Vivere eguali a Villa Olmo
Domenica 22 maggio si è svolto a Villa Olmo il convegno che ha affrontato la tematica della Vita Indipendente, oggetto di battaglie politiche, giuridiche e sociali da parte delle persone portatrici di disabilità. Ampia la partecipazione ad un dibattito che ha proposto anche una lettura della Costituzione e delle relativa riforma, con una lente assolutamente nuova, quella dalla parte dei disabili.
L’esposizione di Raffaello Belli (vedi scheda), rispetto alla nostra Costituzione e alle Convenzioni internazionali ha cercato di stimolare un’ampia riflessione su ciò che può rendere davvero uguali le persone con disabilità. Il rispetto dei loro diritti fondamentali è una questione che riguarda lo stato di diritto e la qualità della democrazia. Per nessun tipo di discriminazione la vita quotidiana viene ostacolata o impedita. Qualunque sia la cittadinanza o l’appartenenza di genere, si può muoversi, mangiare da soli, organizzare riunioni, andare al cinema. Per i disabili no, per loro questo si realizza “solo se” qualcuno lo consente.
I dati Istat più recenti (2013) ci dicono che la popolazione con limitazioni funzionali gravi tra i 15 e i 64 anni, ammonta a circa 540.000 persone al netto delle persone ospiti presso presidi socio-assistenziali. Si prende in considerazione solo questa fascia di età poiché alla persona con disabilità, quando compie 65 anni, l’ente pubblico offre i servizi previsti per gli anziani e preclude, di norma, quelli previsti per i disabili anche se la persona che ne sta usufruendo e le sue condizioni non richiederebbero alcun intervento né alcun cambiamento di stile di vita. Questa è una prima criticità. Altra criticità, è rappresentata dai dati che mostrano quanto ancora bisogna lavorare per l’effettiva inclusione. Circa il 37,3 % tra quanti hanno limitazioni funzionali gravi ha restrizioni nella possibilità di studiare per motivi di salute; solo il 19,7% risulta occupato;il 76,2 % ha difficoltà ad uscire di casa; il 70,5 % ha difficoltà ad accederea gli edifici e il 59,6 % ha difficoltà ad utilizzare i mezzi pubblici a causa di barriere ambientali. Il 47,6% dichiara di avere grosse difficoltà ad incontrare amici o parenti, il 60,8% dichiara di avere difficoltà a svolgere attività nel tempo libero e il 36,3 % ha difficoltà ad usare internet. Infine , tenendo conto che circa la metà (270.000) delle persone che hanno limitazioni funzionali gravi vive come figlio o figlia con uno o entrambi i genitori, che il 36 % vive con il partner e/o i figli, e che il 9,6 % vive solo, che circa la metà della popolazione giovane e adulta con gravi disabilità non riceve aiuti dai servizi pubblici, che la situazione economica dei disabili gravi che vivono da soli è critica e che il 64% dei figli con disabilità grave sopravviverà a tutti i familiari, il quadro che emerge dimostra che il percorso dall’eguaglianza delle possibilità all’eguaglianza dei risultati concreti, come scrive Raffaello Belli, è ancora molto lungo.
Come noto, la Legge quadro n.328 del 2000 attribuisce ai Comuni la competenza in materia di assistenza sociale, in particolare per quanto riguarda il supporto economico e logistico alle famiglie in cui sono presenti bisogni sociali di varia natura, tra cui quelli connessi alla cura e all’integrazione sociale delle persone disabili. Negli ultimi anni le capacità di spesa dei Comuni appaiono fortemente condizionate dalla crisi economica e dalle ridotte disponibilità di risorse. I trasferimenti verso i Comuni volti a finanziare la spesa sociale hanno subito drastiche riduzioni a partire dal 2009, principalmente con i tagli al Fondo Nazionale per le Politiche Sociali, ma anche agli altri fondi destinati ad apportare risorse a questo settore, fra cui il Fondo per la non autosufficienza. I dati del 2013, anche se provvisori, confermano l’andamento decrescente della spesa sociale dei Comuni, con un ulteriore calo del 2,7% rispetto al 2012. La quota di spesa sociale dei Comuni rivolta ai disabili ammonta a 1 miliardo e 630 milioni di euro nel 2011, di cui circa la metà è destinata ad enti privati (in genere cooperative) che gestiscono i servizi. Dello stato dell’arte della Vita Indipendente in Lombardia, della situazione normativa, delle differenze di applicazione sul territorio lombardo, dello stato di conoscenza di questa opportunità e della sua specificità se ne è discusso con Ivana Ferrazzoli, assistente sociale dell’Asst di Brescia.
Infine, a Claudia Moneta, che ha sostituito Giulio Gallera, per l’Assessorato regionale al reddito di Autonomia e all’inclusione. Si è chiesto una visione dal punto di visto politico e amministrativo, anche in relazione alla Riforma socio sanitaria lombarda, che dal punto di vista delle persone con disabilità, presenta molte criticità. Infatti la Legge 23/2015 richiama in più passaggi l’approccio basato sulla presa in carico e sulla progettazione personalizzata e prevede, inoltre, la ridefinizione del mandato delle Unità di offerta sociosanitarie e socio-assistenziali.
Nella declinazione definitiva degli articoli della legge, l’impressione è che quando si prevede di promuovere la presa in carico della persona e l’integrazione fra gli interventi lo si faccia avendo sempre in mente la logica del sistema sanitario piuttosto che di quello sociale. L’obiettivo di questi interventi infatti viene descritto in genere come «garanzia della continuità di cura e assistenziale« e «promozione dell’appropriatezza» mentre non troviamo mai parole come “benessere e salute della persona», «inclusione sociale”, “autodeterminazione e vita indipendente».Analogamente il ruolo e le possibilità di intervento dei Comuni nella programmazione territoriale, sarà subalterno a quello regionale, situazione nel lungo periodo renderà evidente come uno dei fondamentali problemi connessi alla sostenibilità del welfare lombardo sia la sostanziale disparità di potere e risorse del sistema sanitario e sociosanitario regionale e quello sociale comunale. Non è prevista alcuna modalità di consultazione del terzo settore a livello territoriale nelle ATS mentre alle ASST viene chiesto di «riconoscere il ruolo della famiglia, delle reti sociali e degli enti di terzo settore [..] assicurando un pieno coinvolgimento degli stessi”, ma solo “nell’erogazione dei servizi e delle prestazioni». Un approccio che in, altre parole, guarda con interesse alle realtà di terzo settore quando queste si dimostrino efficienti nell’erogazione dei servizi e delle prestazioni (permettendo quindi un risparmio della spesa) e non come espressione della società civile, per favorire la libera iniziativa dei cittadini e costruire nuove forme di relazione e quindi di intervento sociale. Una visione molto distante dal modello che pensa alla presa in carico come ad un processo che veda la persona non come utente – paziente (posizione tipica di chi riceve una prestazione sanitaria) ma come attore protagonista, dal cui esito dipenderanno tipologia e orientamento dei progetti e delle prestazioni. [Manuela Serrentino, ecoinformazioni]
(1) Raffaello Belli, si occupa da molti anni di disabilità. Cofondatore di Enil Italia (European Network of independent living) e di AVitotoscana, (Associazione Vita Indipendente Toscana), è responsabile del portale Internet “Diritto e Disabilità” presso l’Ittig Cnr (Firenze) l’Istituto di Teoria e Tecniche dell’Informazione Giuridica (Ittig), organo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, svolge attività di ricerca nel settore dell’informatica giuridica e del diritto dell’informatica. E’ autore del libro “Vivere uguali. Disabili e compartecipazione al costo delle prestazioni”.
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