Lombardia colonizzata e occupata dalle mafie

DiaUn’analisi lucida e chiara, quella fatta dal magistrato Vincenzo Macrì venerdì 30 novembre nell’incontro ‘Ndrangheta in Lombardia, promosso dal Coordinamento provinciale di Libera a Como: «Il termine “infiltrazione” per quanto riguarda le mafie in Lombardia va abbandonato perché oggi è invecchiato ed è corretto parlare di colonizzazione e occupazione del territorio»

Vincenzo Macrì è un uomo schietto e diretto, in magistratura da 42 anni e sin dall’inizio in campo contro la ‘ndrangheta a Reggio Calabria, per poi passare in Direzione nazionale antimafia. Conosce molto bene le caratteristiche delle organizzazioni mafiose e i cambiamenti che le hanno caratterizzate in questi anni. Venerdì 30 dicembre a Villa Ferranti, Figino Serenza, un centinaio di persone hanno potuto ascoltare la ricostruzione e le riflessioni del magistrato, capace in meno di due ore di ripercorrere le fasi di sviluppo della ‘ndrangheta in Lombardia, l’attuale situazione e i possibili sviluppi futuri.

«Sono convinto che le mafie utilizzano molto l’ignoranza e la mancanza di consapevolezza delle persone per penetrare nei territori impreparati. È una grande falsità affermare che la ‘ndrangheta in Lombardia esiste da due anni; non si è voluto prendere atto che era già presente negli anni Sessanta e Settanta, con la triste stagione dei sequestri di persona». Nel solo 1977 ci furono in Italia 75 sequestri di persona, il 90% compiuti dalla ‘ndrangheta, in quel periodo conosciuta col nome di “anonima sequestri”, e molti di questi eseguiti nella ricca Lombardia, dove la popolazione si preoccupò ma rimase convinta che si trattasse di un fenomeno estraneo alla regione, che non avrebbe potuto attecchire. I sequestri di persona vennero fatti per accumulare liquidità ed entrare nel narcotraffico, futuro settore di sviluppo criminale: «Negli anni Novanta – racconta Macrì –, in seguito all’entrata in vigore delle Direzioni distrettuali antimafia, si assistette a numerosi processi in tutta Italia. Tra il 1992 e il 1994 al Dda di Milano fece 37 operazioni antimafia, di cui due terzi contro affiliati alla ‘ndrangheta, realizzando più di 2800 arresti e svelando un’attività criminale ampia e visibile, che avrebbe dovuto allarmare la società e le istituzioni ma invece passò inosservata». Non restò traccia di tutto questo nell’opinione pubblica, la “gente bene” non si accorgeva che stava finanziando la mafia con il consumo di cocaina e negli anni 2000 anche l’attenzione degli organi investigativi non si rivolse più contro questa realtà, consentendo alla ‘ndrangheta di realizzare il terzo livello di presenza, col passaggio da un’economia puramente illegale ad un’economia para-normale, con l’ingresso nell’imprenditoria: «Esisteva ed esiste una richiesta di mafia da parte della società lombarda; molti imprenditori pensavano di poterla usare come un autobus sul quale salire, farci profitti e poi disfarsene, ma la realtà è che dall’offerta di denaro per finanziare le imprese si passa gradualmente all’impossessamento delle stesse tramite soci occulti e si arriva ad un progressivo svuotamento. Il settore più controllato è quello del ciclo del cemento, dove oggi la concorrenza è quasi inesistente e le imprese lombarde lo hanno praticamente abbandonato». Per influenzare e controllare le pubbliche amministrazioni si può usare la via delle minacce o quella del coinvolgimento tramite corruzione, modalità sempre più diffusa in ambito criminale mafioso anche per condizionare magistrati.

«Il termine “infiltrazione” per quanto riguarda le mafie in Lombardia va abbandonato – afferma Macrì – perché oggi è invecchiato ed è corretto parlare di colonizzazione e occupazione del territorio». Le operazioni più recenti ci raccontano dell’esistenza di un “sistema ‘ndrangheta”, di una realtà strutturata presente non solo nelle piccole amministrazioni locali ma anche ai vertici della Regione, come dimostrato i casi del tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito e dell’ex assessore regionale Domenico Zambetti. Ma perché solo la ‘ndrangheta riesce in questa occupazione territoriale lontano dai luoghi d’origine mentre camorra e mafia siciliana no? «Gli ‘ndranghetisti nei territori fuori dalla Calabria riproducono l’identica struttura organizzativa della madrepatria. Il “locale”, cioè la struttura territoriale di base, è come se fosse il municipio sul territorio, con confini delimitati e ruoli definiti. Esistono circa 30 locali in Lombardia, ma ci sono anche in tutto il mondo e la loro presenza non è legata alle persone ma a strutture stabili e continuative che si perpetuano al di là dei singoli che ne fanno parte. Questa presenza sui territori non perde mai i contatti con la “madrepatria calabrese”».  In Lombardia c’è stato un progetto di federalismo criminale comprendente tutti i locali e ideato dal boss Carmelo Novella, ma il tentativo è stato sventato, Novella è stato ucciso e oggi non si parla più di questa possibilità, anche se secondo Macrì «questa situazione in futuro si riproporrà; una volontà di autonomia non tanto per quanto riguarda gli affari ma sulla struttura unitaria dell’organizzazione, non può venire meno definitivamente». La cultura mafiosa calabrese è riuscita ad invadere una regione e una società avanzata come quella lombarda, che non ha opposto resistenza all’omertà. Gli imprenditori, in particolare, hanno pensato di poterne trarre profitto senza subire danni, ma un giro d’affari criminale di circa 180 miliardi all’anno, in parte immessi nell’economia sana del paese, provoca l’alterazione delle regole di mercato e della libera concorrenza, senza contare che il controllo dell’economia nazionale significa il controllo della politica nazionale. «In una intercettazione tra ‘ndranghetisti è emersa una frase che spiega meglio di tutto il concetto che li muove: “il mondo si divide tra la Calabria e quello che lo sarà”. Per questo è necessaria una difesa della legalità che sia strenua, quotidiana, continua; ogni piccola lesione e frattura di questa difesa consente alle organizzazioni criminali di entrare nella società, perché se la legalità tiene dai livelli più bassi è molto più difficile che non regga ai livelli più alti». Nel suo intervento Macrì ha sottolineato come anche la mistificazione e la negazione del fenomeno facciano parte della cultura mafiosa, dicendo di potersi dire ottimista riguardo il futuro del contrasto alle mafie, perché dopo 42 anni di magistratura assiste ad un progressivo deterioramento, all’assenza del tema nei programmi politici e nei piani di governo, alla crisi economica che favorisce solamente le organizzazioni mafiose che possiedono liquidità: «La lotta alla mafia o si vince nelle regioni del Nord, dove sta il cuore della finanza europea, o si perde definitivamente. Non dobbiamo trasformare le vittime di mafia in personaggi storici del passato ma dobbiamo proseguire oggi le loro lotte, prenderli come modelli ed esempi da seguire.  La soluzione parte dal massimo funzionamento delle istituzioni democratiche, accompagnate da una società civile attenta, vigile e attiva, che valorizzi le energie sane, giovani e soprattutto preparate, perché questo è oggi l’argomento principale per la nostra democrazia, tutto il resto è contorno».

In chiusura dell’incontro è intervenuto anche Davide Salluzzo, referente di Libera in Lombardia: «Per troppi anni questa regione ha fatto finta di non vedere, perché era comodo lasciar fare, delegare la gestione della politica e il funzionamento delle istituzioni. Votiamo e non ci indigniamo ai soprusi, si assiste al disinteresse completo dei singoli cittadini che ha portato all’occupazione mafiosa del territorio. Ora è il momento di rioccupare e difendere i nostri territori, perché siamo in guerra con armi rappresentante dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, ma è necessario anche il supporto, il sostegno e lo stimolo del popolo. Troppo spesso abbiamo lasciato sole queste persone, il nostro disinteresse ci ha portato ad aver in parte rovinato il futuro dei nostri giovani, ma non sono loro che devono reagire: occorre indignarsi davvero perché le forze politiche tutte affrontino la questione mafia nei programmi e in cima ai loro pensieri».

Tommaso Marelli

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: