eQua 2026/ 9 maggio/ Reportage/ Mutualismo vs Capitalismo

L’ultimo panel della mattinata si chiude con la condivisione di esperienze concrete, affinché emerga ciò che è possibile e necessario fare, al di là di informarsi. Modera Francesca Coleti, responsabile nazionale Arci per Terzo settore ed economia sociale. Riprendendo quanto ci raccontava durante la prima giornata Massimo Florio, in qualità di teorico dell’economia, si è pensato che lo Stato dovesse essere ridotto e “alleggerito”, in quanto lo stato sociale è ostacolo al capitalismo e all’ideologia neoliberale. La nostra costituzione nasce dal compromesso tra l’iniziativa privata e l’utilità sociale. La cooperazione e il mutualismo sono valori fondativi che nascono ben prima della sua scrittura, ripresi da fondi di impresa democratici e popolari. Questa è inoltre la radice dell’associazionismo, che manifestano ma soprattutto praticano cercando di rispondere ai bisogni.

Maria Benassi, di Arci San Lazzaro (BO), presenta un circolo tanto grande quanto tradizionale, dove molte energie vengono investite nelle attività commerciali offerte, in quegli spazi attraversati da moltissime persone, dove vige la socialità. La forza scaturisce dall’offerta popolare dei prodotti e dei servizi, pur offrendo lavoro dignitoso, in un territorio colpito dalle alluvioni degli ultimi anni. L’impegno politico si dedica alla valutazione degli esiti che il circolo ha generato negli ultimi anni: quanto si impatta sul territorio? Data la sociabilità sostenibile offerta, è possibile definire l’uso delle risorse altrettanto sostenibile? Questo costituisce il principale impegno del circolo, in un’analisi del peso sul territorio.

Alessio Maganuco di Arci Porto sicuro (CR) racconta l’esperienza della cooperativa nata in seno all’Arci circa tre anni fa per dare una risposta a un bisogno sentito sul territorio, ovvero l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Le amministrazioni comunali, in forte affanno, hanno chiesto aiuto al Terzo settore. Si è pensato a un’accoglienza diffusa sul territorio, in luoghi pensati per l’accoglienza precedentemente confiscati e abbandonati. Si è proposta una diversa narrazione, contraria alla sopraffazione delle organizzazione mafiose organizzate. La cooperativa si è poi evoluta, in quanto i minori sono diventati maggiorenni, una complicazione giuridica che poneva il problema abitativo e del lavoro di queste persone. Ma questo non è un problema relativo soli migranti, ma tanti cittadini giovani impossibilitati a uscire di casa, a ricorrere al diritto all’abitare sostenibile economicamente. Arci ha proposto il co-housing, dove si è collaborato molto con il mondo universitario. Si è inoltre provato a creare delle famiglie solidali, reti di volontari e volontarie, dove le persone scelgono di spendere del tempo con i ragazzi e le ragazze presso i luoghi di accoglienza, investendo nel senso familiare e sul tema dell’accoglienza. In questi termini, nella forma diffusa, i ragazzi entrano a vivere nei contesti condominiali, fenomeno che decostruisce il senso astratto di paura che circonda e si riferisce alla presenza della persona migrante.

Continua il tavolo di confronto con Cristina Burini, del dipartimento di sociologia e ricerca sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. A partire dallo studio dei beni comuni, è succeduta una comprensione del valore degli stessi nella quotidianità, ovvero spazi vissuti, dove la presenza del verde non è casuale. Riprendendo le esperienze raccontate dai due circoli, Cristina sottolinea come in entrambi casi emerga chiaramente come la socialità e la convivialità coincidano, dove gli spazi si sottraggano alle logiche di mercato. La replicabilità dei modelli è una pratica difficile data la specificità territoriale elevata dei singoli centri, ma guardando alla concretezza della risposta data ai bisogni sui singoli territori, è possibile vedere dove sia la convivialità seppure nella mercificazione. Un tema è anche la relazione con le amministrazioni comunali, con il rischio di realizzare un welfare parallelo. In relazione al tema della solitudine, anche le forme “leggere” di partecipazione raccontano come sia necessario il riconoscersi vicendevolmente.

Giorgio del Centro sociale Lambretta condivide a sua volta il suo collettivo politico. Uno dei progetti da questo avviato è Gaza Freestyle, caratterizzato da una molteplicità di attività volte a sostegno del popolo gazawi. Da qui l’attivazione concreta sul territorio, tramite la creazione di una brigata di solidarietà, sviluppando progetti applicabili su Milano. L’idea di rispondere a tutti i bisogni era evidentemente infattibile da soli, ma riferendosi ad associazioni di riferimento politico e di concetto sono stati portati avanti diversi progetti, tra i quali ad esempio Drago verde, volto alla preparazione di pasti caldi per persone senza fissa dimora, recuperando cibo invenduto. Tutto questo non può rispondere a dei bisogni senza farsi gesto politico.

A conclusione del panel Lorenzo Carangelo, del progetto CineCult e Spore Visioni Sparse, ci racconta una progettualità di cultura in un’area interna in parte difficoltosa. Il punto di partenza è il paradosso di contenuti, in una società ora satura di questi, data la loro enorme disponibilità. Nelle aree interne la scomparsa dell’offerta culturale e degli spazi dove incontrarsi, prendere parola e costruire forme di dialogo e fiducia, è ancora più sentita. Il capitalismo, come si diceva, monetizza la solitudine. Le piattaforme ci raggiungono a casa, dove le esperienze “su misura” ci sottraggono spazio per la relazione. La povertà relazionale è un fatto. Nessuno può essere salvato in quanto nessuno è salvo da questo fenomeno. La fragilità è diversa dalla vulnerabilità. Dal punto di vista del mutualismo culturale si agisce prima che il bisogno diventi una presa in carico e prima che la persona diventi un utente. Questo è un modo per non dare per scontato che un gruppo organizzato si unisce per dare seguito a un bisogno. CineCult vuole invitare a considerare questi spazi come una risposta alla crisi della socialità e non del cinema per sé. Anche con la rassegna Spore Visioni Sparsi, in provincia di Benevento, non viene messa insieme un’iniziativa di soli eventi. Mentre gli spazi proprietari influenzano il modo di stare in quello spazio, pertanto influenzati da dinamiche capitalista, negli spazi mutualistici non vi è il consumo e la fruizione di prodotti culturali. Il linguaggio dei commons è stato fagocitato dal capitalismo stesso; serve pertanto costruire degli spazi nei quali poter tornare alla realizzazione di legami umani fondati sulla socialità.

Presto i video di questo ultimo panel della mattinata su ecoinformazioni [articolo di Giulia Rho, ecoinformazioni]

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