Video e testi/ In centinaia a Voci per la Palestina

La Giornata contro il silenzio e la complicità animata per la Palestina a Noivoiloro di Erba il 14 febbraio ha raccolto molte presenze e ha fornito importanti spunti emotivi e di conoscenza per la lotta contro il genocidio. Le attività aperte a nome degli organizzatori da Francesca Pozzoli si sono susseguite dalle 16 fino a sera.

Si è cominiciato con l’ntensa lettura performativa a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti, parole e musica dedicate ad alcune testimonianze – a partire da quelle ormai famose di Refaat Alareer e di Hind Rejab, ma insieme anche ad altre meno conosciute – col titolo di “Il loro grido è la mia voce”, tratto appunto dalla raccolta di poesie in cui è presente anche il testo di Alareer.

Il pomeriggio è terminato con gli approfondimenti dedicati a “Diritti umani e diritto internazionale: da Gaza alla Cisgiordania” con gli interventi di Aysar Al Saifi, giovane scrittore nato in Cisgiordania e proprio da pochi giorni anche cittadino italiano, e Ugo Giannangeli, esperto di diritto internazionale fortemente impegnato per l’affermazione dei diritti del popolo palestinese (tra l’altro ha sottoscritto insieme a un’altra cinquanti di giuristi una denuncia contro gli esponenti del governo italiano indicati come complici del genocidio in corso da parte dello stato di Israele).

Entrambi i momenti sono stati seguiti da un folto e attento pubblico, che poi ha partecipato (addirittura in numero superiore alle prenotazioni e alle aspettive) alla cena solidale, che è stata un’ulteriore occasione di dialoghi e di informazioni sulla situazione in Palestina, ma anche in Italia (!).

Ritornati nell’auditorium, l’intensa giornata si è chiusa con gli interventi musicali di Tino Cappelletti, Pier Mariani e il gruppo Bianchi Sporchi.

La giornata è servita anche a raccogliere fondi per i progetti di Gaza chiama Lecco risponde e di 100x100gaza, cui si può continuare a contribuire, secondo le modalità indicate in:

https://www.gofundme.com/f/gaza-chiama-lecco-risponde

https://www.100x100gaza.it

I video e le foto di Luciano Conconi, ecoinformazioni.

Voci per la Palestina/ Francesca Pozzoli/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0049

L’iniziativa di oggi nasce dall’unione di diverse realtà del territorio erbese e delle zone limitrofe, che hanno scelto di mettersi insieme per parlare di Palestina. Un primo appuntamento si è svolto a luglio, ma oggi sentiamo ancora più forte la necessità di non restare in silenzio di fronte a ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania. Per questo siamo qui: per rompere il silenzio e contrastare ogni forma di complicità.

Un ringraziamento va a tutte le realtà che hanno organizzato questa giornata: il Coordinamento lecchese stop al genocidio, presente in sala con un banchetto informativo; la Società Agricola La Runa, che ha ospitato a luglio la prima edizione di “Voci dalla Palestina”; il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi” di Erba; l’associazione Genitori Romagnosi; ANPI sezione di Monguzzo; la Comunità del Pellegrino di Cantù; e tutte le persone che, anche a titolo individuale, hanno contribuito alla realizzazione di questo incontro. Ringraziamo inoltre le realtà che hanno aderito all’iniziativa: ANPI provinciale di Como, ARCI Como, BDS Como – presente oggi con un proprio banchetto –,

Cantù per Casa, CGIL Como, Coordinamento Comasco per la Pace, Como Senza Frontiere, Legambiente sezione erbese, Rete Viva e l’associazione Testa di Rapa. Un grazie speciale anche a Noi, Voi, Loro, che ci ospita e che sta preparando la cena solidale di questa sera.

A luglio, quando abbiamo organizzato il primo incontro, era appena stato pubblicato il rapporto di Francesca Albanese, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, che denunciava con chiarezza le complicità istituzionali ed economiche nel genocidio del popolo palestinese. Ci sembrava urgente diffondere quella denuncia. Oggi il contesto è in parte cambiato: si parla di tregua e di pace, ma a Gaza si continua a morire e i bombardamenti non sono cessati; in Cisgiordania l’occupazione prosegue, con sfollamenti forzati e appropriazione di terre. Per questo continuiamo a parlare di Palestina. Il tema della complicità resta centrale e oggi lo affronteremo in particolare dal punto di vista dei diritti umani e del diritto internazionale.

