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Il consiglio provinciale di giovedì 18 settembre

Riaprono i lavori del Consiglio provinciale e le opposizioni attaccano sulla gestione degli Swap. È necessario data la perdita già registrata di 800 mila euro cambiare rotta.

Con una mozione urgente i consiglieri Renato Tettamanti, Prc, Mauro Guerra e Cornelia Borsoi, Pd, hanno chiesto al Consiglio provinciale di impegnare la Giunta provinciale comasca a «esplicitare le motivazioni con cui si utilizzò il ricorso agli Swap non con finalità speculativa, ma per copertura da rischi (quali?)», di chiarire se si ritengano «le professionalità presenti nell’ente ancora adeguate alla gestione dell’operazione» e di «avvalersi di una consulenza esterna indipendente dal sistema bancario, per valutare anche l’esistenza di eventuali costi impliciti nelle operazioni non rese trasparenti a suo tempo dalle banche e la possibilità di eventuali azioni legali».
«Sullo stesso argomento, nel marzo 2008, era stata presentata interpellanza dai consiglieri d’opposizione a cui era seguita una risposta-discussione in sede di bilancio consuntivo 2007 non soddisfacente» dichiarano i firmatari che ricordano anche che «l’utilizzazione dei derivati finanziari da parte degli Enti locali era consentita solo in relazione alla gestione delle effettive passività con finalità di copertura dei rischi e non con finalità speculative» tanto più che queste operazioni speculative hanno comportato «per l’anno in corso una perdita di circa 800 mila euro».

Il consiglio provinciale di lunedì 30 giugno 2008

Sarà la segreteria tecnica a valutare l’inversione di percentuali dell’area Sant’Anna. Un altro tecnico per valutare lo Swap provinciale e la possibilità di eliminarlo.

