Giorno: 11 Gennaio 2015

Como per la Pace lontana da Parigi

charlie teodoroPiù di mille persone hanno partecipato nel pomeriggio di domenica 11 gennaio alla Marcia per la Pace che la Diocesi di Como ha organizzato in collaborazione con Coordinamento comasco per la Pace, Acli, Unione degli studenti, Emergency, Teranga, Burkinabè, Chiese pentecostali ganesi e nigeriane, Sprofondo, Libera, Legami, Camera del lavoro – Cgil, Cisl, Uil, Scout Agesci Cantù e Como, Garabombo, La vela dell’Arca, Erga omnes e con il patrocinio del Comune di Como. Il corteo, partito da Porta Torre, ha percorso la città fermandosi più volte per dare voce ai diversi promotori. La manifestazione, sicuramente più partecipata per l’emozione suscitata dalla strage di Parigi, non ha però voluto dare all’attualità uno spazio rilevante. Pochissimi i cartelli di solidarietà a Charlie Hebdo. La questione è tuttavia emersa indirettamente in alcuni interventi e molto vivacemente nelle parole di Teodoro Margherita con toni molto forti segno evidente di una grande solidarietà emotiva verso le vittime parigine. Margherita, mostrando la copertina di un numero della rivista, ha voluto sottolineare che i giornalisti e i disegnatori ammazzati sono stati uccisi per la loro dissacrante capacità di satira di tutte le religioni.  Dopo molte prese di posizione lungo il percorso e un flash mob (Terzo paradiso) la Marcia è arrivata in piazza Duomo dove nelle parole del rappresentante della comunità islamica libanese si è potuta misurare la distanza dell’islam dalla violenza che inverosimilmente e criminalmente gli viene attribuita. A chiudere gli interventi è stato il sindaco Mario Lucini che ha ribadito l’importanza delle reti pacifiste alle quali partecipa la città di Como e la necessità di un impegno personale per la Pace.  Presto on line sul canale di ecoinformazioni i video della manifestazione. [Le immagini della gif copertina del post sono di Alida Franchi]

Di seguito alcune immagini del corteo [Foto Fabio Cani].Blog-MarciaPace03

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Sgrena/ Le vere vittime dei fanatici sono i musulmani moderati e laici

ilmanifesto«L’angoscia e lo smarrimento suscitati dalle immagini che arrivavano da Parigi, lasciano ora spazio a interrogativi e considerazioni. Innanzitutto la freddezza e la preparazione militare dei terroristi segna un salto di qualità nel terrorismo islamico globale. Persino l’urlo di “Allah u Akbar” così nitido è apparso privo di emozione e di fanatismo. L’obiettivo stesso appare simbolico più che frutto di una reazione a vignette anti-islamiche, che sarebbe stato più comprensibile in occasione della pubblicazione di quelle più dissacranti.

Le vignette contro Maometto pubblicate da un giornale danese nel 2005 avevano provocato mobilitazioni anti-occidentali in vari paesi musulmani, mentre l’attacco di Parigi è stato condannato con rare eccezioni di plauso. L’obiettivo scelto è infatti molto “sofisticato” per le masse arabe, si è voluto colpire la laicità nella sua espressione più radicale: Charlie Hebdo in nome della libertà dissacrava e sbeffeggiava la religione come la politica o il sesso.

L’obiettivo sembra quindi più una scelta dell’islamismo francese o europeizzato. Chi può odiare tanto un simbolo della laicità se non un islamista francese? Questo attentato è il frutto avvelenato dell’islam globalizzato, un’ideologia sostenuta anche da intellettuali occidentali che hanno convinto molti europei della loro intenzione di modernizzare l’islam mentre il vero obiettivo era ed è quello di islamizzare l’Europa. È la stessa ideologia che ha generato il califfato di al Baghdadi, che in nome dell’islam globale vuole abbattere le frontiere coloniali in Medioriente.

La coincidenza con l’uscita del provocatorio romanzo di Houellebecq Sottomissione (traduzione letterale di Islam) sulle conseguenze della diffusione dell’islam in Europa – i musulmani sono già e saranno sempre più una presenza importante e financo preponderante – ha scatenato ipotesi drammatiche sul nostro futuro. Questo ci deve spaventare? No, ma non possiamo ignorare le contraddizioni vissute da chi, di origine musulmana, è cresciuto in un paese più o meno laico (l’Italia non lo è) e apprezza questa laicità ma non è disposto a mettere in discussione i principi dell’islam (secondo una versione integralista) soprattutto rispetto alle donne. Sono contraddizioni più laceranti nei giovani che negli adulti.

