Cuneo fiscale/ Non facciamoci incantare dai suonatori di pifferi

Gianpiero testaGian Piero Testa, il segretario storico del sindacato scuola della Cgil di Como, riflette sulle questioni relative alla scala mobile, alla flessibilità, all’euro, al cuneo fiscale  per contrastare molti luoghi comuni come quello che vede nelle tasse il male assoluto e tende a considerare positiva qualunque riduzione dell’Irpef anche se ad essa è connessa lo smantellamento dello stato sociale che dal prelievo fiscale si alimenta e nei decenni scorsi, nonostante tante mostruosità e ruberie, ha alimentato qualche speranza di mobilità sociale. Leggi il testo nel seguito del post.

«Questo non è un tweet.

Ho assistito più di una volta, nella vita, a lanci di programmi politico-economici governativi sostenuti in grande stile da tutto il consensuale corredo di “analisi tecniche” svolta dai media, in modo che i presupposti e le proposte diventassero opinione comune. Raramente mi è capitato di doverli riconoscere pertinenti ed efficaci rispetto al “bene comune” che promettevano. Magari, al bene di qualche più ristretta cerchia: ma non a quello comune.
Tra quelli che, forse, devo riconoscere efficaci, e che fieramente nel mio piccolo contrastai, fu il collegamento tra l’inflazione degli anni Ottanta e la scala mobile. Credevo che essa fosse generata, non tanto dal meccanismo di adeguamento automatico e posticipato delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, ma principalmente dal debito e dalla spesa pubbliche in vertiginosa espansione, dal gran stampare che si faceva di cartamoneta, dalle silenziose ma frequenti svalutazioni della medesima per aiutare le esportazioni, ecc. In effetti, la curva dell’inflazione discese dopo i famigerati provvedimenti craxiani di san Valentino. Non so se concorsero altri fattori o altri concomitanti provvedimenti: in ogni caso la faccenda sembrò funzionare (anche se, in teoria, non doveva…).
Poi ci fu il battage – che investi anche l’istruzione nel suo segmento professionale – per trasformare in ovvio luogo comune la superiorità della flessibilità dei mestieri e del mercato del lavoro su ogni altra forma più rigida e garantita. L’imminente integrazione europea, che poi diventò mercato globale, voleva nuove professioni, nuova disponibilità all’innovazione tecnologica, nuove tipologie di mestieri, di competenze: un discorso che si poteva condividere in rapporto all’istruzione. Si trattava di consolidare gli aspetti cognitivi affinché quelli pratici fossero più agili ad adeguarsi ai mutamenti. In fondo si volevano, nel futuro, lavoratori più intelligenti, più colti, più comunicativi, in definitiva più dotati di strumenti critici: perché allora non starci?
Ma poi finì che il dissodamento del campo scolastico per preparare i frutti adeguati alla nuova Era Magnifica e Progressiva in gestazione nel profondo seno della Storia, si esaurì per scarsità di irrigazione e di concimi. Restò in piedi, energica e determinata, la frantumazione del mercato del lavoro, delle sue regole, dei diritti faticosamente conquistati. Questa cosa riuscì piuttosto bene sul versante normativo. Fu, ed è, un disastro gigantesco e sconvolgente su quello dell’occupazione, soprattutto di quella dei giovani. I media tendono a tacerlo, perché il risultato della flessibilità del lavoro è fallimentare: ne parlano con la loro facile lacrima, ma preferibilmente quando si tratta di preparare il campo a nuove destrutturazioni. Perseveranza diabolica.
Poi ci fu l’euro, l’appuntamento irrinunciabile con la Storia e il Destino. Era rinunciabilissimo, invece, e forse anche doveroso per rispetto delle regole europee, perché ci mancavano diverse sufficienze nella pagella. Ma Noi, non si poteva mancare. I paesi potenti e gattovolpini ci accolsero nell’eurozona non per benevolenza nei nostri confronti, ma per l’amore che portavano a se stessi. Loro, forti su tutta la linea. Noi, deboli e forti a un tempo: una magnifica preda, da cui succhiare il buono e a cui lasciare le bucce e le rogne.