Siamo molto lieti della presenza di BDS Como. BDS, che significa Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, è un movimento internazionale non violento a guida palestinese, ispirato alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Promuove pressioni economiche, culturali e politiche affinché vengano rispettati il diritto internazionale e i diritti del popolo palestinese, ponendo fine all’occupazione, alla colonizzazione e al sistema di apartheid. Il boicottaggio riguarda le scelte individuali; il disinvestimento e le sanzioni chiamano invece in causa istituzioni, enti pubblici e governi, che possono interrompere rapporti con aziende coinvolte e adottare misure come l’embargo militare. Invitiamo quindi chi è interessato ad avvicinarsi al banchetto per approfondire.

La giornata prevede uno spettacolo teatrale a cura di Diego Pileggi e Pietro Rigamonti, seguito da interventi dedicati ai diritti umani e al diritto internazionale; in serata ci sarà la cena solidale e un momento musicale. L’intero ricavato sarà destinato a sostenere progetti attivi nella Striscia di Gaza. In particolare sosteniamo il progetto “Gaza chiama, Lecco risponde”, promosso dal Coordinamento lecchese, che finanzia un’iniziativa educativa nel campo di Nuseirat, nel centro della Striscia: nato come tenda-scuola dopo la distruzione degli edifici scolastici, il progetto è diventato una vera e propria scuola e offre supporto educativo e aiuti concreti a circa 200 bambini e alle loro famiglie. Abbiamo inoltre aderito alla campagna nazionale “100% Gaza”, che sostiene progetti educativi, sociali e comunitari nella Striscia; materiali e informazioni sono disponibili ai banchetti presenti in sala.

Chi si fermerà a cena è invitato, se possibile, a effettuare il pagamento in anticipo per evitare code; restano a disposizione i banchetti informativi e lo spazio libri. Ricordiamo infine che le uscite di sicurezza si trovano ai lati e a metà sala, sia a destra sia a sinistra.

Apriamo ora con lo spettacolo “Il loro grido è la mia voce”, interpretato da Diego Pileggi con Pietro Rigamonti alla chitarra. Il titolo riprende quello di un libro di poesie scritto a Gaza durante il genocidio. Il verso “Il loro grido è la mia voce” è di Haidar Al Gazzali, giovane poeta palestinese poco più che ventenne che, quando ha scritto quei versi, viveva a Gaza e ha visto la propria università distrutta; oggi, grazie anche alla solidarietà internazionale, prosegue i suoi studi in Italia. In quella poesia si rivolge ai giovani che nelle università occidentali hanno protestato contro il genocidio, ricordandoci che dare voce significa assumersi una responsabilità. Con questo spirito vi invitiamo ad ascoltare le prime voci dalla Palestina.

Voci per la Palestina/ Diego Pileggi e Pietro Rigamonti/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0050

Negli ultimi tempi mi sono ritrovata spesso a pensare a George Orwell e al suo celebre paradosso: «La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza». Non mi è mai sembrato così attuale come nel dibattito di questi mesi su Israele e Palestina. Molti continuano a definire ciò che accade a Gaza un “conflitto”, o addirittura un conflitto iniziato il 7 ottobre 2023. È una lettura che comincia la storia a metà, ignorando le pagine precedenti, dense di sangue e di dolore. La vicenda affonda le sue radici molto più lontano nel tempo e continua a essere rimossa, così come resta inascoltato il richiamo alla giustizia che il popolo palestinese porta avanti da quasi un secolo contro un regime di apartheid e contro la violenza che, dalla fine del 2023, ha assunto i contorni di un genocidio, proseguito anche dopo il presunto cessate il fuoco tra gennaio e marzo 2025. A denunciarlo con chiarezza è stata anche Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Nel 1947-48, durante la Nakba, migliaia di palestinesi furono costretti ad abbandonare per sempre le proprie case. Dopo giorni di cammino, molti raggiunsero Jenin, trovando riparo tra tende improvvisate e l’aiuto solidale della popolazione locale. Nacquero così i campi profughi, dai quali intere comunità poterono solo guardare da lontano le terre a cui non sarebbero più tornate. Villaggi con secoli di storia si svuotarono. Quaranta generazioni di vite – nascite, matrimoni, preghiere, lavoro, memoria – furono spezzate. In Palestina il 1948 è diventato un anno che non passa, un esilio inciso nel calendario e trasmesso di padre in figlio come memoria e come ferita.

Nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Interi quartieri furono rasi al suolo, case confiscate, famiglie disperse. L’occupazione cambiò per sempre la vita delle persone: padri e figli scomparsi, madri consunte dall’attesa, esistenze sospese tra preghiera e sopravvivenza. C’è chi scelse di restare, chi di resistere, chi di partire per combattere, rifiutando un destino scritto da altri. Nelle parole di tanti palestinesi risuona l’affermazione identitaria resa celebre da Mahmoud Darwish: “Prendi nota, sono arabo”. Un’affermazione di dignità davanti all’espropriazione della terra, delle case, perfino delle pietre.

L’infanzia in Palestina oggi è segnata dalla paura. A fine gennaio 2024, a Gaza, la piccola Hind Rajab, sei anni, rimase intrappolata in un’auto crivellata di colpi dopo un attacco. Per ore parlò al telefono con i soccorritori della Mezzaluna Rossa, chiedendo aiuto. Quando il suo corpo fu ritrovato giorni dopo, l’auto era stata colpita da centinaia di proiettili; poco distante giacevano anche i paramedici che avevano tentato di salvarla. In Cisgiordania, nell’ottobre 2023, il piccolo Mohammed Tamimi, due anni, fu ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre era in auto con il padre. Nessuno è stato chiamato a rispondere. Questa è l’infanzia in Palestina.

La casa, che dovrebbe essere rifugio, diventa bersaglio. Dal 1967 molte famiglie palestinesi non hanno più potuto fare ritorno a Gerusalemme. Quartieri storici demoliti in poche ore, abitanti espulsi, beni confiscati. Lettere d’addio raccontano la scelta forzata tra restare e morire o partire e resistere altrove. È la storia di un popolo a cui è stato chiesto di accettare l’inaccettabile.

Nel 2024 il giovane poeta Haidar al-Ghazali, vent’anni, scrive da Gaza di non sapere come risorgere dalle ceneri. Racconta il momento in cui un bombardamento interrompe un pranzo, la polvere che ricopre tutto, una mano di bambina posata sull’asfalto, l’istante in cui l’infanzia finisce. Racconta un urlo immenso che spoglia gli esseri umani di tutto – vestiti, pelle, ossa, ricordi – finché non resta che silenzio e nomi incisi sulla terra.

E poi la speranza, affidata ai versi di Refaat Alareer, poeta nato a Gaza nel 1979 e ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023 insieme a parte della sua famiglia. Nella poesia “Se devo morire” scrive: “Se devo morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia… che sia un aquilone bianco nel cielo di Gaza, perché un bambino possa pensare che lassù c’è un angelo che riporta l’amore”. Parole che chiedono di trasformare la morte in racconto, la perdita in memoria, la disperazione in speranza.

Questa è la storia che troppo spesso viene ridotta alla parola “conflitto”. È una storia di espulsioni, occupazione, resistenza, infanzie spezzate e poesia. Una storia che chiede di essere ascoltata e raccontata, perché il silenzio, oggi più che mai, significherebbe complicità.

Voci per la Palestina/ Diego Pileggi e Pietro Rigamonti/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0051

Ogni strada, ogni casa, ogni stanza, ogni finestra, ogni balcone, ogni muro, ogni pietra, ogni afflizione.

Ogni parola, ogni lettera, ogni bisbiglio, ogni carezza, ogni sguardo, ogni bacio.

Ogni albero, ogni filo d’erba, ogni lacrima, ogni grido, ogni respiro, ogni supplica, ogni appello, ogni segreto, ogni pozzo, ogni preghiera.

Ogni canto, ogni libro, ogni foglio, ogni colore, ogni raggio, ogni nuvola, ogni pioggia, ogni goccia di pioggia, ogni stilla di sudore.

Ogni mamma, ogni papà, ogni “ya baba”, ogni nonno, ogni ombra, ogni luce.

Ogni piccola mano che disegna un albero, una strada, una casa, un cuore, una famiglia.

Ogni valigia sopra un armadio, ogni libreria, ogni tappeto, ogni rintocco di campana, ogni rosario, ogni invocazione, ogni arrivo, ogni addio, ogni buongiorno.

Ogni fotografia, ognuno di quelli nella fotografia.

Ogni chicco di grano nel becco di un passero, ogni ciocca di capelli, ogni mano, ogni piede, ogni pallone da calcio, ogni bicicletta, ogni risata, ogni sorriso, ogni litigio, ogni campo, ogni fiore, ogni ulivo, ogni arancia.

Ogni pentola sul fuoco, ogni vapore, ogni odore di casa, ogni fila a scuola, ogni campanella, ogni grembiule.

Ogni sogno,

ogni illusione, ogni speranza, ogni delusione.

Ogni mano che stringe un’altra mano, ogni mano sola.

Ogni nome.

Ogni nome.

Ogni nome.

Susan.

Nima.

Maha.

Saleh.

Hind.

Mahmoud.

Haidar. Samer.

Refaat.

Il loro grido è la mia voce.

Il testo è una litania, un elenco che abbraccia tutto ciò che compone una vita: oggetti quotidiani, gesti, affetti, luoghi, ricordi. Ripetendo “ogni”, la canzone trasforma l’ordinario in qualcosa di sacro e insostituibile, sottolineando che quando una vita viene spezzata non si perde solo una persona, ma un intero mondo fatto di relazioni, abitudini, sogni e dettagli minimi.

La parte finale, con l’elenco dei nomi, rompe l’astrazione: le vittime non sono numeri, ma persone. “Il loro grido è la mia voce” significa assumersi la responsabilità di ricordare e raccontare, perché ogni nome continui a esistere attraverso chi lo pronuncia.

Voci per la Palestina/ Francesca Pozzoli/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0053

Benvenute e benvenuti, e un saluto anche a chi è appena arrivato. Farò una breve introduzione, scusandomi con chi era già presente prima dello spettacolo di Diego e Pietro, perché riprenderò sinteticamente il senso dell’iniziativa e ricorderò chi l’ha resa possibile.

L’iniziativa si intitola “Voci dalla Palestina” ed è il frutto di un lavoro collettivo che ha unito diverse realtà del territorio erbese, insieme a singole persone che hanno scelto di impegnarsi in prima persona. Tra gli organizzatori ci sono il Coordinamento lecchese Stop al genocidio, presente con un banchetto informativo in fondo alla sala; la Società Agricola La Runa, che aveva già ospitato la precedente edizione; il Circolo Ambiente “Ilaria Alpi”; Trapeiros di Emmaus

Erba; l’Associazione Genitori Romagnosi; ANPI sezione di Monguzzo; e la Comunità del Pellegrino di Cantù. A queste si sono aggiunte altre realtà che hanno aderito e che ringraziamo:

BDS Como, anch’essa presente con un banchetto; ANPI provinciale di Como; ARCI Como;

Cantù per Gaza; CGIL Como; il Coordinamento Comasco per la Pace; Como Senza Frontiere; Legambiente sezione di Erba; Terra Viva; e l’associazione Testa di Rapa. Un ringraziamento speciale va a Noi, Voi, Loro che ci ospita e che ha preparato la cena solidale per questa sera.

Questo secondo momento della giornata è dedicato al tema “Diritti umani e diritto internazionale: da Gaza alla Cisgiordania”. L’obiettivo dell’iniziativa è duplice. Da un lato, riportare l’attenzione sulla gravità della situazione a Gaza e in Cisgiordania: il progetto genocidario avviato nell’ottobre 2023 non si è interrotto, così come non si è interrotta l’occupazione della Cisgiordania e la sistematica violazione dei diritti fondamentali. Ci sembra particolarmente importante parlarne in un momento in cui, a livello internazionale, si parla di pace: a Gaza si continua a morire anche dopo la dichiarazione di cessate il fuoco, e in Cisgiordania l’occupazione e il regime di apartheid militarizzato proseguono.

Dall’altro lato, vogliamo offrire un sostegno concreto. Il ricavato della giornata andrà a supporto di alcuni progetti specifici. In particolare, il progetto “Gaza chiama, Lecco risponde”, promosso dal Coordinamento lecchese Stop al genocidio, che ha sostenuto per mesi una tenda-scuola a Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza. Nonostante le distruzioni e le difficoltà, quella tenda è diventata una vera scuola. Presso il banchetto potete trovare materiali informativi che raccontano nel dettaglio il progetto.

Sosterremo inoltre i progetti della campagna nazionale “100% Gaza”, promossa da diverse realtà, tra cui ACS ONG di Padova e ARCI. Si tratta di una mobilitazione che finanzia progetti educativi, sociali e comunitari nella Striscia di Gaza. Anche su questi progetti trovate brochure e informazioni ai banchetti. Al netto dei costi organizzativi, l’intero ricavato della serata sarà destinato a queste iniziative.

Voci per la Palestina/ Francesca Pozzoli/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0054

 Ugo Giannangeli, già avvocato penalista, che ha affiancato all’attività professionale un costante impegno sociale e politico su diversi fronti: dal tema del carcere alla repressione delle lotte sociali, fino alla solidarietà internazionale e al sostegno alla resistenza del popolo palestinese contro l’occupazione.

Ugo Giannangeli è attivo anche sul nostro territorio e collabora con la Scuola dei Diritti Umani promossa dal Coordinamento Comasco per la Pace. È inoltre tra i firmatari di una denuncia attualmente pendente presso la Corte Penale Internazionale contro esponenti del governo italiano – Meloni, Crosetto, Cingolani e Tajani – per concorso in genocidio. È possibile che questo tema emerga nel corso del dibattito, e sarà l’occasione per approfondire il ruolo che il diritto internazionale ha avuto, e continua o meno ad avere, nella questione palestinese.

Dico “continua” perché ciò che vediamo oggi a Gaza e in Cisgiordania non è il risultato di una crisi iniziata il 7 ottobre, ma l’ulteriore sviluppo di un progetto coloniale di lungo periodo, riconducibile a una logica di colonialismo d’insediamento, che comporta la dislocazione e la sostituzione della popolazione palestinese nei territori occupati.

A dialogare con Ugo Giannangeli sarà Lorenzo Bellù, economista esperto di scenari globali ed ex funzionario delle Nazioni Unite, che porrà alcune domande sulle violazioni del diritto internazionale che hanno condotto alla situazione attuale e sulle possibili prospettive qualora la legalità internazionale venisse effettivamente ripristinata.

Direi quindi di iniziare questo momento di confronto, lasciando la parola ai nostri ospiti.

Voci per la Palestina/ Lorenzo Bellù/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0055

Il dibattito che avete ricostruito mette al centro una questione cruciale: se il diritto internazionale sia davvero “morto” oppure se stia attraversando una fase di crisi profonda ma reversibile, e quali siano le implicazioni concrete, soprattutto per la Palestina. Da un lato, i riferimenti all’occupazione dei territori palestinesi dal 1967, ai mandati di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, alle ordinanze della Corte Internazionale di Giustizia sul rischio di genocidio, fino alle tensioni interne alle Nazioni Unite, mostrano un sistema giuridico che formalmente produce atti, decisioni e pareri, ma fatica enormemente a garantirne l’attuazione. Dall’altro lato, dichiarazioni politiche come quelle attribuite a leader occidentali o il linguaggio sprezzante usato da esponenti del governo israeliano verso le sedi ONU alimentano la percezione di un ordine internazionale in frantumi, dove la forza prevale sulla norma e il veto paralizza gli organi decisionali. In questo quadro, il caso palestinese diventa emblematico: non perché sia l’unica violazione del diritto internazionale, ma perché rappresenta una situazione protratta nel tempo, segnata da risoluzioni rimaste inapplicate, da un’occupazione considerata illegale da larga parte della comunità giuridica e da una crescente radicalizzazione del conflitto dopo il 7 ottobre 2023. La sensazione di “impunità” denunciata da vari giuristi si intreccia con la crisi di credibilità delle istituzioni multilaterali e con il rischio che la selettività nell’applicazione delle regole finisca per delegittimare l’intero sistema. Allo stesso tempo, però, parlare di “morte” del diritto internazionale può essere fuorviante: le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia, i procedimenti della Corte Penale Internazionale, le risoluzioni dell’Assemblea Generale e le mobilitazioni della società civile dimostrano che lo spazio giuridico e politico non è scomparso, ma è oggetto di una contesa intensa. Il diritto internazionale, storicamente, non è mai stato un meccanismo automatico e neutrale: ha sempre dipeso dalla volontà degli Stati e dall’equilibrio dei rapporti di forza, ma anche dalla pressione dell’opinione pubblica e dei movimenti transnazionali. Per questo alcuni osservatori vedono nella mobilitazione globale – dalle università alle piazze – non la soluzione immediata del conflitto, bensì un possibile fattore di riequilibrio capace di incidere sulle scelte politiche future. Quanto al tentativo di normare l’antisemitismo attraverso l’adozione della definizione dell’IHRA e di includere esempi che riguardano Israele, il nodo delicato è evitare la sovrapposizione tra la tutela necessaria contro l’odio antiebraico, che va contrastato con fermezza, e la limitazione del dibattito legittimo sulle politiche di uno Stato. In democrazia, la linea di confine tra repressione dell’odio e compressione della libertà di espressione è sottile e richiede testi chiari, proporzionati e non suscettibili di interpretazioni estensive che possano colpire il dissenso politico. Se il diritto internazionale è in crisi, dunque, non è perché manchino norme o tribunali, ma perché l’effettività delle regole dipende da scelte politiche, da equilibri geopolitici e dalla capacità delle società di chiedere coerenza. La Palestina, in questo senso, è diventata un banco di prova: non solo per la sorte di un popolo, ma per la credibilità stessa dell’idea che esistano limiti giuridici alla guerra, all’occupazione e all’uso della forza. Parlare di agonia o di sonno può essere una metafora, ma il punto centrale resta se e come quegli strumenti verranno difesi, riformati o svuotati nei prossimi anni, e questo dipenderà tanto dagli Stati quanto dalla pressione delle opinioni pubbliche organizzate.

Voci per la Palestina/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0058

Se prendiamo sul serio l’articolo 28 della Nazioni Unite, cioè il diritto di ogni individuo a un ordine sociale e internazionale in cui i diritti possano essere pienamente realizzati, la domanda sulle prospettive per la Palestina diventa inevitabilmente una domanda sull’assetto futuro dell’intero spazio israelo-palestinese, non solo su un cessate il fuoco o su una tregua temporanea. Oggi quel diritto è oggettivamente negato a milioni di palestinesi, tra occupazione, frammentazione territoriale e crisi umanitaria a Gaza, ma è anche profondamente incrinato per la stessa società israeliana, attraversata da una militarizzazione crescente e da tensioni istituzionali. Se guardiamo alle letture più radicali, come quella di Ilan Pappé, la prospettiva è il superamento del paradigma etno-nazionale e la costruzione di un unico spazio politico fondato su uguaglianza di diritti tra ebrei e palestinesi, quindi uno Stato democratico per tutti i suoi cittadini; è una visione che presuppone una trasformazione strutturale profonda e oggi appare lontana, ma ha il merito di riportare al centro il principio di eguaglianza giuridica. Una posizione diversa, come quella di Anna Foa, insiste invece sul rischio che l’attuale traiettoria conduca Israele a un isolamento crescente e a una crisi morale e politica interna, un “suicidio” nel senso di perdita della propria legittimazione internazionale e dei valori democratici originari; qui la prospettiva è meno un nuovo assetto costituzionale e più un ripensamento dall’interno della società israeliana. Tra questi poli resta l’ipotesi dei due Stati, formalmente ancora sostenuta da gran parte della diplomazia internazionale, ma resa sempre più difficile dall’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e dalla frammentazione territoriale: non è giuridicamente impossibile, ma politicamente sempre più complessa. C’è poi una quarta prospettiva, meno istituzionale e più graduale, che passa da alcuni passaggi concreti: cessate il fuoco stabile, protezione internazionale effettiva per i civili, congelamento e poi smantellamento degli insediamenti illegali secondo quanto indicato dalla Corte Internazionale di Giustizia, rilancio di un processo politico con garanzie multilaterali. Questa strada non risolve tutto, ma può ricostruire condizioni minime di fiducia. Infine, c’è la dimensione che richiamavi tu: i popoli. Anche in una fase di paralisi degli Stati, la pressione delle società civili, delle università, delle organizzazioni per i diritti umani e delle diaspore può incidere nel medio periodo, come è accaduto in altri contesti storici. Le prospettive realistiche, oggi, non sono lineari né rapide: oscillano tra il rischio di una cristallizzazione permanente del conflitto in forma di disuguaglianza strutturale e la possibilità, più lenta ma non impossibile, di una trasformazione che rimetta al centro autodeterminazione reciproca, sicurezza condivisa e pari diritti. In definitiva, il punto decisivo non è solo quale modello prevarrà – uno Stato, due Stati o una confederazione – ma se il principio di eguaglianza dei diritti tornerà ad essere la base dell’ordine politico; senza quello, nessuna architettura istituzionale potrà davvero realizzare ciò che la Dichiarazione del 1948 prometteva.

Voci per la Palestina/ Ugo Giannangeli/ 14 febbraio 2026/ Erba IMGA0059

Capisco la prospettiva che proponi: l’idea che la crisi interna di Israele – economica, sociale, morale – possa diventare un fattore di cambiamento. Però su un terreno così delicato conviene distinguere con attenzione tra dati verificabili, interpretazioni politiche e giudizi complessivi su un’intera società.

È vero che dal 2023 Israele sta attraversando una fase molto difficile. La guerra ha avuto un impatto economico significativo: rallentamento della crescita, aumento del deficit, calo del turismo, mobilitazione prolungata di riservisti che ha inciso su produttività e consumi. Il settore agricolo e quello edilizio hanno sofferto anche per la carenza di manodopera palestinese dopo il blocco dei permessi. Alcune aziende – soprattutto piccole e medie – hanno chiuso, e c’è stata una temporanea fuga di capitali nei mesi più critici del conflitto. Anche il dibattito interno sui costi della guerra e sulla redistribuzione delle risorse (sanità, istruzione, servizi) è molto acceso.

Detto questo, bisogna evitare due semplificazioni. La prima è l’idea di un collasso imminente: l’economia israeliana resta strutturalmente forte in settori chiave come l’high-tech, la difesa, la ricerca biomedica; ha un PIL pro capite elevato e un forte sostegno finanziario internazionale. Parliamo quindi di una crisi seria, ma dentro un sistema ancora resiliente. La seconda semplificazione è leggere la società israeliana come un blocco monolitico e “completamente deumanizzato”. I sondaggi in tempo di guerra tendono a radicalizzarsi, ma all’interno di Israele esistono fratture profonde: tra laici e religiosi, tra centro e periferia, tra ebrei ashkenaziti e mizrahì, tra cittadini ebrei e arabi israeliani, tra chi sostiene il governo e chi manifesta contro. Le grandi proteste contro la riforma giudiziaria prima del 7 ottobre mostrano che la società civile israeliana è tutt’altro che uniforme.

Quanto ai dati come “il 92-95% favorevole al genocidio”, numeri di questo tipo vanno sempre verificati con attenzione: le formulazioni delle domande nei sondaggi sono decisive e spesso molto controverse. In ogni conflitto violento l’opinione pubblica tende a sostenere in larga parte l’azione militare del proprio governo, ma questo non equivale automaticamente a un’adesione consapevole a un crimine internazionale nella sua definizione giuridica.

Sul piano politico-strategico, l’idea che “due anni di violenza senza risultato equivalgano a fallimento” è un’ipotesi plausibile ma non automatica. I conflitti asimmetrici spesso producono stalli prolungati più che vittorie nette. Tuttavia, è vero che una guerra lunga, costosa e senza sbocchi politici può logorare il consenso interno e aprire spazi a leadership alternative o a ripensamenti strategici.

C’è poi un elemento che hai richiamato in modo molto forte: la resilienza palestinese, il ritorno a Gaza nonostante la devastazione. Questo tipo di resistenza civile e identitaria ha un peso storico importante. In molti conflitti, la capacità di una popolazione di rimanere sul territorio e di rivendicare la propria presenza ha inciso più della dimensione puramente militare.

Se cerchiamo un possibile “motivo di ottimismo”, forse non sta nel collasso o nella deumanizzazione di una società, ma nella consapevolezza crescente – dentro e fuori Israele – che una soluzione puramente militare non risolve il nodo politico fondamentale: sicurezza per gli israeliani e autodeterminazione e diritti per i palestinesi. Finché uno di questi due elementi viene negato, il conflitto si rigenera.

Le trasformazioni più profonde, storicamente, non nascono solo dalla pressione esterna o dal boicottaggio, ma dall’intreccio tra crisi interna, mutamento generazionale, pressione internazionale e alternative politiche credibili. La vera variabile decisiva, più che il fallimento militare in sé, sarà se emergerà o meno un progetto politico capace di offrire a entrambe le popolazioni un orizzonte di diritti e sicurezza reciproca. Senza quello, anche una crisi grave rischia di produrre solo ulteriore radicalizzazione; con quello, invece, anche una crisi può diventare un punto di svolta.

NOTA/ Le trascrizioni dai video della serata sono state curate delle stagiste della Scuola Castellini a ecoinformazioni, non sono state riviste dagli autori. Redazione Luciano Conconi, ecoinformazioni.

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