Emilio Russo

5 maggio/ La Grande guerra di Monicelli con Emilio Russo

le grandi guerreCulturaPolitica, l’Unione dei circoli cooperativi e l’Università della terza età invitano a Le grandi guerre del ‘900, la rassegna cinematografica organizzata in occasione dei 100 anni dell’inizio della Prima guerra mondiale e dei 70 anni della fine della Seconda. Una occasione per ricordare, con l’arte dei film, le più grandi guerre del secolo scorso che hanno segnato e fatto la nostra storia.
Il primo appuntamento è martedì 5 maggio alle 20.45 nella Sala Felice Villa in via Canturina 164(ingresso dal bar Il circolo)  a Como-Albate per la proiezione del film La Grande guerra (M. Monicelli, 1958), commenta Emilio Russo.L’ingresso con tessera. La tessera può essere acquistata all’ingresso e costa 10 euro per l’intero ciclo di 4 proiezioni. Scarica la locandina con tutti gli appuntamenti della rassegna.

27 gennaio/ Antonio Gramsci a Cantù

fomazione politicaPer la serie di incontri di  Spunti di vista – Corso di formazione politica, organizzati dall’associazione Cultura politica in collaborazione con Cantù oggi,  martedì 27 gennaio alle 21 a Cantù in via Ettore Brambilla 3 Emilio Russo terrà la lezione Antonio Gransci. È possibile iscriversi direttamente all’inizio delle lezioni oppure contattando il numero 333.6127732. Costo per lezione 3 euro, intero corso 15 euro. #Keepcalmandstudypolitics

15 novembre/ Un amore partigiano

AmorePartigiano-1 (2)Sabato 15 novembre alle 18.45, Mirella Serri, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, presenterà alla libreria Feltrinelli di via C. Cantù a Como Un amore partigiano – Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della resistenza [2014, 217 p.,ed. Longanesi, 16.40 euro]. Con l’autrice dialogheranno il giornalista Dario Campione e il professor Emilio Russo. L’incontro è promosso in collaborazione con Cultura Politica. [Jlenia Luraschi, ecoinformazioni]

Como/ Centrosinistra a curvatura democristiana

emilio russoNon salva quasi nulla Emilio Russo nella sua spietata analisi della politica di governo di Como: «il bilancio del centrosinistra a curvatura democristiana che governa la città, a metà del suo mandato, agli occhi di un numero crescente di cittadini, si presenta all’insegna dell’inconcludenza e non fa presagire nulla di buono per le “magnifiche sorti e progressive” della “sinistra”». Un giudizio caustico che valuta sbagliato o inefficace gran parte dell’operato della giunta Lucini. Per Russo le responsabilità maggiori sono del gruppo dirigente che si è «impadronito del Pd e che ha avuto come stella polare della sua azione politica l’emarginazione della cultura della sinistra riformista». Un punto di vista che superando il buonismo di appartenenza sferza senza remore e ci auguriamo animi altri interventi, anche di segno diverso, che il nostro giornale sarà lieto di ospitare.

«Gli argomenti dei cacciatori di gufi sono sostanzialmente due. Il primo è che “la sinistra è per la prima volta al governo della città” (il che, storicamente, non è nemmeno vero del tutto) e che per questo bisogna difendere l’attuale amministrazione come un sol uomo. Evitare di perdere “un’occasione storica”. Il secondo è che “il meglio è nemico del bene”. E quindi è bene accontentarsi di quello che passa il convento. Quello che ha il suo indirizzo a Palazzo Cernezzi e che è abitato da Lucini e dalla sua variopinta maggioranza.