Poi l’allargamento dell’Unione, una delle operazione più ciniche e spietate mai viste dopo gli orrori della seconda guerra mondiale, che ripeté, ripete e ripeterà (con il nostro caloroso assenso) sui «deboli – e – basta» la succosa operazione perpetrata su di noi, i «deboli ma forti». Gli presti soldi, e loro comprano. Gli sfrutti la manodopera quasi a gratis, e la nostra in cassa integrazione. Gli fai e gli fai fare grandi opere pubbliche. Poi gli chiedi indietro i soldini prestati, perché ci sono i Polacchi e magari un giorno (magari oggi stesso) gli Ucraini, a cui prestarli, per un altro giro. Ed eccoci noi nella situazione tipica del debitore: se non restituisci sei morto, e se restituisci sei morto lo stesso. Tanto battage politico e mediatico per un funerale comunque inevitabile, una volta passato il Rubicone! I nostri industriali si buttarono allora sulla finanza, e la finanza sull’economia virtuale, e l’economia virtuale su di noi, gli unici ad avere carne ed ossa, reali e non virtuali, da spolpare.
No, non è stato un successo.
E oggi il cuneo fiscale. Io rischio nell’imminente futuro di trovarmi un centinaio (dicono) di euro in più nella pensione. Non male: li spenderò e farò girare il commercio, l’industria e magari anche l’agricoltura. Andrò al cinema, al teatro, ai concerti e alle mostre, e farò girare la cultura. Che bello. Magari potrò anche fare un viaggio.
Ma poi mi viene in mente la storia mia e dei miei vecchi, umili briciole dei banchetti d’Italia. Il nonno contadino, che, di quattro figli che aveva, uno solo ne può mantenere agli studi. E quello prescelto, mio padre, mandato in guerra a 17 anni, alla fine si diploma e fa il salto di classe. Impiegato di banca. Poi direttore di banca. Anche lui ha tre figli, ma non deve sceglierne uno perché studi: lui può sceglierli tutti e tre. E’ dura: ma tre sono, e tre studiano, i maschi e la femmina per lui sono uguali.
E come ci è riuscito? Primo, amministrando bene, da vecchio piemontese contadino e frugale, le sue entrate, che non sono misere ma – nelle condizioni date – neppure laute. Ma soprattutto ci riesce, perché c’è quello che oggi chiamano il cuneo fiscale, il detestabile colpevole di tutti i mali. Mio padre paga le imposte, la ricchezza mobile e l’imposta di famiglia, e paga la mutua: e in cambio lo Stato e il Comune (pur discretamente ladri e iniqui e democristiani) danno ai suoi figli la scuola, l’università, i trasporti; mentre la Mutua (sarà poi il Ssn) dà le analisi, i medici, le medicine, le operazioni, le degenze, le convalescenze, le riabilitazioni, quando arriva il momento delle malattie, che sempre arriva in tutte la famiglie.
Certo, se avesse avuto nella busta tutto quanto, senza detrazioni fiscali e contributi sociali, si sarebbe pavoneggiato di una paga più degna. Ma come poi pagare, sull’unghia, la scuola e l’università per tre figli, le cure per la moglie, per se stesso? Io non ce l’ho affatto con il cuneo fiscale. Mille euro al mese in meno in casa, ma istruzione, salute, sicurezza fuori: io ci ho messo la firma e ancora ci sto a mantenerla. (E, soprattutto, non potrei non starci…).
Non ci sto, se quei 1000 che ho versato ogni mese vengono mal spesi, se vengono dilapidati, se vengono rubati, se vengono sprecati, se servono a mantenere ladri e prostitute, fannulloni e mafiosi.
Questo è un altro discorso: ma è il VERO discorso. Quindi, io odio e respingo la demonizzazione del cuneo fiscale.
M’incavolo se solo se ne parla.
Io voglio che si parli di come vengono spesi, non di come vengono presi i nostri soldi.
Smettiamola una buona volta di incantarci dietro i suonatori di pifferi». [Gian Piero Testa per ecoinformazioni]

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