Buona scuola/ Ultima spiaggia di un progetto distruttivo e inadeguato

sel comoSe per il Pd la “Buona scuola” è il primo timido passo di un percorso virtuoso di riforma, per Sel essa è l’ultimo tassello di un quadro disastroso di svuotamento della scuola pubblica, di privatizzazione e di sacrificio di qualità e diritti. La divergenza è totale. L’intervento di Marco Lorenzini, coordinatore provinciale comasco di Sel che segue la illustra pienamente.

«L’approvazione della legge 107 dello scorso luglio, “La buona scuola” di Renzi, ha chiuso un ciclo di riformicchie che era iniziato nella seconda metà degli anni novanta. Dimenticare questo dato e il legame tra i diversi tentativi di riforma, in genere leggi affrettate, poco condivise e peggio applicate, vuol dire non avere il quadro storico. Non è la legge di questo governo delle larghe intese che ha trasformato la scuola, anche se ciò avverrà nei prossimi anni con più forza nel sistema organizzativo, ma è la scuola pubblica che era già cambiata nella sua configurazione giuridica e nei suoi presupposti epistemologici. La modificazione dell’aspetto giuridico che ha dato il via alle trasformazioni della scuola è quello della legge Bassanini (art.21, della legge 15 marzo 1997, n.59 entrata in vigore nell’anno scolastico 2000-2001); tale riforma ha dato autonomia alle istituzioni scolastiche moltiplicando modelli e formule organizzative, senza dare strumenti e risorse per i due aspetti importanti, autonomia didattica e autonomia di ricerca, che sono di fatto rimasti al palo. Ciò che è emerso nel tempo è l’attenzione al sistema organizzativo, alla ricerca di finanziamenti territoriali che ha surrettiziamente introdotto nella scuola pubblica mentalità privatistiche.

La scuola di tutti non può che essere pubblica, perché ha come fondamento epistemologico le condizioni e i metodi per giungere all’obiettivo di offrire dignità culturale a grandi masse di persone. E’ ciò che l’art. 34 della Costituzione di fatto promuove: aprire la scuola a tutti vuol dire che lo stato sociale è uno stato di cultura, cioè che esclude ogni discriminazione nell’accesso ai saperi e nel diritto all’istruzione; quindi compito dello stato è rimuovere ogni ostacolo perché la scuola sia veramente accessibile e l’istruzione sia generalizzata. Ma la legge Berlinguer sulla parità (10 marzo 2000, n° 62) fa rientrare la Scuola Paritaria nell’alveo della Scuola Pubblica. Tale scuola paritaria, pertanto viene distinta da quella statale, ma entrambe, sia la scuola Statale che quella Paritaria, sono a pieno titolo Scuole Pubbliche; mi sembra evidente che tale configurazione giuridica sia quantomeno in dissonanza con la Costituzione, perché ogni impresa che ha come scopo il profitto, altrimenti non è una impresa, non può rispondere a quei criteri di base fissati dalla carta costituzionale. Del resto basterebbe guardare le statistiche sui soggetti che frequentano le scuole paritarie e quelle lombarde (anche private) che hanno goduto di prebende per anni, per scorgere assenza quasi totale di alunni BES (Bisogni Educativi Speciali), di allievi con L1 (prima lingua) diversa dall’italiano, di allievi con bassa condizione socio-economica. Il paragone con la sanità in Lombardia è evidente, si dà la patente di pubblico ad ospedali privati che moltiplicano le prestazioni per guadagnare sui rimborsi, ma questi non aprono settori costosi e poco remunerativi come quello della prevenzione, della cura delle dipendenze, degli anziani, del pronto soccorso.

Una ulteriore tappa che ha cambiato la scuola pubblica è quella che ha trasformato il preside in un dirigente, e qui la sinistra ha dimenticato che negli anni ’70 aveva fatto la battaglia per eliminare il preside e avere in cambio due figure, una come responsabile della didattica e una come responsabile organizzativo. Negli anni duemila, tra il 2003 e il 2010, si collocano poi, sulla scia della filosofia Berlinguer, la riforma Moratti e la riforma Gelmini che oltre a uccidere di fatto l’istruzione professionale e ridimensionare quella tecnica, hanno riportato la scuola primaria agli anni cinquanta e cambiato le finalità dell’istruzione. In questo ventennio da metà anni novanta al 2015 si sono sostanzialmente messi in atto dei processi che la buona scuola di Renzi ha soltanto consolidato. I finanziamenti per l’aggiornamento si sono progressivamente ridotti, la centralità della didattica, ormai solo a parole, è divenuta centralità del sistema organizzativo (gran parte delle risorse orarie e finanziarie vanno lì), gli organi collegiati sono stati progressivamente svuotati di senso, il dirigente scolastico  è sempre più un manager dell’istruzione, intento a costruire reti e cercare fondi; il sistema di valutazione della scuola (in realtà dovremmo parlare di decine di modelli diversi) non è mai divenuto un sistema trasparente, democratico di autovalutazione e di promozione di carriera (per esempio alla francese). Con la buona scuola il dirigente è un leader educativo con funzioni ampie che esautorano il Collegio docenti di quelle funzioni che le erano rimaste: la decisione delle priorità del RAV (Rapporto di Autovalutazione) e del Ptof (Piano Triennale dell’Offerta Formativa) sono del Dirigente e i docenti sono ascoltati solo per un parere, che non è vincolante.