Argomento, in fondo plausibile, se non fosse però che, per quanto possa essere sgradevole ammetterlo, il bilancio del centrosinistra a curvatura democristiana che governa la città, a metà del suo mandato, agli occhi di un numero crescente di cittadini, si presenta all’insegna dell’inconcludenza e non fa presagire nulla di buono per le “magnifiche sorti e progressive” della “sinistra”. Nel consuntivo di questi due anni e mezzo, ci sono, certo, l’ampliamento della zona Ztl, l’avvio della raccolta differenziata dei rifiuti, le mostre di Villa Olmo. Sì, ma, a ben vedere, per quanto abbiano spesso catalizzato l’attenzione degli organi di informazione e dell’opinione pubblica, si tratta pur sempre di iniziative modeste, quando non discutibili, almeno nelle modalità con cui sono state attuate. Il nuovo regime dei rifiuti non è altro che la replica di quello che i cittadini di quasi tutti centri minori conoscono da tempo e finirà per pesare di più sulle spalle dei contribuenti. Le esposizioni di Villa Olmo scontano il difetto di origine di avere voluto dare continuità – senza la furbizia del passato – alla logica delle “grandi mostre”, mantenendo la sede, la periodicità e il carattere di “evento” delle mostre di Gaddi, e rinunciando invece ad attuare una vera politica culturale a 360 gradi. La pedonalizzazione di alcune aree (per una superficie limitata, peraltro) è avvenuta al di fuori di un progetto credibile. Così, per difendere le scelte compiute, si è dovuto utilizzare l’argomento della presunta continuità con le politiche degli anni “70. Dimenticando che la chiusura della città murata fu allora accompagnata da studi imponenti sul contesto urbanistico, dall’ acquisizione di monumenti di valore storico architettonico (San Francesco, San Pietro in Atrio, Sant’Eufemia), dall’ampliamento dell’offerta culturale (la Pinacoteca di Palazzo Volpi) e, soprattutto, da una disciplina urbanistica fatta di vincoli e di incentivi alle ristrutturazioni. Una logica palesemente in contrasto con l’idea di città esposta recentementedall’assessora alla mobilità, secondo cui le piazze e le strade liberate dalle auto – oltre ad essere graziosamente riservate allo stazionamento delle auto di alcuni residenti privilegiati – possono ora ospitare spettacoli, artisti di strada, mercatini eccetera. Non ho niente contro i fisarmonicisti rumeni e i venditori di collanine, e nemmeno contro l’esondazione dei dehors sulle aree pubbliche, ma Como è un’altra cosa. I turisti vengono a Como, oltre che per il lago, per Terragni e Sant’Abbondio, per il Duomo e per Volta, per la seta e per le barche. E quando ti chiedono di presentare un progetto per l’Expo mica puoi andare a proporre la fiera del giovedì santo. Così, se non conosci la storia della città e la sua anima antica e moderna, ti rifugi in un silenzio assordante.

Poi ci sono le altre cose fatte. Non tutte “di sinistra” e, spesso, poco condivisibili. Come un PGT non troppo diverso da quello proposto dal centrodestra e che non si vede come possa rilanciare lo sviluppo della città e riequilibrare le parti del suo territorio. Come l’apertura del centro storico ai magazzini delle “grandi firme”, senza parcheggi e senza un piano del commercio in grado di tutelare e valorizzare gli esercizi “storici”, che infatti vanno scomparendo uno ad uno. O come l’accordo con il signor Caprotti sull’area ex Fisac che nemmeno la giunta di Bruni aveva osato concludere.

Infine, ci sono altre cose di cui sono piene le pagine dei giornali e sulle quali non è il caso di ritornare. Lasciamo perdere le “buche nell’asfalto”, il Palazzetto dello Sport di Muggiò ormai diroccato, l’autosilo della Val Mulini abbandonato da Dio e dagli uomini, la Piscina dello stadio con i bordi sbrindellati e chiusa chissà fino a quando. Il Teatro Politeama, grazie a un film bellissimo, è assurto a livello nazionale a simbolo del degrado (oltre ad essere l’occasione di esternazioni tragicomiche da parte dell’assessore al patrimonio). La bonifica della Ticosa sembra la trama di una telenovela dal copione incomprensibile. Le paratie lo sono da tempo. E le impuntature da geologi hanno solo prolungato i tempi e gli oneri a carico del Comune. Al punto che non è peregrino – e da gufi – sostenere che il Comune di Como sia tenuto ormai sotto tiro da Maroni. Dalle cui scelte di accettare di pagare la bolletta a Sacaim può dipendere, più o meno, il default finanziario. Tanto più che l’imposizione fiscale è già stata utilizzata fino al massimo consentito dalle leggi e che qui non si sente parlare di nessuna spendingrewiew. Con la Tasi, lo abbiamo appreso in questi giorni, mediamente più elevata della vecchia Imu e senza le detrazioni che, in passato, facevano da scudo a chi aveva di meno. Una cosa davvero poco “di sinistra”.

Di fronte a una situazione come questa, il maggior partito della coalizione, nei giorni scorsi ha chiesto la testa di due assessori. La segreteria cittadina del Pd, composta per lo più da figli, mariti e fidanzati di assessori e consiglieri, ha battuto un colpo dopo trenta mesi di silenzio affidandosi a una sorta di roulette russa per sollecitare un cambiamento qualsiasi. Oltre che per fare posto in giunta alla responsabile provinciale del partito. Perdiana, ha esternato Stefano Fanetti, ci saremmo anche noi. Con quali rilievi, quali idee, quali progetti, non siamo in grado di dirlo. Ma questo è un particolare trascurabile. Intanto il Pd si appresta a investire, dopo un sindaco “indipendente” nel capoluogo, anche un presidente della Provincia che rischia di essere eletto con i voti determinanti dei consiglieri del partitino di Alfano. E al quale del centrosinistra – tanto meno della sinistra – non sembra importare più di tanto. Ma tant’è, anche questa casella è funzionale al disegno di costruire attorno al partito una rete di relazioni che lo bypassano regolarmente. Con la scusa dell’ “apertura” alla società. In realtà con un fondo di subalternità culturale e di furbizia che sono stati la cifra, in questi anni, della cultura del gruppo che si è impadronito del Pd e che ha avuto come stella polare della sua azione politica l’emarginazione della cultura della sinistra riformista». [Emilio Russo]

 

Contro la zona franca

letta e maroniIl referendum svizzero invoca quote di ingresso per i lavoratori stranieri e restrizioni alle imprese italiane che trovano lavoro oltreconfine. Ed ecco che, con uno straordinario tempismo, il Consiglio regionale della Lombardia approva, con il consenso dell’opposizione del Pd, un documento che propone di istituire una zona franca nella fascia di confine. Una grande Livigno. Un esempio da manuale dell’improvvisazione e della demagogia che, da tempo, ispirano le politiche della Regione, ma anche una manifestazione della scarsa autonomia culturale del centrosinistra padano.

Le ragioni delle perplessità nei confronti della “linea della zona franca” si sprecano. C’è anzitutto un dato di fatto difficilmente contestabile. Chi scrive vive nell’Olgiatese, un’area schiacciata sulla linea di confine, quella da cui forse viene l’apporto maggiore di frontalieri. Qui,nel corso degli ultimi tre anni, numerose aziende di settori diversi hanno ridimensionato gli organici o hanno deciso di chiudere: Sisme, Italplastic, Boselli, Sodecor, Progressocasa, Star, Sg Tessile, Traversa, Sirton, Carnini, Filattice, Serica Lombarda, Parker Itr. In tutto, al netto delle microimprese sparite nel frattempo, si sono persi  quasi mille posti di lavoro. Un’enormità. Ma nessuna delle crisi aziendali,nessuna delle delocalizzazioni avvenute,è stata causata dalla scelta di trasferire reparti e impianti nel Ticino. Nessuna. Le imprese che lasciano, come del resto avviene da tempo per le aziende tessili del Comasco, scelgonosemmai i paesi dell’Europa Orientale o quelli dell’Estremo Oriente. La Svizzera, nonostante le iniziative eclatanti come quella recente del Comune di Chiasso, è poco conveniente. Chi sposta sedi e recapiti nelle fiduciarie ticinesi ha in mente per lo più di godere dei vantaggi fiscali, non di realizzare nuovi cicli produttivi. La tesi secondo cui il depauperamento della struttura produttiva dell’area di frontiera deriverebbe dalla maggiore attrattività dei nostri vicini sembra perciò piuttosto azzardata e vagamente propagandistica.

Va detto poi che le aziende abituate a praticare il poco lodevole esercizio della fuga dei capitali, comunque mascherata, non vengono (solo) dalle province di confine. Vengono da tutto il Centronord. Anche in questo caso lo dicono i dati. Ergo, l’ampiezza della zona franca, per seguire le idee dei sottili economisti del Pirellone, dovrebbe probabilmente estendersi fino al Rubicone.

Del resto, le ragioni delle delocalizzazioni sono le stesse lamentate dalle imprese in ogni angolo della Penisola: tassazione elevata, ma anche costo dell’energia, costo del lavoro, inefficienza delle infrastrutture, peso della burocrazia, bassa qualificazione della forza lavoro ecc. Ammesso e non concesso, come direbbe Totò, che queste siano le cause reali della deindustrializzazione avvenuta in Italia, c’è da domandarsi che senso avrebbe intervenire solo sugli aspetti fiscali, come immaginano i cultori della “zona franca”. Semmai, poiché alcuni degli ambiti in cui si presentano le maggiori criticità rientrano nelle competenze delle Regioni, verrebbe da chiedersi quali siano le strategie che l’Ente guidato da Roberto Maroni abbia intenzione di mettere in campo. Troppo facile esternare propositi irrealizzabili mettendo sotto pressione Roma. Soprattutto se nessuno contesta il loro carattere velleitario e va dietro alla propaganda del centrodestra.

La verità è che oggi la zavorra principale della ripresa è la dimensione ridotta della domanda, il carattere asfittico del mercato interno. Le aziende, quelle manifatturiere, artigiane e commerciali, sono in difficoltà principalmente perché il livello della domanda si è ridotto. Perché si sono ridotti i redditi. Come è noto, il fenomeno riguarda da tempo sia “i poveri” sia settori larghi dei vecchi “ceti medi”. Non è un caso che in passato, quando si è pensato a riduzioni fiscali a vantaggio delle aree di confine, si sia approdati allo “sconto benzina”, cioè a una misura che favorisce i consumatori, che tende cioè a sostenere la domanda, non a rendere più competitiva l’offerta. Che abbia funzionato o meno e quali siano i suoi costi è cosa di cui si dovrebbe discutere, ma si tratta di un esempio istruttivo. Anche il fenomeno della concorrenza dei “padroncini” tanto temuta da alcuni al di là del confine ha a che fare esattamente con questo: con la presenza di un mercato più vivace di quello lombardo. C’è lavoro perché girano più soldi. Non è nemmeno un caso se, in Italia e anche nel Comasco,  si registra un aumento della forbice tra le performance delle imprese che si rivolgono al mercato interno (ancora con il meno davanti) e quelle, decisamente migliori, dell’export.

Se si segue questo filo di ragionamento, l’agenda delle cose da fare diventa allora evidente: territorio, energia, formazione, e, con urgenza, sostegno dei redditi e investimenti, pubblici e privati. Altro che zona franca. E magari un’iniziativa politica per contrastare gli effetti del protezionismo e delle politiche anti-immigrati della Confederazione. Bene o male, Governo e Unione Europea hanno detto la loro. La Regione, che rappresenta l’area più toccata dagli esiti del referendum, invece  non è stata in grado di assumere una iniziativa politica seria. Rifugiarsi nell’ideologia della zona franca è solo un modo  per sfuggire alle questioni che il referendum ha posto. Per il blocco della Lega, attratta dalla prospettiva che l’esempio svizzero possa portare qualche freccia all’arco della campagna elettorale di maggio. Per la confusione di un centrodestra che ha nel suo dna il protezionismo. In questo film western, aspettavamo ancora una volta che arrivassero “i nostri” a dire qualcosa di diverso. Inutilmente però. [Emilio Russo per ecoinformazioni]

Provincia/ Accettare la sfida di un’aggregazione diversa

Anticipiamo, dal numero di novembre del mensile ecoinformazioni nel quale troverete  alcune pagine con opinioni differenti sulla scelta del governo di procedere alla riforma istituzionale relativa alle province, l’intervento di Emilio Russo che afferma: «Partire dalla vecchia ossessione ottocentesca della “Provincia di” è un non senso, condiviso purtroppo dalle istituzioni e dalle forze politiche locali»  e auspica «una nuova pianificazione territoriale di scala diversa (non il provincialismo che oggi si respira a Como)». (altro…)

Con Monza una grande provincia

Non tutti sono daccordo sulla improponibilità dell’annessione di Como alla  nuova grande provincia. L’esponente del Pd Emilio Russo in un intervento che pubblichiamo integralmente sostiene invece le ragioni dell’unione con Monza e contrasta le prese di posizione del Comune di Como e del Tavolo per la competitività.  (altro…)

Non si amministra senza politica

Emilio Russo commenta e critica fortemente l’intervista concessa dal sindaco di Como Mario Lucini al quotidano La Provincia di Como. Per l’esponente del Pd «Se Lucini vuole riprendersi dalla botta di depressione di mezz’agosto, deve correre ai ripari restituendo  alla politica il diritto di cittadinanza nel Palazzo». Il testo integrale dell’intervento.

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