Como Capitale/ Cani: per chiarire questioni non banali

como-cap-cultura-copFabio Cani, condirettore di ecoinformazioni e autore dell’articolo Da Como a Expo per Como capitale, che ha animato un interessante dibattito con l’intervento di Mauro Frangi, risponde al presidente della Fondazione Volta.

«Caro Mauro,

non amo i botta e risposta in pubblico, che rischiano sempre di diventare un teatrino e una corsa a chi si tiene l’ultima parola, se non per un paio di ragioni; la prima: se servono a chiarire questioni non banali; la seconda: se servono a chiarire il rispetto delle reciproche posizioni sulle medesime questioni.

Il nostro scambio credo che ricada sotto entrambe queste categorie e quindi provo a chiarire alcune (mie) opinioni.

Innanzi tutto mi consentirai il fatto che in un “resoconto” come quello che ho steso per “ecoinformazioni” non tutto sia strettamente “in linea”; qualche battuta serve qui e là a risollevare l’ambiente e quindi alla “gita scolastica” e a varie altre amenità non annetto particolare importanza, ma mi preme rassicurarti sul fatto che dell’incontro di sabato – a cui sono intervenuto sì «senza entusiasmo» ma convinto della sua importanza – ho steso una sorta di verbale assai articolato e quindi le riflessioni che ne ho ricavato non sono nate lì per lì solo per il gusto di polemizzare. (Chiarisco solo – perché ci tengo – che sulle «facce sconosciute» non ho affatto ironizzato, al contrario ironizzavo sulla nostra sciocca reazione di chi vede una faccia nuova e pensa «ma quello lì chi è?»)

Venendo alle questioni più importanti, inizio dal fondo.

La coesione territoriale non mi pare possa ridursi a «indossare una maglietta e fare squadra». Ho capito la metafora, ma mi pare inadeguata. Credo che un territorio, una comunità, una società abbia bisogno di qualcosa di più che non di una squadra. Sempre per restare alla semplificazione, penso che sia meglio una reale dialettica. Ribadisco: alla vostra richiesta di fare squadra per Como capitale della cultura è mancata secondo me una vera ricerca di partecipazione. È la questione da cui sono partito nel mio intervento al “workshop” di sabato (che era – spero me ne darai atto – forse non entusiasta ma tutt’altro che negativo) e ancora prima alla conferenza stampa del 23 luglio scorso. Con tutta la fiducia possibile nelle nuove tecnologie, non si costruisce partecipazione con un sito e nemmeno con un workshop a Expo, si costruisce con un percorso lungo e complesso non solo di “ascolto”, un percorso che questa amministrazione aveva cercato di iniziare anche in campo culturale (una riunione in sala stemmi, a cui pure ricordo di aver dato un piccolo contributo) ma che non ha poi proseguito. Nella lista dei «perdibilissimi» – come ho scritto – non sono finiti solo quelli che «ci si sono messi» – come hai scritto tu – ma anche associazioni che in questi mesi, anni, decenni, hanno costruito faticosamente un dialogo con le istituzioni, che ci hanno messo non solo l’entusiasmo e le competenze ma anche, a volte, denaro contante e che sono state bellamente dimenticate (sono in grado di fornire al riguardo prove documentate).

Comunque… Per partecipare bisogna conoscere non solo il campo di gioco, ma anche gli obiettivi e le regole, che voi avete solo in parte comunicato (il dialogo con Alberto Longatti sul vero “centro tematico” del programma, “interrotto” per non rivelare le proprie carte agli altri concorrenti è stato a tratti francamente surreale – ma è solo un esempio), e che alla fine si sono ridotte allo sforzo di costruire un programma “più bello”. Beh, caro Mauro, non mi pare che basti.

Sono senz’altro d’accordo con te che serva, per generare sviluppo, una visione strategica, ma quella sottesa a Como capitale della cultura mi sfugge (e – ti assicuro – non solo a me: anche a molte persone assai diverse da me e dal mio modo di pensare) e voi non vi siete molto preoccupati di comunicarla. Forse da lì si poteva provare a partire. Certo: meno “di richiamo” (anche nei confronti di molte associazioni ansiose solo di rimpolpare i propri magri bilanci), più a rischio di essere scambiato con il solito “parlarsi addosso”… Ma se non si fa chiarezza sulla visione strategica è difficile non dico riuscire a “mettersi d’accordo” (sono abituato da molto tempo a stare dalla parte del torto) ma nemmeno a confrontarsi.