Per non entrare nei tecnicismi, che rischiano di annoiare i lettori, propongo alcune riflessioni di fondo sulla scuola: il sistema scolastico andava riformato perché la sua grande finalità uscita dalla stagione post bellica, alfabetizzare masse di giovani che accedevano all’istruzione superiore per la prima volta, era stato raggiunto negli anni settanta. Peccato che da allora non è stato più individuato un grande obiettivo per la scuola pubblica, per cui a partire dagli anni ’80, quando la globalizzazione è divenuta un tritatutto di identità e di culture territoriali, l’istituzione scolastica ha vivacchiato galleggiando nella sua autoreferenzialità. E’ in questo periodo che la classe docente è invecchiata, è divenuta più ricattabile economicamente, si è ulteriormente femminilizzata (più dell’80% del totale), ha subito la contrazione di fondi per l’aggiornamento disciplinare e la poca convinzione del legislatore sulla reale centralità della scuola nella società, non è stata più consultata e coinvolta nei processi di riforma. Forse vale la pena ricordare che in questo periodo (quello berlusconiano per sintesi giornalistica) la cultura di massa promuoveva principi quali: con la cultura non si mangia, l’importante è il lavoro non la formazione, il docente è un impiegato pubblico fannullone, per le poche ore di lavoro di un docente il salario è fin troppo generoso, la vera formazione si fa all’estero, serve meno cultura generale e più cultura del lavoro, la solidarietà come atto di condivisione di valori deve trasformarsi in valorizzazione dell’individuo che diviene imprenditore di se stesso. La buona scuola ha avuto il merito di porre il sistema scolastico nell’agenda della programmazione governativa e ha ridato all’istruzione, almeno come messaggio mediatico, il suo ruolo centrale di motore della società. Peccato che ciò è avvenuto a costi elevati per il sistema pubblico: si passa definitivamente da un sistema organizzativo orizzontale ad uno verticale, si creano di fatto figure docenti con diversa dignità lavorativa, si pone al centro la competizione tra sistemi scolastici come dato strutturale, viene promossa la flessibilità che non è altro che cultura della precarietà, al servizio di un sistema produttivo che ha sempre più bisogno di figure esecutive e meno di soggetti con autonomo pensiero critico.

Ho firmato il referendum di Possibile sulla scuola, più per solidarietà che per convinzione che questo strumento sia quello giusto per ridare all’istituzione scolastica il ruolo che gli spetta nella società. Dentro la scuola vi è una riserva di valori ampia, vi sono competenze che hanno portato a proposte interessanti, quanto inascoltate, come quella dell’autoriforma e della Lip (Legge di Iniziativa Popolare), vi sono esperienze didattiche innovative che avrebbero potuto divenire modello, vi sono idee e saperi che in questa nuova fase sarà complicato trasmettere alla nuova classe docente che si accinge ad entrare nella scuola; tanto sarà impegnata a compiacere i dirigenti per non perdere il posto di lavoro ed elemosinare un pezzetto di salario aggiuntivo con un incarico organizzativo che non ha più il prerequisito della totale indipendenza critica. Rimango pessimista sulla possibilità che questa legge dia realmente all’istituzione scolastica un volto utile a reggere i tempi e soprattutto ad indicare un futuro, perché la scuola dovrebbe formare la nuova classe dirigente, indicare una strada alla società, rimanere indipendente dalla sfera economica, costruire uno spazio-tempo entro il quale il bambino e l’adolescente poi, possano vivere il loro processo di crescita senza l’ansia della competizione per primeggiare e senza l’ansia della prestazione valutata a tutti i cost». [Marco Lorenzini, coordinatore provinciale Sel Como]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: