A Moltrasio ricordo di Gianna e Neri, partigiani e compagni

Il dovere di un ricordo: il circolo Arci Settima Generazione, insieme a un folto numero di associazioni, istituzioni e personalità pubbliche, ha organizzato venerdì 27 giugno una giornata in memoria dei due combattenti. Al pomeriggio, all’imbarcadero di Moltrasio, celebrazione in ricordo di Giuseppina Tussi, nome di battaglia Gianna. Alla sera, cena conviviale e “narrazioni e canzoni” a cura di Roberta Cairoli e Filippo Andreani.
«Tenetevi la gloria che volete, io mi tengo l’amore» .
Così cantavano gli Atarassia Gröp ne L’ultimo minuto di Gianna, canzone contenuta all’interno dell’album Non si può fermare il vento che racconta gli istanti finali di vita della partigiana Giuseppina Tuissi, nome di battaglia Gianna, uccisa poche settimane dopo la morte del suo compagno, Luigi Canali, nome di battaglia Neri.
Il circolo Arci Settima Generazione, insieme a un folto numero di associazioni, istituzioni e personalità pubbliche, ha organizzato venerdì 27 giugno una giornata in memoria dei due combattenti.
Al pomeriggio, presso l’imbarcadero di Moltrasio, circa 50 persone hanno assistito alla cerimonia. Una delegazione, in barca, si è diretta verso il pizzo di Cernobbio: «Ed è così che han preso a calci questa donna silenziosa, fiera come una bandiera, fragile come una rosa», ha cantato Filippo Andreani – autore del disco La Storia Sbagliata, interamente dedicato alla vicenda dei due partigiani – mentre Cecco Bellosi deponeva una corona di fiori nelle acque del lago, nel punto in cui si pensa sia stato gettato il corpo della Gianna.
In contemporanea, di fronte al molo, la presidente di Settima Generazione Lella Greppi ha ricordato la partigiana, sottolineando come la vicenda di Canali e Tuissi ripercorra in modo intenso e drammatico il cruciale periodo della rifondazione dell’Italia moderna, attraverso e oltre l’abisso della dittatura fascista, dell’occupazione nazista e delle distruzioni della guerra. «La sera del 23 giugno – ha raccontato Greppi – una motocicletta con tre persone a bordo fu vista fermarsi dalle parti del Pizzo di Cernobbio: si udirono urla, uno sparo, un tonfo. Il lago non restituì mai il suo corpo, ma è così che giunse a termine la vita di “Gianna”, protagonista della Resistenza comasca e della bella e tormentata storia d’amore che unì per sempre il suo nome a quello di Luigi Canali, il Capitano Neri, comandante partigiano della 52° Brigata Garibaldi e vicecomandante del Raggruppamento Divisioni D’Assalto Garibaldine Lombarde del Comasco e della Bassa Valtellina. I due furono partigiani comunisti, riconosciuti dalla Commissione istituita nel Dopoguerra, e alla causa della Resistenza sacrificarono le loro giovani vite: subirono un’imboscata, furono incarcerati e torturati dai fascisti; il capitano Neri riuscì a fuggire, ma nel frattempo furono sottoposti a un processo da un tribunale di guerra garibaldino che li condannò a morte sulla base di sospetti di collusione con il nemico, mai confermati dalle vicende successive. Latitanti, vennero reintegrati nella 52° Brigata Garibaldi a cui appartenevano, prendendo parte attiva alla cattura di Mussolini e dei gerarchi fascisti che stavano fuggendo all’estero con l’ oro di Dongo».

Da parte sua lo storico Giorgio Cavalleri ha ripercorso le complesse fasi della “riscoperta” di Neri e Gianna, riscoperta che è stata portata avanti grazie alla ricerca sua e del giornalista varesino Franco Giannantoni, oltre che dalle scelte politiche di un nutrito gruppo di esponenti del mondo resistenziale e della sinistra, dopo che per molti anni sulla vicenda era stato steso un velo di pesante silenzio, dettato dalla difficoltà di mettere a nudo le contraddizioni e i conflitti interni alle formazioni partigiane e soprattutto al Partito Comunista. Quella di Neri e Gianna è dunque una storia che racconta ancora molto su quegli, ed è una ferita ancora aperta, tanto che per esempio l’Anpi ha preferito non aderire ufficialmente, anche se molti suoi rappresentanti erano presenti all’imbarcadero di Moltrasio.

È una storia in cui si mischiano amore, lealtà, tradimento, morte. I sentimenti e i fatti storici s’intrecciano con tale forza che è difficile districare il groviglio. «I responsabili non furono mai individuati con certezza, – hanno scritto in un documento gli organizzatori della giornata – ma la verità storica dice che si trattò di alcuni loro compagni che avevano partecipato alla stessa lotta di Liberazione. Nella loro vicenda sono rintracciabili elementi importanti su cui soffermarsi a riflettere: il diritto all’eterodossia e alla libertà di pensiero, il diritto a vivere con passione una storia d’amore anche in condizioni estreme e precarie, il diritto a qualche istante di umana debolezza sotto tortura, dentro una lotta durissima grazie alla quale si stava scrivendo la storia».

Dopo la cena, la vicenda di Gianna e Neri è stata ripercorsa con la musica e la poesia di Filippo Andreani, che con la sua sola chitarra ha riproposto i brani di La storia sbagliata, e con la partecipata spiegazione di Roberta Cairoli, che ha affiancato alle canzoni gli avvenimenti e il contesto storico che hanno fornito il materiale alla narrazione.

Ad ascoltare c’è stato un pubblico numeroso, attento e commosso, consapevole che l’incontro è stato un momento importante nel percorso di riappropriazione dell’intera vicenda resistenziale comasca, dei suoi punti alti e anche dei suoi tragici errori, e soprattutto di tutte le sue figure, tra cui quelle di Neri e Gianna meritano una considerazione particolare. [Andrea Quadroni, Fabio Cani, ecoinformazioni]
La corona di fiori deposta al Pizzo, nelle acque del lago.

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Lella Greppi, del circolo Arci Settima Generazione.

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Giorgio Cavalleri.

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La barca con la corona di fiori muove da Moltrasio alla volta del Pizzo.

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