nel gennaio 2023 sono diventata assessora. Dico “assessora” con grande fierezza, perché nelle Marche sono sicuramente l’unica che ha messo fuori dal proprio ufficio il cartellino con la scritta “Assessora”. Come succede anche a te, Alessandra, tutte le volte che mi intervistano, ancora oggi, dopo tre anni, mi chiedono come mai l’ho fatto. Ma va bene, sono un esempio. Questo per sottolineare che neanche la mia collega delle Pari Opportunità ha scritto “assessora” sul suo cartellino, e questo è un particolare non trascurabile. Non parliamo poi dell’assessora in Regione, dove la giunta regionale è di destra. Non dico “centrodestra”, perché Francesco Acquaroli è il braccio destro di Giorgia Meloni, e poi abbiamo anche esponenti eletti a livello europeo, come Ciccioli, con cui ho avuto anche delle divergenze sulla donna del focolare e su tanti altri temi, come la questione dell’interruzione volontaria di gravidanza tramite il farmaco.
Detto ciò, come accennavo, sono entrata in Giunta nel 2023 e non vorrei focalizzarmi troppo sui contenuti e sulle azioni politiche che porto avanti come partito. Ora sono stata eletta con Alleanza di Sinistra, quindi sono impegnata su politiche ecologiste, ma soprattutto sono una delle persone coinvolte nella gestione dell’ambiente, dell’energia, dell’agroecologia e di una visione completamente diversa rispetto a come venivano concepite le politiche agricole tradizionali. La visione che portiamo avanti è quella degli ambientalisti e dei progressisti di sinistra.
Tuttavia, la mia esperienza è ancora giovane e breve. Per quanto riguarda le pratiche femminili e il ruolo delle donne nella politica, sono ancora nella fase di apprendimento di cosa significhi fare politica all’interno di un partito, in particolare all’interno di un’amministrazione. Cosa significa rivestire un ruolo politico come donna, come amministratrice che fa la differenza? Penso che sia fondamentale riflettere su questo, perché quando sono entrata in politica, tra le prime persone che ho conosciuto c’era Rosa Buttarelli. Ho avuto la fortuna di entrare nel contesto di Donatella Alvini, di conoscere questo movimento storico delle “Donne di Governo Trasversale”, che si è aperto come diceva prima Anna Rosa, a tutte le donne che hanno un approccio di cura del pensiero e della differenza. Nonostante ci siano state alcune resistenze politiche, anche da parte di donne di destra, il punto importante è che noi vogliamo sempre portare avanti una politica di cura e di differenza.
E proprio per questo, è interessante capire come le donne si pongono all’interno dei partiti e delle istituzioni. Quando ero consigliera comunale, nell’amministrazione a trazione PD, le deleghe tradizionalmente assegnate alle donne erano quelle dei servizi sociali, delle pari opportunità e dell’ambiente. Questo accade in molte amministrazioni, dove il lavoro delle donne viene visto come legato a questioni di “cura”, ma non come un’azione strategica a livello politico. Ma cosa significa governare davvero da donne? E come si fa quando si entra in un’amministrazione, cercando di rompere questi schemi e facendo un passo in avanti, senza subire le vecchie logiche patriarchali?
Oggi, come amministratrice in una giunta di Alleanza Verde di Sinistra, la situazione sta cambiando. Ci sono delle interlocutrici donne e anche uomini che, prima, avevano un comportamento molto misogino, non solo perché non facevano parte del mio partito, ma perché erano donne. Ora, tuttavia, queste dinamiche stanno cominciando a mutare.
Una delle cose che mi fa riflettere è la questione dell’educazione politica. Io ho avuto la fortuna di frequentare il Master “Fuori dal Comune. Donne al governo della città” all’Università di Verona, un’esperienza che considero bellissima e che ha avuto un grande impatto su di me. Ma la domanda che mi pongo riguarda proprio come possiamo lavorare all’interno delle istituzioni, come donne di governo, senza scendere a compromessi. È fondamentale che le donne dentro i partiti abbiano il coraggio di dissentire e di portare avanti una politica che rispecchi le loro convinzioni.
Un altro punto che credo vada riflettuto, e che Anna Rosa ha già sottolineato, è la duplicità tra le donne vittime e complici del sistema patriarcale. Molte di noi, come me, fanno parte di una società che ci vede come il 50% della popolazione, ma questo 50% è diviso. Una parte è vittima, ma l’altra, purtroppo, è complici del sistema, contribuendo al mantenimento di vecchi stereotipi e dinamiche. Noi, come donne impegnate nella politica, abbiamo il compito di rompere con queste dinamiche, e dobbiamo anche aiutare le altre donne che magari non hanno ancora trovato la loro strada.
Concludo con questo pensiero: credo che la politica femminista e di differenza debba essere sviluppata non solo all’interno dei nostri partiti, ma anche nelle nostre istituzioni. Bisogna fare in modo che tutte le donne possano sentirsi rappresentate e partecipi dei cambiamenti, con pratiche di differenza concrete. Quindi, vorrei riflettere su questo, su come possiamo lavorare insieme, come donne, per cambiare davvero le nostre istituzioni.
Che genere Viola SAM 2888
Mettiamola così, ecco, anche di questo movimento c’è linfa, c’è voglia di maggiore impegno, non solo per quanto riguarda le politiche razionali che ci circondano, e quindi dobbiamo continuare su questa strada. Vi chiudo solo con una piccola azione che ho fatto, di cui però mi sento molto orgogliosa, rispetto alla città che comunque ha risposto, e anche alla mia amministrazione che mi ha sostenuto nell’ambito delle pari opportunità.
Ho sempre ritenuto che sia importante fare cultura e raccontare la storia, non tanto una storia di genere, ma il contributo delle donne alla storia, in particolare delle donne Cremonesi. Già nel 2015, al primo 25 aprile da neo-assessora, nel nostro cortile Federico II, ci sono tante targhe, ovviamente ci sono anche la lapide dedicata ai partigiani caduti per la libertà e per la resistenza, ma in questo elenco non c’erano le donne. Allora mi sono messa di impegno, tra l’altro con pochissime risorse, con le associazioni come l’ANPI, Landa e altre, e con l’archivio storico, e abbiamo fatto un lavoro, un libricino piccolissimo, sulle donne partigiane di Cremona. Ho fatto apporre in quel cortile una lapide alle donne Cremonesi che per la libertà e la resistenza sono morte. Sono sei donne che sono morte, ma c’è anche una dedica a più di 300 donne che ricevettero l’onorificenza per aver fatto tante altre azioni di supporto a livello di resistenza cittadina e in provincia.
Io credo che questo sia importante. Così come abbiamo conosciuto e scoperto la storia di donne sovversive, tutte quelle schedate durante il periodo fascista in questura. Noi sapete che a Cremona abbiamo avuto Farinacci, e ancora oggi, il 26 aprile, nonostante i divieti e le prescrizioni del comune, vengono sempre meno, però ci sono ancora persone che vanno a ricordare Farinacci sulla tomba anonima che c’è al cimitero di Cremona. Quindi capite che è una situazione, come dire, di un contesto politico e culturale che ci mette anche alla prova.
Dicevo sulle sovversive, ma anche sulle prime elette, nel 2016, quando ci fu l’elezione del 46, ci sono state altre donne che sono state imprenditrici. Mi viene in mente la figura di Rosa Mariani, che nella metà dell’800 era una donna che cantava, una donna impegnata nella lirica, ma che saliva su un palco del teatro travestita anche da uomo.
Quindi io penso che, con questo, siamo andati nelle scuole e abbiamo conosciuto meglio non solo le donne, ma anche la nostra città. Così come la toponomastica al femminile. Mi hanno preso in giro, ma a maggio abbiamo intitolato una via a Leogrofalo. Non importa, secondo me è necessario, oltre ai servizi, alle pratiche e alle buone azioni che si possono fare a livello di governo, anche questa parte che non è simbolica, ma che restituisce a tante ragazze e ragazzi figure femminili che purtroppo sono sempre state dimenticate.
Ho chiuso il mio mandato con un lavoro e un approfondimento sulle donne costituenti, perché leggendo le loro biografie, ho scoperto che la socialista Bianca Bianchi, una personaggio che è stata vicesindaco di Firenze negli anni tra il 76 e l’80, mi pare, veramente una donna interessante, anche perché alla sua prima legislatura propose addirittura la modifica della legge sul diritto di famiglia, per risolvere una situazione di 300.000 bambini figli non riconosciuti, orfani. È veramente interessante questa Bianca Bianchi. Era stata per tre anni a Cremona come insegnante, e quindi l’abbiamo dedicato anche a lei un libricino. Poi, era contraria, ovviamente, al programma scolastico fascista, e quindi se ne andò nel 1943 a insegnare in Bulgaria per poi rientrare da cavallo nel 1944-45.
Abbiamo dedicato anche una mostra ai volti delle 21 donne costituenti, e qui abbiamo coinvolto associazioni, scuole e altri. Quindi credo che le idee possano essere tante, si possono realizzare anche senza tante risorse.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Arianna Bettin SAM 2890
Di comporre una risposta da amministratrice cittadina che, quindi, risponde dicendo che noi, come comuni, abbiamo competenza fino a un certo punto, solo in materia ovviamente di politiche del lavoro. Questa è la risposta: c’è una questione di competenze che effettivamente si pone. Ci sono però tutte quelle azioni che anche l’amministrazione può compiere attraverso una delega alle pari opportunità, ricca, con un portafoglio. Cioè, Virginia Woolf diceva: “Una stanza tutta per me”, io dico: “Un portafoglio tutto per noi”. Eh, perché potrebbe anche diventare il titolo della nuova campagna per dare i fondi agli assessorati alle politiche di genere. Esatto, in generale alle assessore, perché adesso, ascoltando gli interventi di chi mi ha preceduta e facendo anche un po’ una mappatura, sarebbe interessante anche fare un piccolo studio rispetto alla distribuzione dei fondi all’interno delle amministrazioni comunali, cioè i portafogli a disposizione delle amministratrici rispetto a quelli degli amministratori. Perché questo sarebbe veramente, secondo me, illuminante. Al netto del fatto che personalmente, essendo alla prima esperienza amministrativa, chiaramente ho ricevuto delle deleghe che potessero essere maneggevoli. Ecco, quindi, dopo due anni e mezzo, da una parte ne sono anche grata, perché dovevo entrare in una serie di meccanismi che non sono decisamente facili senza neanche aver passato l’esperienza da consigliera comunale. Però appunto è interessante, sarebbe interessante capire… guarda caso, si diceva, la mobilità, le opere pubbliche, l’urbanistica, tendenzialmente non vengono date ad assessore, sono deleghe maschili. Però appunto ci sono le eccezioni, ce ne sono sempre di più, ma sarebbe interessante anche vedere una progressione storica su questo. Però dicevo, io non ho la delega alle pari opportunità, però è anche vero che tante iniziative possono essere compiute. A Monza, per esempio, c’è una rete proprio, si chiama Pink Network, mi sembra, però è un’iniziativa che va proprio a raccogliere le esperienze anche delle piccole imprenditrici della città che si mettono in rete, e queste sono delle iniziative positive che possono dialogare certamente con l’amministrazione e che possono poi riportare dei successi, anche dei piccoli successi, in città. Però è vero che le politiche del lavoro non appartengono alle nostre deleghe. Ecco, quindi possiamo lavorare per aggiustare certe storture con le possibilità che ha un’amministrazione comunale. Eh, immagino che non sia una risposta soddisfacente, però appunto esistono purtroppo anche questi limiti effettivi che per i comuni sono sempre più stringenti e anche questo ce lo dobbiamo continuare a ripetere. Questo governo, nonostante la presenza della Lega al suo interno, che del territorio ha fatto bandiera, andrà a tagliare ancora una volta le risorse agli enti locali, e tante volte si tratta proprio di andare, soprattutto sulla parte corrente, a incidere su tutti i settori che riguardano le donne. Casualità, l’istruzione in massima parte, i servizi sociali, la cultura, anche lo sport in parte. Però sono tutti settori che sono molto partecipati lavorativamente da donne, e quindi questo, a proposito di leggere attraverso il filtro delle politiche di genere, le scelte anche di governo a cascata poi si riflettono nella vita quotidiana delle persone a livello locale, e poi ovviamente il comune deve entrare in qualche modo in gioco per mettere pezze. Eh, volevo portare anche io qualche esperienza diretta, spero di non scaricare nell’aneddotica, però a proposito del linguaggio e quanto può essere apparentemente importante. Ecco, il fatto di mettersi in gioco con la declinazione al femminile, noi la diamo per scontata. Io sono cresciuta in una casa tutta femminile, eravamo in tre: mia madre, mia sorella ed io. Ho scoperto cos’era il maschilismo nel mondo del lavoro, ovviamente uscendo di casa, perché non era una cosa che all’interno della casa si percepiva. E in particolare, entrando nell’amministrazione, primo consiglio comunale, era già noto che appunto volessi essere chiamata al femminile. Dico, mi hanno chiamata bambina, figlia, studentessa, alunna, ricercatrice, forse chi sa mai laureata, eccetera, eccetera. Entro nel mondo dell’amministrazione, mi chiamano assessore. Allora, un consigliere di destra mi si rivolta contro alla fine del primo consiglio comunale e mi dice: “Ma allora, perché io ti devo chiamare assessore? Io ti chiamo assessore per rispetto”. E questa cosa mi ha illuminato. Ho detto: “Capito, perché allora le colleghe, consigliere di destra, ci tengono a sottolineare così tanto che loro sono consiglieri? E perché il Presidente del Consiglio, queste persone, si devono mimetizzare?”. Cioè, è evidente che sono all’interno di un contesto in cui, per emergere, devono prestarsi come filtri della maschilità e rappresentarla. Perché, altrimenti, se militi in un partito in cui il tuo ruolo viene relegato alla cura, alla famiglia, alla famiglia tradizionale, a fare figli, è evidente che sei nel posto sbagliato nel momento in cui sei all’interno di un consiglio comunale o sei addirittura la presidente del consiglio, e quindi devi in qualche modo mimetizzarti. E mi ha illuminata. Così come mi è illuminata che, nonostante due richieste di avere la targa con scritto “assessora”, alla fine vado al mio ufficio e c’era scritto “assessore”. Allora ho insistito, mi sono fatta, è arrivato un foglio di carta, a un certo punto è stato inserito. Ho il foglio di carta, ma almeno c’è scritto “assessore”. Eh, e appunto questo, forse a proposito del carico psicologico che entrare nella sfera pubblica richiede alle donne. A parte che lo facciamo in una fase storica in cui entrare nella sfera pubblica significa essere non esposte, significa essere sovraesposte continuamente ad attacchi che tante volte non riguardano nelle modalità il genere maschile. Ovviamente lo si diceva all’inizio, appunto si va sempre sul personale, si va sempre sul giudizio magari estetico, perché se non sei carina, allora ti massacriamo, ma anche se sei ritenuta troppo carina ti massacriamo lo stesso. E c’è da dire che appunto lo facciamo anche con una programmazione sociale, passatemi questo brutto termine, che ci rende più alfabetizzate emotivamente, più propense ad autoanalizzarci necessariamente e anche più capaci di empatizzare con l’altro. E tutto questo ovviamente genera un ulteriore carico emotivo psicologico, per cui noi, di default, pensiamo di aver torto, di default pensiamo di avere torto, e poi solamente rimuginando sopra diciamo: “No, ma noi abbiamo le nostre ragioni”. Ecco, dall’altra parte il presupposto è quello contrario, cioè noi abbiamo ragione, e solamente facendolo notare numerose volte forse cambio idea e mi metto in discussione. E qui si spiega anche perché in questo momento, molto delicato, in cui il movimento femminista gioca sull’hashtag #NotAllMen, è così difficile poi, dall’altra parte, anche in ambienti non sospetti, mettere in discussione quei comportamenti sottili su cui stiamo cercando di incidere. A destra, il paradosso è che in questo momento, giusto per dire destra e sinistra, ok, il consigliere che mi ha attaccata al primo consiglio comunale tendenzialmente le assessore le chiama “assessora”. Il paradosso è che molti suoi colleghi di sinistra in maggioranza non ce la fanno, non ce la fanno. Siamo assessori, ok? Quindi il paradosso è questo. Perché nell’ambiente di sinistra ci sentiamo forse autoassolti, già arrivati, e invece poi sul comportamento sottile, sull’automaschi e femmine, inciampiamo sempre. E noi donne, appunto, partiamo probabilmente da una posizione di vantaggio in questo, perché siamo già abituate fin da bambine a… all’interno di una società. Ma tante volte sono il prodotto di un circondario che non funziona, che è disfunzionale, e questo si sente anche nei lavori di giunta. Eh, perché appunto, io mi sono posta, essendo la prima esperienza amministrativa, mi sono posta nella posizione dell’osservazione, perché dovevo imparare un po’ tutto da zero e poi anche per un atteggiamento di curiosità. Eh, ed è una fortuna, e qui lo sottolineo, lo strano nottolino, che ci sia la richiesta da parte del legislatore che ci sia almeno una parità di genere all’interno della giunta, perché questo aiuta innanzitutto a fare gruppo. Questa alleanza si coglie, almeno sono fortunata, all’interno della nostra giunta si coglie proprio.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Sheila Melluso SAM 2892
Jessica, Jessica cugini, che è consigliera comunale a Verona, è stata candidata alle ultime elezioni europee e anche lei ha ottenuto un bel successo. Io seguo quanto ha detto prima la collega assessora, perché in realtà sarebbe bello oggi fare un passo avanti rispetto a quello che abbiamo detto fino ad ora. Allora, le donne stanno occupando lo spazio pubblico, ok? Sono uscite, secondo il risultato della seconda ondata femminista, no? Almeno così sto apprendendo dal corso che stiamo facendo, ma da tutta un’analisi di questo genere. La questione adesso è come le donne, nella loro differenza, riescono a occupare questo spazio pubblico, che è il passaggio molto importante, su cui quando prima dicevo che bisognerebbe fare un movimento, dovrebbe essere la terza ondata femminista a aiutarci come amministratrici all’interno dei partiti e via dicendo, proprio per capire come occupare questo spazio, guardando dentro noi stesse. Perché noi abbiamo questa capacità, come è stato detto adesso, la capacità che l’intelligenza artificiale non ha, per inciso.
Grazie. E intanto grazie perché questa pratica del raccontarsi, lo si diceva prima, è una pratica femminile e femminista, che ci dà la possibilità di riconoscerci, di rafforzarci anche, perché le parole costruiscono contesti ed è quello che dà più fastidio quando noi le rivendichiamo, perché in qualche modo ribaltano tutta la situazione. Io sono filosofa della politica, nel senso che sono laureata in quello. E quando mi è stato chiesto di candidarmi, prima lo si diceva per Arianna, ero forse quella che, insomma, non aveva anche per me la prima esperienza da amministratrice, dal 2022. Mi occupo di migrazione, per cui sono una donna che per tanto tempo si è occupata di movimenti. Io faccio la giornalista, mi occupo di immigrazione, ho tre figli. L’unico momento in cui faccio curriculum è la campagna elettorale, insomma avevo tutte le carte per essere la candidata che poteva ottenere un buon risultato. Peccato che proprio per il tuo personale, quando amministri, diventi politica e ti declini subito per quello che sei, cioè diventi scomoda. Per cui lo spazio è piccolo e cerchi di allargarlo, ma questa cosa non piace. Tu dicevi, qual è la modalità? La modalità è scomoda e lo si capisce appena entri in amministrazione. Noi siamo stati eletti nell’estate del 2022, e a Verona c’era la stagione lirica. Tra i cantanti della stagione lirica c’era Domingo. Per cui noi, con tutti i movimenti femministi, avevamo già fatto a partire dal 2019 tutta una campagna per espellerlo dall’arena, perché nel 2019 Domingo è al centro di un grande caso che diventa mediatico, che lo fa allontanare dai più grandi teatri internazionali, perché è un molestatore. Un molestatore, prima le donne sono nove, poi c’è una sorta di ricerca sindacale, e le donne che si espongono diventano 20. Nel 2022 abbiamo Domingo in Arena e, come sempre facciamo, facciamo il picchetto, facciamo il comunicato. Io firmo il comunicato e vengo subito richiamata all’ordine: “Adesso sei consigliera, adesso governi.” E quindi un attimo. Io dico, vabbè, ma il cartellone della stagione di Fondazione Arena, di cui poi il sindaco diventa presidente, non appartiene a noi, no? Il cartellone del 2022 appartiene all’amministrazione precedente, quindi auspichiamo che per la prossima rassegna lirica Domingo venga allontanato. Ma questa cosa non avviene. Quindi altro picchetto, altro comunicato. Ma a quel punto, però, sono consigliera, non posso firmare l’appello dei movimenti. Faccio un comunicato stampa. Sono consigliera e dico una cosa semplice: abbiamo cambiato il linguaggio di genere all’interno del consiglio comunale, abbiamo un’assessora alla parità di genere, abbiamo una consigliera delegata alla parità di genere, va bene, ma se le parole che rivendichiamo non diventano azione, fuori lasciano un margine. Per me, che Domingo sia un molestatore e sia in Arena anche quest’anno, è un problema politico e io lo pongo. A quel punto vengo richiamata: “Intanto è una questione di donne, quindi il primo passo è il confronto con l’assessore e la consigliera.” Perché facendo questo comunicato io, in qualche modo, ho delegittimato le figure che rivestivano quel ruolo. Allora io dico: “No, guardate, non è una questione di donne, è una questione politica e io chiedo un incontro con tutta la maggioranza per cercare di capire se Domingo lo vogliamo tutti oppure no.” Mi si dice che siccome Domingo, nel frattempo, viene accusato da una cantante spagnola nel 2023, quindi l’anno in cui c’è questo comunicato, e quindi si scusa, dicendo che non era sua intenzione causare dispiacere o dolore, per me è già una missione. Il fatto che uno si scusi per qualcosa che ha fatto… comunque questa situazione diventa un processo, un processo politico, come si faceva nell’Unione Sovietica. Perché? Perché nessuna consigliera ha firmato il comunicato con te, quindi è un problema tuo, quindi te lo devi vedere con l’assessora e con la consigliera, quindi ve la dovete risolvere in cucina. No, questa cosa non mi sta bene. Mi oppongo. Abbiamo un incontro di maggioranza, dove mi si dice che bisogna essere garantisti. Domingo non ha avuto nessun processo, quindi finché non c’è un processo, è credibile. Guardate, ma anche Berlusconi ha avuto i processi ed è stato assolto, ma nessuno di noi crede che le cene eleganti siano veramente esistite. Insomma, metto un problema davanti al garantismo. Faccio un nuovo comunicato e dico: “Guardate che tutto quello che si lascia aperto, anche se è solo una fessura, è da lì che passa il patriarcato e da lì che si legittima la pacca sul sedere del vecchio, perché è durata pochi secondi e noi ci rendiamo complici di questa luce, dove filtra quel messaggio lì. Perché se tu sei famoso, se tu sei…”. Poi la presidente di Fondazione è il sindaco, ma noi a capo di Fondazione abbiamo una donna, Cecilia Gasdia, e quindi lei dice: “Ma se io stessa non mi pongo il problema, perché te lo devi mettere tu?” E questa è la tipica modalità che viene messa in atto quando si è scomodi, quando si dice che c’è nella nostra città qualcosa che non ci va bene. E questo è uno degli esempi, perché poi c’è stata la fiera delle armi e anche lì: “Ma sei sempre tu quella che… ma pensi di avere un’etica superiore a quella degli altri?” No, per carità, ciascuno ha la sua e ciascuno si espone per quello che rappresenta. Perché la cosa che viene meno quando tu sei donna è che tu lo fai per visibilità personale. Questo ti si dice. A me è stato detto: “Questo volevi finire sui giornali, hai fatto il comunicato e l’hai fatto solo tu perché stai cercando visibilità personale.” E quindi è il metodo che è sbagliato, ti dovevi confrontare. Ma io mi sono confrontata con voi. Nessuno, le donne dei movimenti, delle associazioni femministe, chiedono un incontro con le consigliere. All’incontro con le consigliere ci va il sindaco a rispondere per tutte, perché è il presidente della fondazione. Ma voi non dite nulla, perché prima si diceva, no, la coscienza, l’autocoscienza, il formarsi… è lì chi legittima cosa e chi legittima chi. Perché, sennò, le battaglie semantiche erano sempre solitarie. Oppure sei quella che si sta facendo portavoce di una voce esterna per una propria visibilità. No, non funziona così. Io mi sto facendo portavoce di una battaglia che conducevo fuori e adesso conduco dentro. Cosa ti si dice? Devi scegliere. Non puoi essere di lotta e di governo. Adesso sei di governo, la lotta te la devi dimenticare.
Posso chiederti una cosa, Jessica? Scusami, l’accusa di volere visibilità per i consiglieri e le consigliere, e quindi portare avanti una battaglia anche in solitaria, viene fatta anche agli uomini. Secondo me la differenza è che noi veniamo attaccate il triplo, cioè l’odio, la misoginia politica nei nostri confronti funziona sempre, semplicemente con una quantità più alta. Giusto?
Certo, ti torna questo ragionamento?
Certo, certo. Mi torna anche nelle modalità con cui poi tutto questo è avvenuto. Io non so se a un uomo sarebbe stato fatto in una riunione giunta a maggioranza un processo così, no? Dopo essere passata in un incontro tra donne, quindi la prima cosa è intanto: ve la vedete voi. No, perché intanto ve la vedete voi, e poi…
Anche lì, io chiedo un luogo neutro per questo confronto. Perché vengo chiamata nel salutino della vicesindaca e dico: “Guardate, io sono sarda, ho questo problema, siccome i luoghi di potere sono luoghi di potere, vediamoci in un contesto che non sia la vicesindaca assessora che te fa il processo.” No, non funziona così. Anche perché io per prima scrivo loro: “Mi dispiace se l’avete vissuta come un attacco personale, perché questo sminuisce me e voi. No? Per cui rivediamo quali sono anche le pratiche tra di noi, ci vogliamo chiarire? Ok, chiariamoci, però poi il passo successivo diventa chiarimento politico con tutti, non con me. Io vengo, per carità, non c’è problema, ma non è quello il punto. Il punto è il merito. Il merito bisogna entrare dentro il merito e se poi il merito è che comunque Domingo non è stato condannato, per me non è un merito sufficiente. No. Per forza di cose.” Ma questa cosa si replica ogni volta che tu hai, in quello spazio che è amministrativo, la posizione scomoda che è la tua. Che è la tua di essere di sinistra. Perché allora io mi occupo di immigrazione, andate a guardarvi le politiche di destra e sinistra, quanto cambiano nel tempo, quale solco hanno fatto nelle politiche vere. Irrisorio. Abbiamo una continuità. Abbiamo una continuità su quel tema. Le modalità di rispondere… L’altro giorno avevamo un incontro. Noi abbiamo un problema di senzatetto, abbiamo un problema di dormitori, ne abbiamo 269 posti, non sono sufficienti. Abbiamo un problema che è quello della cosiddetta sicurezza, che è declinata sempre solo per numeri di polizia, ok? E non la sicurezza sociale. Qual è la cosa che ci distingue? Come decliniamo le cose? No. Quali sono le nostre soluzioni di sinistra?
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Scjeila Melluso SAM 2893
Ricordare che siamo donne e che, come sinistra, dobbiamo ricordarci che quando governiamo, dobbiamo fare cose di sinistra. Altrimenti, rischiamo di perpetuare risposte tipiche della destra, e sappiamo bene dove ci portano. Ci sono però dei temi in cui è difficile comprendere che o cambi, o scompari. E allora, noi abbiamo fatto una campagna elettorale sul tema della discontinuità. Bene, ma la discontinuità va declinata nelle politiche, altrimenti rimane solo uno slogan vuoto.
Allora, qual è la possibilità per le donne in un’amministrazione di fare la differenza? Continuare a indicare quei punti in cui la differenza non è stata ancora fatta. Non perché si cerchi più visibilità, ma perché il tuo mandato elettorale è quello. Sei stata eletta perché in campagna elettorale portavi avanti delle idee con un certo linguaggio. Pensiamo alla Famiglia Arcobaleno. Avete visto cosa è successo a Padova? Le registrazioni sono state impugnate, mentre a Verona nessuno ne parlava, non era nemmeno presa in considerazione. Succede quello che succede, e le registrazioni delle 34 famiglie vengono impugnate.
Noi, però, abbiamo deciso di dare un messaggio: noi ci siamo anche noi. Vicenza l’aveva già fatto, quindi non eravamo le prime. Scrivo agli uffici e mi dicono di riferirmi all’assessora, ma mi rispondono: “Da noi si fa, ma non si dice.” E io rispondo: se non si dice, è come non farlo. Come faccio a sapere che posso avvalermi di un diritto se non me lo dicono?
Allora, cosa facciamo? Andiamo in Comune con tutte le famiglie arcobaleno di Verona e le facciamo conoscere a chi nella nostra maggioranza non aveva quella familiarità, che invece chi fa parte dei movimenti ha. Ogni amministratore dovrebbe portare il proprio “portato”, la propria esperienza, valorizzando ciò che è diverso. Noi siamo una maggioranza di centrosinistra, con una forte componente civica, visto che il sindaco ha preso moltissimi voti e la sua lista richiedeva il requisito di non aver fatto politica. E così, ci sono 10 consiglieri che non hanno fatto politica.
Per carità, non che io abbia un curriculum così lungo, però a 16 anni mi sono iscritta alla FGC e ho fatto le prime scuole di partito. Però questa cosa non si scrive, non ti fa eleggere come la “candidata perfetta”, giusto? La preparazione, lo studio delle delibere, il fare opposizione dall’interno: tutto questo diventa invisibile.
Quando entri in un’amministrazione, devi scegliere da che parte stare. E siccome il sindaco è calciatore, mi chiedo: con quale maglia gioco? Gioco con la maglia con cui sono stata eletta, quella di centrosinistra. Poi, però, quando entri, la declinazione del tuo lavoro dipende dalla tua storia e dalle modalità con cui la porti avanti. Non per obbligo, ma perché sei rappresentanza e la differenza la fai nel momento in cui rivendichi il tuo essere scomoda. Perché, se hai fatto politica nei movimenti, continui a farla. E non solo di governo, ma anche di lotta. È una cosa che non piace, ma noi, che proveniamo dal passato, sappiamo cosa significa questa declinazione.
Ogni tanto mi chiedono degli sgomberi. Abbiamo ancora il regolamento Tosi sugli sgomberi e diamo i Daspo alle persone senza dimora, che ovviamente non riusciranno mai a pagare una multa. Ma a noi cosa ci interessa? Siamo una città in cui sgombri e Daspo passano come politiche di “decoro urbano”, e noi diciamo: no, non è abile. Ogni volta mi chiedono: “Quale casa è la mia?” Io sono migrante, quindi sono una di quelli che alla fine resta fuori. E poi, per chiudo.
Un’altra cosa importante da ricordare è che nelle nostre battaglie dobbiamo essere intersezionali, anche se questo disturba. Perché significa che rivendichi sempre anche un pezzetto di quello che è degli altri, ma quello degli altri è anche il tuo pezzetto. Quindi, parlare di persone migranti o famiglie arcobaleno non è solo una questione di “poveretti”, ma di rappresentanza politica. Ed è così che sono stata definita, anche da un consigliere della mia maggioranza: tu rappresenti solo gli “sfigati”. Ebbene sì, rappresento anche loro.
Grazie, Jessica.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Scjeila Melluso SAM 2893
A tutti e a tutte, io adesso ti faccio cadere… devo dire che sono molto emozionata per la giornata di oggi, perché è veramente di altissimo livello. Mi piace molto e soprattutto mi piacciono queste relazioni. Purtroppo, devo dirlo, Jessica mi ha fatto venire in mente i miei 15 anni di amministrazione. Finché ero in minoranza andava tutto bene, voti contro, ma quando sono entrata in maggioranza, molte volte ho lasciato il consiglio comunale sbattendo le porte. Perché quando la destra mi attaccava pesantemente, i miei colleghi di centrosinistra erano muti. Muti lo stesso, ho fatto la stessa storia e ho preso sempre tanti, tanti voti. Il sospetto era sempre quello, il legame con il “fuori”, ma mi fa piacere presentarmi a Cecilia perché uno dei motivi del dissenso è stato proprio questo, no?
Cecilia, nel 2019, mi imbarcai sulla Mar Ionio ed è lì che ho conosciuto Cecilia. Abbiamo vissuto un’avventura umana prima che di soccorso, come potete immaginare. La sua storia è stata un’esperienza intensa, e abbiamo parlato molto, avevamo tanto tempo per stare insieme, e si è creata una grande relazione. Quando mi dissero che eravamo pronti a partire, io ero in vacanza con mio marito ad agosto. L’ho mollato subito, meno male, ma parlai subito con il mio sindaco di centrosinistra, quello che aveva preso più voti in Lombardia, e gli dissi: “Guarda, io questa cosa…”. Non vi dico i commenti. Mi dicevano che avrei consegnato la città alla Lega, perché partendo per soccorrere i migranti, chiaramente davo un segno che non volevano dare. Tant’è che, quando tornai, fui omaggiata da una serie di murales nella mia città. Fui scortata per tre mesi, il che mi faceva un po’ ridere, solo perché ero andata a soccorrere i migranti.
Ma da lì in poi arrivò, devo dire, l’assoluta solidarietà. Sono andata a processo per odio in rete, è stata una cosa pesante. Poi facevo anche la delegata alla sanità durante il covid, quindi immaginate cosa è successo da destra. Però lì poi si è stabilita maggiore solidarietà, ma è stato molto difficile. Quello che hai detto tu mi ha fatto ritrovare molto nelle tue parole. Ma soprattutto, il tema della solitudine che qualcuna stamattina ha tirato fuori. Io non so voi, ma io, spesso, durante i miei 15 anni di amministrazione, mi sono sentita molto sola, nell’istituzione e nei rapporti, non tanto con i cittadini e le cittadine che mi avevano votato, con cui c’era sempre grandissima solidarietà, ma soprattutto con le formazioni politiche. E questo è, secondo me, il grande tema di oggi, perché questa è la situazione.
Allora, Cecilia Strada, l’abbiamo invitata con grande piacere, perché è un’amica e, per quanto mi riguarda, una persona apprezzata e stimata. La cosa che ci incuriosisce di Cecilia è che tu sei passata dalla nave di soccorso al Parlamento Europeo direttamente. E vabbè, hai fatto un bel salto, insomma! Alcuni dubbi sulla tua collocazione, devo dire, io li ho avuti. Lo sai, ne abbiamo parlato tante volte, quindi non è un problema, non è quello il tema. Non mi interessa, ci mancherebbe. Io credo che tu sia una persona di grandissimo valore, quindi non è questo. Ma gliel’ho detto apertamente. Però, come dicevi prima, tu mi chiedevi: “Io cosa c’entro con l’amministrare?” Beh, c’entri, perché tu sei in Europa, e credo che oggi l’Europa abbia un ruolo straordinario. Quando parlo della mia materia, che è la sanità, e parlo di diritti sessuali e riproduttivi, l’Europa è sempre in testa, perché è ovvio che è lì.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Cecilia Strada SAM 2896
Buongiorno a tutte e a tutti. Sì, sono saltata da una nave al Parlamento Europeo, è stato un grosso salto nel buio, forse con una collocazione che per prima è sembrata strana a me. Se me l’aveste detto dieci anni fa, evidentemente avrei sorriso. Se me l’aveste detto nel 2017, quando l’allora Partito Democratico firmava gli accordi con il memorandum Italia-Libia, avrei detto “cosa avete bevuto?” Il Partito Democratico che però ha chiaramente cambiato rotta su questo. Poi sono completamente d’accordo con quello che dice Jessica, la sinistra deve ricordarsi di fare delle cose di sinistra quando ne ha l’opportunità. Questo è il grande problema.
