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Articolo 1 – Mdp Como: «Non condividiamo le analisi che tendono a minimizzare la portata negativa del voto

Articolo 1- Mdp di Como che ha condiviso con Sinistra italiana e Possibile il percorso di Liberi e uguali [è bene ricordare che nessuna delle tre organizzazioni si è sciolta, neppure localmente, nella nuova formazione] presenta, con il Documento sulle elezioni del 4 marzo, una prima analisi sull’esito del voto dando una lettura dei motivi del risultato fortemente inferiore alle aspettative, alla somma  ipotetica della forza dei partiti uniti in Leu e ai sondaggi.

Un esito negativo che tante  analisi confermano essere dovuto alla quasi nulla migrazione del popolo del Pd verso la sinistra e contemporaneamente alla scarsa capacità di Leu di attrarre consensi nell’area del non voto. Forte la critica di Mdp alla gestione del percorso da parte dei dirigenti di Leu, a una leadership non del tutto efficace e priva di “carisma”, «all’assenza di una realistica prospettiva di governo – dovuta in parte a un limite culturale di altre componenti della coalizione e in parte all’assenza di un campo in cui esercitarla in concreto». Mdp  vuole «che il processo unitario avviato da Leu debba svolgersi in modo partecipato e democratico ma senza scorciatoie e sulla base della massima chiarezza politica». Leggi nel seguito il testo integrale del documento.

Documento sulle elezioni del 4 marzo

«Il risultato elettorale ha evidenziato una situazione di stallo, conseguenza del combinato disposto di una legge elettorale spuria, pensata per danneggiare il M5s e Leu – e che invece si è ritorta principalmente contro il Pd – e non in grado di indicare una maggioranza parlamentare, e della profonda destrutturazione del sistema politico.

Il Centrodestra tradizionale fondato sulla posizione baricentrica di FI si è schiantato contro l’eclisse del suo federatore (Berlusconi), sulla scomparsa dei “moderati” della “quarta gamba” e sull’affermazione della nuova Lega di Salvini, il cui risultato – che in questi giorni è stato però enfatizzato oltre le sue reali dimensioni (il 17% dei voti, che ne fanno solo il terzo partito italiano) -, che ha sensibilmente spostato a destra, su posizioni sovraniste e xenofobe, l’asse della coalizione.

L’affermazione del M5s è avvenuta anch’essa grazie al cambio di paradigma del movimento, della sua capacità di trasformarsi da partito di protesta in un soggetto apertamente guidato da un’ambizione di governo, apparsa credibile soprattutto nel Mezzogiorno, in una realtà in cui ha potuto peraltro sfruttare il richiamo al “voto utile” contro il Centrodestra e in cui ha saputo interpretare la rabbia sociale e il sentimento di rinuncia di un’intera generazione a ricostruire le fondamenta economiche, sociali ed etiche della società italiana, alimentando e sfruttando forme di ribellismo e attese di tipo assistenzialistico. Collocandosi come partito “di centro”, e divenendo il principale partito nazionale, oggi il M5s tende ad agire – come la vecchia Dc – in modo ambiguo, riproponendo la andreottiana “strategia dei due forni”, senza compiere una precisa scelta di campo e senza saper dare concretezza alle sue proposizioni programmatiche.

Le componenti che tradizionalmente si collocavano nella sinistra dello schieramento politico hanno subito, nell’insieme, una sconfitta grave, che colloca l’attuale forza della sinistra in senso lato ai minimi storici dal 1948 ad oggi. L’elemento centrale della crisi è indubbiamente rappresentato dalla sconfitta del Pd, che perde il primato faticosamente mantenuto nel voto del 2013 (con il 25% dei voti) attestandosi attorno al 18% e facendo registrare, tra il 2008 e il 2012, la perdita di metà del proprio elettorato, da 12 milioni a 6 milioni di consensi. Le responsabilità principali della sconfitta sono indubbiamente da attribuire alla segreteria di Matteo Renzi e, nell’insieme, a quanti, dopo la sconfitta nel referendum del 2016 e nelle successive tornate elettorali locali, hanno tenacemente confermato una linea politica neo-centrista e incoraggiato gli atteggiamenti di rottura nei confronti dell’identità culturale della sinistra democratica, negandosi a una lettura delle dinamiche della società italiana capace di cogliere gli elementi di crisi del sistema, l’aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali e i cambiamenti nella domanda di governo e nel rapporto con la politica di una parte consistente degli italiani. Il Pd non ha compreso che la divaricazione con l’elettorato e con le soggettività politiche legate alla sinistra aveva consumato una rottura strutturale del campo del centrosinistra e nel corpo del suo tradizionale elettorato di riferimento.

Il venir meno della visibilità di un soggetto plurale di centrosinistra capace di stare in campo con una effettiva prospettiva maggioritaria ha trascinato con sé anche i destini elettorali di Leu. La nostra lista si è mossa all’interno di un quadro destrutturato ed è stata penalizzata – non solo nelle elezioni regionali in Lombardia – dall’assenza di una massa critica in grado di rendere competitiva e quindi attrattiva la propria forza. Il meccanismo di voto, impedendo il riconoscimento delle diverse identità politiche e abbinando il voto per i candidati nei collegi uninominali con quello delle liste proporzionali, ha impedito che il risultato di Leu potesse corrispondere alle attese e al suo peso reale, danneggiando in modo decisivo l’esito del voto. In questo modo, Leu ha subito chiaramente la concorrenza sia del Pd sia, soprattutto al Sud, delle liste del M5s, senza essere in grado di motivare al voto “il popolo degli astenuti”.

