Referendum sulla giustizia/ PERCHÉ NO/ Cantù
Il giorno 4 febbraio alle ore 21, presso il teatro San Teodoro di Cantù, si è svolta una serata di approfondimento e confronto riguardante il referendum sulla giustizia, un attacco diretto all’equilibrio costituzionale e all’indipendenza della magistratura. Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società civile per il No nel referendum costituzionale, ha dialogato con Livia Sarda, avvocata per il No – Como.
Oggetto di discussione e contestazione è il disegno di legge costituzionale Meloni-Nordio, pubblicato il 30 ottobre 2025, che prevede di modificare gli articoli costituzionali n. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110.
Il più grande e noto nucleo di questa riforma riguarda l’introduzione delle distinte carriere dei magistrati giudicanti (giudici) e requirenti (pubblici ministeri). Tale separazione costituisce un pretesto per smantellare il Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura – ricordano il professore Bachelet e l’avvocata Sarda. Questo perché la separazione delle carriere non necessiterebbe di una revisione costituzionale, in quanto compatibile con la Costituzione, purché rimanga un unico ordine e un unico Consiglio superiore; sarebbe potuta bastare dunque una legge ordinaria. Inoltre, la previsione di percorsi professionali separati insiste nel solco della riforma Cartabia del 2022, la quale aveva già introdotto una restrizione al passaggio di funzioni tra magistrati requirenti e giudicanti, limitandolo a una sola volta entro i primi dieci anni dall’assegnazione. Ad oggi, a seguito della riforma del 2022, la percentuale di coloro che hanno eseguito un passaggio di carriera si attesta inferiore all’1%, un numero esiguo perché venga scomodata la Costituzione e la magistratura tutta.




Chiaramente l’obiettivo auspicato dall’attuale governo va ricondotto ai vantaggi che potrebbe trarre dalle profonde modifiche del Csm, nonché dall’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Durante la serata è stato ricordato come l’attuale Csm sia stato istituito al fine di garantire l’effettiva indipendenza della magistratura, specie dal potere politico. I padri e le madri costituenti hanno rifiutato potesse verificarsi quanto accaduto immediatamente prima sotto il regime fascista, ovvero l’assoggettamento della magistratura alle direttive del potere esecutivo. I pubblici ministeri oggi possono operare nei corridoi della politica, ricorda l’avvocata Sarda, e tuttavia siamo testimoni di una politica che cerca di sottrarsi ai processi previsti dalla legge. Se l’intento di questo governo è inoltre quello di arrivare a togliere ai Pm il controllo della polizia giudiziaria – parole pronunciate dal ministro Tajani lo scorso 25 gennaio –, allora è anche vero che questo slittamento d’asse in direzione del potere esecutivo non solo sottrarrà sempre più la politica al controllo della legge – quest’ultima sarà subordinata all’orientamento politico –, ma introdurrà anche un elemento di discrezionalità secondo il quale non saremo più tutti uguali davanti alla legge stessa.
Guardiamoci da coloro che giustificano tale intervento sostenendo che l’articolo 104 della Costituzione non verrà modificato, quello che recita che «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere». Se tutto ciò che vi è intorno cade, viene scardinato, tale stato di autonomia rischia di rimanere una vuota proclamazione di principio.
È inoltre preoccupante che il referendum sia stato calendarizzato senza un previo accordo con l’opposizione, laddove la maggioranza boccia gli emendamenti sul voto fuorisede, un voto che aveva funzionato sia nel 2024 alle elezioni europee, sia al referendum del giugno 2025, esteso anche ai lavoratori oltre che agli studenti. Saranno pertanto esclusi cinque milioni di italiani, di cui poche centinaia di persone potranno permettersi di tornare presso la propria residenza in tempo per votare.
Le criticità sono molte e incrementano il grado di complessità che si può riscontrare ad una prima lettura individuale del disegno di legge. Occasioni come questa sono pertanto preziose e incoraggiano i cittadini e le cittadine ad approfondire, a non limitare la propria informazione alla spesso generica e polarizzata retorica di diversi programmi di dibattito. La posta in gioco è molto più alta. E proprio per questo, riconosciamo al No la più valida possibilità, perché, a fronte di incomprensioni sull’argomento, l’unica scelta realmente responsabile è quella di fare un passo indietro, perché rimanga invariata una scrittura costituzionale che ha funzionato fino ad ora.






[Video, foto e testo di Giulia Rho e Matteo Gioia, ecoinformazioni]


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