Lo scontro più duro tra un mondo sostanzialmente laico e la volontà di imporre una visione più ortodossa dell’islam si è verificato di recente proprio in un paese musulmano come la Tunisia. Non a caso i due fratelli franco-algerini ritenuti responsabili dell’attentato – Chérif e Said Kouachi – sono legati alla filiera jihadista Buttes-Chaumont di Boubaker al Hakim, franco-tunisino, che ha rivendicato nel dicembre scorso, l’assassinio dei due noti esponenti del Fronte popolare, Chokri Belaid e Mohamed Brahmi. La rivendicazione, a nome dello Stato islamico (Isil), è avvenuta alla vigilia del secondo turno delle presidenziali tunisine e faceva appello al boicottaggio.

Sebbene i due giovani siano stati indicati dai testimoni come appartenenti ad al Qaeda in Yemen, il loro passato è più legato ad al Qaeda in Iraq che sarebbe poi diventata Isil. E questo dimostra come il terrorismo globale non risponda più a una sigla ma molti gruppi possono agire in nome del Jihad. Kouachi era stato arruolato nel 2004 da Farid Benyettou, autoproclamatosi imam. I due erano stati arrestati nel 2005 mentre Kouachi era in partenza per Damasco. Boubaker al Hakim, arrestato in Siria dove ha passato un anno in carcere, è stato estradato in Francia nel 2005, dove nel 2008 è stato condannato a sette anni, ma nel 2011 è stato liberato.

Sono solo alcune storie di jihadisti che dimostrano come personaggi già noti alla giustizia possano continuare a organizzare attentati tra una missione e l’altra sui terreni di guerra. È questo il terrorismo globale, che non può essere combattuto solo con misure di sicurezza: ancora più importante è combattere l’ideologia portata alle estreme conseguenze dai terroristi. Il “successo” in Iraq e Siria di al Baghdadi ha fatto proliferare i suoi sostenitori nel nord Africa e anche in occidente.

Ora si chiede alla comunità musulmana di condannare il terrorismo, di farlo più esplicitamente. Questo indubbiamente serve a isolare i jihadisti, ma non basta farlo quando c’è l’emergenza, la paura, occorre prestare maggiore attenzione a quelle forze, a quei religiosi, che dentro il mondo islamico si battono, a loro rischio e pericolo, per una secolarizzazione dell’islam. Non serve condannare le atrocità commesse in nome dell’islam solo quando toccano l’occidente, perché le principali vittime del fanatismo non siamo noi ma i musulmani moderati e laici». [Giuliana Sgrena, Il manifesto]

Saladino/ Con Voltaire

voltaire«Oggi tutti i “Charlie” del mondo parteciperanno fisicamente o idealmente alla grande manifestazione parigina. Li aspetta per il futuro un impegno alla coerenza molto pesante. Dovranno rinunciare a ogni esplicito o inconfessato estremismo in ogni campo: religioso, civile, dei diritti. Eh sì! Altrimenti non saranno “Charlie”. Un omofobo non può essere Charlie. Un cattolico integralista non può essere Charlie. Charlie non si oppone all’aborto, al divorzio, all’eutanasia. E può mai essere Charlie una ‘sentinella in piedi’? Le conventicole, i gruppi, le consorterie non sono Charlie. Charlie vive all’aria aperta!
Dire “io sono Charlie” è dichiarare senza se e senza ma l’appartenenza a una laicità radicale, totale, senza fede, senza credo, senza principi da difendere se non quello “sacro” della libertà di esistere e di esprimersi (con il pensiero, la parola, la scrittura, la vignetta….).
Io NON sono Charlie (tra l’altro non ne ho mai saputo nulla, ne ho ignorato l’esistenza fino ai tragici fatti di Parigi), perché non condivido la sua blasfemia (gratuita e molto rozza). Naturalmente sto giudicando quel poco che è circolato in questi giorni in modo assolutamente soggettivo…. Insomma ti può scappare un sorriso ma, in breve, in bocca ti resta l’amaro. Mi pare un’ilarità da taverna più che da ville lumière, fine a se stessa.
Ma Charlie deve esistere! Ha assoluto diritto di esistere!
Se potessi parteciperei, nella capitale dell’Illuminismo, alla manifestazione di oggi non perché “sono Charlie” ma per volteriana convinzione». [Bruno Saladino]

Lanfranco/ Laicità: l’unico antidoto al terrore

lanfrancoLa direttora di Marea Monica Lanfranco afferma che «la lotta contro la violenza fondamentalista si fa dando spazio alla laicità, e che solo la secolarizzazione, con la separazione tra stato e religione, garantisce l’affermazione dei diritti umani, schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è sempre fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale». 

«“Il Corano è contraddittorio, e come tale è umano. Noi musulmani non abbiamo avuto ancora la nostra riforma liberale, ma innumerevoli riforme conservatrici. Oggi riformare non significa dire alla gente come pensare, ma dare loro il permesso di pensare e di fare domande sui nostri testi sacri. E questa è considerata una sorta di eresia anche fra i musulmani non estremisti. Sono una musulmana dissidente, sono una Muslim refusenik, ma questo non significa che io rifiuti l’Islam: rifiuto di unirmi a un esercito di automi in nome di un dio, incluso il mio”.

Lo scrive, nel 2004, nel suo libro My trouble with Islam, (in Italia con il titolo Quando abbiamo smesso di pensare) una giovane attivista e giornalista musulmana: il suo nome, Irshad, non a caso significa ‘guida’. E nel suo sito è proprio la stessa Manji ad accettare la sfida insita nel suo nome: “Essere una guida per il popolo musulmano verso il coraggio morale e la riforma democratica” – scrive.

Il successo del libro, immediatamente preso di mira dai fanatici integralisti, è planetario; nel giro di due anni viene tradotto in tutto il mondo occidentale e anche, per specifico desiderio dell’autrice, in urdu, arabo, farsi, indonesiano, sloveno, e molti capitoli sono disponibili gratuitamente on line.

Irshad, che nel testo ringrazia Allah per la sua vita e per l’amore della sua compagna, è la prima donna musulmana di dichiarata fede islamica a prendere parola pubblica contro l’integralismo religioso, e lo fa in maniera inedita e dirompente.

“Sono credente, e sono lesbica. Ma il mio dio non è quello degli integralisti, che mi vorrebbero morta perché amo una donna. Se dio non avesse voluto che io fossi come sono io non ci sarei. Dio non mi giudica per quella che sono, sono gli esseri umani a farlo”. Ishad Manji, nata proprio nell’anno simbolo dell’inizio delle rivoluzioni antisistema e antipatriarcali in occidente, irrompe a soli 35 anni sulla scena mondiale e diventa in breve un punto di riferimento per una vasta parte dell’opinione pubblica, in particolare giovanile, del mondo arabo e musulmano.

In Italia, come sovente accade, il libro non ha visibilità: non piace a destra per ovvi motivi e nemmeno a sinistra, perché non inneggia alle colpe dell’occidente, ma anzi punta il dito verso la religione delle ‘vittime’, l’islam, che per una parte della sinistra italiana non è criticabile come l’ebraismo e il cattolicesimo, considerate colonialiste e responsabili della reazione violenta dell’islam.

Stessa sorte di oblio è quella delle voci laiche, atee e agnostiche del mondo musulmano, che pure ci sono: in ottobre a Londra si è svolta una impressionante convention, per presenza e livello culturale, per la laicità nel mondo, in particolare quello islamico, la Secular Conference http://www.secularconference.com .

Non uno dei giornali italiani ha mostrato interesse, nonostante le segnalazioni: le uniche giornaliste italiane presenti eravamo io e Marina Forti, e, ironia della sorte, è stata la Riforma (testata protestante) l’unico giornale, oltre a Noidonne, a volere articoli di approfondimento sull’evento.

Quello che da anni dicono, senza eco mediatica, le persone impegnate nel mondo musulmano laico, è che la lotta contro la violenza fondamentalista si fa dando spazio alla laicità, e che solo la secolarizzazione, con la separazione tra stato e religione, garantisce l’affermazione dei diritti umani, schiacciati da ogni teocrazia, che per sua natura è sempre fondamentalista, sessista, omofoba e patriarcale.

Piacciano o no le vignette di Charlie Ebdo, in gioco non ci sono il buon gusto e la volgarità, presente talvolta nelle vignette: c’è la convivenza in un mondo nel quale si può discutere di tutto e uno nel quale si muore per reato di blasfemia.