«Allora, cominciamo o no? Che alle otto dobbiamo andare». Sono le 17.15 e il presidente Ferdinando Mazara richiama all’ordine la truppa leghista che, facendo il suo ingresso in aula, permette l’avvio della seduta consiliare di lunedì 30 giugno.
Sembrava un quisquilia burocratica, di quelle che inevitabilmente occupano i primi minuti di ogni Consiglio, ma la nomina del rappresentante provinciale nel consiglio direttivo del Museo della seta ha scatenato un piccola polemica. All’annuncio che il prescelto sarà Mario Cantaluppi, Rosangela Arrighi (Pd) ha chiesto la parola sottolineando «che lo statuto prevede le pari opportunità anche nella rappresentanza. Invece la nomina è caduta su un uomo, neanche troppo giovane». Ha continuato poi la Arrighi rivolgendosi al presidente: «Spero di non dover più sottolineare questi fatti in futuro».
Come previsto dalla finanziaria, il Consiglio ha poi deliberato la definizione degli organi collegiali indispensabili: confermati quelli degli anni passati è stato proposto un emendamento che consenta la creazione di Commissioni consiliari specifiche qualora ce ne fosse la necessità. Sia la delibera che l’emendamento sono stati votati all’unanimità.
Si è giunti quindi ai punti più salienti iscritti all’ordine del giorno: ha aperto le danze Renato Tettamanti (Prc) presentando l’interpellanza urgente sulla questione dei contratti di swap sottoscritti dalla Provincia, che hanno sottotratto alle casse provinciali circa 600 mila euro nel 2007, tra debiti e mancati introiti previsti. I firmatari, tutti delle minoranze, chiedono di informare il Consiglio dei dettagli contrattuali: previsioni triennali, numero di rilevazioni, costo di risoluzione e propongono di avvalersi di una consulenza esterna per valutare l’opportunità di mantenere il contratto. Concludendo l’intervento Tettamanti ha sottolineato le scelte di molte amministrazioni locali che si stanno disfando degli swap sottoscritti, e il trend internazionale, portando ad esempio Germania e Inghilterra, paesi dove è proibito alle amministrazioni pubbliche usare questi strumenti di “finanza derivata”.
Gli ha risposto l’assessore al bilancio Tambini, sottolineando dapprima gli introiti derivati dal contratto negli anni 2005 e 2006. Entrando nel merito della questione, l’assessore ha chiarito che «si può risolvere il contratto ora, ma non è conveniente. Banca Intesa ci ha dato comunque la sua disponibilità a rivedere i termini del contratto e per questo sto valutando l’ipotesi di avvalerci di un soggetto terzo, svincolato da istituti di credito, così da avere un parere più oggettivo possibile». Assessore e firmatari hanno convenuto sull’opportunità della consulenza esterna, che dovrebbe avvenire in tempi rapidi e sottostare al monitoraggio della commissione bilancio.
Ivano Bernasconi (Fi) ha poi presentato la mozione a nome del gruppo di Forza Italia sulla repressione operata in Tibet dalle autorità cinesi. La mozione denuncia il silenzio della comunità internazionale e propone che questa avvii un processo di pressione diplomatica sul governo cinese che possa anche sfociare nell’applicazione di «severe sanzioni internazionali». Tutti i consiglieri si sono trovati d’accordo con il dispositivo della mozione, ma non sono mancati i distinguo: Giordano Minotti (Lega nord) ha azzardato un paragone tra il «popolo padano» e quello tibetano, entrambi negati della propria libertà, scatenando qualche sobbalzo dalle comode poltrone e qualche risata a denti stretti. Mauro Guerra, capogruppo del Pd, ha sottolineato la sordità della comunità internazionale a molte istanze che somigliano alla causa tibetana, come la tragedia dello Zimbawe e, concludendo, ha aggiunto: «Dovremmo discutere dei limiti della comunità internazionale, altrimenti ad ogni consiglio ci troviamo a esprimere solidarietà verso questo o quel popolo». Infine Renato Tettamanti ha invocato prudenza nel richiedere l’attuazione di sanzioni internazionali perché queste «colpiscono sempre i popoli e quasi mai la classe dirigente, come nel caso degli embarghi». Il consigliere di Rifondazione ha poi ricordato che proprio in questi giorni la comunità internazionale sta chiedendo all’Italia di non mettere in pratica la proposta di schedatura dei bambini Rom. «Da molte parti del mondo – ha concluso Tettamanti – sta arrivando la solidarietà al popolo Rom italiano». Le minoranze si sono astenute sulle premesse della mozione, che è stata invece votata all’unanimità.
Sempre una mozione, questa volta ben più concreta, ha tenuto banco fino al termine dei lavori. Si tratta di quella presentata il 17 marzo da Fabio Moltrasio (Pse) e sottoscritta da tutta la minoranza sulle percentuali di destinazione d’uso dell’area dell’attuale Sant’Anna: un piano redatto dal Comune di Como che intende invertire le percentuali destinate ai servizi alla persona (da 60 a 40 per cento) e all’edificazione (da 40 a 60 per cento) su un’area definita nel Ptcp come «strategica di importanza sovracomunale». Il primo firmatario ha chiesto al Presidente Carioni le motivazioni di questa variazione «come se i soldi dei comaschi, a cui spesso vi appellate, non bastassero per costruire l’ospedale dei comaschi. La variante non è uno strumento accettabile per fare cassa. Tanti sono i problemi di quell’area, come la carenza di classi del liceo Giovio, si tratta solo di capire quali sono i bisogni del territorio».
Una prima risposta, strettamente tecnica, è giunta dall’assessore Valli: «Il Collegio di vigilanza ha proposto la modifica, ora la segreteria tecnica valuterà la proposta, che tornerà al Collegio di vigilanza e quindi all’accordo di programma, che per essere modificato necessita del voto del Consiglio. Vincolare il 60 per cento ai servizi alla persona è un preconcetto prematuro. Occorre una valutazione sulla base di dati precisi». Il Presidente Carioni si è appellato alla segreteria tecnica affinché valuti la variante e spieghi perché i bisogni del pubblico sono diminuiti. «Dopo queste valutazioni possiamo capire il senso della richiesta del Comune di Como».
Fabio Moltrasio ha quindi ricordato che spetta alla Provincia definire i bisogni su un’area sovracomunale come quella in discussione. Ha rincarato la dose Mauro Guerra: «l’amministrazione dovrebbe avere l’ambizione di un’idea per le potenziali funzioni pubbliche di un’area così importante. I privati, i veri fautori della proposta di variante, cercano giustamente il profitto e i loro tecnici li supportano in questo scopo. Noi dobbiamo fare altrettanto: essendo la nostra missione la ricerca dell’interesse pubblico, i nostri tecnici dovranno difendere questa convinzione». Anche Serafino Grassi (Fi) ha riconosciuto l’intento speculativo della modifica, ma a suo avviso «fissare dei paletti oggi è prematuro, prima di capire bene quali benefici ci saranno e a favore di chi».
Il consiglio ha quindi approvato la mozione senza il “paletto” del 60 per cento. [Francesco Colombo, ecoinformazioni]

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