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Dal sequestro Mazzotti a oggi: l’evoluzione della ‘ndrangheta

L’ultimo incontro della serie di conferenze 4 colpi alla ‘ndrangheta, organizzato dal Circolo ambiente Ilaria Alpi,  che ha avuto luogo nella serata di giovedì 3 maggio all’interno della sala consigliare di via Strambio 9 a Eupilio, è stato affollatissimo, e non poteva essere altrimenti.
La ferita portata dal sequestro di Cristina Mazzotti, infatti, è ancora aperta e la sua memoria meritava di essere celebrata almeno con un auditorio affollato.
A ricordare quei momenti di sgomento Emilio Magni, allora cronista che si occupò della vicenda e Gianvittorio Caprara, della Fondazione Cristina Mazzotti.
Eleonora Montani, professoressa di criminologia alla Bocconi di Milano ha avuto il compito di ripercorrere l’evoluzione della ‘Ndrangheta dal ’75 ad oggi.
Il ruolo di moderatore è stato ricoperto da Franco Tonghini, de la Provincia.

Emilio Magni ricorda la trepidazione, l’ansia, la paura che lo hanno pervaso durante i primi momenti successivi alla notizia del sequestro, il 26 giugno 1975: lui aveva visto nascere Cristina e tutta la redazione de la Provincia di allora, con Gianni De Simoni, il direttore, in testa, fu duramente colpita dalla tragedia. Furono proprio lui e il direttore a dare, a brevissima distanza l’uno dall’altro, la notizia della morte della Mazzotti ai famigliari.
Magni ha seguito da cronista 14 sequestri di persona, quasi il 10% dei 160 totali dal 1975 ad oggi in Lombardia ma quello di Cristina, che è diventato paradigma di tutti i successivi, è stato il più tragico, secondo l’ex cronista.
Ogni liberazione di ostaggi era una festa in redazione, ogni decesso, una tragedia, ha ricordato ancora scosso e profondamente commosso.
Questa crudele manovra era praticata in tutta la zona tra Como, Lecco, Cantù e il monzese, si parla di giornalisti che si occupavano contemporaneamente di anche tre casi per volta, vivendo nell’apprensione, sempre pronti a ricevere la notizia di una sparizione, un ritrovamento, un morto.
Cristina frequentava il bar Bosisio, il centro della vita notturna erbese di allora, e Magni non può non pensare che sia stata pedinata.
Non dimenticherà mai, ha detto, il grido del padre quando apprese per telefono, da De Simoni del ritrovamento del corpo della figlia, tenuta a pane e valium in un buco strettissimo nel terreno fino alla morte, sotto il rottame di una carrozzina, in una discarica.

In termini criminologici, come ha spiegato Eleonora Montani, il sequestro Mazzotti è emblematico del modus operandi che da lì in poi avrebbe adottato la ‘Ndrangheta.
Dopo una prima fase di azione criminosa rurale negli anni ’50 e di contrabbando tra 1960 e 1970, con gli anni ’70 l’organizzazione criminale è passata all’accumulazione originaria di capitale, con i sequestri e i relativi riscatti.
La ‘Ndrangheta, in realtà, non si è assolutamente sporcata le mani nella tragedia di Cristina Mazzotti, si è limitata a organizzare e mettere nelle condizioni di agire efficacemente altri gruppi di criminali di caratura inferiore ma spesso di violenza molto maggiore. La prigionia dell’ostaggio è stata appannaggio di una banda di balordi che, oltre a trattarla in modo disumano, si è anche tradita mandando in Svizzera un suo membro a riciclare i soldi del riscatto, azione che ha insospettito un direttore di banca locale, che ha sporto denuncia.
Il sistema dei sequestri ha però perso efficacia quando nel 1991 è stata approvata la legge per il blocco dei beni di famigliari e conoscenti delle vittime, atto che ha disincentivato i criminali dai rapimenti, che perdevano il loro valore puramente capitalistico.
Nello stesso periodo però, grazie soprattutto all’attenzione politica e mediatica dedicata allo stragismo di Cosa Nostra e alla possibilità di creare nuovi canali internazionali successiva al crollo del Muro di Berlino, la ‘Ndrangheta si è espansa in Europa grazie a un sistema “a paese” di insediamento famigliare.

Constatando l’efficacia dell’azione sottotraccia, l’organizzazione ha iniziato ad avviare contatti con la parte legale del sistema economico, offrendo i propri servigi ad imprenditori che, come dimostra il caso di Ivano Perego, smascherato dall’inchiesta Crimine-Infinito, hanno preso scelte opportuniste ma avventate pur di risparmiare e si sono trovati nelle mani dell’illegalità.
Queste situazioni di dialogo tra l’economia legale e le realtà mafiose, che può nascere tramite intimidazioni da parte delle seconde ma finisce comunque con una trattativa apparentemente equa, mettono l’imprenditore in una posizione precaria tra quella di vittima e quella di colluso. Appare però evidente che, come sottolineato anche nel dibattito conclusivo della serata, finché è l’etica del denaro ad essere predominante su qualunque altra e a muovere le loro azioni, non si può che definire complici uomini come Perego.
La domanda finale di Franco Tonghini è quella che il ciclo di conferenze si porta dietro costantemente: come combattere la mafia, allora?
Secondo la professoressa, la soluzione è certo la denuncia e l’affidamento nelle forze dell’ordine, ma bisogna vivere nella legalità quotidiana. Lo Stato deve inseguire il crimine, non può agire in base a semplici sospetti, necessita di prove. Sono i cittadini che, rispettando la legge e creando una propria etica di giustizia, devono impedire il radicarsi di mali come quello ‘ndranghetista, che spesso si traveste da tentatore per poi sfruttare fino allo stremo la propria ingenua vittima.

L’ultima parola è stata doverosamente lasciata a Gianvittorio Caprara, che ha ringraziato Eupilio per l’affetto dimostrato a Cristina nell’intitolarle le scuole elementari e medie e ha sottolineato che la Fondazione Cristina Mazzotti non ha mai agito tenendo in conto il denaro. Il legame fondamentale è quello umano, l’amicizia e l’unità di intenti antimafia che, per quanto possibile, sono i valori che dovrebbero portare ciascuno di noi a opporsi all’illegalità e a contrastarla. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

Già on line sul canale di ecoinformazioni  video dell’iniziativa.

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