Non è casuale che nel mirino ci sia la Francia: piaccia o no è il paese europeo nel quale si è scelto di criticare apertamente il multiculturalismo, che lascia molte zone d’ombra su diritti universali e laicità, e dove si afferma il primato laico nello spazio pubblico sulla pur tutelata libertà religiosa individuale.

Come scrive Maryam Namazie, http://freethoughtblogs.com/maryamnamazie/ intellettuale attivista iraniana laica “Il razzismo ed il fascismo hanno le loro proprie culture. Lottare per i diritti umani significa condannare i credo reazionari, non osservarli. La sconfitta del nazismo e delle sue teorie biologiche ha contribuito al discredito del concetto di ‘superiorità razziale’ e tuttavia il pregiudizio che ci stava dietro ha trovato forme di espressione più accettabili per il nostro periodo storico. I relativisti culturali difendono gli olocausti dei nostri giorni. Chiunque rispetti l’umanità deve impegnarsi per l’abolizione di ciò che è incompatibile con la libertà umana”». [Monica Lanfranco, Marea]

Menapace/ Io sono… Charlie

menapaceLa pacifista e femminista storica Lidia Menapace nella sua mailng list interviene nel dibattito sulla scelta di essere o non essere Charlie e afferma la necessità di essere Charlie indipendentemente da ogni giudizio sulla rivista.

«Io sono…

Vedo che il motto usato dai parigini per manifestare contro l’uso dell’omicidio  come espressione politica, ha dato luogo a molte prese di posizione, precisazioni, distinguo ecc.ecc. 

Mi  permetto di osservare che forse questa difficoltà di “esporsi” dipende dall’età e segnala che chi non é d’accordo è giovane (il che é molto bello) ,ma anche un po’ smemorato/ a (e questo è meno esaltante). A me il motto ha subito fatto venire in mente un episodio famoso del ’68 francese: tra gli studenti  ve era uno tedesco e di famiglia ebrea, ed era stato preso di mira (solo metaforicamente) da stupidi avversari e allora tutto il movimento  per dimostrare che era in grado di andare oltre alcune motivazioni  si  riconobbe nel motto “siamo tutti ebrei tedeschi” siamo cioè quelli che non dimenticano di essere stati occupati dall’esercito del Reich, ma anche di aver avuto un governo  collaborazionista (Petain), e che la strage degli Ebrei per quanto orribile non ha ancora spento l’antisemitismo. Credo sia ancora nella memoria dei parigini e che dire che si è Charlie Hebdo non significa essere d’accordo sul tipo di sarcasmo che il settimanale in questione usa programmaticamente, ma appunto se  difendo la libertà di Charlie Hebdo di usare anche un sarcasmo che spesso mi disturba e che è di un tipo che non amo, lo posso e debbo dire, proprio quando protesto contro chi gli spara, altrimenti mi lascio condizionare dalle minacce alla libertà di espressione: sono libera  di dire che spesso Charlie Hebdo non mi piace, proprio mentre protesto perchè e contro chi vuole impedirgli di dire. 

Cari,care è la complessità , che non  va ridotta, ma governata, gestita: si tratta di un necessario allenamento, difficile, ma non se ne può fare a meno:  nell’Udi chiamavamo ciò gestire le differenze anche teoricamente non componibili 

E  aggiungo che vale la pena di ripercorrere la memoria, dato che tutti e tutte noi abbiamo assistito senza parole a un motto che i soldati del Reich portavano sul cinturone e che è una delle bestemmie più sfrontate che mai si siano dette: Gott mit uns, dio è con noi. Ma per la verità siamo stati proprio noi cristiani a inventare le guerre sante e a usare la tortura per far confessare eretici e streghe, da quel frate via di testa che percorse l’Europa al grido Dieu le voult, dio lo vuole, facendo più vittime di tante crociate, senza nemmeno riuscire a raggiungere il mare, in avanti; solo Paolo VI  ieri mattina  pensò bene di restituire ai Turchi le bandiere  catturate dalla flotta “cristiana” che sconfisse “gli Infedeli” a Lepanto, e di correggere il famoso motto “si vis pacem para bellum” nel razionale “si vis pacem para pacem”,via! un po’ di ripasso». [Lidia Menapace]

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