Resistenti e Resistenza all’Istituto di Storia Contemporanea

Seminari-libri-3Il 29 novembre 2013 si è tenuto il terzo incontro del ciclo di seminari sulla Resistenza organizzato dall’Istituto di storia Contemporanea “Pier Amato Perretta di Como”. Il testo storiografico preso in esame è stato Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza di Claudio Pavone del 1991: l’introduzione storica di Patrizia Di Giuseppe.

Il volume nasce da un input di Ferruccio Parri, che spinge Pavone a realizzare in Italia uno studio simile a quelli di Henri Michel (Les courants de pensée de la Résistance) e di Michel e Boris Mirkine-Guetzevitch, Les idées politiques et sociales de la Resistànce, (1954) sulla Resistenza francese .

Dopo molti anni e molto materiale accumulato (utilizzato in parte dall’autore nel saggio del 1974 La continuità dello Stato. Istituzioni e uomini) Nicola Tranfaglia suggerisce di ampliare la ricerca per un libro per Feltrinelli, mai pubblicato.

Poi, in un ciclo di seminari al Centro “Piero Gobetti” di Torino, Franco Sbarberi e Norberto Bobbio invitano Pavone a discutere di “Politica e morale nella Resistenza”. Dall’estensione di questo intervento si arriverà al saggio del 1991.

L’intento dell’opera è quello di analizzare il fenomeno della Resistenza attraverso le “fonti basse” a cui solo come supporto si agganciano le “fonti alte”, ovvero quelle provenienti dagli organismi di vertice  (CLN, CVL, partiti ecc. ). In questo modo diventa evidente come le direttive generali vengono recepite e vissute ai vari livelli, adeguandosi (e a volte stravolgendosi) a una ricca gamma di esperienze individuali e collettive.

Per Pavone tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 in Italia si affiancano un fenomeno resistenziale di senso forte e uno di senso ampio: il primo vede protagonista un’esigua minoranza della popolazione che combatte il nazifascismo sia sul piano militare sia su quello politico; il secondo coinvolge una parte più estesa della popolazione italiana che, anche se non abbraccia le armi, è solidale o al meno non ostacola l’azione partigiana e permetterà il costituirsi di un nuovo Stato.

Per lo storico romano in Italia, nei venti mesi, si combattono tre guerre distinte ma convergenti: la guerra di liberazione nazionale (contro i nazisti), la guerra civile (contro i fascisti) e la guerra di classe (gli operai contro il padronato). Questa mobilitazione di una parte della società italiana, spinta,  al suo interno, da motivazioni molto diversificate, è un fattore positivo nella storia d’Italia perché decisivo per la riconquista della dignità nazionale e per una vera rinascita del paese. Inoltre, si dimostra, contrariamente alla vulgata fino ad allora prevalente, che nella Resistenza non sono solo i comunisti a svolgere un ruolo decisivo ma molte altre forze sociali e politiche.

Il saggio si articola in otto capitoli.

Il primo, La scelta, analizza le reazioni alla diffusione della notizia dell’Armistizio e la conseguente scelta di campo da parte degli italiani. La sensazione del primo momento, risultata poi tragicamente forviante, era quella della fine della guerra, del ritorno a casa delle truppe, del desiderio della pace, a cui immediatamente si sostituisce, in una parte della popolazione, la consapevolezza deludente della necessità di dover combattere i tedeschi perché si è stati abbandonati da  autorità e istituzioni traditrici che pur avrebbe dovuto proteggere soldati e cittadini. A questo si aggiunge il senso della sconfitta che porterà i fascisti della RSI alle velleità di rivincita e nei resistenti all’esigenza di ridare un volto nuovo all’identità nazionale.

Nel secondo capitolo, L’eredità della guerra fascista, viene analizzato il ruolo dell’esercito (allo sbando) nel momento dell’inizio della Resistenza. I resistenti mostrano un atteggiamento  di ripudio verso il regio esercito inteso come istituzione e dirigenza anche se le posizioni verso i soldati, in modo particolare delle formazioni di GL e Garibaldi, sono spesso duttili e ispirate a opportunità politica e a fiducia nella nuova solidarietà che la lotta partigiana è in grado di far sviluppare.

Le vie di una nuova istituzionalizzazione, il terzo capitolo, esamina il processo di formazione e consolidamento delle bande partigiane. Nata da una spinta antiistituzionale, la banda partigiana evolve verso un gruppo sociale retto da un ordinamento ma caratterizzato spesso da un «microcosmo di democrazia diretta» dove i capi vengono eletti e sono revocabili e dove, però, c’è anche il rischio del capo carismatico fuori controllo. I legami stabiliti con i partiti (in modo particolare PCI e PdA), attraverso i commissari politici e i giornali clandestini, fanno da contrappeso alla tendenza del rassismo e alle spinte localistiche. Sono un fattore di unità, di trasmissione delle comunicazioni del CLN e di formazione politica per il futuro.

Nel quarto capitolo, La guerra patriottica, Pavone dimostra come la lotta per la liberazione dal nazifascismo sia stata anche un guerra per riconquistare una dimensione nazionale dignitosa e rifondare istituzioni statali completamente delegittimate dalla dittatura e dalla guerra. «L’identità nazionale va ricostituita scrollandosi di dosso il secolare destino dell’Italia palcoscenico di grandi drammi storici recitati come protagonisti da altri popoli» (Secondo Risorgimento). I rapporti con i nuovi alleati non sono sempre facili: i comandi inglesi diffidano delle capacità degli italiani di riscattarsi mentre gli americani si dimostrano più disponibili e collaborativi. I vecchi alleati ora nemici, invece, vengono visti come il male assoluto che deve però essere aiutato a redimersi.

La guerra civile è il tema del capitolo quinto. Lo storico si rende conto che questa interpretazione sia fortemente contrastata soprattutto da una parte degli antifascisti. Ma la qualifica di servi dello straniero dato ai fascisti non è sufficiente a cancellare in loro quella di italiani. La guerra è civile anche perché non è combattuta tra due istituzioni (il Regno del Sud e la RSI), ma tra fascisti e antifascisti, sull’unico territorio che li vede presenti entrambi politicamente e militarmente, in una partita che assume, però, un significato coinvolgente l’intero popolo italiano.

Nel capitolo La guerra di classe emerge come in molti resistenti (operai e contadini) la motivazione di classe è molto forte e si unisce a quelle patriottiche e antifasciste. Per questi partigiani il nemico ideale (ma spesso non presente nella realtà) è un padrone, fascista e servo dei tedeschi. Gli operai sono protagonisti sia nelle commissioni di fabbrica (effettive e clandestine) sia nei scioperi: alle rivendicazioni immediate si affiancano aspirazioni di massima («lotta contro il freddo, la fame e il terrore nazifascista»). Negli operai vaste aspettative si riversano sull’Urss, sull’Armata rossa, su Stalin, simboli di liberazione e di radicale mutamento sociale. Il PCI alimenta il mito sovietico ma nello stesso tempo cerca di contenerlo.

Nel penultimo capitolo, La violenza, si evidenzia come durante la Resistenza la rottura del monopolio statale della violenza implica un processo doloroso in cui i cittadini divengono, per necessità e difesa, gestori in proprio della stessa. I gruppi che subiscono con maggior travaglio il ricorso ineludibile alla violenza sono i cattolici (per via del quinto comandamento) e la maggior parte delle donne. Fare i conti con la violenza vuol dire fare i conti con azioni terroristiche ad personam, le rappresaglie e le controrappresaglie.

L’ultimo capitolo, La politica e l’attesa del futuro, affronta il tema del rapporto fra politica e morale nel frangente resistenziale. Dopo un ventennio di propaganda e di spoliticizzazione si tenta di ricomporre l’unione fra i fatti e le parole, tra morale e politica.  Nel necessario confronto con il passato si compie l’errore di addebitare tutti i disastri sul conto del fascismo:  gli antifascisti e i resistenti non analizzano la società da cui è scaturita la crisi coltivando ingenuamente una fiducia solida nel futuro della democrazia.  Così  il senso di un’azione non del tutto compiuta si insinua nella soddisfazione della vittoria e nella ritrovata gioia di vivere.

La pubblicazione dell’opera di Claudio Pavone, nel 1991, origina un acceso dibattito fra ex partigiani, storici, intellettuali, politici.  Due sono le posizioni contrapposte che vengono ben sintetizzate da Nuto Revelli e Vittorio Foa.

Nuto Revelli elogia l’opera dello storico romano definendolo «un lavoro straordinario che ci ha liberati da tutta la retorica che si era depositata sulla resistenza». Contesta, però, la definizione di guerra civile: «Non fu una guerra civile nel senso pieno del termine perché i fascisti per noi erano degli stranieri come e forse più dei tedeschi, li odiavamo più di quanto non odiassimo i tedeschi. […] Perché in loro c’era una ferocia, se è possibile, ancora più insensata; era inconcepibile che degli italiani si degradassero fino a terrorizzare, torturare, ammazzare gente che magari aveva le stesse radici, con la quale erano cresciuti assieme». Vittorio Foa alla presentazione del libro, invece, dichiara: «Sono sempre stato irritato di fronte a chi negava il carattere di guerra civile alla lotta partigiana. Diversamente da altri che avevano drammaticamente scelto durante quei mesi se fare il partigiano o meno, io avevo già scelto. Per me i fascisti esistevano già prima e non erano semplici marionette dei tedeschi». E ancora successivamente: «Cadute da oltre quaranta anni le opportunità propagandistiche non si riesce a capire perché vecchi studiosi comunisti continuino a esorcizzare la tesi della Resistenza come guerra civile. Uno di essi è arrivato a sostenere che non era civile perché era incivile. Ma come è possibile negare che si trattava di una guerra fra italiani? Claudio Pavone ha con rigore dimostrato che la Resistenza è stata un’esperienza con molti versanti diversi: è stata patriottica, è stata civile (cioè fra italiani), è stata anche “rossa” cioè anticapitalista. Personalmente, quando sento negare il carattere antifascista, quindi civile, della Resistenza mi sento offeso perché sento negare il mio antifascismo durante il regime fascista. […] L’obbiettivo della ricostruzione di un’identità nazionale perduta conferma la tesi della Resistenza come guerra civile. L’identità italiana non era stata negata solo dall’esterno, era stata avvilita e negata all’interno, dal fascismo. Noi dovevamo combattere il fascismo fra di noi, fra italiani, e poi anche dentro di noi». [Patrizia Di Giuseppe]

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