Quale Pace possibile?

Quasi 100 persone allo Spazio Gloria sabato 20 novembre per discutere de La nostra idea di pace. Le relazioni, nella sessione pomeridiana del XIII Convegno del Coordinamento comasco per la Pace, precedute dall’intervento Voci e musica di Pace di Marco Belcastro, Maurizio Aliffi, Simone Mauri, Franco D’Auria, sono state svolte da Marco Garatti, chirurgo di Emergency, Monica Lanfranco, direttora di Marea, Nanni Salio del Centro studi Sereno Regis, Anna Valente delle Donne in nero, Mao Valpiana di Azione nonviolenta, Francesco Vignarca della Rete italiana disarmo, con Italo Nessi del Coordinamento comasco per la Pace.

Il dibattito coordinato da Italo Nessi al centro del pomeriggio del convegno Guerra e pace è stato preceduto da Voci e musica di pace, esibizione dal vivo di Marco Belcastro, Maurizio Aliffi, Simone Mauri, Franco D’Auria (musicisti che i partecipanti ai convegni del Coordinamento comasco per la Pace hanno potuto apprezzare anche nelle scorse edizioni). Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana disarmo, ha aperto il confronto con una riflessione: «spesso la nonviolenza viene intesa come un percorso personale, quando invece dovrebbe esplicarsi a livello collettivo: scegliere insieme come comunità di spostare risorse, intelligenze, meccanismi di riproduzione sociale dall’ambito militare a un’economia civile, delle persone, è un bel modo per mettere in moto, incarnare come meccanismo sociale e politico la nonviolenza». Quando si parla di disarmo, nello specifico, Vignarca allude al lato economico di questa strategia: «non è solo etico, ma conviene». E questa strategia “alternativa” per proporre la nonviolenza potrebbe essere la strada più efficace, più comprensibile per le grandi masse. «Quando chiediamo la riduzione delle spese militari – ha continuato Vignarca – non parliamo di una sottrazione, ovvero soldi tolti a una voce e investiti in un’altra, bensì di una moltiplicazione», una risorsa che può crescere e svilupparsi. Capitolo sicurezza. Per il rappresentante della Rete disarmo, l’opinione pubblica ha capito che sentirsi sicuri significa anche avere un welfare, un lavoro: «la sicurezza sociale passa anche dal sottolineare le valenze positive delle nostre proposte». Un lavoro culturale, di lungo periodo, che andrebbe fatto a piccoli passi. Un primo, piccolo passo sarebbe per Nanni Salio, presidente del Centro studi Sereno Regis, un centro di studio e documentazione sulla nonviolenza, una modalità di dialogo più “vicina”, partecipata, rispetto a quella utilizzata allo Spazio Gloria. Al di là dei limiti comunicativi, Salio ha delineato schematicamente i nodi della nonviolenza e della Pace: la ricerca, lo studio, l’applicazione, i modelli e le pratiche da sviluppare. Come descrivere la situazione che stiamo vivendo su scala mondiale? «La grande crisi della sostenibilità».

Resta aperta, per Salio, la questione dell’autocritica: i movimenti per la Pace storicamente hanno raggiunto degli obiettivi – che se si volessero evidenziare sono la sconfitta della schiavitù, poi il colonialismo – mentre altri sono ancora lontani: mettere totalmente la guerra fuori dalla storia. Quando i movimenti hanno ottenuto buoni risultati? Quando hanno saputo lavorare uniti pur nelle diversità, come diceva un fortunato slogan degli anni Settanta. Oggi invece, a partire dal nostro Paese, osserviamo una estrema frammentazione. Bisogna tentare di superare quest’aspetto». Ma non basta essere uniti. «Occorre essere organizzati, la logistica, la progettualità per tradurre in qualcosa di concreto e realizzabile i nostri sogni: siamo estremamente carenti su quest’ultima capacità». Di problemi molto concreti si occupa Marco Garatti, chirurgo di Emergency dal’99 (nonché uno dei tre medici ingiustamente arrestati pochi mesi fa in Afghanistan), «un esperto di guerra, più che di pace», come lui stesso si definisce. Sull’Afghanistan il medico sottolinea le scelte politiche del parlamento italiano, che ha scelto di rifinanziare la missione militare – anche se c’è chi la definisce di pace – in quel Paese. «La mia idea di pace – ha spiegato il chirurgo – è basata sul diritto alla salute, negato in tutti i Paesi in guerra, incluso l’Afghanistan, che è in guerra da quarant’anni. Un diritto che è negato anche quando le guerre finiscono». L’associazione di Gino Strada opera in Afghanistan da prima dell’11 settembre, continua tutt’oggi – a breve sarà aperto un terzo ospedale – e proseguirà nei prossimi anni. «Tutti i giorni riceviamo un flusso costante di vittime civili. Per questo noi riteniamo di dover svolgere, per la Pace, il nostro lavoro, in modo gratuito, in un Paese dal reddito pro capite tra i più bassi al mondo. Solo così pensiamo di fare qualcosa per la promozione della Pace, grazie alle persone che ci sostengono economicamente, con soldi che sono comunque molto poco rispetto a quanto si spende per l’intervento militare in Afghanistan. Oltre all’intervento sanitario – ha aggiunto il medico – noi pensiamo sia importante un’azione di forte denuncia di quanto sta succedendo, di tutte le condizioni che hanno generato uno stato di guerra cronica in tanti Paesi del mondo. È per quello che abbiamo denunciato nei primi mesi del 2010, un’operazione militare congiunta tra forze internazionali e afgane, che ha portato all’impossibilità di tutti gli operatori a curare in tempo le persone. Lo abbiamo denunciato fortemente ed è probabilmente questo uno dei motivi dell’arresto mio e di miei due colleghi nell’aprile di quest’anno. Fortunatamente la vicenda è finita bene, siamo stati rilasciati e l’ospedale è stato riaperto».

Nel dibattito che è seguito alla prima serie di interventi si sono approfonditi i temi della divisione e del settarismo talora presenti anche nel movimento pacifista, del “tradimento della politica” che non ha dato rappresentanza nelle istituzioni alle proposte sviluppate dal grande movimento contro la guerra in Iraq, della scarsa determinazione delle persone ad impegnarsi effettivamente mettendo in conto anche rischi e difficoltà personali, inevitabili conseguenze della scelta nonviolenta. L’incontro dopo una pausa caffé curata dalla Cooperativa Garabombo è proseguito con le altre relazioni ed il dibattito. Vedi il post successivo. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

 

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