Uno sguardo femminista sulla Palestina
La liberazione (palestinese, ma non solo) non è veicolata solo dall’interpretazione nazionalista, difatti, tante sono le voci di donne che rivendicano forme politiche radicate anche nella concretezza degli affetti e delle relazioni quotidiane, degli attaccamenti e delle responsabilità. Al contempo, non può esistere liberazione della Palestina senza lotta contro il colonialismo.
Quando ci riferiamo alla resistenza e memoria palestinese si tende a privilegiare un’interpretazione nazionalista, di come il popolo lotti con perseveranza e risolutezza a fronte delle avversità (Sumud) per l’autodeterminazione, all’interno di quell’esteso contesto perlopiù caratterizzato dal conflitto armato genocidario nei confronti dei palestinesi e da continue espropriazioni territoriali di natura coloniale. L’immaginario nazionalista investe sull’identificazione dell’azione con soggetti che lottano o agiscono per la causa: dare vita alla nazione.
Diversamente, gli immaginari femministi attribuiscono capacità di agire a quei corpi che mettono in discussione gli ordini di genere e nazionali. I corpi, così come quelle emozioni che evocano la domesticità e l’ordinario come cornici primarie di affetto e azione, non sono mai state realmente considerate significative – o meglio, non hanno mai avuto una particolare rilevanza nella narrazione dominante, perché non inscrivibili in soggetti politici moderni riconoscibili.
L’affetto, ricorda l’antropologa Ruba Salih, è ciò che passa inosservato, in particolare in contesti liberali e nazionalisti, caratterizzato da un’apertura a comportamenti e modi di ricordare non sempre guidati politicamente.












La narrazione della storia, per tradizione, era delegata agli uomini della famiglia, ma è altrettanto vero che le storie tramandate dalle donne sono state fondamentali per recuperare e valorizzare i loro stessi ruoli, altrimenti invisibili, decisivi nel rilancio delle economie familiari e dei mezzi di sussistenza all’indomani della Nakba.
La memoria preservata dalle stesse donne rifugiate è profondamente segnata da continui riferimenti alla distruzione e disgregazione della vita quotidiana, dalle minacce alla fertilità agli ostacoli posti alla cura e alla maternità in una condizione di sradicamento fisico-identitario.
La difficoltà di dover rendere conto a proprie spese di questa «permanent temporariness» (si vedano Sandi Hilal e Alessandro Petti per il DAAR – Decolonizing Architecture Art Research): da una parte la realizzazione violenta dei campi profughi, che incarnano un fortissimo senso di precarietà e marginalizzazione, destinati ad essere demoliti allo scopo di evitare che questi veicolino nuove storie e soprattutto un nuovo futuro condiviso voluto dalle comunità palestinesi; dall’altra parte, proprio tale possibilità di intravedere, in questi stessi spazi, un sogno collettivo, che non deve necessariamente rimandare a un passato storico, ma che si basa su un’operazione di immaginazione pubblica e condivisa, di cui le donne si fanno portatrici nell’atto di cura e mantenimento – che è politico (vedi Penelope dell’artista Noor Abed).
Contemporaneamente, la prospettiva impugnata dal potere occidentale ha imposto, normalizzato e legittimato la rappresentazione orientalista nella produzione culturale e nei discorsi mediatici. «Una rappresentazione che tende ad ingabbiare la soggettività nella dimensione della vittimizzazione, considerando le donne palestinesi oppresse prevalentemente dalla struttura patriarcale della loro società, dai partiti islamisti al potere e, talvolta, dalle conseguenze di un generico conflitto» scrive la giornalista Cecilia Dalla Negra.
Questi stereotipi, perpetuati nel magma mediatico odierno, nonché l’immagine identitaria così imposta dall’esterno, contribuiscono alla marginalizzazione delle voci palestinesi nel dibattito mondiale.
O ancora, lo sguardo occidentale che si materializza nella fotografia, quella che, secondo l’artista e filmmaker Jumana Manna, vede la terra e le sue abitanti cristallizzandole in un passato antico o senza tempo e, pertanto, prestandole più facilmente all’espropriazione e alla disumanizzazione.
Ciò rende conto del diffuso modo di intendere le forme di colonialismo, attuate brutalmente dai coloni israeliani, piuttosto in maniera astratta, teorica, senza ad esempio affrontare all’atto pratico che impatto queste azioni violente abbiano sulle vite delle donne.
Cosa può dunque significare esprimere solidarietà con le donne palestinesi? La lotta femminista, congiunta in tutto il mondo tra i movimenti in Africa, Asia, America Latina, le loro diaspore e le comunità indigene, ci spinge a riconoscere che i sistemi di violenza interconnessi hanno un impatto su tutte noi.
Per quanto le affermazioni a supporto e di condanna siano importanti, esse, scrive la ricercatrice e sociologa Ashjan Ajour, spesso mancano di profondità e intersezionalità, risultando perlopiù fallimentari nel contrastare le strutture coloniali di potere. Mentre il governo israeliano porta avanti il suo progetto di pulizia etnica, la solidarietà con la Palestina non può essere ridotta a gesti simbolici o a vuote dichiarazioni istituzionali. La curatrice Rana Anani ha più volte scritto che l’essere solidali con il popolo palestinese deve potersi tramutare in una pratica viva, «che tragga insegnamento dalle lotte del passato e resista all’appropriazione da parte di programmi neoliberali che ne depoliticizzano e ne diluiscono il significato».
L’esperienza delle donne palestinesi è segnata dall’impatto generatosi dalla commistione di comportamenti coloniali, nazionalisti e razzisti. Questo non espone le donne solo a un pericolo fisico, quello della guerra, ma allo strutturale e profondo svantaggio specifico legato al genere: la privazione delle cure materne, l’assenza di prodotti per l’igiene femminile, condizioni precarie e di insicurezza dei rifugi e l’aumento degli oneri assistenziali. Donne costrette a improvvisare assorbenti mestruali con pezzi di tessuto provenienti da tende o vestiti, usandoli per gran parte della giornata oppure lavandoli con quel tanto di acqua, spesso neanche pulita, si ha disposizione, racconta la ricercatrice e attivista Hala Shoman.
Queste forme di «violenza riproduttiva» mettono in pericolo le donne e impediscono loro di poter guardare al futuro attraverso le nuove generazioni, sistematicamente impedendo la riproduzione della vita.
La compassione da sola rischia di ampliare il grado di disumanizzazione nei confronti delle donne palestinesi, laddove la sofferenza viene fatta apparire come inevitabile piuttosto che il risultato di una violenza strutturale coloniale perpetrata dal potere imperialista dell’occidente, che supporta e giustifica Israele in ogni modo possibile.
Il dolore può equivalere in qualche modo a un processo politico di «disorientamento di sé», come scrive la filosofa Judith Butler, e, riconoscendo la nostra stessa vulnerabilità fisica e la nostra perdita, nonché precarietà, può portarci ad essere aperti a considerare la vulnerabilità altrui, come presupposto per legarci, unirci e «ricostruire l’umano come nuovo soggetto collettivo».
La lotta per l’equità di genere non può essere separata dalla lotta contro il colonialismo. In solidarietà con il popolo palestinese, il femminismo occidentale deve così impegnarsi a smantellare le strutture di potere che favoriscono l’oppressione delle donne a livello globale, piuttosto che permettere che gli interessi geopolitici dettino quali donne meritano solidarietà e quali no.
I movimenti femministi possiedono il potenziale per essere agenti di cambiamento reale, con un impegno che si declina a partire dal locale, ma pur sempre con uno sguardo intersezionale, dove la Palestina è intrinsecamente una questione femminista. [Giulia Rho insieme a Mariateresa Lietti, ecoinformazioni; fotografie di Alle Bonicalzi, ecoinformazioni]