Sulla questioni dei contenuti. Tu scrivi che Como non ha festival con tradizioni pluridecennali (ma ce l’avevamo e ce l’invidiava l’Europa e ce lo siamo, per colpa di tutti, giocato), non ha torri pendenti (ma abbiamo monumenti antichi e moderni non proprio sconosciuti nel mondo) e non ha siti archeologici (ma abbiamo una delle culture antiche più interessanti dell’arco alpino). Però – non dimentichiamolo – abbiamo il lago più bello del mondo; e abbiamo alcuni nomi entrati stabilmente (magari anche a vanvera) nell’immaginario collettivo: Bellagio, Volta, Manzoni, Stendhal e via discorrendo… Persino i Maestri comacini (che – come è noto – non amo).

Lavorare con «estro, creatività e voglia di fare» su tutto questo e su altro ancora è non solo possibile ma anche doveroso, giovani e anziani, singoli e associazioni, donne e uomini, locali e forestieri. Lo facciamo quotidianamente tutti noi, con e senza maglietta. Ognuno con le proprie competenze, e anche con le proprie voglie e – forse – fissazioni. La direzione non può – non deve – essere unica, lo dico in nome della biodiversità culturale, senza la quale qualsiasi ambiente culturale – come quello naturale – si degrada. E in ogni caso la «caratterizzazione forte» a cui tanto aspirate attendo ancora di conoscerla. Certo: la leggerò sul dossier finale.

Per lavorare con «estro, creatività e voglia di fare» su tutto questo servono «precondizioni», ovvero – non solo, ma anche – «strutture». Questa è una delle questioni che ho provato a porre ripetutamente, e da tempi non sospetti, senza ricevere fino ad ora alcuna risposta.

Da ultimo una battuta per le risorse economiche. La spesa pubblica è certamente “esaurita”, pur tuttavia qualche risorsa il territorio riesce a metterla in campo. Non troverei così disdicevole che si esplicitasse – anche nel campo culturale – un’idea di priorità, in modo che “la gente” possa rendersi conto di perché si fanno alcune cose e non altre; la lista potrebbe anche essere frutto di una condivisione di molti soggetti (evito di fare dello spirito su eventuali trovate tecnologiche al riguardo) e forse servirebbe quanto meno a capire perché siamo arrivati a questo punto. Capitale della cultura a parte.

Infine, una notazione personale. Nonostante lo scarso entusiasmo, sicuramente determinato da una certa stanchezza, continuo a stare “dentro” molti processi culturali e politici – anche alcuni che non condivido – non solo per il gusto di «discettare, chiosare, ironizzare, evidenziare limiti e lacune». Come ho già avuto modo di scrivere – proprio all’amico assessore Luigi Cavadini – non sono così vanesio da pensare che mi si legga, ma qualche anno di impegno stanno a dimostrare che un piccolo, piccolissimo, minuscolo contributo a Como capitale della cultura – se mai lo diventerà – l’ho dato anch’io.

Un caro saluto. [Fabio Cani, presidente del circolo Arci Ecoinformazioni]

 

PS: La metafora “un autobus che passava” è curiosa.

Qualcuno di noi prende tutti gli autobus che passano? Se così fosse il sistema dei trasporti pubblici non sarebbe così in crisi.

Anzi: anche quando davvero aspettiamo un autobus che non arriva mai stiamo ben attenti a salire su quello giusto. Perché il rischio di andare in direzione sbagliata (non dico proprio opposta) è un rischio reale che nessuno di noi vuole correre.

Di autobus – si sa – ce ne sono molti, anche in tempi di crisi; qualcuno dice persino ancora troppi. E allora perché salire sul primo che passa? O non era il primo? Quanti ne abbiamo lasciati passare? Ma anche: quanti sbagliati ne abbiamo già presi e siam finiti fuori strada? in una landa sperduta dove passa quell’unico autobus che – certo – non prendere sarebbe una stupidata perché comunque da qualche parte ci riporterà.

Però riflettere sul sistema dei trasporti, e sulla nostra personale storia di viaggi e spostamenti, non sarebbe così fuori luogo.

Perché tutte le strade (e tutti gli autobus) portano a Roma, ma Roma non è l’unica capitale.»

2 thoughts on “Como Capitale/ Cani: per chiarire questioni non banali

  1. la torre Gattoni e’ una torre pendente ; l’Autunno musicale faceva di Como una capitale internazionale e quindi ?

  2. dimenticavamo i siti archeologici presenti nelle teste di chi si e’ giocato l’Autunno musicale; fatto, abbiamo anche quelli. Portiamo a casa 1 milione dopo averne buttati 30.

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