Tarpini: «La situazione è complicatissima e si rischia il collasso»

PresidioCgil03«La politica torni a parlare dei problemi della gente». Intervista a Alessandro Tarpini, segretario provinciale della Cgil lariana.


Due settimane fa c’è stato lo sciopero generale territoriale e si è parlato della grave crisi occupazionale che attanaglia il nostro territorio. S’intravedono miglioramenti?
La situazione continua a essere complicatissima e ci sono segnali che mi preoccupano moltissimo. È in atto uno sfarinamento sociale che sta mettendo a dura prova la coesione di un territorio e di una nazione. Il quadro è nero, non c’è il sentore di un’inversione di tendenza ed è quindi difficile avere fiducia, perché non ci sono segnali concreti.
Il sindacato sta diventando un ospedale di guerra, quotidianamente siamo a contatto con persone che non ce la fanno più e che diventano vittime di un disagio psicologico pesante. Per questi motivi abbiamo organizzato alcuni convegni, l’ultimo sulla salute mentale, per sottolineare e discutere della condizione dell»e fasce più in difficoltà della società. Lunedì presenteremo un accordo firmato insieme al dipartimento di psicologia dell’ospedale S. Anna.

Alcune fasce della società stanno provando a colmare alcune lacune nell’assistenza…
Infatti, per fortuna c’è ancora un pezzo di società civile, un mondo del volontariato che sta dimostrando livelli di vitalità straordinari. Inoltre, di fronte a enti pubblici senza soldi e una sanità a pezzi, si stanno riscoprendo “usi antichi” come i gruppi di mutuo soccorso. Stiamo attenti però, i problemi così non vengono risolti, si contengono e basta.

Quale tema andrebbe rimesso al centro dell’agenda politica?
L’uguaglianza, senza dubbio. La forbice della diseguaglianza è in continuo aumento, i dati del 2012 ci mostrano che i patrimoni milionari aumentano così come crescono di numero gli indigenti. Dal punto di vista delle pari opportunità siamo un disastro e le ripercussioni sociali si fanno sentire.

Chi è ricco diventa sempre più ricco e viceversa per chi è povero?
Siamo l’unico paese dell’Ocse in cui l’ascensore sociale non funziona. Stanno venendo meno diritti che davamo per scontato, come quello allo studio e alla salute. In più, prima eravamo una nazione con una buona capacità di risparmio, negli ultimi cinque anni molte famiglie hanno messo mano ai risparmi di una vita per sopravvivere e adesso non hanno una lira.

A proposito di situazioni complicate, ci sono sviluppi positivi per le centinaia di esodati comaschi?
Siamo fermi, la legge di stabilità non prende in considerazione il problema.

 Sulla Sisme?
La vicenda della fabbrica di Olgiate è emblematica per il nostro territorio. È lo specchio della deindustrializzazione del tessuto manifatturiero. Io sono convinto che se non ci sarà una ripresa del settore, con un’ovvia riconversione di alcune parti nel terziario, non si uscirà dalla crisi.

Quali sono i compiti della politica?
Spiace dirlo, ma fino ad ora non ne ha azzeccata una. Sei mesi a parlare dei problemi con la giustizia di un privato cittadino e un’immobilità che ricorda quella dei cimiteri. Non si può muovere nulla in nome della stabilità di governo e nel frattempo si perdono i mesi. Bisogna fare una legge elettorale, andare a votare e fare poi finalmente le cose che servono. C’è una possibilità di uscita e ha “un nome e cognome”: imposta patrimoniale. Solo così possiamo pensare di salvarci dal debito pubblico.
Pensiamo al Comasco: il comune capoluogo passa da trenta milioni di risorse disponibili a meno di quattro nel giro di pochi anni. Di cosa possiamo discutere? O la politica da un segnale di svolta oppure c’è il rischio di avere una torsione democratica. Quando il disagio non ha risposte e i problemi che affliggono le persone sono di sopravvivenza primaria, la situazione diventa incontrollabile.

A proposito di questo, si è persa la memoria di un conflitto che portasse a un miglioramento delle condizioni? Penso alle lotte dei lavoratori per i propri diritti.
Certamente, e su questo tema c’è anche la necessità di fare una riflessione sul sindacalismo confederale e pensare a dove abbiamo sbagliato. Abbiamo bisogno di una riflessione ardita, senza filtri, su rappresentanza, lavoro, precariato. Il congresso, da questo punto di vista, sarà una buona occasione.
Nelle gerarchie delle responsabilità, la politica però viene prima. Non capisco cosa aspetti a prendere in mano il proprio destino. Ormai sono tre anni che discute di se stessa, ha perso la capacità di parlare dei bisogni materiali delle persone. A sinistra è un anno e mezzo che si discute di congressi, mi piacerebbe sentire dire: “Su questi temi noi abbiamo intenzione di fare queste cose”.

 Perché si è arrivati a questo?
Perché è una politica malata che esprime una classe dirigente non meritevole. Chi ha seguito il dibattito parlamentare sulla decadenza avrà avuto, come me, i sudori freddi. Ormai però non ci scandalizziamo più di niente. La politica dovrebbe essere una guida, a oggi c’è una distanza siderale fra i problemi delle persone e i discorsi di chi sta in parlamento. Serve un deciso cambio di tendenza, sennò siamo davvero nei guai. [Andrea Quadroni, ecoinformazioni]

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