Cgil/ No per difendere la Costituzione

La mattina del 9 febbraio al teatro Cristallo di Breccia, l’attivo delle delegate e dei delegati, delle pensionate e dei pensionati della Cgil di Como sul Referendum sulla giustizia. Sono intervenuti Sandro Estelli, segretario generale della Cgil di Como, Rosaria Maietta, presidente Comitato Inps Como, Giuseppe Battarino, giurista e scrittore, già magistrato, e Marcello Iantorno, avvocato referente del Comitato avvocati per il No. Hanno preso parte una settantina di cittadini e cittadine, che sono intervenuti/e con diverse domande e considerazioni.

Perché un attivo voluto dalla Cgil in materia di giustizia? Sandro Estelli ha spiegato molto bene il motivo per cui il sindacato aderisce alla campagna di informazione sulle ragioni del No al Referendum sulla giustizia, seppure, solo apparentemente, una tematica distante per quanto concerne l’ambito d’azione e competenza. L’impegno della Cgil si rinnova ogni qual volta vengono posti e raggiunti nuovi traguardi per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il riferimento storico e tuttavia attualissimo per eccellenza è la legge n. 300 del 20 maggio 1970, ovvero la normativa che tutela la libertà dei lavoratori di manifestare il proprio pensiero, purché questo sia rispettoso della Costituzione e delle norme della legge stessa. Facile comprendere che, perché tale normativa venga rispettata e applicata, sia necessario preservare la Costituzione italiana, difendere l’autonomia della magistratura, perché quest’ultima non venga corrotta da interessi economici e politici, e salvaguardare la democrazia stessa.
Sulle ragioni del No al Referendum si è discusso anche in occasione dell’incontro Perché no, con Giovanni Bachelet e Livia Sarda, che avevano avuto modo di sottolineare in eguale modo l’incongruenza del voler separare le carriere per mezzo di una revisione costituzionale. Quanto emerso grazie agli interventi di Giuseppe Battarino e Marcello Iantorno ha permesso inoltre di completare il quadro sulla riforma, in particolare nei riguardi dell’Alta Corte e dell’Art. 8 del disegno di legge costituzionale.
Sulle cosiddette “disposizioni transitorie” vale la pena soffermarsi un po’ di più, dato che è proprio grazie a quest’ultimo articolo che comprendiamo quale sia realmente la “posta in gioco” (politica), per riprendere l’espressione cara a Battarino. Questo testo prevede, infatti, che «Le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare vengano adeguate alle disposizioni della presente legge costituzionale entro un anno dalla data della sua entrata in vigore» [Art. 8, comma 1, Disegno di legge costituzionale Meloni-Nordio]. Il desiderio dell’attuale governo è quello di poter ordinare tutto quanto sopra elencato nell’articolo, per mezzo di una legge ordinaria, un voto a maggioranza semplice, che verrà redatta dall’attuale maggioranza in parlamento, ignorando presumibilmente – come fatto finora – gli emendamenti dell’opposizione e dell’associazione dei magistrati.
«Il segnale di totalitarismo è quello di chi si pone con l’attitudine di non andarsene mai dal potere» afferma Battarino.
Ricordiamo inoltre l’intervento di Nordio dello scorso 8 febbraio: «Chi controlla la polizia? La controlla la magistratura. E chi controlla la magistratura? Poiché non esiste un potere senza un controllo, è quello che cerchiamo di introdurre con la riforma costituzionale». Secondo Nordio ad oggi la magistratura, essendo autonoma, è controllata da sé stessa per mezzo di una giustizia domestica caratterizzata da una «baratteria politica delle correnti interne al CSM». È chiaro che la riforma vuole ridefinire i meccanismi di controllo e disciplina dei magistrati. No, non una miglioria alla giustizia, nessun processo verrà velocizzato.
E proprio a questo proposito, considerata la stretta dell’esecutivo sul legislativo, ci terrei a riprendere un intervento assai valido e importante di Marco Rigamonti. Nel ricordare Giancarlo Puecher, figura fondamentale della resistenza sul nostro territorio, condannato a morte dal tribunale speciale tramite un processo presieduto da Biagio Sallusti, si è giustamente domandato se l’Alta Corte non sia in qualche modo equiparabile a un giudice speciale, in deroga all’Art. 102, Riforma del Titolo IV della Costituzione. Cioè, che quanto istituito durante il fascismo non sia poi tanto distante dal tentativo dell’Alta Corte di concentrare il controllo sulle funzioni giurisdizionali, giudicando i ricorsi contro le decisioni disciplinari del CSM.
Lo scenario fa rabbrividire. Durante l’attivo sono emersi a tratti toni più speranzosi o decisamente pessimisti. Come dare loro torto? Specie a seguito dei fatti di Torino per Askatasuna, come ha ricordato dal pubblico Franca Annoni, dove, prima ancora che le motivazioni dei provvedimenti presi dalla giudice nei confronti degli indagati venissero rese note, era già intervenuta una pesante strumentalizzazione a favore della polizia come forza repressiva necessaria, della sottomissione della magistratura, e dunque della campagna per il Si.
Come possiamo dialogare e convincere coloro che ci circondano che il No sia la scelta necessaria? Riporto a questo proposito quanto riferito da Livia Sarda, avvocata per il No a Como: «Riconosciamo al No la più valida possibilità, perché, a fronte di incomprensioni sull’argomento, l’unica scelta realmente responsabile è quella di fare un passo indietro, perché rimanga invariata una scrittura costituzionale che ha funzionato fino ad ora, che ci garantisce una democrazia». [Giulia Rho, ecoinformazioni]

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