Io credo che un centrosinistra che cerca di inseguire i voti, inseguendo la destra sui suoi temi, paga le conseguenze in termini di diritti umani, diritti sociali, politiche sociali e quant’altro. Dall’altro lato, non guadagniamo nemmeno voti, perché evidentemente quando è il momento di andare a votare, tra la coppia e l’originale, la gente sceglie l’originale.
Fortunatamente ho potuto candidarmi alle elezioni, perché quest’anno, sui muri, il Partito Democratico scriveva “Un mare, non un cimitero”. Nel 2017 probabilmente avrebbero scritto “Viva gli accordi Italia-Libia”. Esatto, niente esattamente. Quindi sì, è stato un grande salto. Tra l’altro la nave Rescue People, che è quella su cui sono stata fino all’anno scorso, è salpata proprio l’altro ieri. Adesso sta navigando continuamente, perché sto ricevendo messaggi in continuazione con segnalazioni di intercettazioni da parte della Guardia Costiera Libica, che vuol dire esattamente che sappiamo che donne verranno prese e riportate agli stupri, per chissà quanti giorni, settimane o mesi ancora.
Quindi sì, è un po’ strano trovarsi lì in Europa. Sicuramente abbiamo delle prospettive, un po’ teoricamente, che ci danno un po’ di ottimismo rispetto alla questione di genere. Praticamente sarà tutto da vedere, perché quando avete visto la Commissione, è quella che è, la maggioranza è quella che è. La commissaria che ha il portafoglio sull’uguaglianza e i diritti sessuali e riproduttivi, in una prima battuta, si voleva dare al commissario ungherese, ma poi… forse no.
Ah, tra l’altro non so se avete visto, ma Orbán ha inaugurato il suo semestre di presidenza dell’Unione Europea nella prima plenaria che abbiamo fatto a Strasburgo a settembre, dicendo che ci sarebbe il rischio del fenomeno migratorio, di questa invasione di migranti che arrivano in Europa, minacciano le nostre donne e fanno aumentare l’omofobia. Sentire dire da Orbán che l’omofobia dipende dalle persone che attraversano il mare è veramente qualcosa che farebbe ridere, se non fosse che fa piangere.
La commissaria che avrà in mano invece l’uguaglianza è la mia commissaria preferita, in una Commissione che io non ho votato, perché non mi sono sentita di votare questa Commissione, per me non era obiettivamente votabile. Questa seconda Commissione, però quella commissaria lì mi piace. Adi Albiib, che ha fatto la ministra degli Esteri in Francia, ora ha il portafoglio all’aiuto umanitario. È una che è stata molto netta, anche durante le audizioni, nel rispondere fermamente alle provocazioni della destra, quando cercavano di metterla contro il resto del mondo e le chiedevano cosa intende fare contro la cristianofobia in Europa. Perché apparentemente, se senti i colleghi di destra, uno dei principali problemi che abbiamo adesso in Europa è la crescente cristianofobia e le crescenti discriminazioni contro i cristiani in Europa. E lei ha risposto molto fermamente: “Io non faccio la classifica delle discriminazioni. Le discriminazioni sono tutte uguali.” Quindi ha un bell’approccio.
Io sono anche in commissione FEM, che è la commissione che si occupa di genere, dove cercherò di portare avanti il tema della medicina di genere, che è ancora totalmente sconosciuto, anche nel mondo degli addetti ai lavori. Ha tutta una serie di ripercussioni sulla nostra salute, piuttosto importanti. Abbiamo fatto, nell’ultima sessione di Strasburgo, no, in realtà nella penultima, abbiamo votato come Parlamento Europeo una risoluzione sulla situazione delle donne in Afghanistan, in cui abbiamo chiesto il riconoscimento del crimine di genere come crimine contro l’umanità, che potrebbe quindi essere perseguito dalla Corte Penale Internazionale. Ci sembra davvero il minimo. Dopodiché, quello che si riuscirà a fare in Europa in questi anni sarà tutto da vedere, perché le forze spingono in direzione di riduzione dei diritti, di controllo sui nostri diritti sessuali e riproduttivi, di muri e discriminazione in generale. Poi sappiamo ovviamente, perché lo sappiamo anche quando pensiamo all’intersezionalità delle lotte, che qualunque discriminazione si vada a produrre contro qualsiasi categoria, all’interno di quella categoria, chi pagherà più caro di tutti saranno le donne, perché partono già da una situazione di discriminazione.
In tutto questo, l’Italia è il paese con il tasso di occupazione femminile più basso d’Europa. Ci troviamo a fare incontri, conferenze, dibattiti, convegni per parlare di donne, e ci ritroviamo fra donne. Questo è un problema, evidentemente, un tema che dobbiamo affrontare.
Quando obiettivamente il problema è principalmente degli uomini, dei maschi di potere che non vedono neanche qual è la situazione. Un paio di anni fa ho fatto una conferenza con Lidia Ravera, che mi è piaciuta tantissimo, aveva appena scritto questo libricino Age Pride, che vi consiglio, se non l’avete già letto, è durissimo ma necessario, secondo me. Alla fine dell’incontro, un uomo si alza e dice: “Io ho fondato un’associazione chiamata Maschi contro la violenza sulle donne. Ma noi cosa possiamo fare? Come possiamo aiutare?” E Lidia gli ha risposto: “Perché non cominciate a trovarvi e parlarvi, come facevamo noi negli anni ’70? Vi trovate, vi parlate in piccoli gruppi e cominciate davvero a parlarvi e a porvi questo problema, perché è un vostro problema, è una vostra malattia. Poi ammazza noi, poi discrimina noi, poi tiene noi a lavorare per un mese e mezzo gratis ogni anno, perché questo è il gender gap in Italia. Ma la malattia ce l’avete voi, quindi perché non cominciate a parlarne tra di voi per capire cosa fare?”
Rimango dell’idea che dovremmo invitare i nostri figli, i nostri amici maschi, a trovarsi tra di loro e parlarne, perché la malattia ce l’hanno loro, anche se poi finisce per ammazzare noi. E chiudo su una cosa. Poi dimmi cosa mi volevi chiedere.
In Europa si sente meno il tema del linguaggio di genere, anche perché lavoriamo in inglese e in francese, quindi non c’è tanto il problema di declinare le cose. Noi siamo “Madame la députée”, “deputée” quando parliamo in inglese, presidente gender neutro, quindi non si pone molto il problema. Il Parlamento Europeo è, credo, più avanti rispetto al Parlamento italiano su alcune cose. Ad esempio, quando ho iscritto mio figlio nel mio profilo personale per questioni legali, dovevo dichiarare il genere, maschio, femmina, X. E preferiscono rispondere a questa cosa, che è standard ora al Parlamento Europeo.
Stiamo cercando di lavorare su un emendamento recentemente proposto da Alessandro Zanchi, che sto sostenendo, per uniformare a livello europeo i documenti di identità e dare un riconoscimento adeguato del genere o della non volontà di dichiarare il proprio genere anche sui documenti di identità. Recentemente ho sentito, invece, un collega di estrema destra in aula che chiedeva molta più specificità, perché secondo lui era una questione di sicurezza. Quindi, sostanzialmente, i colleghi di estrema destra hanno un progetto di “guardarci nelle mutande” prima di darci la carta d’identità.
In Europa si sente meno questa cosa, ma in campagna elettorale… Ragazze, ragazzi, quanto l’ho sentita! Intanto, in campagna elettorale, io ho deciso di candidarmi con il Partito Democratico dopo una lunga telefonata con Donatella. Lo sapevo, lo sapevo dal minuto uno. Tutti quelli che avevano da ridire sulla mia scelta, invece di dirmi una normale legittima critica, mi dicevano: “Sei sicura di farlo con questo partito?” Ne avremmo potuto discutere, ma la critica ha preso la forma di “Tuo padre si rivolta nella tomba, tuo padre si vergognerebbe di te, tuo padre ti ripudierebbe”. Lo sapevo che sarebbe successo, sapevo che dal minuto due un mio amico che vive in Svizzera sarebbe saltato lì a cercare di fare il giustiziere del linguaggio. Mi ha detto: “Prima di tutto, sua madre ve la siete già dimenticata? Se dovete rinfacciare qualcosa, usate solo suo padre”.
Mi ha anche fatto riflettere su un’altra cosa: questa cultura di colpevolizzare sempre le donne e mai gli uomini. E mi è piaciuta molto la sua immagine: “Ma bastonate con le ossa di suo padre”. Sì, un’immagine forte, ma molto vera.
Abbiamo davvero tanto da fare non solo con i nostri avversari politici, ma anche tra di noi. Perché tra noi, compagni e compagne, spesso non ci rendiamo conto della disparità di trattamento. E chiudo davvero su una cosa che ho letto recentemente: una piccola ricerca del centro ricerche del Parlamento Europeo sull’effetto dell’uso dei social media sulle giovani donne. La violenza è superiore rispetto ai colleghi maschi. La quantità di attacchi che ricevono le donne in politica, le attiviste, le giornaliste è estremamente superiore rispetto a quella che ricevono i colleghi maschi. L’ho visto io stessa e lo sappiamo bene. Donatella lo sa, che è finita sui muri della città con murales che la demonizzavano.


Che genere di politica? SAM 2887
Tutto per l’invito, è veramente un’iniziativa interessante e credo che ce ne sia bisogno, sicuramente da mantenere in futuro. Faccio questa premessa: devo dire che nei 10 anni in cui ho svolto e ho assunto l’incarico di assessora, anch’io avevo la targhetta fuori, non solo come politiche sociali, ma anche con la delega alle pari opportunità. Venendo da questa esperienza, diciamo che poi abbiamo costruito, insomma, una lista civica di sinistra per Cremona, con dentro tante espressioni, compagni e compagne che venivano da esperienze diverse.
Ho realizzato sentendovi parlare questa mattina che, in questo periodo, ci siamo sentite un po’ sole. Nel senso che è importante amministrare, è difficile, è stato detto bene questa mattina, soprattutto in questo contesto storico per mancanza di risorse, ma sicuramente anche per un contesto politico e culturale fortemente avverso, con tanto estensionismo. Quindi, dicevo, è importante sentirsi dentro in una rete, in collegamento. Abbiamo fatto delle iniziative con Donatella, con Brescia, piuttosto che altre città vicine. Però, diciamo che, in questa nuova esperienza amministrativa, dove a Cremona abbiamo vinto ancora come centrosinistra, siamo partecipati come Alleanza Verde di Sinistra, e mezzo, diciamo, con il logo della lista civica, c’è anche la partecipazione dei partiti, pur con delle difficoltà. Quindi ci vuole molta, molta, e lo dico per tutti, visto che credo che tanti vengono anche da questa esperienza amministrativa, sensibilità e anche capacità di non prevaricare, rispetto all’entusiasmante risultato delle elezioni europee, ma non solo, insomma anche in tante città. Nello stesso tempo, appunto, bisogna mantenere una pari dignità con queste reti o con queste persone che poi alla fine non hanno ancora scelto magari di tesserarsi in qualche partito.
Quindi, dopo 10 anni di esperienza civica, adesso inizia una nuova esperienza con un contesto diverso, con a tutti i livelli più partiti, perché anche il sindaco veniva da una lista civica caratterizzata, diciamo, anche di ispirazione dell’area Cattolica sociale. Ma adesso c’è un contesto politico diverso, com’è? Io penso che lo spazio ci sia sicuramente, uno spazio difficile, anche ampio, perché in tanti luoghi e in tutti i partiti, molto spesso, comunque vedo che chi vuole e chi ha anche, diciamo, a volte magari non solo dei buoni intenti, ma delle spinte opportunistiche, lo spazio lo trova, perché comunque siamo davanti a un disinteresse diffuso e, ahimè, con il riscontro nelle urne da parte dei cittadini e delle cittadine. Quindi lo spazio c’è, lo spazio è ampio e ce lo dobbiamo prendere.
Nel 2014 ho partecipato alle primarie, e non ho vinto, ovviamente, però poi devo dire che con un’alleanza di intelligenze che ha caratterizzato il sindaco, insomma, con cui ho governato per 10 anni, e anche le altre forze politiche, poi abbiamo vinto la città. Quindi, lo spazio che veniva da un’esperienza di centrodestra, per altro, lo spazio c’è. Bisogna capire, appunto, come muoversi all’interno di questo spazio. Sicuramente è ancora uno spazio ostile, è già stato detto. Mi ricordo, nel 2014, con il Movimento Donne, quanto c’era la campagna della democrazia paritaria 50/50. Se non è parità, non è democrazia. Ora noto che anche nel nostro campo, nel momento in cui si, come dire, abbassa l’attenzione o sembra che anche la regola della norma del 23% (un terzo) sia acquisita, non è così. Quindi tante cose, sicuramente, tanti passi avanti sono stati fatti, ma non bisogna, come stiamo vedendo su altri diritti, dare per scontato che ci sia una cultura politica consolidata anche all’interno del nostro schieramento.
Quindi, questa è un po’ la mia esperienza rispetto allo spazio. Ripeto, non è uno spazio sicuramente facile da praticare. Ho fortemente voluto la delega alle pari opportunità e mi sono resa conto che, poi, facendo un’analisi a livello provinciale delle letture e altro, anche per fare rete, pochissimi comuni avevano, come dire, donne, insomma, assessore, sindache. Non avevano più previsto questa delega alle pari opportunità. E anche qui, quando la chiesi nel 2014, devo dire che anche nell’ambito del centrosinistra, probabilmente, in 10 anni sono successe tante cose. Adesso abbiamo un governo di destra, ma la risposta, un po’ da parte di qualcuno, è stata: “Ancora la delega alle pari opportunità? Ma basta, ormai ci siamo.” No, abbiamo fatto tante conquiste, e da parte delle donne, quindi risultava un po’ demodé, come spesso succede quando parli di femminismo, diritti delle donne, e di tante lotte di emancipazione.
L’ho voluta sia per agire sulle politiche di genere, ma anche soprattutto per lavorare, proprio, avendo come ispirazione e punto di riferimento l’articolo 3 della nostra Costituzione, quindi pari opportunità per tutti. E abbiamo lavorato molto anche su, ad esempio, le discriminazioni, costituendo anche delle reti. In questo spazio, sicuramente è stato detto che è importante costruire delle reti, delle alleanze che siano anche trasversali, ma ovviamente alleanze tra anche istituzioni e soprattutto il territorio. Abbiamo investito molto sulla costruzione di una rete territoriale contro la violenza, ma anche di una rete antidiscriminazione, con dentro soggetti che magari sulla carta sembravano improbabili. Ho qua l’agenda dell’Anfas nella nostra rete contro la discriminazione, considerando ad esempio tutti i fattori di rischio. Passiamo dall’Anas all’Arci Gay, al Cremona Pride, ad altri soggetti che appunto lavorano nel territorio su questi temi.
Quindi è sicuramente un agire non facile. Amministrare, è stato detto questa mattina, è difficile. È diverso quando mi chiamano “politica”, io dico anche ai giornalisti: “No, perché ho avuto anche un padre sindaco tantissimi anni fa, adesso non c’è più, di un piccolo comune”, e diceva sempre, appunto, “è diverso amministrare e fare politica. Quando fai politica, fai politica, ma quando amministri, è un altro ruolo.” Ma è vero, è una vicinanza, una prossimità coi cittadini, con i problemi, che ovviamente è un po’ diverso da chi agisce in altri ruoli. Non è, diciamo, né migliore né peggiore, è diverso, anche per le condizioni in cui lo facciamo. E non c’è comprensione, non solo come donna in questo spazio. È stato ben detto dalla collega del consiglio regionale del Piemonte, e in generale, devo dire, non c’è comprensione da parte della cittadinanza, soprattutto a livello amministrativo. È una disponibilità h24, uomini o donne che siamo. Tu non sei più una persona, sei un amministratore, e quindi devi rispondere sempre al cittadino e alla cittadina, sempre e comunque. E non sei un essere umano, no? Non hai problemi di conciliazione, di cura, anche dei tuoi genitori, piuttosto che di salute. Puoi magari fissare un appuntamento e poi magari quel giorno lì ti ammali. Ecco, polemica, piuttosto che incontrare 500 persone in un mese, ma non incontrare la 501ª. L’assessore nel palazzo non incontra le persone, non gira per le strade, non risponde dopo 10 secondi a un WhatsApp. Non rispondi mai ai cittadini, però se sto a rispondere in ufficio, non sono nelle piazze, nei quartieri. Quindi è veramente un lavoro complesso, soprattutto a livello locale, nell’epoca della comunicazione social, muoversi in questo spazio che è, ovviamente, di tutti. Il nostro impegno, penso, è per il bene comune, con tutti, anche per carità, i limiti che possiamo avere.
C’è della misoginia, mi pare fosse la seconda questione. Certo che sì. Diciamo, anch’io uso i termini… Adesso chiamo tutti, anche quelli dell’opposizione, “consigliera”. Da quando, ovviamente, la Meloni ha fatto quella esternazione, tu parlavi di “donne complici”. Ecco, a destra le complici sono tantissime, anche a sinistra per carità, o nel centrosinistra, che dir si voglia. Però, ovviamente, io le chiamo “consigliere”. Quando intervengo, uso il femminile, loro, ovviamente, rispondono al maschile. Qualcuna ha puntualizzato, ma andiamo avanti così. Diciamo che ho studiato abbastanza anche le pratiche canadesi della non violenza, quindi serve una pazienza rivoluzionaria non violenta per portare a casa certi risultati. Ma c’è anche al nostro interno, insomma. Ecco, ma meglio anche rispetto a, secondo me, 10 anni fa, sia per deleghe ritenute maschili, come quelle dei lavori pubblici o altro, che vengono o al bilancio. Noi abbiamo una vice sindaca donna con la delega al bilancio, per esempio, in questo momento. Quindi, da questo punto di vista, sicuramente anche nel nostro schieramento sono caduti tanti tabù, ma anche perché sono aumentate le donne ingegnere, architetti, piuttosto che di altre professionalità. E questo è anche per chi verrà dopo nel pomeriggio, un punto di vista molto, molto importante.
Dicevo delle alleanze rispetto alla misoginia. Nel mio giro, ma anche quello di tutto il nostro gruppo, io ho cercato anche alleanze al maschile. Quindi anche iniziative con gruppi e associazioni come “Maschile plurale”, maschi che si impegnano, che è un gruppo di uomini di Parma che lavora sulla violenza di genere. Quindi è importante, sicuramente, anche per affrontare il tema del patriarcato e dei comportamenti misogini che viviamo tutti i giorni, anche ripeto, sia non tanto in giunta, ma in consiglio comunale, oppure nella sfera pubblica. Non solo perché ti chiamano “assessore”, ma perché lo senti, lo percepisci, oppure anche in termini smuti quando un consigliere di opposizione ti appella. Ti chiede come dire, molto spesso uno deve rispondere, passatemi la semplificazione: “Non sono tua sorella”. Ecco, quindi è comunque strisciante, latente, sempre in tantissimi luoghi. Penso anche alle aule di tribunali, piuttosto che la scuola o la sanità. Insomma, dove una donna infermiera, ma se vedi un uomo, è dottore per forza. Quindi c’è ancora molto da fare, però appunto siamo su una buona strada e siamo, credo, in tanti.
Qualche ultima riflessione. Sicuramente, avere la Meloni al governo non è un esempio di come dire che aiuta la causa della politica e della cultura femminista. Giusto anche distinguersi nei termini e nelle definizioni. Non è la prima, e appunto, non è perché una donna porta un’esperienza e uno sguardo necessariamente diverso. Anzi, quel tipo di profilo di figura femminile, secondo me, appunto, si impegna il doppio per dire e agire invece di un essere maschile. A partire da come si fa chiamare. Due sollecitazioni finali. Io credo che rispetto alle pratiche non faccio l’elenco, però si diceva bene prima, tante cose sono state fatte da Rosa Buttarelli. Qualche strumento ce lo siamo dimenticato. Penso, ad esempio, al piano delle azioni positive. Anche qui, quando è obbligatorio per le pubbliche amministrazioni, ma quando ho cercato all’inizio di dare sostanza, tutti erano un po’ straniti. Ma come? Una cosa che ormai si fa quasi uguale ogni due anni? L’assessore che cosa dobbiamo mai fare con questo piano delle azioni positive? Che ahimè ha perso un po’ la sua caratteristica, perché ormai è più collegato al benessere organizzativo. Però è uno strumento importante, perché in quel contesto, anche all’interno della pubblica amministrazione, come un comune, chiesi, ad esempio, la distinzione del fare il conteggio, di mettere in risalto le ore di permesso di cura, piuttosto che quanto gli uomini hanno chiesto il congedo parentale, e abbiamo cercato di porre degli incentivi, di fare una campagna rispetto a questo, anche all’interno dell’amministrazione. Un consigliere di opposizione mi rispose: “Ma sa assessora, quando i bambini hanno la febbre, è la mamma che vogliono, non il papà”. Ho detto, “Ma insomma, parliamone”. Ecco, per dire che ci sono tante piccole cose che si possono fare anche all’interno dei nostri contesti, così come ad esempio una donna che sta in maternità ha anche strumenti per il reinserimento e per recuperare eventualmente, da un punto di vista professionale, in termini di formazione, quello che è successo all’interno dell’ente.


Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Cecilia Strada SAM 2899
La mia vita… ehm… la pace. Intanto, come giustamente dici, non è dire “sono contro la guerra”. La pace è la pratica dei diritti, la piena pratica dei diritti. Esattamente come la salute non è l’assenza di malattia, ma uno stato di benessere psicofisico, la pace è, direbbe la nostra Costituzione, vivere un’esistenza libera e dignitosa. E siamo lontanissimi dalla dignità. Io trovo che siamo in una situazione veramente… non so, io non ho mai visto una situazione così nel mondo, relativa alla pace e alla guerra, da… e mi occupo comunque di pace, di guerra, e visito anche zone di guerra. La prima l’ho vista quando avevo 9 anni.
Di mentalità di guerra. Io penso che il problema più grosso che abbiamo è proprio uscire dalla mentalità di guerra. Giustamente il segretario della NATO l’altro giorno ha detto “dobbiamo mantenere la mentalità di guerra”. Io pensavo che invece dovessimo uscire da una mentalità di guerra, perché sembra che sia proprio la mentalità di guerra che ci ha portato mani e piedi nel sistema della guerra, dal quale non riusciamo più a uscire. Lui dice invece che dobbiamo entrare in una mentalità di guerra, che è esattamente quello che sta succedendo in Europa. Perché questa Europa, quello ci sta dicendo, questa commissione ci sta dicendo, bisogna investire molto di più nella difesa. Io sono d’accordo su una difesa europea, sono d’accordo su un esercito europeo, mi piace di più che non 27 eserciti di stati membri. Ma la difesa è l’esercito europeo, è una parte della difesa. La vera difesa è la democrazia e la diplomazia. Invece quello che ci stiamo dicendo mi sembra sia che siamo in uno stato di guerra permanente al quale rispondiamo armando di più. Il problema è che anche gli altri sono già armati di più, perché hanno fatto esattamente la stessa cosa nelle risoluzioni che abbiamo votato sull’Ucraina. Al Parlamento abbiamo votato un sacco di risoluzioni sull’Ucraina. In una c’era, ehm, un punto se volete minore, però è molto colpito, in cui si diceva che il Parlamento Europeo approvava le iniziative in alcuni stati membri di crowdfunding dei cittadini per comprare le armi da mandare in Ucraina, e si invitavano altri stati membri a avviare iniziative analoghe. Ora, il crowdfunding per comprare le armi a me dà la pelle d’oca, perché appunto sono cresciuto in un mondo in cui facciamo il crowdfunding per mettere in mare una nave di soccorso, facciamo il crowdfunding per mandare farmaci a casa, facciamo il crowdfunding per aiutare a dare cibo a chi ha fame a Milano, nelle nostre comunità. Il crowdfunding per comprare le armi, ecco, e però quella roba lì, proprio quella roba lì, è la mentalità della guerra come la cosa inevitabile dalla quale non potremo uscire mai.
Questo per quanto riguarda la Russia e l’Ucraina, e davvero io penso che sia doveroso stare dalla parte dell’aggredito contro l’aggressore. Non me la sono sentita di approvare le risoluzioni che chiedevano, ehm, di togliere quelle che sono passate, che avete visto, di togliere le restrizioni sull’utilizzo di armi donate dall’Occidente per l’attacco sul territorio russo. Io ho votato contro questa cosa, perché non me la sentivo. Dopodiché sono ovviamente d’accordo politicamente sul fatto che si stia con l’aggredito. Abbiamo votato per dare armi da usare, come vogliono, soldi, prestiti, e tutto giustamente.
Dall’altra parte c’è la Palestina. E certo, per la quale non è stata approvata alcuna risoluzione al Parlamento Europeo. Abbiamo avuto un dibattito, quello che hai visto, ma non sarà approvata alcuna risoluzione perché non sarà presentata alcuna risoluzione. Perché? Perché la maggioranza è tale che, se io domani presentassi una risoluzione sul tema, una buona risoluzione sul tema, hanno i numeri per far uscire quella cosa lì come una risoluzione che cancella tutto. Questo è un enorme… come dire, in Palestina è in corso una catastrofe, e fuori dalla Palestina siamo prossimi alla catastrofe.
Questa settimana abbiamo fatto, ho fatto, promosso l’incontro con le principali agenzie dell’ONU per i socialisti democratici, come il gruppo di lavoro ci hanno dato i dati aggiornati alla settimana. Ehm, Palestina: la mortalità materna e neonatale, gli aborti, sono aumentati del 30%. L’insicurezza alimentare ormai in tutto il paese è al 96% dei bambini piccoli, lattanti, e delle donne che hanno bisogno di alimentazione, ma non hanno sufficienti standard minimi di alimentazione. La gente sta già facendo la fame, c’è già fame diffusa. Tutto distrutto, 95% delle case distrutte, 68% delle strade sono distrutte, il 95% del bestiame non esiste più, è morto. Per cui, diciamo, la fame senza possibilità di mangiare.
Ovviamente gli aiuti umanitari sono bloccati, erano 500 camion al giorno che entravano prima del 7 ottobre, già non erano abbastanza, adesso sono 70 di media che entrano al giorno. Gli operatori umanitari, quelli sopravvissuti, perché ci sono stati più di mille morti fra gli operatori umanitari, ci dicevano l’altro giorno, stanno nelle tende e mangiano il cibo per cani per riuscire a continuare a stare lì a fare il loro lavoro. E in questa situazione qua, in cui ci sono 45.000 morti, ma sappiamo benissimo che quando ci sono 45.000 persone già seppellite, in realtà i morti sono molti di più, perché con 17 ospedali su 36 parzialmente funzionanti, parzialmente funzionanti, con i farmaci che non entrano, con Medici Senza Frontiere che dice “noi dobbiamo cambiare le bende ogni 4 giorni anziché due, perché non ce le abbiamo”, con gli anestetici che sono bloccati da Israele prima del confine. Quindi si fa tutto… come si esce in questa situazione qua? Con le droghe per i cronici, con i farmaci per i cronici che non entrano. Ovviamente 45.000 morti di bombe e proiettili, e tutti gli altri che stanno per morire, che moriranno, perché moriranno per l’indotto della guerra. Moriranno perché sono cronici che non si sono potuti curare, sono oncologici che hanno dovuto interrompere le cure, sono donne che muoiono di parto, sono eccetera eccetera. Questo per quanto riguarda i morti feriti. Ci sono più di 100.000 feriti. E anche lì, le dottoresse, i medici lo sanno, ferito in una guerra non vuol dire qualcosa che poi guarisci. Un quarto di questi feriti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono mutilazioni, sono cose che richiederanno riabilitazione per tutta la vita, perché sono mutilazioni, sono ferite che ti cambiano la vita. Riabilitazione per tutta la vita che non avranno, evidentemente.
In questa situazione qua, di continui, diciamo, è quello… però è un punto di… sono mesi che ci sentiamo dire dalle agenzie dell’ONU “stiamo raggiungendo un punto di non ritorno su questa cosa” e continuiamo a raggiungere questi punti di non ritorno. Evidentemente poi uno si collega all’altro. In tutto questo, le donne non hanno prodotti per l’igiene mestruale. Ci sono donne, ci dicevano, che non si fanno una doccia magari da sei mesi, perché poi andare a lavarsi, andare a fare la pipì in un posto in cui c’è un bagno per migliaia e migliaia e migliaia di persone, è quello il posto in cui sei più insicura. È quello il posto in cui rischi di più, rischi più le violenze. E allora non vuoi andare a fare la pipì. E allora cosa fai? Non bevi per dover andare meno a fare la pipì.
In questa situazione qua, a gennaio raggiungeremo veramente il punto di non ritorno. Sapete che la Knesset del parlamento israeliano ha approvato queste leggi anti-ONU, entreranno pienamente in vigore da gennaio. A UNRWA sarà reso impossibile lavorare, alle altre agenzie dell’ONU e agli altri funzionari di qualunque cosa verrà vietato di avere rapporti con UNRWA. Quindi UNRWA di fatto non potrà più operare nel paese. Il problema è che su UNRWA si basa tutto: la distribuzione del cibo, le scuole per i bambini, i rifugi, qualunque cosa.
In Europa, io e un gruppo di altri parlamentari siamo da luglio che stiamo ogni settimana praticamente con un’interrogazione e una richiesta alla Commissione di sospendere l’accordo di cooperazione con Israele, sanzioni, aiuti umanitari e una serie di cose. C’è stato il fuoco, ovviamente, l’alto rappresentante… ehm… degli Affari Esteri, finora, Borrell l’uscente, che ha fatto un ottimo lavoro. Ha chiesto lui al Consiglio anche sanzioni, revisione dell’accordo, eccetera, eccetera. Tutto quello che può succedere, che dovrebbe succedere. Però dovrebbe essere approvato dal Consiglio all’unanimità, cosa che non succederà, cosa che non sta succedendo. E non succede. So che la nuova alta rappresentante, la Caia Callas, ha convocato il consiglio, vedremo però… catastrofe a Gaza e noi fermi, zitti, muti. E il resto del mondo che ci guarda e dice “avete una cazzo di doppia morale, avete un doppio standard insopportabile”. Perché Putin, giustamente lo condannate e lo volete portare alla Corte penale dell’Aia, e l’Ucraina la aiutate, e di qua non fate niente. Quindi la catastrofe che succederà fuori da Gaza è questa qua. Io credo che la catastrofe della nostra credibilità politica, la fine del sistema dell’ONU, perché quello che sta succedendo là è che il Segretario Generale è stato dichiarato persona non grata da Israele, che le agenzie dell’ONU non potranno più lavorare. Che in tutto questo la Corte Penale Internazionale, dove ero ieri all’Aia, ha chiesto un mandato d’arresto per Netanyahu, che ha scatenato una serie di ire statunitensi che adesso passeranno al Congresso, cose che già la Camera dei Rappresentanti ha approvato, sanzioni contro la Corte Penale Internazionale, che ci spiegavano ieri se approvano sanzioni contro i singoli individui forse ancora ce la possiamo cavare. Ma questo… ma cosa vuol dire sanzioni contro i singoli individui? Vuol dire che i giudici della Corte, da un giorno con l’altro, si trovano senza conti correnti, perché verranno puniti se collaborano con le persone della Corte. Quindi un giudice che si trova senza poter più viaggiare, senza avere più un conto corrente, però dicevano, ancora potremmo riuscire a cavarcela, come già successo in passato. Ma se le sanzioni sono contro la Corte, se si fanno sanzioni contro la Corte, vuol dire appunto punire le compagnie, le imprese che collaborano con la Corte. Vuol dire per esempio che la Corte, da un giorno con l’altro, non può più avere i computer, le licenze per i computer, oltre che i conti correnti eccetera eccetera.
Quindi, chiudo. La situazione non è soltanto Palestina, la situazione è la Palestina. Io credo che il campo su cui si è in gioco non è soltanto la sopravvivenza della popolazione palestinese, è in gioco la sopravvivenza della comunità internazionale come l’abbiamo intesa finora. Se perdiamo, perdiamo anche il sistema multilaterale, perdiamo le Nazioni Unite, perdiamo la Corte Penale Internazionale, e torniamo sostanzialmente nel mondo della clava, della pietra e della fionda, dove le destre sgomitano, e sgomitano perché è un mondo che fa paura. Paura. Ma torniamo proprio al diritto della forza e non all’uscire dalla forza del diritto, e torniamo al diritto della forza muscolare, molto maschile, qualcosa a cui dobbiamo opporci con tutte le nostre forze.
