Via dalla guerra

La Pace dei ragazzi. Spazio Gloria gremito di studenti delle scuole superiori, nella mattinata di sabato 20 ottobre, per la prima parte del XIII convegno del Coordinamento comasco per la Pace. Dopo la proiezione del film No man’s land e la musica di Maurizio Aliffi, Simone Mauri, Francesco D’Auria, Marco Belcastro, hanno parlato ai giovani Christian Elia, giornalista di Peacereporter, e un altro ragazzo come loro, Alidad Shiri, fuggito dall’ Afghanistan, autore, con la sua insegnante Gina Abbate, del libro Via dalla pazza guerra.

 

La prima parte della mattinata ha avuto come protagonista la rappresentazione cinematografica della guerra, con la proiezione del pluripremiato film No man’s land (regia di Danis Tanovic, 2001), sul conflitto nell’ex Jugoslavia. La pellicola, come ha spiegato in apertura dell’evento Laura Molinari dell’Arci di Como, è stata scelta oltre che per le sue qualità dal punto di vista prettamente artistico, per la tematica del conflitto nei Balcani, proposta anche nell’ambito di un progetto dell’Arci lariana in Bosnia, in partnership con l’associazione Odissej, e che ha visto negli scorsi mesi un gemellaggio tra volontari italiani e serbi. Dal cinema, si è poi passati alla musica, con la performance live di Simone Mauri, Francesco D’Auria, Maurizio Aliffi, Marco Belcastro, che hanno proposto canzoni cantautorali italiane, un canto ebraico, uno macedone, uno iracheno e altri brani stranieri di vario genere. Emilio Botta, presidente del Coordinamento comasco per la Pace, ha quindi introdotto la tavola rotonda al centro della mattinata rivolta agli studenti, puntando il dito contro «La mistificazione del linguaggio: non si parla più di esercito ma di forza di pace, non si parla più di armi di distruzione di massa ma di armi intelligenti. Per questo abbiamo il dovere di provare a ridare alle parole il loro vero significato».

E le parole, la possibilità di mistificare o raccontare fedelmente la realtà, sono lo strumento principale del mondo dell’informazione. Christian Elia, giornalista di Peacereporter, esperto di Balcani, ha testimoniato come la sua testata giornalistica cerchi da sempre di raccontare la guerra così com’è, ma con un approccio diverso a quello dei media “generalisti”: dando a chi vive la guerra la voce, facendola raccontare da chi ne subisce gli effetti giorno per giorno. Ma se della guerra sappiamo molto, cosa è invece la Pace? Per Elia, ritenere la Pace semplicemente l’assenza di guerra «esclude il discorso sulle condizioni che danno vita alla guerra: la Pace è un terreno fertile, ma dobbiamo riflettere su quali siano le cause di un conflitto: dobbiamo imparare a rimuovere quelle cause. Tacito diceva: hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato Pace…A volte proprio dall’arte e dalla cultura arrivano gli spunti per capire i retroscena dei conflitti; nel caso di No man’s land, ad esempio, uno degli attori faceva parte di un collettivo artistico che, prima dello scoppio della guerra, la rappresentarono in tv». E quando la guerra finisce? «L’anima della Bosnia, ad esempio, non è più riuscita a rinascere: perché la vera Pace non è la tolleranza, è la convivenza, è il rispetto. Abbiamo un’informazione che si limita a fare un lavoro molto superficiale – ha continuato Elia -. Un esempio: Angelina Jolie ha deciso in queste settimane di girare un film in Bosnia, sulla storia di un amore tra una donna bosniaca e un uomo serbo. Ebbene, in Bosnia è successo un disastro, il film è stato girato altrove: il trauma della guerra si supera quando c’è giustizia, quando vengono soddisfatte le istanze di verità della comunità. In questo caso, il solo fatto che venisse rappresentato un matrimonio, un amore misto, sarebbe stato vissuto come un tabù, come un’onta, un’offesa nazionale».

Quanto conta allora la rappresentazione mediatica della guerra? «Un conflitto è grave a seconda della sua narrazione. Ne esistono tre grandi: quelli sovra esposti mediaticamente (l’Iraq, la Palestina…), sui quali comunque stentiamo a conoscere le verità, i retroscena (vedi Wikileaks e le informazioni diffuse a posteriori); i conflitti che vivono un momento di celebrità e poi spariscono, come il Kosovo, i Balcani; infine quelli così detti dimenticati: ma non si può dimenticare una guerra, si sceglie di farlo. È il caso del popolo Saharawi, in Marocco». E la scarsa memoria rispetto a questi conflitti “di serie B” non sarebbe, per il giornalista di Peareceporter, «un problema del giornalista, bensì della proprietà, della linea editoriale: dietro il 90 per cento dei conflitti in atto ci sono interessi economici, e i gruppi editoriali sono in primis strutture che hanno interessi economici, a partire dalla pubblicità. Chi produce cibo per gatti non ha interesse ad avere la sua pubblicità accanto ad un articolo sulla fame nel mondo. Come si fa allora a sapere, informarsi? Internet è uno spazio di vera libertà, che ti chiede per anche di essere attivo. È faticoso, ma è lo scotto da pagare per uscire da certi meccanismi, per non lamentarsi poi del giornalismo embedded. Il rischio più grande – ha concluso Elia – è quello di pensare che la guerra non ci riguardi: ma invece arriva a noi, sotto tante forme, come il taglio del 5 per mille ai fondi per il volontariato, quello alla ricerca, il finanziamento alle forze armate…».