A pregiudicare il risultato di Leuhanno concorso però anche altre ragioni. La (breve) campagna elettorale, condotta, anche da noi, con grande generosità da parte dei candidati e degli attivisti, si è dovuta misurare con la ristrettezza dei tempi seguita al lancio del simbolo di Leu, con l’esiguità delle risorse, con l’improvvisazione organizzativa e con la fatica di comporre la pluralità delle visioni e degli stili di lavoro dei soggetti della coalizione. Più in profondità, abbiamo scontato una leadership non del tutto efficace e incapace di imporre un qualche “carisma” all’attenzione della gente, un programma ricco di spunti ma privo di un asse chiaro e, in qualche caso, presentato attraverso una comunicazione carente che ha finito per far apparire i contenuti proposti come vaghi, ambigui o addirittura minacciosi proprio verso la parte di società che intendevamo rappresentare. Come il PD – e forse più ancora – siamo apparsi come una forza elitaria e inchiodata agli stereotipi del “politicamente corretto”, incapaci di porre davvero al centro i temi costitutivi, in particolare, dell’identità di Articolo 1 – MDP: l’impegno per la giustizia sociale, lo sviluppo sostenibile, il rinnovamento della democrazia. L’assenza di una realistica prospettiva di governo – dovuta in parte a un limite culturale di altre componenti della coalizione e in parte all’assenza di un campo in cui esercitarla in concreto – ha fatto apparire le nostre proposte come declamatorie e ispirate da una vocazione minoritaria.

Per questo, non condividiamo le analisi che tendono a minimizzare la portata negativa del voto. Certamente il risultato di Leu garantisce oggi la presenza di una componente della sinistra democratica nel Parlamento nazionale – esclusa invece dal Consiglio della Regione Lombardia  – ma non rappresenta minimamente il raggiungimento dell’obiettivo che ci eravamo prefissi con la nascita di Articolo 1 – Mdp: avviare la costruzione di un partito della sinistra democratica, popolare e di governo in grado di modificare da subito i rapporti nell’area progressista, in modo da concorrere in modo determinante alla rifondazione del Centrosinistra. L’idea che il voto disegni il perimetro della forza reale di questa componente nella società italiana e che debba essere accolto come un significativo punto di arrivo non ci appartiene. Noi sappiamo che le potenzialità per una moderna forza di orientamento socialista capace di ispirarsi alle suggestioni di Corbyn e di Sanders ma anche ad altre esperienze presenti nel panorama della sinistra socialdemocratica e delle culture giovanili sono assai maggiori. Non ci nascondiamo che le domande presenti nella società italiana (come la domanda di sicurezza, il timore nei confronti dell’emigrazione, il sentimento di ostilità verso la politica, l’antistatalismo, l’individualismo, la diffidenza verso le istituzioni europee, il senso di passività nei confronti delle ingiustizie subite ecc.) rendono oggi difficile l’incontro con un’offerta politica “di sinistra”, e siamo dunque consapevoli che occorre mettere mano anche a un progetto di ricostruzione culturale di lunga lena a cui intendiamo lavorare anche aprendoci con coraggio all’apporto di energie esterne. Tuttavia, rimane la convinzione che l’immagine e la realtà di Leu – al netto delle distorsioni del Rosatellum e delle difficoltà oggettive di questi mesi – non si siano rivelati all’altezza della sfida che abbiamo deciso di lanciare.

In discussione ci sono oggi alcuni limiti strutturali che hanno caratterizzato il percorso di LEU: la carenza di procedure democratiche trasparenti nella definizione del progetto politico, nella costruzione di programmi, nella selezione delle candidature, nelle modalità comunicative, nel modello organizzativo. Si pone, in particolare, il problema di una nuova leadership, che necessita di una autentica legittimazione democratica ma che non può essere affrontato – come fanno taluni all’interno della coalizione – con una versione “di sinistra” della “rottamazione” politica e generazionale, sulla base di un giudizio demagogico e immotivato, incapace di cogliere, insieme con le ombre, anche le luci delle esperienze del Centrosinistra negli anni della “seconda repubblica” e portato a rimuovere invece  la sterilità e i fallimenti della “sinistra radicale” con cui, per parte nostra, ci rifiutiamo di essere confusi.

Noi riteniamo necessario rilanciare l’ipotesi di un nuovo partito della sinistra democratica in grado di qualificarsi come tale non dal punto di vista nominalistico e identitario ma per la sua cultura politica e per il ruolo svolto concretamente nella società e nelle istituzioni. Per questo, al di là degli esiti che avrà la crisi aperta dal voto in funzione dei futuri assetti di governo, riteniamo fondamentale preservare da qualsiasi forma di tatticismo l’identità in costruzione del nuovo soggetto politico; pensiamo che il processo unitario avviato da Leu debba svolgersi in modo partecipato e democratico ma senza scorciatoie e sulla base della massima chiarezza politica; che il nostro lavoro debba intrecciarsi, nell’elaborazione, nel dibattito e nell’azione politica, con l’aspirazione a rifondare il campo del centrosinistra. Non esiste una sinistra vincente – e quindi forte abbastanza da far vincere le proprie ragioni e i ceti che intende rappresentare – se non all’interno di un’area politica vasta; non esiste alcun Centrosinistra vincente senza una moderna sinistra di governo. Gli esempi antitetici della Lombardia (dove la rottura è avvenuta principalmente per responsabilità del Pd) e del Lazio dimostrano con chiarezza la strada da seguire». Articolo 1 – Mdp Como

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Questa voce è stata pubblicata il 17 marzo 2018 da in Senza Categoria con tag , , .

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