Chiudo dicendo che non ho risposto alla tua domanda, perché io non lo so come si fa. Però so che cosa va fatto. Invece, dobbiamo rimanere insieme, dobbiamo stare insieme, dobbiamo stare insieme indipendentemente dai nostri rispettivi partiti. Dobbiamo stare insieme su un progetto e tenerci strette, perché il vento è forte. E lavorare sodo per uscire da questa mentalità, perché io sinceramente ho cresciuto, contribuito a crescere tre bambini nella mia vita. E i primi due… l’ultimo ha 10 anni di differenza, e ragazzi, l’ultimo chiede delle cose che ai primi due non sarebbe mai venuto in mente di chiedere. Tipo: “Ma credi che qualcuno schiaccerà il pulsante della bomba atomica?” E in 10 anni è successa questa cosa. Quindi il tempo è ora, e dobbiamo tenerci strette e buon lavoro, perché ce n’è bisogno. Grazie.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Rp/ cgil Manifestazione Roma SAM 2902
Tranquillamente, vi due minuti per ciascuna. Perché noi dobbiamo iniziare qua, dai. Forza, vi presentate e dite quello che volete. Eccole qua, vi abbiamo visto, vi vediamo. Sì, sì, panoramico, panoramico, vi vediamo. Molto bene, direi. Allora, la domanda è: che genere di politica le donne del sindacato in piazza contro il DDL sicurezza? Diteci qualcosa. Basta, non dico… Ah, allora, guarda. Intanto devo dire che è una bellissima piazza, con un cielo azzurro incredibile, piena di donne, uomini, lavoratrici e lavoratori, veramente per difendere la democrazia. E le donne, ovviamente, con la loro presenza, sono una parte attiva. Dobbiamo ribadire che questo governo ci vuole solo come madri, per la procreazione, eccetera. Noi siamo, ovviamente, presenti per questo, perché il contributo che diamo al paese non è quello di diventare solo il corollario di altre prerogative. Vogliamo avere libertà di autodeterminazione, e non è certo quello che è inteso da un governo come questo, da un Ministero che la dice lunga anche sul titolo che gli hanno dato. Abbiamo visto la questione della 194, dei consultori, soprattutto in Lombardia, a Brescia in particolare, e siamo qui per tutto questo. Non so se le compagne vogliono dire qualcosa, vogliono fare un saluto. Sì, Nadia o Frances, chi volete. Ancora una, ve la lasciamo. Come vuoi, vai. Ancora una, sì, come vuoi. Antonella, ancora una presenza, due parole. E niente, vogliamo essere considerate come persone, non vogliamo avere questa subalternità, ovviamente nel mondo del lavoro, con un salario più basso, sempre. Vogliamo autodeterminarci, fare… non vogliamo, come dire, in questo momento, avere sopra di noi qualcuno che già decide le nostre strade. Assolutamente, questo non lo permettiamo. Le donne della CGL, noi, soprattutto come organizzazione sindacale, abbiamo da tempo la norma antidiscriminatoria. Quindi, nelle assemblee ci sono sempre più donne, nelle carriere dirigenziali sindacali ci sono sempre più donne. Credo che questo sia veramente il percorso che bisogna fare. Dal nostro interno, partendo dal nostro interno, ma arrivare anche in tutti gli ambienti di lavoro e nelle realtà anche più piccole. Questo è l’obiettivo che ci dobbiamo dare. Ok, onde operano i servizi in cui non ci sono diritti, spesso. E quindi noi qui oggi siamo anche a rivendicare la necessità di poterci manifestare, di esserci, e quindi di non lasciare spazio, di venire di persona a rappresentare le nostre difficoltà che abbiamo, soprattutto negli ambienti lavorativi. Per cui, anche per questo motivo, oggi è importante che le donne della CGL siano qui. Dobbiamo garantire anche nella pubblica amministrazione che i luoghi centrali, i luoghi di comando, la dirigenza, siano aperti anche alle donne. Perché oggi, pur essendo le donne, diciamo, le migliori rispetto ai risultati universitari e nei concorsi, non occupano, purtroppo, ancora luoghi e posti nodali, anche nella pubblica amministrazione. Se guardiamo chi sono i direttori generali degli enti centrali, ma anche spesso negli enti locali, negli ospedali, troveremo raramente una donna. Ma questo non significa che non ci siano competenze, significa semplicemente che il sistema non è ancora pronto per riceverci. Noi dobbiamo lottare affinché il sistema cambi e affinché sia possibile che persone che hanno un’altissima competenza, anche nella pubblica amministrazione, possano ricoprire i ruoli che meritano. Perfetto, grazie, grazie. Buona manifestazione, ciao, grazie.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Donatella Albini SAM 2903
Con il tetto di cristallo dei partiti, delle associazioni, del sindacato, che probabilmente non ci sarà. Però l’abbiamo già sentito stamattina che è un tema importante questo. Io volevo solo fare due, ma due riflessioni iniziali, prima di dare la parola a Serena Pellegrino, che poi naturalmente vi presento. La prima è un’affermazione pensata nel 1977, quindi ce n’è passato di tempo da allora, però purtroppo è ancora viva. Lo scrisse Lea Melandri e disse: “O nasce un nuovo mondo di esistere politicamente o la politica stessa muore come progetto collettivo di liberazione”. E credo che noi qui siamo però, secondo l’ultima ricerca di United Nations Women, di aprile di quest’anno, che parte da un’analisi delle donne leader in carica, affermano, alla fine, un documento molto esteso da studiare. Secondo me però dice che l’uguaglianza di genere in politica si allontana sempre di più, slittando di altri 130 anni. Quindi il tema è un po’ questo di cui stiamo parlando. Noi adesso interpelliamo una serie di donne che, a parte che siano anche nelle istituzioni, ma soprattutto sono rappresentative di partiti, associazioni e sindacati, e con loro vorrei sentire da loro la loro storia, non tanto quello che stanno facendo, anche naturalmente poi sono assolutamente libere, ma come stanno dentro i rispettivi partiti e attraverso i partiti, dentro o nelle associazioni che siano. Allora, la prima che vi presento è Serena Pellegrino, che è collegata, credo. Marco, com’è collegata Serena? No, ecco, perfetto. Allora, partiamo da… no vabbè, partiamo, non importa. Partiamo da Diana De Marchi. Se vuoi salire… sono qua. Ah no, scusami… ecco, ecco Diana. Noi abbiamo chiesto, io e Angela, perché alcune le conosciamo di quelle che presentiamo e altre no. Quindi abbiamo chiesto a loro di mandarci l’auto-presentazione, posso dire così, che mi sembra la cosa più bella. La sì, breve, certo. La cosa che mi è piaciuta molto di quello che ha mandato Diana, poi si auto-presenta, era lei, lei in consiglio comunale a Milano e ha la delega alle pari opportunità. Ma a parte questo, la cosa che mi è piaciuta della sua presentazione, stringo ancora di più quella che tu mi hai scritto, ma è molto interessante, naturalmente come tutte le altre donne, e molti di noi sono qui, è molto preparata, conosce cinque lingue, ha fatto grandi esperienze, perché così noi siamo, dice a un certo punto: “Mi sono iscritta”, poi ha fatto una storia precedente al primo corso di donne, politica, istituzione e all’esame finale, Bianca Beccalli, cioè una donna mi ha detto: “Adesso devi candidarti, perché ci sono le elezioni a Milano”, e così ho iniziato dal consiglio di zona, ad ora non riesco a smettere. E la cosa molto bella è: “Mi appassiona conoscere storie di vite diverse e cercare di essere di sostegno collettivamente per migliorarle”. È già un programma questo, secondo me. Mi piacerebbe però sapere, con questo programma che è un programma tutto politico, come ci stai tu dentro il tuo partito e attraverso il partito nelle istituzioni? Perché, cioè, non è che vogliamo… siamo qui per criticare, per fare l’organo separato a tutti i costi. È un momento di riflessione assoluto in cui dobbiamo essere estremamente, come dire, sincere. Nel senso che parliamo col cuore, più che con la testa. Prego, do 10 minuti.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Diana De Marchi SAM 2904
Beh, intanto grazie, perché è una bella occasione parlarci e confrontarci. Vi ho ascoltato stamattina e credo che sia necessario, proprio per le politiche delle donne e per quello sguardo trasversale che dobbiamo e abbiamo in tutti i contesti, allearci. Quindi questa credo che sia la prima cosa che mi sento di dire, perché nelle alleanze, a prescindere dai partiti, che però sono quelli di un’area politica ben definita, e quindi di centrosinistra, di sinistra, dobbiamo trovare strumenti e modalità per parlarci, per sapere che cosa stiamo facendo, appunto, come lo stiamo facendo e per farlo insieme. Io credo che questo sia un po’ il tema. Come mi trovo io? Mi trovo bene nei ruoli che ho, perché riesco con quei ruoli ad ascoltare, appunto, le vite delle persone e a trovare ad altri possibili risposte. Io credo che siano fondamentali le relazioni e che le relazioni curino anche quello che nei partiti magari non emerge, ma che emerge nella vita delle persone. E quindi, ascoltandole e creando delle relazioni, si possano trovare delle risposte che sono risposte condivise. Nel mio partito, in particolare, con tanti percorsi difficili, adesso abbiamo una segretaria donna, peraltro c’era stamattina l’assemblea nazionale, che è un grande riferimento, perché proprio in quanto donne noi abbiamo il compito, l’impegno e l’occasione di essere forse anche un passo prima di quello che avviene nelle segreterie e avviene quindi nelle scelte, e di poterle indirizzare, perché abbiamo una persona che comunque capisce ed è consapevole delle battaglie che dobbiamo portare avanti per avere più forza, proprio come donne, perché comunque quella forza è sempre una forza minore rispetto alla maggioranza. Cioè, non abbiamo ancora trovato, e stiamo però cercando insieme, e adesso con più forza, una strada che dia quello sguardo delle donne su tutti i temi. Io penso che questo sia l’obiettivo del lavoro che facciamo, partendo dalle condizioni comunque di sopraffazione, di patriarcato. Perché, che ne dica il ministro, viviamo in una società che è ancora patriarcale, e non possiamo da sole trovare delle risposte, ma lo possiamo fare se appunto abbiamo degli obiettivi condivisi e poi, con strade diverse, cerchiamo di risolvere quello che ci sembra ancora, e che ancora è fortemente discriminante per le donne. Anche io, quello che vedo ancora, e lo vedo sicuramente non consapevole, ma ancora esistente, c’è un atteggiamento che vede ancora, penso alle giovani donne, e penso alle riunioni che facciamo, ancora esiste quella modalità per cui, se non hai un’esperienza forte, se non sei già conosciuta e riconosciuta, vieni ascoltata con una certa diffidenza. Ecco, questo è quello che dobbiamo interrompere. Vieni ascoltata con una diffidenza perché sei una giovane donna che si affaccia a una battaglia politica, che quindi ha un linguaggio diverso, ma che non è scritto da nessuna parte che quel linguaggio non sia un linguaggio invece efficace e giusto da ascoltare e da portare dentro alla comunità. E questo ancora mi viene, appunto, detto dalle giovani che iniziano un percorso politico. Quindi significa che c’è ancora attualmente un atteggiamento che richiama modi più vecchi di fare politica e che forse faticano a riconoscere appunto l’entusiasmo e le capacità di chi ha un altro approccio. E sono quelle che hanno un altro approccio, soprattutto le donne, perché hanno un altro modo sia di ragionare, che di far politica, che di stare insieme, che di pensare quali sono gli obiettivi e di come costruire anche quelle battaglie. E questa differenza ancora fatica ad entrare tra quelle riconosciute, tra le modalità riconosciute di essere protagoniste, e credo che questo sia l’obiettivo primario che ci dobbiamo dare, che ci stiamo dando, con uno sguardo molto ampio. Perché le discriminazioni, a partire da quelle di genere, delle donne, sono però dei generi ormai, e anche quel riconoscimento dei generi è fondamentale. E lì abbiamo davvero bisogno, appunto. Io quello che cerco di fare, ma come facciamo in tante, ma in cui mi ritrovo, è, prima di pensare che proposta fare, anche amministrativa e istituzionale, di confrontarci con quelle che sono le reti ampie. Io non so, penso, faccio un esempio pratico, perché sennò poi mi piace essere un po’ più concreta, anche sul tema, non so, della violenza, che è il tema, insomma, primario da cui poi ci sono e partono tutte le altre violenze che viviamo. Quindi la violenza fisica, psicologica, lo sapete meglio di me, non basta il sapere, la competenza e la capacità della rete antiviolenza istituzionale. Servono tutte quelle realtà che sono informali, diciamo, che non possono far parte della rete istituzionale, che però ci aiutano a capire quali sono i problemi delle donne, come vivono le donne nei vari quartieri, nei vari luoghi della nostra città e che interventi fanno per contrastare quelle discriminazioni che ancora sentono e vivono pesantemente. Abbiamo tutto un tema di donne con background migratorio che è ampissimo e che si fatica. Questa modalità finalmente l’abbiamo imparata di non parlare di persone che non ci sono, ma di far parlare quelle persone per spiegare che cosa vivono e come lo vivono. Ecco, questo modo di avere una rete ampia, diciamo, più informale, prima di capire come muoversi, è un arricchimento importante che abbiamo costruito in questi anni e che sta dando anche qualche risultato. Perché fai parte di un percorso e non sei quella alla quale dicono cosa stiamo facendo e come si fa, ma partecipi alla costruzione di quello che stiamo facendo. È difficile, è più lento, è più complicato, ma è l’unico modo, io credo, per poter davvero trovare proposte e azioni che includano tutte le persone che vogliono partecipare, che possono partecipare, ma che tante volte faticano a essere riconosciute. Scusa, a proposito di questo, ti volevo chiedere proprio una cosa, poi mi metto là con la sedia.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Diana De Marchi SAM 2905
Secondo me, c’è un terrore semantico, proprio. E non solo, noi come parliamo di stranieri senza distinguere spesso tra uomini e donne, che è un errore fondamentale. Come parliamo di straniere senza distinguere da dove provengono, perché sono storie, culture e vissuti diversi. Parliamo di donne come se fossimo un tutt’uno. Ci sono le donne giovani, le donne adulte, chiamiamole così, ci sono le donne che lavorano, le donne che non lavorano, ci sono le donne trans, ci sono le binarie e le non binarie. Insomma, sono tante le donne e questo, secondo me, è una cosa che noi dovremmo far entrare non solo nel linguaggio, ma nella pratica politica.
Quindi ti chiedevo: sì, dentro il partito di cui fai parte e collegandosi con le istituzioni, queste differenze tra donne sono valutate? Sono sottovalutate? Diventiamo un unico magma? Perché io questa cosa la sto patendo molto.
Siamo senz’altro state un unico magma per tanto tempo. Io vedo in questa fase, invece, un cambiamento e una volontà, almeno, di ragionare non con uno schema grande, ma con uno schema molto articolato, che però ti richiede quell’impegno di studio, di conoscenza e di fatica, e che va messo in campo e che bisogna appunto attivare.
Non so, io penso… Sono presidente in consiglio comunale della commissione pari opportunità e diritti civili. Ho fortemente voluto come vicepresidente Monica Romano, che è la prima consigliera transgender, e proprio perché ci siamo sempre occupati come commissione anche di temi che riguardano loro. Ma sicuramente, se è una persona che appunto vive quella vita, ha più possibilità di capire come puoi andare incontro alle loro esigenze. Quindi questo, diciamo, anche simbolicamente, ma anche concretamente, è un esempio di come devi costruire una rete che sia una rete ampia, con l’ingresso e la consapevolezza che siamo tutte diverse, ma anche tra donne etero, giovani e meno giovani, e anche tra di noi siamo diverse. Appunto, lavoriamo, non lavoriamo, abbiamo problemi di fatica, di condivisione dei tempi, e questi accomunano tutti se vuoi nella difficoltà quotidiana, ma con motivazioni che sono molto diverse. E se non conosci quelle motivazioni e quelle ricadute sulla vita delle persone, fai fatica poi a intervenire.
Quindi è un lavoro capillare. Per questo credo che, pensando a Milano, che è una città con un tessuto fertilissimo anche di associazioni, di realtà di testimonianze, ecco, allargare quella rete e renderla però in qualche modo sempre dentro l’istituzione, ma nella sua informalità. Come se l’istituzione fosse un regista, che è di fatto, ma che non dà già degli indirizzi, ma ascolta per darli insieme, quegli indirizzi dell’azione. E questa è la fatica che si sta facendo. Adesso, però, io vedo che quella consapevolezza è entrata e deve ancora, diciamo, rompere tutti gli ostacoli. Però ci stiamo provando e mi sembra anche con qualche efficacia. Insomma, proprio perché se dai spazio, allora hai anche il modo di capire che cosa stai facendo, con chi lo stai facendo. E quindi forse di migliorare anche come lo stai facendo.
Grazie, grazie.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Celeste Grossi SAM 2906
Celeste, che fa parte della segreteria di Sinistra Italiana regionale con delega alla scuola ed è responsabile delle politiche di genere della Presidenza regionale e nazionale dell’Arci, coordinatrice didattica della scuola Diritti Umani, dunque ha uno spessore politico incredibile. Gabriele Moreno Locatelli del Coordinamento Comasco per la Pace, per la quale tiene lezioni sui diritti delle donne agli studenti delle scuole superiori, si definisce una ragazza degli anni ’70 di 70 anni ed è attiva nella rete internazionale delle Donne in Nero contro ogni guerra, per i diritti umani in ogni parte del mondo.
Allora Celeste, io come te ho vissuto gli anni ’70, quindi un modo di fare politica diverso. Questo è un tema che anche Luciana trova caro: un modo di fare politica diverso all’interno dei partiti, all’interno anche dei movimenti, dove c’era una partecipazione diversa, ci si sentiva appartenenti a un progetto politico di cambiamento. Come ti senti oggi, Celeste, con il tuo vissuto, a fare politica?
Beh, innanzitutto mi sento di 70 anni e quindi non ho, come dire, né le energie né l’entusiasmo che avevo allora. Io ho avuto un grande privilegio, lo dico sempre: credo che la nostra generazione non se ne rendesse conto nel momento in cui la vivevamo. Io avevo 14 anni nel 1968 e vedevo il mondo cambiare sotto i miei occhi ed ero convinta, con la tipica ingenuità di una giovane donna, che non si potesse mai più tornare indietro. E quindi, come mi sento oggi? Mi sento che molti passi avanti sono stati fatti, infatti, perché non si può negare, soprattutto io dico sempre che bisogna valorizzare le cose che riusciamo a ottenere. Quindi, dico prima la cosa positiva e quella negativa è quella di cui discutevamo stamattina. Il mondo, ahimè, è molto cambiato, ma non è cambiato nella direzione che avremmo voluto. E quindi la strada da fare è in salita, è stretta, è tanta ancora. Bisogna, come abbiamo detto già e come vorremmo alla fine di questa giornata, essere alleate, fare rete tra noi, e quindi anche questo l’abbiamo imparato dal femminismo, riuscire a stare insieme tra differenti. Questa, secondo me, è una cosa fondamentale. E quindi io sono molto contenta di essere qui questa sera, intanto perché stiamo dando visibilità finalmente a pensieri femminili, a pensieri femministi, a pensieri transfemministi, perché anche quelli li abbiamo nominati perlomeno. E questi pensieri producono dei saperi, delle pratiche, e soprattutto generano visioni. E quindi questa, secondo me, è la cosa fondamentale che stiamo qui a fare oggi. E naturalmente queste visioni le generiamo per noi stesse nel presente, ma vogliamo dare il nostro contributo anche per il futuro, per il futuro prossimo e anche per quello che magari qualcuna di noi non riuscirà a vedere, ma che comunque ci sarà dopo di noi.
Mi avete chiesto di parlare ovviamente delle politiche di genere e che noi nell’Arci abbiamo fortemente voluto che il gruppo si chiamasse “Politiche di Genere” per distanziarci da quelle che erano le commissioni femminili dei partiti, anche delle associazioni. Noi non vogliamo semplicemente occuparci di tematiche di genere, noi vogliamo costruire delle politiche di genere e delle politiche per tutti i generi. Lo dico sapendo che questa cosa non è facile da comprendere, ma l’Arci è un’associazione mista, quindi un’associazione dove si incontrano generi e generazioni e anche nel nostro gruppo, che si chiama appunto “Politiche di Genere”, si incontrano tutti i generi. Non è un gruppo di sole donne, ovviamente, c’è una grande prevalenza di donne, ma questa grande prevalenza di donne è quella che c’è anche oggi qui in questa sala, perché noi vogliamo parlare alle donne e agli uomini. E insomma, diciamo che stiamo costruendo questa strada. Però ovviamente non tutti gli uomini sono disponibili ad ascoltarci, e quindi bisogna a volte anche avere pazienza, avere tenacia e andare avanti su questa strada.
Dicevo che noi siamo un’associazione generalista e mista, e quindi vi ho già detto del gruppo che si chiama “Politiche di Genere”. Prima di questo gruppo, che è stato istituzionalizzato dallo scorso congresso del 2022, esisteva un gruppo informale che si chiamava “Tematiche di Genere”. Insieme al presidente Walter Massa e alla vicepresidente Raffaella Bolini, io ho voluto molto cambiare il nome, perché il femminismo a cui sono arrivata nel tempo, per me, è quello di Robin Morgan, che dice che noi donne non siamo una minoranza che si organizza su tematiche legate esclusivamente ai corpi delle donne. Noi siamo, intanto, la maggioranza e vogliamo prendere parola su tutto, perché tutto quello che avviene nel mondo ci riguarda. E questa parola, però, la vogliamo prendere mantenendo il nostro sguardo femminile e femminista, e questo continuiamo a fare anche dentro il gruppo “Politiche di Genere” dell’Arci.
