Incontro venerdì 15Venerdì 15 novembre alle 21, nell’aula magna della scuola media di Cernobbio,si è svolto un incontro sulle pene alternative minorili. L’incontro è stato promosso dalle amministrazioni comunale di Cernobbio e di Maslianico, dall’associazione Azalai di Cernobbio, dalla cooperativa sociale Il Sorriso, da Lambienteinvita Onlus, Centro servizi per il volontariato, La Giostra del Sorriso Onlus e Coordinamento comasco per la Pace. Ospite Salvatore Inguì,  coordinatore di Libera Trapani e assistente sociale per il tribunale di Trapani, impegnato nel campo delle pene alternative al carcere per i minori.

L’incontro vede una risposta pronta della cittadinanza, un’ottantina di persone presenti, segno tangibile di  sensibilità verso il tema. Il primo a prender la parola è Diego Rizza, referente del progetto Miglioramento del sorriso. Egli afferma che appoggiandosi ad organi del territorio, è possibile offrire un opportunità di crescita al ragazzo in una situazione di disagio e inserirlo nel mondo degli studi, del lavoro o del volontariato. Grazie al progetto Messa alla prova, il minore che si è macchiato di un reato può “ripulire” la sua fedina penale con un esito positivo dell’esperienza nell’ente. Un video racconta questo percorso fatto da giovani trapanesi nella cooperativa il sorriso di Cernobbio, che tratta la disabilità; i giovani rientrano tra i partecipanti del progetto “miglioramento del sorriso”.

Salvatore Inguì, assistente sociale presso il tribunale di Palermo, è colui che ha promosso questo piccolo asse tra sud e nord e porta la sua testimonianza come strumento per scardinare la diffidenza del senso comune. Oltre ad essere coordinatore di Libera Trapani lavora presso il tribunale di Palermo, nel campo delle pene alternative per i minori. Il suo primo impatto con “i suoi ragazzi” è quello di un fascicolo con le loro atrocità, la prima reazione è quella umana della condanna e del rifiuto; poi arriva il ragazzo in carne ed ossa, e il mostro acquista i tratti di un volontario capace e attento. Egli infatti afferma che «non esiste persona che non comunica», e il compito di chi lavora a contatto con i minori è capire cosa essi volevano comunicare con il loro reato. A volte il giovane, per educazione, per storia personale, non conosce altro mezzo per esprimersi che la violenza. Alienarlo dalla società, come tra gli anni sessanta e settanta, quando il carcere minorile di Trapani ospitava 140 ragazzi, porta il 70% dei giovani a ricadere in errore. All’uscita dal penitenziario restituisce ragazzi incattiviti, dona carne fresca per la criminalità organizzata. Dal 1988 invece la detenzione è l’ultima spiaggia, e si cerca di dare al giovane la possibilità di scegliere la propria esperienza nel sociale. Il tutto nel nome della giustizia riparativa, attiva per risarcisce la comunità, contro una giustizia punitiva del “lontano dagli occhi lontano dal cuore”.

Le etichette imposte dalla società sono marchiate a fuoco nella coscienza del ragazzo, lui è il reato che ha commesso. Dopo la “messa alla prova”, un articolo con nome,  cognome e foto testimonia l’esperienza di volontariato, in ossimoro con l’articolo, conservato da tutti con orgoglio, dove il minore è solo delle anonime iniziale che hanno commesso un reato. Sanno di poter scegliere chi voler essere, sanno che Il bene ha un volto, un nome e un cognome, il male delle iniziali.

Al termine dell’incontro viene letta una lettera di uno di questi giovani, riguardante il suo percorso con “il miglioramento del sorriso”.

Alcuni dopo le esperienze locali feconde partono e vanno addirittura in Africa, sono quelli che scherzando affermano «sono partito delinquente e sono tornato missionario».  E se la società e il loro sentire gli faceva credere di essere anime perdute, con l’opportunità offerta loro, per la prima volta, di prendere vie differenti, toccano con mano che in realtà sono “anime salve”. [Stefano Zanella per ecoinformazioni]

 

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