Com’è la guerra vissuta sulla propria pelle? È stato Alidad Shiri, afgano, autore con Gina Abbate del libro Via dalla pazza guerra – Un ragazzo in fuga dall’Afghanistan, ad offrire alla platea comasca la sua esperienza. Ha raccontato la sua vita, tutta d’un fiato: «sono figlio del segretario di un partito politico, fino a 9 anni ho avuto una vita serena, viaggiavo con la mia famiglia, andavo a scuola. Fino al 1999. Un giorno mio padre, tornando dal lavoro, con la sua scorta, è saltato su una mina. Sei mesi dopo io, mio fratello e mia sorella, siamo andati a un compleanno. Mia madre, mia nonna e la mia sorellina più piccola sono rimaste a casa: sono state uccise, sotto le bombe dei talebani. Mia zia a quel punto mi convinse ad andare via dal Paese, come figlio di un esponente politico era troppo rischioso rimanere. Siamo andati in Pakistan, dove sono rimasto due anni, lavoravo nel negozio di mio zio. Ma anche lì non si poteva più stare. Sono andato in Iran, dopo un viaggio di 24 giorni con i contrabbandieri. Arrivato a Teheran, avevo 12 anni e nessun documento: un mio amico mi ha dato un lavoro, lavoravo di notte in fabbrica, l’ho fatto per due anni. Ma volevo tornare in Afghanistan, pensavo che con l’arrivo degli americani la situazione fosse migliorata. Ma mia zia mi diceva di non farlo, di andare avanti. Avevo allora un amico che studiava in Inghilterra, ho deciso di provare a raggiungerlo e sono partito, dopo essermi messo in contatto con un contrabbandiere che commerciava le persone. Per il viaggio fino in Turchia si pagava 900 euro. Arrivati al confine tra Iran e Turchia, un contrabbandiere curdo ci chiese 50 dollari a testa. Ma a noi era stato detto di non pagare nessuno nel tragitto. Ci hanno lasciati soli, in montagna, per una settimana. Dormivamo tre ore a notte, non avevamo cibo, mi facevano male i piedi perché avevo le scarpe rotte. Non riuscivo ad andare avanti. C’erano delle luci giù dalla montagna, i miei amici mi dissero che poteva essere un blocco di polizia, ma io volevo scendere, non ce la facevo più. Erano militari turchi, mi hanno portato con loro in commissariato. Poi mi hanno lasciato andare e sono entrato in Turchia. I sei miei compagni di viaggio non sono passati. Io sono arrivato ad Istanbul, un contrabbandiere mi chiese 200 dollari per andare in Grecia, con un canotto. Ma si partiva di notte, non si sapeva nemmeno se saremmo davvero sbarcati in Grecia, potevano buttarci in mare…L’altra possibilità era rimanere in Turchia per un po’ di tempo, pagare 1500 dollari per andare in Grecia con un altro mezzo, dopo tre mesi ce l’ho fatta e ho raggiunto la Grecia. Faceva caldissimo. Ad Atene sono andato da un mio amico; ho lavorato, raccolto pomodori per tre mesi, poi sono andato in un campo profughi. Da lì per andare in Italia c’erano due opzioni: pagare 1500 dollari a un autista per viaggiare in un camion, oppure, senza pagare, mettermi sotto un camion e partire. A Patrasso sono andato al porto, nel parcheggio dei tir, dopo un paio di tentativi sono riuscito a raggiungere i camion. Un ragazzo mi ha indicato un’autocisterna, mi ha detto che sotto quel mezzo non avrei rischiato di essere scoperto. Sono salito così sulla nave. Dopo un paio d’ore sono andato sotto un tir, perché la cisterna conteneva un materiale pericoloso. Mi sono messo sotto l’asse di un camion, mi sono legato con la cintura, sono rimasto due notti e un giorno così, nella nave, finchè il 22 agosto sono arrivato a Venezia. Il tir è sceso dalla nave. Mi avevano detto che l’autista si sarebbe fermato a bere un caffè e sarei potuto scendere. Ma il mio autista non si fermò. Sono arrivato fino a Bressanone, sempre legato sotto il tir. Non ce la facevo più. L’autista si è fermato in un autogrill, mi ha visto, sono scappato e ho camminato lungo l’autostrada. Ho incontrato due carabinieri, mi hanno chiesto i documenti, io gli ho dato dei soldi, pensavo funzionasse. Ma non era così, mi hanno portato al commissariato e poi in un centro d’accoglienza a Merano. Ho fatto la terza media, incontrato la mia insegnante con la quale abbiamo deciso di scrivere un libro sulla mia storia. E ora sono felice di essere qui, in questa sala piena di gente».

Il “plus” di Alidad Shiri è che «non è stato distrutto dentro, è voce di tanti che non hanno voce – come ha dichiarato la sua insegnante – e piano piano ha imparato l’italiano, ha scritto di suo pugno le prime 50 pagine del libro, abbiamo trovato una casa editrice che ci ha dato fiducia. Dopo un anno è uscito questo suo racconto, che ha dato il via a un seguito che non ci aspettavamo, tantissimi ragazzi e adulti che ci chiedono di incontrare Alidad. Questo suo compito è importante, aiuta i suoi coetanei ad avere uno sguardo attento verso l’altro, verso le storie degli altri, verso la sofferenza e la speranza delle persone che incontriamo ogni giorno. Alidad è un costruttore di pace». Alidad Shiri ce l’ha fatta. I ragazzi avevano poche domande da porre ad Alidad. Ne ha avuta una lui, per gli studenti comaschi: «Quando vedete un immigrato, per strada, che sensazioni avete?». A rispondere – sarà un caso? – un altro immigrato, che ha esortato il pubblico ad andare «oltre lo sguardo che la stampa, la televisione, ci mitraglia ogni giorno: dietro questo schermo – dietro l’immagine del trafficante di droga, delinquente, violento – ci sono delle persone. Che hanno rischiato la loro vita. Perché in alcune parti del mondo si è costretti a sopravvivere, non a vivere. E a voi tocca almeno avere uno sguardo più comprensivo, accogliente verso queste persone». (Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

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