L’ambizione che abbiamo è anche quella di cambiare e trasformare le relazioni tra i generi nell’Arci, nell’arciconfraternita dei nostri pensieri e delle nostre pratiche. E questo non vuol dire che non dobbiamo attivarci per fare ancora meglio, sia nell’arciconfraternita che nel rapporto tra donne e uomini. La questione che dobbiamo pensare nel prossimo secolo non basta guardarla nella stessa direzione, occorre farlo in un modo che non abolisca le differenze, ma le renda alleate. Ecco, noi continuiamo a percorrere questa strada. Non è che ci siamo già arrivate, però abbiamo bisogno di questa alleanza anche con gli uomini, che è indispensabile. E soltanto che per noi, come dire, è un po’ più facile. Noi agli uomini che ci camminano accanto nell’Arci, ma anche nel partito, chiediamo di disertare anche loro. Oltretutto, una cosa che io dico spesso, quindi qualcuno me l’avrà già sentita dire: non è possibile modificare il mondo se non modifichiamo le relazioni tra di noi. E quindi questa questione è assolutamente fondamentale.
Ritornando all’Arci, il fatto stesso di essere un’associazione generalista è di per sé una garanzia di intersezionalità, perché in un’associazione generalista bisogna occuparsi di tutto. Non si può occuparsi soltanto di uno spicchio di quello che avviene nella società. L’altra cosa, e non voglio negare che ci siano delle difficoltà. Noi abbiamo fatto molti passi avanti anche nello Statuto, voi mi direte che lo Statuto è un pezzo di carta che poi si mette da parte, nessuno se lo legge più, però aver fatto uno sforzo insieme per modificare lo Statuto, per fare delle tessere che prevedano anche non solo il genere femminile, il genere maschile, ma anche altro, secondo noi è una cosa fondamentale, che ci è stata fondamentale nel percorso che abbiamo fatto per arrivare a scrivere queste poche parole nello Statuto.
Quindi il percorso lungo che abbiamo fatto per ottenere che nello Statuto si tenesse conto anche di questo, secondo me, è fondamentale. È tutto risolto? No, perché noi siamo un’associazione di un milione di soci e socie, e quindi cambiare la cultura di più di un milione di persone è una cosa che richiede molto tempo, una grande determinazione, ma anche la capacità di non fare troppi passi avanti, nel senso che se le donne nei circoli a volte si sentono a disagio, e questo avviene anche nei nostri circoli Arci, pensate a un milione e più di soci, ci sarà di tutto e di più. E avviene soprattutto nei circoli che hanno attività notturne. Perché noi siamo un’associazione, non ce ne rendiamo conto, ricreativa e culturale, ma ormai ci occupiamo talmente tanto di politica quotidiana che è tutt’altro che ricreativa, che ci dimentichiamo che abbiamo anche moltissimi circoli che fanno ricreazione. Quindi, anche in grandi circoli che fanno attività notturna, se questo avviene per le donne che si sentono a disagio, immaginiamoci anche quanto avvenga per le persone LGBTQI+, perché non solo c’è una discriminazione nei confronti delle donne, noi donne dovremmo essere molto attente su questo, perché le abbiamo subite le discriminazioni su di noi, quindi dobbiamo riconoscerle anche quelle che avvengono nei confronti degli altri generi.
E quindi, senza dimenticarci che le discriminazioni che abbiamo subito noi e che molto spesso continuiamo a subire, altri le sentono fortemente sulla pelle. Perché diciamo che abbiamo un grande problema di omofobia all’interno della nostra società, anche all’interno dei nostri stessi corpi intermedi, su cui ci stiamo interrogando. Però noi vogliamo che i nostri circoli diventino sempre più dei laboratori dove sperimentare modelli di società multiculturale, antisessista, partecipativa per tutte.
E come facciamo, come tentiamo di fare? Con la cura e con la cura dello spazio fisico, la cura delle relazioni e la cura del linguaggio. E perché, ovviamente, avendo cura di tutte queste cose, noi riusciamo a trasformare un senso di maggiore benessere e maggiore agio per tutte le persone che attraversano i nostri piccoli, o che li abitano, come noi vorremmo. E quindi bisogna costruire questa consapevolezza femminista e transfemminista.
L’altra cosa che dicevo è che nell’Arci si incontrano generazioni. Noi andiamo da Luciana Castellina, che saluto affettuosamente, che è qui con noi e che concluderà questo bel pomeriggio. È la presidente onoraria dell’Arci, e alle ragazze giovanissime è evidente che questo incontro di generazioni è fondamentale per trasformare l’Arci, ma noi speriamo poi la società tutta.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Celeste Grossi SAM 2907
Lo dico sempre, a costo di sembrare la vecchia ormai nonna che vuole continuare a parlare dei bei tempi andati. No, io non voglio parlare dei bei tempi andati. Io dico sempre alle giovani ragazze, lo dico anche oggi qui, che noi siamo contemporanee. Io non sono il passato, io sono contemporaneamente attiva insieme alle giovani per cambiare questo mondo. Ma la contemporaneità che mi ha insegnato Lidia Menapace, che è una delle mie grandi maestre di politica, è che la contemporaneità non ci rende obsolete. E soprattutto noi portiamo un sapere, una consapevolezza, e non solo storica, ma anche proprio delle trasformazioni che ci sono state.
Prima mi chiedeva Angela come mi sento oggi. Allora, io negli anni ’70 gridavo insieme a molte di voi – quelle che erano nate, ovviamente, molte di voi, qualcuna le vedo nate, qualcuna la vedo per nata – il corpo è mio e lo gestisco io. È vero che, tra l’altro, allora era una grande provocazione, molto più grande di quanto non lo sia oggi. E perché era una provocazione che parlava non solo del diritto ad autodeterminare la propria sessualità, il proprio corpo, il proprio desiderio di riprodursi o di non riprodursi, ma era anche una provocazione che voleva dire che volevamo mettere al mondo un mondo differente. Quindi quell’autodeterminazione che volevo per me allora, io penso che sia ancora di grande attualità oggi. Oggi il corpo è mio, lo gestisco io, va ancora bene, va bene per le donne, va bene anche per gli altri generi, perché ci parla proprio dell’autodeterminazione. E che non è solo quella della vita riproduttiva e del corpo della propria sessualità, ci parla proprio di come vogliamo cambiare la società tutta. Cioè, l’autodeterminazione del corpo è anche una chiave che parla a tutte le sfere della politica.
E quindi questo è l’attualità del pensiero ancora oggi del femminismo. Allora, ovviamente, io ho attraversato molte stagioni del femminismo. Prima ne parlavamo. Io vorrei dire che anch’io sono molto cambiata dagli anni ’70, no? E quindi diciamo che sono arrivata un po’ dopo la prima ondata di femminismo, quello dell’emancipazione, però sono arrivata già con la consapevolezza che avevamo dei diritti da conquistare. Non per la parità, io ci tengo a dirlo sempre, io potessi abolirei la parola “parità” da tutte le lingue, perché io ci tengo moltissimo alla mia differenza. La parola “parità” fa pensare che in qualche modo io sono in una condizione di minorità e voglio raggiungere la parità con un altro sesso che è superiore al mio. Ebbene, no! Allora, voi direte: sei molto presuntuosa? Sì, io ci tengo molto alle mie differenze, perché penso di aver maturato nel tempo e sulla pelle la capacità, spesso, di essere anche migliore di alcuni uomini, forse di molti uomini. Donatella è con me, quindi…
E quindi io non voglio assolutamente raggiungere la parità con nessuno. Anzi, inviterei gli uomini a diventare femministi, perché starebbero meglio sicuramente anche loro. Perché, guardate, noi siamo state probabilmente chiuse in una gabbia dalla cultura patriarcale, ma anche loro sono stati chiusi in un’altra gabbia. Quindi, se non se ne rendono conto, bisogna che prima o poi lo capiscano e che rompano a loro volta le pareti di questa gabbia. E l’alleanza si può fare soltanto quando loro riconoscono di essere chiusi a loro volta in una gabbia, e quindi potremo andare avanti insieme con questa alleanza necessaria e urgente. Urgente ancor di più oggi, perché noi siamo in presenza – dicevamo prima – il mondo è cambiato, non è cambiato nella direzione che avremmo voluto, è cambiato in tutt’altra direzione. E quindi bisogna assolutamente costruirla questa alleanza. Ne abbiamo avuto prima un esempio: oggi in piazza ci sono oltre 200 tra piccole e grandi associazioni, ci sono i partiti, c’è il sindacato, c’è moltissimo l’Arci. E così dobbiamo fare, perché in questo momento abbiamo di fronte una destra davvero impresentabile. È una destra estrema che io giudico ovviamente molto male, e quindi bisogna mettere insieme tutte quante le nostre energie. Bisogna costruire sicuramente delle reti, ma queste reti devono poi convergere verso una stessa meta, uno stesso obiettivo.
E prima ci chiedevamo come si fa oggi che abbiamo al governo una donna che però è così poco consapevole della sua differenza. O forse non c’è, ed è così impregnata di cultura patriarcale che vuole essere chiamata “il presidente”. Io ogni tanto ci scherzo su, e devo dire che se iniziassimo a chiamarla Giorgio tutti quanti, forse si renderebbe conto che qualcosa non va. Dicevo che bisogna fare questa convergenza anche perché noi abbiamo una grande responsabilità, e ce l’abbiamo come persone, ma ce l’abbiamo anche come associazioni e come partiti. E questa grande responsabilità è una responsabilità di fronte alla società che vediamo in cui, ne parlavamo anche stamattina, c’è la guerra, ci sono le guerre. Ma preoccupa anche una terribile militarizzazione delle menti, dei cuori e dei linguaggi. E quindi noi dobbiamo, abbiamo questa grande responsabilità come associazione, come partiti di sinistra naturalmente, di partire da questo: smilitarizzare il linguaggio, smilitarizzare la nostra mente, smilitarizzare i nostri cuori. Perché il mondo che vediamo… Ieri ce l’hanno detto che bisogna iniziare ad avere una mentalità di guerra. Io voglio uscire dalla mentalità di guerra, che secondo me c’è già. E voglio ricordare a tutte e tutti, come se ce ne fosse bisogno, che la guerra è l’espressione estrema del patriarcato. Quindi non si può essere femministe e femministi se si accetta la guerra come strumento di potere nei confronti degli altri popoli. E quindi…
Come diceva stamattina Elena: alla lotta e al lavoro, soprattutto.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elisabetta Vergani SAM 2929
Cioè, nel senso che come si fa, come si fa a dare voce a questa cosa? Perché giustamente anche l’indignazione che veniva fuori dal tuo discorso e che io, cioè, proprio condivido in pieno, e questo è un argomento che tra amici, parenti, persone che, anche io per prima, sono vittima di questa depauperazione delle relazioni, del sociale, dello spazio pubblico. Quanto prima hai citato una cosa secondo me, tra le altre, molto importante: è pieno di posti dove bere l’aperitivo e non c’è un ambulatorio per chi non ha la possibilità, per chi sta male, per i… Anche la questione che è stata citata all’inizio della giornata, dei senzatetto, cioè, che è una cosa terribile. Adesso noi diamo per scontato che in largo Marinai d’Italia sia un campeggio in cui sti poveracci stanno al freddo, al gelo, e non vanno nei dormitori, perché è una piccola parte di persone senza fissa dimora che va a dormire al caldo, perché si vergognano, perché le problematiche sono mille. Però io mi chiedo, la dico proprio fuori dai denti: abbiamo un sindaco, parlo di Milano, ma questo è un problema ovviamente non solo di Milano, parlo di Milano perché è la nostra città, abbiamo un sindaco che di queste cose pare non solo non occuparsi, ma le parole che dice sono esattamente quelle che dicevi tu: il profitto, cioè un linguaggio che proprio uno dice parli male perché pensi male, no? E quindi come si fa? Cioè, anche noi come donne, che è giustissimo quello che dici, ci siamo occupate dell’ambiente, dello spazio privato, dell’intimità, c’è il problema del cambiamento. Esatto. Scusate, non mi viene il termine. Come facciamo ad avere voce? Io mi sono occupata nel mio lavoro da sempre, come credo anche in parte Elena, di gente che… di dare voce, come donna, alle persone che voce non l’avevano. Nel mio tragitto culturale, teatrale, questo faccio. Ma vorrei farlo, sono anche architetto, quindi il tema urbanistico mi è sempre piaciuto molto, ma vorrei farlo. Ma come si fa? Cioè, anche mi chiedo… e poi chiudo: abbiamo un sindaco che agisce in un certo modo con l’appoggio, la complicità, di un consiglio comunale che se ne… una giunta, un consiglio, che se ne dica, non escono mai, cioè, sono pochissime le voci fuori dal coro. Quindi è certo che è una questione politica. E come facciamo noi a dire: no, adesso basta, riappropriamoci di quegli spazi, pensiamo che lo spazio pubblico è il valore e non quello privato, come si fa?
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elena Granata SAM 2930
È vero, vedo… allora intanto, l’abbiamo penso sentito tutti sulla pelle dal covid in poi, ma già prima, questo scollamento della politica dal nostro sentire. E questo scollamento è qualcosa di psicologico, di spirituale, di morale, che ha segnato davvero una frattura molto forte tra la politica e la comunità, la società civile. Questo lo sentono tutti, e quindi non è un sentimento di qualche anima bella. È una frattura proprio nel rapporto di fiducia. E paradossalmente più questa frattura è avvenuta, più noi vediamo nei politici che ci rappresentano un arroccarsi dietro la forma, la facciata, le parole, l’ostentazione della forza. Questo lo trovo molto debole. Trovo che in questo momento noi abbiamo un’amministrazione assolutamente debole nella sua capacità di mettersi in sintonia. E questo è un problema enorme, perché sono ferite che poi il corpo sociale paga. E anche questo a me ha sempre molto colpito nelle parole degli ultimi anni, questo non empatizzare con quei milanesi che non ce la fanno a star qua, e quindi vanno fuori. Io, se fossi un sindaco, sarei gelosa dei miei cittadini. Sarebbe rattristata dal fatto che le famiglie si smembrano, sarei rattristata dal fatto che gli studenti non vengano più a Milano perché vanno a Torino dove costa poco. Cioè, c’è una perdita dell’anima della città che o la senti o non la senti. E la sensazione che questa connessione con l’anima della città si sia persa. Ecco perché le donne che sentono questo tipo di dimensione, noi la sentiamo anche col corpo. Non la sentiamo soltanto dal punto di vista razionale. Cioè, noi stiamo male perché sentiamo una mancata corrispondenza di amorosi sensi che è la politica. Quando un sindaco, una giunta, è in sintonia col suo mondo, le persone sentono. Ecco, c’è una frattura a questo livello, ed è il motivo per cui noi dovremmo protestare, ma dovremmo anche… e questo sì, va fatto, e secondo me in questo momento cominciano a uscire delle voci diverse. È molto difficile far sentire voci diverse. Io ho avuto tantissimi problemi, ad esempio, qualcuno di voi magari ha seguito la mia presa di posizione su Cascina Merlata. Insomma, mi è costata che ancora un po’ la mia rettrice… poi è stata adorabile, quindi non mi ha detto niente, però insomma, 200 abitanti che dicono ma come ci si permette di criticare?. Quindi la critica costa, però dobbiamo farla, e più si alzerà la voce, e più queste cose saranno condivise dal corpo sociale. Perché il tempo è giunto e non si può più… ma dopo, noi dobbiamo essere capaci di far vedere il mondo che non c’è, far rivedere le relazioni che ci piacerebbero. Su quello io penso che un lavoro anche creativo, immaginativo, artistico, di spiazzamento che parte dalle nostre creatività, lo vedo molto bene, perché le persone quando soffrono non puoi convincere solo attraverso la bontà dei ragionamenti. Quello che stiamo facendo qua, no, dove lavoriamo tanto sulla dimensione della comprensione, penso che una volta davvero, in maniera straordinaria, l’ha capito il nostro vescovo. Quando il vescovo ha parlato della stanchezza della gente, della città e della terra, ha trovato anche le parole giuste per dire che è una… va la… che è una stanchezza che va verso il conflitto sociale, che è una stanchezza che va verso il non credere più a niente. Ecco, io penso che il nostro contributo è invece un contributo che deve essere che deve evolvere nella proposta, nello spiazzamento, in qualcosa che non ci si aspetta. E quindi non so dire che cos’è, però dobbiamo trovare le strade per inventare qualcosa. E vedo fermenti da ogni parte. Stamattina ero con questo gruppo di una ottantina di amministratori di tutto il centro-nord che sono venuti all’Ambrosia Neum, e anche lì, guardate, la rivoluzione in certi mondi l’abbiamo fatta con due regole: si parla, erano 80, quindi erano tanti a dover parlare, si parla tutti 3 minuti, parlano un uomo, una donna, un giovane, un uomo, una donna, un giovane. Certo. Allora, ritrovare il gusto della democrazia, della parola, del pensiero condiviso, io vedo che mi stanno arrivando segnali da ogni parte che questa… che, ecco, quello che dicevi tu, Elisabetta, che forse non ne possiamo più del linguaggio manageriale, da gestionali della Bocconi. Ma basta, ma basta.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Donatella Albini SAM 2932
È vero che non dobbiamo mai centrare il discorso solamente sulle grandi metropoli, le grandi città, perché le città sono come le persone, sono differenti. Sono più piccole, sono più connesse, sono meno connesse. Uno dei problemi che, per esempio, hanno i centri, come diceva anche Franca, la Lombardia, guardate che è fatta più da piccoli centri che da grandi centri. E la visione milano-centrica noi l’abbiamo sempre sofferta, l’abbiamo sempre sofferto, tutto Milano e Milano. Però, a parte questo, ma è ovvio questo, però è… questo è come la provincia soffre la città, però la Lombardia, come la maggior parte dell’Italia, è fatta di piccoli centri. I piccoli centri per vivere hanno bisogno di un’architettura sociale, come dicevi giustamente tu, che non è l’urbanistica solo delle case, ma è per chi le disegni. Io seguo la sanità, seguo tutt’altro, però io sono stata di recente nelle Marche e uno dei problemi, a parere di sanità, uno dei problemi che mi hanno posto ed è corretto, è: “Nella razionalizzazione azienda della sanità e delle chiusure degli ospedali, non si rendono conto che servono i mezzi per andare all’ospedale a partorire.” Adesso io dico che serve un’altra proposta ragionevole, non basta chiudere l’ospedale, perché ci sono 500 parti, le ostetriche da anni fanno le case di maternità e sosteniamo anche questo, però quando me lo diceva, adesso, Cristiana, stanno maturando ovunque i piani di governo del territorio. Il piano di governo del territorio, io sono stata in consiglio comunale purtroppo 15 anni, ma voleva dire fare riunioni infinite, allarghiamo questo, stringiamo questo, compra questo, compra… una specie di risico del piano di governo delle case. In realtà, nessuno, durante le discussioni nei comuni sui piani di governo e territorio, racconta delle architetture sociali, “per chi le fai queste case?” Perché le fai lì? Con quali piani? Quanti anziani ci sono in quella zona lì, per esempio? Perché la demografia non entra mai nella discussione dei piani di governo del territorio. Perché io, quando faccio le discussioni nella mia città, quando ero eletta, io, prima di andare a parlare in un quartiere, andavo all’ufficio statistica e mi dicevo: “Dammi la composizione di questo territorio, quanti anziani ho? Quanti over 80? Quanti bambini? Quante famiglie? Quanti vivono soli? Che tipo di casi ci sono?” Perché, per fortuna, ma penso che Milano ce l’abbia, ma dovrebbero averlo tutti, abbiamo un ufficio statistica che ci dava il disegno demografico. Perché io sapevo che non dovevo dire la stessa cosa nel quartiere a sud o nel quartiere a nord. E lo stesso vale adesso. Questo lavoro, pensate, lo dico perché c’è, invece, su un quadro così, su tutta la provincia. La nostra provincia parte dalla bassa, vicino a Cremona, e arriva a Ponte di Legno, quindi con tipologie assolutamente differenti. Sapete chi l’ha fatto? La CISL. La CISL ha fatto una ricerca straordinaria dal punto di vista demografico. Non l’ha fatto la CGIL e non l’ha fatto nessun altro. Allora, mi viene da pensare che si devono intrecciare questi saperi, devono intrecciarsi necessariamente. Io non devo parlare solo di “questa zona, la devo risistemare, questa devo…” No, ma chi ci vive lì? Ci vivono anziani, giovani? È inutile che mi fai il nido nel mio quartiere, dove siamo prevalentemente più o meno medici e anziani. Insomma, è più giusto che il nido, se lo devi fare, lo fai nella zona sud, dove ci sono insediamenti dei giovani, oppure nella prima cintura. Adesso stiamo arrivando anche noi alla prima e seconda cintura, costano di meno, vanno più… Insomma, lo diceva adesso Cristiana, ha ragione. Gli stranieri… oh, gli stranieri sono un problema vero, ma non un problema di accettazione di stranieri. Pensiamo alle donne straniere che di solito vengono da paesi in cui l’accudimento dei bambini c’era. Qui la mia ostetrica… l’accudimento dei bambini appena nati non era fatto dalle madri, ma dalla comunità. Non devi farlo nel condominio. A queste donne, devi poter dare delle case in cui ci possa essere una rete di comunità. Cioè, è questo a cui noi, secondo me, possiamo puntare. Non vuol dire occuparsi solo di welfare sociale, scuola, vuol dire occuparsi dell’esistenza delle persone, ma come sono materialmente. Secondo me, proprio quando dici tu, ribaltare il tavolo della politica, è questo. E di questo, devo dire, oggi abbiamo parlato le esperienze di Rosita stamattina, le esperienze di Torino. Cioè, quello che stiamo facendo, noi donne, per quanto possiamo, con l’umiltà con cui farlo, nei limiti con cui le facciamo, ma assolutamente, tutto questo sta dentro questo quadro. Ci vuole un’alleanza con i maschi anche, che fanno politica, è per forza, però è necessario che la nostra voce non ce la restituiscano autorevole, noi ce la prendiamo come autorevole. E se ci sono delle difficoltà, come dicevamo prima, non so se… già il conflitto va agito, perché il conflitto è generativo, non la polemica fine a se stessa. Ti tiro dietro una scarpa… no, non è così, deve essere un’altra cosa evidentemente. Il conflitto va agito. Perché io non vorrei che, e lo sto vedendo, eh, lo sto vedendo adesso che sono fuori, qui, uno sguardo anche un po’ più nazionale, quindi ho visto molte realtà differenti anche dalla Lombardia. Non vorrei che ci sono molte realtà che lavorano, che pensano, che agiscono, eccetera. Per esempio, noi abbiamo aperto un ambulatorio per i senza fissa dimora, fatto sui volontari, che è pieno, così. Io seguivo le donne essendo ginecologa, non potevo ascoltarli, molti polmoni… non riuscivo ad ascoltarli. Ma, e mentre dei medici uomini seguivano altro. Abbiamo aperto in un consultorio privato accreditato un ambulatorio per i transgender, binari e non binari, perché per il Servizio Sanitario Nazionale, guardate che non esistono. Queste persone non fanno prevenzione, non fanno niente. Cioè, sono… sono persone, quindi devi avere anche il coraggio, non è stato facile farlo passare, anche se era il famoso ente del terzo settore, che non è così semplice, tutto questo. Però anche su senza fissa dimora, con una… facevamo i turni al dormitorio, io e l’assessore. Eh, cioè, perché abbiamo fatto un dormitorio dove andavano dalle 6 di sera alle 7 di mattina, e un dormitorio dove qualcuno voleva tenersi il cane. E scusate, anche la bottiglietta di Tavernello. Adesso, scusate, ma è così. E allora noi consentivamo… meno un letto per poter portare il cane. Facevamo i turni, io, l’assessore, ad altri consiglieri, oltre ad altre persone, ma è normale. Secondo me, questo è stato sui giornali? No. È stato detto in televisione? No. Ma non ce n’è bisogno, perché questo è l’agire politico. Secondo me, non sono le trattative tra i partiti, scusate. Servono, perché poi devi fare le alleanze, mica alleanze, però quello che dici tu, e quello che dici tu, sono fondamentali. Ritessere… torna il tema della tessitura. Pensate come torna oggi ritessere questa relazione tra chi agisce la politica nei partiti e chi l’agisce fuori dai partiti. Perché comunque, politica fanno. Io odio la parola “i civici”, perché allora vuol dire che io sono in Civica. Io personalmente non mi sento in Civica, perché io sono civica quando sono in Mediterraneo Saving Humans e vado a soccorrere le persone. Sono civica col mio centro di medicina di genere e apro l’ambulatorio per i transgender. Sono civica. Poi, improvvisamente, apro la porta del mio partito e divento in Civica. No, io sono sempre io. Non esiste. Certo, poi è per questa divisione secca, non deve più esistere, ma si deve costruire, appunto, si deve costruire sulle persone. E in questo modo, le donne, secondo me, io sono d’accordissimo con quello che dici tu, ma perché l’ho vissuto sulla mia pelle, l’ho sempre fatto, continuo a farlo costantemente. Non ho bisogno di avvicinare le persone, le persone fanno parte di quello che sono io, sennò non avrei fatto politica. Mi sarei chiusa, avrei fatto la dottoressa brillante con un bello studio privato. Ma cosa me ne frega? Non è questo il tema. Quindi sono scelte, sono scelte di strategia politica precise. Questa è la cosa, secondo me. Quindi, io sono d’accordissimo con te. Per cui ti inviteremo, lo dico subito, anche con te, bella aggressiva, perché mi piace, a Brescia, quando parleremo di piano di governo del territorio. Perché io so che le assemblee pubbliche saranno: “Facciamo la casa qui, ristrutturiamo questo, mettiamo l’ascensore qui, mettiamo la cosa qui.” Ma il senso della città non ci sarà, perché mancheranno le persone. Ecco, quindi oggi, noi, con le amministratrici, stamattina abbiamo parlato di questo, eh. E anche con le persone che hanno parlato oggi pomeriggio, era questo il tema. Cioè, non… io non… allora, tu hai detto, hai usato sempre i politici al maschile. Hai ragione, nel senso che è un po’ questo il tema.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elena Granata SAM 2935
vedo segnali e le persone sono stufe e e quindi col cogliere questi segnali dovrebbe renderci metterci allerta Perché il nostro compito è anche tenere le fila di questi questo risveglio che io vedo da stamattina al pomeriggio ho la sensazione che Ecco forse si stava peggio quando non ci rendevamo conto che la situazione era così ecco osa ma adesso il fatto che lo sentiamo con questa forza e lo condividiamo con gli amici e vediamo l’effetto negativo sulle nostre vite di questo tipo di economia prima ancora che di politica perché poi i veri decisori non sono neanche i politici ma sono al soldo E sotto le redini delle di una certa economia Ecco io penso che questa consapevolezza È ovvio che non è ancora delle masse la gran parte delle persone non arriva alla fine del mese quindi non arriva neanche a potersi permettere il lusso di discuterne però chi ce la fa ecco penso che custodire questo tempo che è un inverno che può preludere a un cambiamento però il vero il vero potere a cui noi dobbiamo ambire questo mi piacerebbe lasciarvelo come consegna reciproca il vero potere a cui le donne devono ambire è il potere del cambiamento io non conosco altro potere che quello di cambiare.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Vergani/Castellina SAM 2938
Buonasera Luciana Castellina intanto e grazie di essere qui con noi molto molto onorata di essere qui a non so non so bene a farle delle domande diciamo parto da me che è la cosa più semplice è stata citata Cassandra della Wolf Verissimo che Cassandra che è stato un mio cavallo di battaglia per tanti anni e che amo tuttora e spero di riportare in scena Cassandra è vero che sta una voce critica rispetto al patriarcato ma prima ancora di questo questo è un tema che oggi secondo me si è trattato poco e Vorrei porre l’accento su questo tema Cassandra ha avuto il coraggio di guardarlo il patriarcato e di accorgersi che era patriarcato di dargli un nome di trovare una voce con tutta la sofferenza che il proprio corpo e il proprio essere figlia di un di un cotanto padre la sofferenza di riconoscere e di dare voce perché dico questo perché io lavoro molto ho lavorato molto nella mia vita con il mito ho portato in scena tanti personaggi femminili del mito L’ultimo lavoro che ho fatto e anche questo ha un senso rispetto a a quello che abbiamo di cui abbiamo parlato fino adesso è andare a indagare le le origini culturali della violenza di genere proprio a partire dal mito sapete che noi in Occidente i nostri riferimenti culturali fondativi sono da una parte la Bibbia il vecchio Nuovo Testamento dall’altra il mito greco e latino io ho indagato il mito greco e sono andata nelle scuole a raccontare da dove parte la violenza di genere Qual è il pensiero che l’ha generata e che permane ancora oggi io penso e poi chiudo che tutto questo è generativo proprio se arriva alle nuove generazioni il lavoro nelle scuole è un lavoro faticosissimo la coscienza delle ragazze dei ragazzi delle cose di cui abbiamo parlato oggi è presso che nulla c’è stato come dire non so come chiamarlo ma un Gap c’è stato un buco di di di trasmissione di questi valori di di cui abbiamo discusso fino adesso e secondo me questa è la cosa molto molto importante io faccio politica facendo il mio lavoro porto in teatro delle storie che facciano riflettere in comunità perché riflettere da soli è diverso che riflettere insieme e cerco di farlo tanto anche nelle scuole portando i temi del femminismo però applicato cioè prima non mi ricordo chi una signora che adesso è andata via raccontava che nel suo comune ha fatto della ha utilizzato la cultura per parlare alle nuove generazioni e quindi ha raccolto le esperienze delle Partigiane del loro comune penso che fosse Cremona ma non vorrei sbagliarmi e poi rola Cremona esatto e ha raccontato del fatto che ha scoperto che una delle costituenti aveva avuto un negozio non so la mamma di parrucchiera e è andata a parlare alle ragazze che facevano la scuola di parrucchiere di questa cosa Ecco io trovo che nel piccolo questo intervento sia geniale che è quello che poi faccio io quando racconto del alle ragazze nei licei e soprattutto nelle scuole professionali nelle scuole di periferia ragazze che hanno ragazze e ragazzi che hanno studiato il mito della fondazione di Roma in cui si dice che il ratto delle Sabine è stato uno dei del degli atti fondanti della fondazione di Roma e mi accorgo io stessa di aver da ragazza studiato Il ratto delle Sabine E quando dico ragazze ma sapete che cos’è il ratto giustamente queste mi guardano mi dicono il topo No non è il topo il rato delle Sabine è un genocidio è una è una Roma si fonda la fondazione di Roma si fonda su quell latto E allora guardare le cose da un altro punto di vista e chiudo e il punto di vista nostro peculiare femminile è quello dell’un strettamente il sentire e il pensare il pensare e il sentire lo diceva Simon veale lo dice Crista Wolf e io credo che tutte noi questo è il quid in più che abbiamo rispetto ai maschi poi chiudo dicendo citando Crista Wolf visto che è stata una mia maestra di vita con Cassandra e anche con Medea che ho portato in scena Luciana Castellina vorrei porle questo questo tema che in parte è già stato detto Ma così bene come lo dice Crista Wolf no a un certo punto ovviamente Medea è una anche Medea La Medea della Wolf è un ribaltamento del punto di vista e una critica grande grande potente al patriarcato al tema del capro espiatorio eccetera eccetera a un certo punto una giornalista chiede a christa wolf nel 1996 stiamo parlando di quasi 30 anni fa allora lei che critica così tanto il patriarcato cosa sogna sogna per caso un ritorno al matriarcato e Christa Wolf risponde con queste parole Spero di trovarle subito Scusatemi ho perso il Allora ci tengo a citare perché cioè potrei citarvi è più brava ovviamente di me e dice assolutamente no Scusate eh avevo il Scusatemi tanto ovviamente nega questa questa possibilità e dice solamente lo sguardo maschile e femminile insieme ognuno con le sue peculiarità e ognuno con le sue differenze visto che si è parlato tanto di differenza solamente l’interazione dello sguardo maschile e femminile può portare a una concezione armonica del mondo ma da questo purtroppo ahimè siamo ancora lontani anni luce che si può fare per il futuro.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Luciana Castellia SAM 2940
La legge che si chiamava la legge numero 150 presentata da Teresa Noce che istituì durante la gravidanza 6 mesi di astensione dal lavoro pagata per le operaie e 3 mesi per il lavoro manuale e scoprì così questa cosa particolare no che l’Italia come mai era più avanzata pensate che adesso recentemente le donne inglesi hanno fatto una battaglia legale rivolgendosi alle istituzioni di giustizia europee per chiedere che venisse legalizzata la parità di salario con gli uomini e per farlo hanno ricorso alla legislazione italiana che era la più antica che lo aveva fatto prima di tutti naturalmente so bene che dite subito sì però non sono mai state applicate come infatti questo questa è una specialità italiana però insomma dal punto di vista dell’avere compreso questa cosa era una cosa importante e perché mi sono soffermata Teresa Noce io sono molto contenta di andare domani a parlare di Teresa Noce perché lei ha scritto il suo libro di memorie molto bello in cui comincia a dire ero brutta ero povera ed ero comunista quindi per dire ero il peggio che si poteva essere nella Torino è stato dei fondatori del Partito Comunista ed è quella che ha la più bella più importante legge che è questa sulla gravidanza momento e mi è venuto in mente da questo punto di vista che forse è necessario ripercorrere questa strada che è stata fatta io ricordo un grande dissenso che si è aperto nella nuova sinistra io parlo manifesto per quanto mi riguarda ma un po’ dappertutto la stessa cosa quando è incominciato a venire fuori il femminismo che è stato tardivo è venuto negli anni 70 noi tutti eravamo il Partito Comunista per il problema era diventare come gli uomini cioè l’emancipazione no dobbiamo arrivare a essere come loro ci abbiamo messo un bel pezzo da questo punto di vista e però questo ha fatto sì che le ragazze più giovani di noi che poi hanno imboccato introdotto il femminismo avessero un’attitudine totalmente negativa su quello che era stato fatto in passato e questo credo che sia uno sbaglio perché è stato molto importante l’esperienza che è stata fatta D Ludi badate ma anche dal PC togliate invece non lo dico per rivalutare riabilitare come dire il vecchio il vecchio PC lo dico perché però dobbiamo sapere che c’è anche delle cose importanti che si sono fatte in una fase in cui il femminismo non c’era e che in qualche modo vanno tenute presente per esempio l’importanza di stare dentro un partito una formazione mista che non è che come dire sostituisce il femminismo e tutte le forme di organizzazione delle femministe ma che però è importante stare in quel tipo di partito e noi stiamo qua più o meno stiamo in questa Aurea non so se avete letto un libro che vi consiglio di leggere che è un libro che ha pubblicato la casa editrice della CGL è curato da Gabriele Polo che è stato direttore del Manifesto il libro non c’entra niente Poo l’ha semplicemente rimesso a posto che è quello che Rossana prima di morire aveva lasciato nel suo computer per rispondere a un interrogativo di un dialogo con Etienne Balibar che doveva essere pubblicato il libro ma quel erano soltanto gli appunti che lei aveva preso per questo libro e che non aveva potuto terminare e l’interrogativo era è possibile che ci siano due movimenti e un solo partito e cioè movimento femminista e il movimento operaio e però che stan insieme in un partito e la sua risposta che è una risposta che è data da più lontano perché l’argomento era già venuto fuori in precedenza quando le prime gruppi di compagni femministe se ne andarono dal manifesto dicendo dal PDUP che il loro partito dicendo ci dispiace and vid perché Dub è un buon partito ma proprio vi diciamo la verità che noi insieme a un partito non possiamo stare e Rossana gli rispose io condivido la sua risposta sì stiamo attente però il fatto di stare in partiti del Movimento operaio ci tiene legati a una realtà popolare che evita anche delle forme di elitarismo che ci sono nel movimento femminista e che finiscono più per non avere rapporti e e comprensione e dialogo con un pezzo della società che si riconosce nei partiti del movimento operaio per questo riprendo questo argomento perché credo che di questo dobbiamo tenerne conto vi dicevo che mi sono ricordata di un momento di discussione che avemmo perché appunto tutto veniva negato e credo che vada rivalutato per esempio e noi ce la prendemmo a morte nel PC perché PC aveva le cellule femminili e questo noi l’abbiamo considerato come una cosa di disprezzo per le donne ma non è che le cellule poi ci abbiamo messo un po’ a capirlo che le donne stavano quelle cellule sono state molto importanti perché non è che si erano fatte le cellule perché sennò le donne si vergognavano a parlare perché erano timide perché erano è perché in quelle cellule si trovavano bene perché finalmente cominciavano a parlare fra di loro e a cercare di scoprire cosa voleva dire essere donna e io credo che tenere presente questa frase di Simone de Beauvoir ci vuole tutta una vita per capire cosa vuol dire essere donna è una grande indicazione di lavoro e una delle cose più importanti e credo che si pre essere sempre bene consapevoli che è molto difficile capire che cos’è essere donne è il lavoro effettivamente di tutta una di tutta una vita e è tutta una vita e credo che anche qui questo c’è un problema con chi ce la con chi ce la prendiamo e ce la prendiamo certamente innanzitutto per chi non riconosce l’identità femminile e la differenza Io do molto peso alla questione della differenza non tutto il femminismo oggi è un femminismo della differenza io credo che le prime cose del femminismo poi furono quelle tra libreria delle donne eccetera eccetera negli anni 70 sono state molto importanti Ecco però anche a questo dobbiamo stare attenti cosa vuol dire ecco affermare che la tutta la legislazione l’organizzazione della società è stata fatta tutta a misura di uomo e non a misura di donna e che questa è la prima questione da denunciare contro cui lottare Beh Di Broglio Verro è stato fatto che questa identità che ci presentano viene presentata come neutra il vero imbroglio non è che ti dicono la nostra è l’identità maschile tu ti devi adattare no l’imbroglio è più sottile ti dicono l’identità la legge la organizzazione della società è tutto neutro e poi l’imbroglio è che quel neutro è tutto quanto disegnato su maschile.
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elisabetta Vergani SAM 2941
C’è sempre la questione della salute, come incide quel mestiere sulla salute, e per tutti questi contratti collettivi che tutt’ora sono in vigore e tutt’ora si continuano a negoziare, il punto di riferimento è sempre il corpo dell’uomo. E questa mi pare una delle cose prime che dovremmo incominciare a combattere, perché è una cosa che mi ha fatto orrore, l’idea che questo potesse fare… ma è tutto così. Sono andata a un campeggio di ragazze della Lega Ambiente e la prima cosa che mi hanno tirato fuori mi ha colpito, perché è un’altra cosa vera: le cinture che dobbiamo mettere quando si guida in macchina sono state inventate pensando all’uomo, perché per le donne, avendo il seno, quella cintura è scomodissima. Ma nessuno ci ha pensato, e tutti abbiamo semplicemente continuato a mettere la cintura pensando che fosse una cosa che andava bene anche per noi. Non ci abbiamo mai pensato. E tutta la nostra vita è così, badate. E questo vanifica il senso delle quote rosa, perché dimostra che il problema non è quante donne fanno il magistrato, quante donne fanno le deputate, ma come si è cambiata la società in modo tale da rendere una cosa che per le donne risponda alla loro identità, il fare quei mestieri. Come quei mestieri vanno cambiati per poter essere mestieri che possono fare le donne. Altrimenti, appare sempre questa aggiunta delle donne che devono riuscire a essere come i magistrati maschi, come la magistratura è stata organizzata, e così via. Credo che dobbiamo stare attenti alle parole che diciamo, da questo punto di vista, perché sono importanti, perché poi finiscono per, come dire, rappresentare un’idea e, in qualche modo, a creare concetti.
Ma infatti… Mi scusi, Luciana, sono assolutamente d’accordo con lei, tant’è che questa cosa che appena ha detto lei, no? Ti prego, sì, te devo dar del tu. Eh, io… cioè, sono davanti a una mostra sacra, non a un mostro, una mostra! No, volevo dirti questo: che questa cosa del linguaggio è assolutamente vera. Tant’è che appunto, io, anche tutto il tema degli stereotipi legati al linguaggio, no? Si pensa che il linguaggio sia neutro, quando invece l’italiano non è neutro: l’italiano ha il maschile e il femminile e si usa il neutro pensando che il neutro contenga entrambe le declinazioni, e non è così. L’altra cosa che volevo dirti… So di fare una piccola provocazione, ma non riesco a non farla, è che parlavi di Teresa Noce. È verissimo, Teresa Noce è stata una grandissima… Io ho avuto anche l’onore di portarla in scena. Certo, ha fatto una vita terribile. Cioè, ha avuto… è stata la promulgatrice di una delle leggi più importanti sulla maternità. Lei lavorava, poi mi sembra correggimi se sbaglio, nel reparto tessile, tra le tessili, no? Ha fatto… Però ha avuto una vita in giro per il mondo, sola, crescendo i figli da sola. Poi Longo l’ha mollata in mezzo a una strada, cioè… Ecco, se vogliamo raccontare anche la storia di quelle donne che hanno lasciato un segno fondamentale, che hanno insegnato anche a quelle che venivano dopo, tante di loro…
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Luciana Castellina SAM 2942
Però vedi, Teresa Noce mi ricorda anche un’altra cosa: quanto era stata importante la battaglia che facemmo con la sezione femminile del Partito Comunista in occasione del divorzio, contro la solita stupidità, lasciatevelo dire, dei radicali. Cioè, noi volevamo che la legge sul divorzio uscisse contemporaneamente, inclusa nella riforma del codice familiare, perché adesso gli effetti di un divorzio sono spezzati, e questo è un altro conto. Ma la condizione materiale delle donne, quando si fece il divorzio, a causa dei radicali che dissero “no, dobbiamo fare il divorzio”, lo sapete, si guardano sempre l’ombelico, invece di guardare il mondo. Non gliene fregava niente a nessuno, ma la legge era tale che la donna, iniziata quasi sempre da un uomo, non avendo alcun diritto economico, non aveva più neppure il letto per dormire la notte, perché non possedeva nemmeno una sedia nella sua casa. Questo cambiava tutto, ma non solo cambiava per le donne. Perché ci furono delle opposizioni, delle resistenze da parte delle donne, del tutto comprensibili, ma anche perché, di nuovo, concettualmente, era una cosa fuori dal mondo.
E quindi, appunto, Teresa Noce poi è rimasta completamente sola. Non credo che l’abbiano lasciata morire di fame, non è così. Però voglio dire, certamente la condizione della divorziata era di per sé una condizione disgraziata, socialmente e tutto quanto. No, voglio solo fare due o tre esempi delle cose che penso dovremmo fare. Allora, innanzitutto, vorrei che facessimo la grande battaglia insieme ai sindacati per andare a riesaminare tutte le contrattazioni collettive, tutte le cose che sta facendo il grande mondo del sindacato, che sono tantissime, e vorrei che ci andassimo a impicciare, a mettere il naso, e a controllare tutte queste cose di questo genere. Penso che dobbiamo mettere in campo una serie di modi di fare, battaglie da fare. E questa mi parrebbe una delle più importanti. Poi, ecco, giustamente si è parlato, vogliamo… chi bisogna? Noi siamo quelli che sono più interessati a cambiare il mondo, no? E cambiare un modello di sviluppo che è tutto fondato su una produzione di sempre più merci, merci, merci, sempre più superflue, e che invece patiamo più di ogni altra cosa all’essenza di servizi collettivi, spazi collettivi, eccetera. Beh, noi dobbiamo essere la decrescita. La battaglia per la decrescita è una battaglia soprattutto delle donne. Perché sono le donne che si devono reinventare il modo di vivere della società, di produrre, di consumare tutto. E la battaglia della decrescita è una battaglia molto complicata, perché sapete che basta dire la parola “decrescita” e tutti dicono “Oh, per carità, non la dire questa parola, perché sennò la gente si spaventa, stai zitta”, eccetera. E invece è una grande battaglia che va fatta, e non è vero che non è popolare. Basta spiegare bene come si vogliono le cose.
L’altra questione che abbiamo, credo, è la questione ecologica, che si pone oggi con grande importanza ed è una grande occasione per le donne. Perché anche la questione ecologica porta a dire che dobbiamo ripensare come è organizzato il mondo. Allora, sono stata un po’ di volte a ascoltare le riunioni del forum dell’abitare, molto belle, perché c’era un sacco di gente, giovani, persone, eccetera, che si occupano della questione della casa. Anche in questa riunione di oggi si è parlato molto, eccetera, ma le donne hanno una questione in più per pensare alle cose, perché le città sono state fatte e disegnate a partire dagli uomini, non a partire dalle donne. Le donne sono le prime che devono ridisegnare come è fatta la città. E siccome, da un punto di vista ecologico, la prima cosa che bisogna fare è ripensare il modo in cui sono organizzati il vivere, l’abitare, la casa, gli spazi pubblici, eccetera, noi abbiamo bisogno che si faccia. Mi sono meravigliata che, nella discussione del forum dell’abitare, neanche si parlasse della transizione. La transizione, pensate, che obbliga… non fa obbligare a non fare più case, perché non si può più cementificare. E allora significa “rammendare”, “rammendare”, significa che il sindacato edilizio deve ripensare tutto a se stesso. Perché un conto è fare 50.000 appartamenti nelle periferie delle nostre città, e quindi cementificare, cementificare; un altro conto è, invece, andare a rivedere, siamo diminuiti di un milione di persone, quindi spazi da rivedere, da riformare. E come li vogliono riformare le donne? Io, sapete, siccome sono vecchia, sono sempre presidente onoraria, non ho un impegno specifico di lavoro, allora lavoro per conto mio. E quindi, fra queste cose, ho fatto una task force nella quale ci si occupa delle questioni della transizione ecologica, e lavoriamo molto per conto nostro. Però la prima cosa che ho fatto fare alla nostra task force è stato un incontro tra i gruppi femministi e il sindacato edile per discutere questo problema: come lavoriamo insieme per consentire alle donne di essere quelle che finalmente disegnano il quartiere come lo vogliono. E questo è tutt’altro disegno di quello che vogliono gli uomini, naturalmente. E come il sindacato edilizio risponde a questo genere di cose. È un esempio, ma io credo che sia un esempio che dobbiamo tenere in conto. La transizione ecologica non è una catastrofe. Sì, è anche una catastrofe, ma è anche l’occasione per ripensare tutto, per ripensare tutte le cose superflue e tutte le cose di cui le donne hanno più bisogno, perché sono quelle che non le hanno. Perché a causa del patriarcato non le hanno disegnate. Eh, non le hanno disegnate loro. Mi sembra…
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Luciana Castellina SAM 2943
Non credo che sia il sindacato edile a decidere cosa costruire, però è importante come il sindacato edile organizza la manodopera, la sua manodopera. E i suoi sindacati devono pensare a piccoli gruppi, non più al sindacato che assume da una grande ditta migliaia di operai. No, bisogna forse pensare a ricostruire le piccole cooperative di lavoro, come c’erano tanto tempo fa, con tecnologie moderne, e ristrutturare la loro base, la loro base essenziale. Ci debbono pensare, altrimenti sarà ancora peggio, perché come finisce la cosa? Tutti, io vorrei, mi piacerebbe, prendere un tavolo e metterci insieme per 4 giorni chiusi in un posto, tutti quelli che devono ripensare a causa del cambiamento del mondo che ci sta di fronte. Tutti devono ripensare a se stessi, al modo di essere in qualche modo, ecco.
E allora, su questo, vorrei dire che io credo che ci troviamo di fronte, e bisogna che le donne siano le prime a essere sensibili a queste questioni. Ci troviamo di fronte non solo a un grande mutamento che incombe, ma anche a una grande crisi della democrazia, perché non abbiamo più una democrazia delegata che funzioni. Non siamo più nella condizione in cui siamo stati per 30 anni, in cui si è fatto welfare, c’erano le lotte, i partiti ne erano i protagonisti, i sindacati ne erano i canali e quelli che le organizzavano. Loro riuscivano ad incidere sulle istituzioni e, alla fine, il Parlamento accettava, perché il sistema aveva i margini per poterlo fare. Oggi non siamo più a questo punto. Il capitalismo sta scoprendo che il suo modello di sviluppo non ce la fa, e quindi diventa cattivo, violento, e tutto quello che succede. Noi dobbiamo rispondere a questo. Come rispondiamo? Io penso che tutto il nostro atteggiamento — infatti, il nostro partito è troppo concentrato su un Parlamento che rappresenta solo il 20% della popolazione — è una cosa che mi manda in bestia. Quando c’è canale 7 che tutti i lunedì ci racconta, ci dà i dati su come gli italiani hanno pensato la settimana prima, no? E poi ti dicono che hanno pensato in modo tale per cui quel partito è aumentato di 0,01%, quell’altro è aumentato di 0,01%. Poi, per tutta la settimana successiva, tutta la stampa, tutta la politica discute solo di quei dati, che rappresentano il 25% della popolazione italiana. Il resto no. E quindi, noi non solo dobbiamo occuparci di quel resto, per dirgli: “Andate a votare!”, perché quelli non votano. Non votano proprio perché hanno capito che andare a votare oggi non ha più il significato del passato, che i parlamenti non hanno più potere. Dove sta il potere? La difficoltà sta già in questo: non sappiamo più dov’è. Una volta, quando c’era tutto in un palazzo, si faceva la rivoluzione, no? Si occupava il palazzo e dentro c’era il potere. La rivoluzione l’ha fatta. Adesso non lo sappiamo più. È molto più complicata tutta questa vicenda, e credo che dobbiamo prendere sul serio che i primi che dovrebbero fare questo sono le donne: rileggersi le belle pagine di Gramsci e di Rosa Luxemburg, che parlano dell’importanza di recuperare forme di gestione diretta della società, che sono state espropriate dal potere burocratico, e oggi sono ancora più espropriate di quanto lo fossero in passato. E recuperarlo attraverso forme di democrazia diretta. Cosa intendo? Questo. Io sto facendo, fra l’altro, proprio a Milano, sto facendo di più che altro, mettendo insieme… non lo dite, perché se lo dice il partito mi arrestano! Sto creando il Soviet di quartiere. Perché “Soviet”? Perché abbiamo bisogno di costituire delle forme nuove di potere e di potere collettivo. Che cosa voglio dire? Che dobbiamo ritrovare forme di decisione diretta. Quanto tempo si faceva lo “sciopero rovesciato”, insomma, ve lo potete neanche ricordare, si faceva. Se volevi una strada, cominciavi a costruirla con il lavoro volontario, e questo poi diventava… perché non c’era altro. E questo, però, ti dava la forza, l’egemonia, la visione e la soggettività, che poi ti consentivano di investire l’istituzione con molto più potere. Landini ha detto “Facciamo un sindacato di strada”. Da solo il sindacato di strada non lo faranno mai, perché hanno un altro modo di lavorare, però sono importantissimi. Se, insieme al primo soggetto, prendiamo i gruppi femministi, ma anche gli studenti, i pensionati, le pensionate, tutto quello che c’è nel quartiere, e li mettiamo lì, cominciamo a fare… la prima cosa: l’inchiesta sul quartiere. Perché non conosciamo quanti possano essere, cosa possiamo fare, cosa dobbiamo cambiare. Cominciare a valutarlo, a partire dalle specificità di quel quartiere, e poi mettere insieme le forze, le soggettività diverse, in cui però il ruolo dei gruppi femministi è fondamentale. E io credo che le femministe siano più interessate di ogni altro a correggere il nostro modo di lavorare, che ancora è tutto ancorato a una visione di un parlamento e di una democrazia che oggi, in larga parte, è defunta. Perché le decisioni più importanti ormai, come sapete, sono state privatizzate. Se oggi occupassimo Palazzo Chigi e riuscissimo a prendere il governo, come sapete, non è che Meloni stia facendo una politica diversa da quella di Draghi. Vorrei fare notare… Certo, c’è un gruppo di ministri imbecilli, che possono essere anche pericolosi, però le scelte politiche di fondo le fanno ormai gruppi finanziari, a livello del mercato globale, e i parlamenti, i governi, fanno poi le regole di attuazione, mettono i semafori. Ecco, ma la strada si fa altrove. E allora dobbiamo riportare le cose lì. Vi faccio degli esempi…
Che genere di politica? Rete donne Si Lombardia/ Milano Auditorium Rp/ Elena Comelli SAM 2948
Poi, questo gruppo milanese della sinistra italiana, Lombardo, scusate, Lombardo della sinistra italiana, adesso metterà in calendario per il 2025 un seminario di 4 giorni. Porteremo i libri di Antonio Gramsci e di Rosa Luxemburg e faremo un seminario di 4 giorni tutte insieme. Ovviamente devi venire in presenza! Però stavolta ti aspettiamo con grande gioia e a braccia aperte. Grazie mille, grazie!
Va bene, va bene, grazie Luciana, grazie! A presto.
Per chiudere, vorrei ringraziare Elisab, che ha condotto davvero in modo magistrale questa chiacchierata conclusiva. Ovviamente, grazie di nuovo a Luciana Castellina. Non so voi, io sono stanchissima, ma ricomincerei domani. Dalla giornata di oggi sono emersi talmente tanti spunti, talmente tanta voglia di leggere e di approfondire, che ci prendiamo, direi, qualche settimana per prepararci prima dei quattro giorni che Elisabetta ha lanciato a nostra insaputa.
Per concludere, penso che un ringraziamento doveroso vada a tutte le donne, e agli uomini che sono stati presenti con noi tutto il giorno, e in particolare a Gianpaolo Rosso e Marco Tatò, che hanno contribuito non solo al dibattito, ma anche alla lotta. E chi vuole, può unirsi all’aperitivo!

