La crisi è finita!

Anticipiamo dal numero 419 del mensile ecoinformazioni l’intervento di Marco Servettini, pubblicato nella sezione Economia umana della rivista.

«Trovo interessante il dibattito intorno alla crisi economica che stiamo vivendo, sopratutto per le previsioni sulla sua fine: ad ogni livello c’è chi azzarda pronostici, c’è chi fa l’ottimista e prospetta un’inversione di rotta nel 2013, c’è chi va cauto e dice che ci vogliono ancora due o tre anni

Mi incuriosisce in particolare capire con quali studi e parametri vengono fatte queste stime. Visto che il “fenomeno” non l’aveva previsto nessuno quando sarebbe cominciato, perché dovremmo essere in grado di sapere quando finirà?

Certo è che nessuno, in questo dibattito, si azzarda a dire che forse la crisi è già finita, o peggio che in realtà non finirà, ma che semplicemente questo è il nuovo assestamento del nostro sistema economico.

Ma per chi si occupa da anni di “economia umana” stanno semplicemente venendo al pettine i nodi che in tante fasi sono stati prospettati, in particolare due su tutti:

–                   La finanziarizzazione dell’economia, che ha spostato la ricchezza dalla produzione e dalla creazione di ricchezza reale, alla speculazione fine a se stessa che anzi toglie risorse ad una economia, per quanto capitalista, che passa attraverso il lavoro – vittima principale – e la produzione.

–                   La limitatezza delle risorse: non si può continuare per sempre a produrre di più per vendere di più, perché le materie prime ma anche la capacità di assorbire quanto prodotto – sempre più in quantità e sempre meno in qualità – non può crescere all’infinito.

E quindi, invece di cercare nuove formule che possano umanizzare questa economia e puntare sia alla sostenibilità – ambientale e sociale, ma anche economica – e alla equità – per garantire lavoro e distribuire la ricchezza invece che allargare sempre più la forbice tra ricchi e poveri – si sta accelerando sulle solite formule: competitività, crescita, tagli al welfare e al lavoro. Il medico che ha causato la malattia con le sue cure, ora si accanisce aumentandone le dosi. Suona male … ma mi fa pensare ad una situazione da tossicodipendenza!

Dall’altro lato vedo due situazioni, che a volte si sovrappongono e si intrecciano.

C’è buona parte del mondo che vive ai margini di questo sistema economico, non per scelta ma perché ne subisce le conseguenze, e per la maggior parte anela a entrare nei suoi meccanismi perché il modello di “benessere” che ancora offre è un grande attrattore. Però intanto vive di economie “marginali” – informali, familiari, locali, di sussistenza – dove la priorità è appunto trovare il minimo per vivere, possibilmente con dignità. In tante situazioni queste economie – che tengono dentro solidarietà e cooperazione per un fatto di bisogno, prima che per scelta – trovano una loro strutturazione e diventano effettivamente alternative alla cosiddetta economia di mercato.

Nel mondo cosiddetto industrializzato, anche se la definizione non è più valida perché la divisione tra ricchi e poveri non è più tra nord e sud ma è interna ad ogni contesto, ci sono invece forme più o meno strutturate di economia che nascono da una scelta precisa: mettere al centro la solidarietà e la cooperazione. Se guardiamo solo al contesto italiano, i riferimenti e i movimenti sono tanti: la cooperazione, il volontariato, il no-profit o terzo settore, la decrescita, l’economia sociale, l’economia civile, l’altreconomia, l’economia solidale.

Alcuni contesti sono più strutturati, come la cooperazione che in questi anni di crisi dimostra di reggere sul lato occupazionale, altri sono più culturali, ma una caratteristica che accomuna tutti è la grande difficoltà a fare realmente sistema. E quindi non riescono a porsi come vera alternativa, anche se nella vita reale delle persone sono sempre più presenti e determinanti.

Le realtà più strutturate forse sono ancora troppo ancorate ai meccanismi classici dell’economia di mercato, e si sforzano di accreditarsi verso un sistema che in realtà non può reggere a lungo, ma che nel frattempo sfrutta sempre più i settori dell’“economia umana” per scaricarvi le proprie scorie e i propri limiti, sul welfare in primis.

Le realtà più movimentiste invece producono nuove culture, prospettano il cambiamento necessario e possibile, ma non vanno oltre la sperimentazione marginale, disdegnando spesso ogni strutturazione come se fosse un tradimento, non riuscendo quindi nei fatti a delineare alternative reali, sopratutto davanti alle sfide del lavoro e delle nuove povertà che la crisi fa emergere, rimanendo ancora troppo centrati su passaggi culturali elitari – tra “ben-avere” e “ben-essere”.

Intanto la crisi stringe, riduce le risorse, spinge a tornare a fare “economia”, facendo tornare addirittura utili alcune leggi del mercato: un esempio su tutti l’uso del suolo e la cementificazione, che sta trovando un freno solo dalla saturazione e dalla crisi del settore; mentre il governo vara una legge di cui non conosciamo ancora l’efficacia ma che sicuramente dimostra che la politica chiude i cancelli solo quando i buoi sono scappati!

A mio avviso, davanti a questo scenario sempre più complesso, bisogna capire se ci sono le energie e la cultura per una alleanza seria tra le forme ancora sane di economia, al di là dei singoli compartimenti stagni del no-profit, della cooperazione, dei movimenti alternativi, per provare a creare una sinergia tra le forme più strutturate che dimostrano di essere capaci di creare e soprattutto distribuire ricchezza con risorse scarse, e realtà più leggere ma che sanno sognare e quindi innovare  e andare oltre ai meccanismi tossici del mercato.

In questa prospettiva porrei come obiettivo centrale il lavoro: o le “alternative” producono anche lavoro oltre che cultura, o non hanno risposte se non per la nicchia che le pratica.

Lavoro che deve però deve mantenere una coerenza con i valori solidali di riferimento, perché ovviamente non si può creare una cooperativa sociale che produce armi! Di spunti ce ne sono tanti, riguardano spesso attività che non soffrono la crisi – come la cultura o i servizi di cura della persona – o sono anzi anti-ciclici – dall’agricoltura al riciclo e riuso.

Ma per chi cerca di creare lavoro in questi anni di crisi non c’è nessun sostegno, e allora perché non pensare a forme di incubazione di nuovi lavori nell’ambito del sociale, dell’ecologia, dell’economia solidale, così come si fa per le start up tecnologiche che vanno tanto di moda?

Cominciare ad unire le energie su un obiettivo così concreto potrebbe essere un buon primo passo, rispetto al quale si potrebbe trovare il consenso e l’interesse anche di tanti altri attori attivi a sostenere le vittime della crisi.

Mi permetto di condividere solo un ultimo stimolo: il lavoro, che sia salariato o no, ha la finalità di darci gli strumenti per rispondere ai nostri bisogni. Proviamo allora a lasciare spazio ad un pò di creatività e di utopia anche nel rimettere al centro il lavoro, affinché non sia solo lavoro salariato, perché altrimenti replichiamo e rincorriamo il meccanismo di fondo del sistema.

Mi vengono in mente le miniere sugli altipiani del Perù, in cui il salario dei minatori, che vivono in villaggi-dormitorio, viene speso nei negozi e nei bar della stessa società proprietaria delle miniere, che si arricchisce due volte! Noi viviamo in un sistema in cui il lavoro salariato – quando c’è – serve ad essere bravi consumatori che fanno girare l’economia. Ma il lavoro non doveva renderci liberi?» [Marco Servettini per ecoinformazioni]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: