Come vanno le cose nel mondo/Identità, confini e migrazioni

Identità, confini, migrazioni

Il problema della verità è che spesso non si comprende che cosa essa sia veramente. Non sono certo qui a dirvelo io, tanto che sono sicura di doverlo ancora scoprire, ma certo si può provare a capire da cosa essa dipenda. E no, la verità non dipende da noi. Secondo i filosofi realisti sulla verità, a esempio, essa non dipende in alcun modo da come siamo arrivati a credere che una cosa sia vera o falsa o da come qualcuno sia arrivato a farcelo credere, ma da come stanno le cose nel mondo. Sembra banale, ma questi tempi ci stanno dimostrando che non lo è affatto.

Ecco, io credo che il tema dell’immigrazione sia uno di quelli sui quali maggiormente ci siamo chiesti se la verità dipendesse dalle nostre capacità di arrivare a scovarla, ma la realtà è che per parlare di immigrazione e per dire la verità basta andare a vedere come vanno le cose nel mondo. Ne abbiamo avuto la possibilità durante l’incontro di giovedì 23 maggio, in Biblioteca Comunale a Como, tramite il dialogo tra Nello Scavo, giornalista di Avvenire, Chiara Giaccardi, responsabile di Eskenosen e Riccardo Gatti, comandante di Open Arms.Nel corso dell’incontro tenutosi giovedì sera scorso alla Biblioteca Comunale di Como, c’è stata una persona in particolare che non ha cercato di spiegare la verità, ma ce l’ha mostrata. Si tratta di Riccardo Gatti, comandante di Open Arms. Tra le varie domande che Nello Scavo, mediatore del confronto, gli ha rivolto, ce n’è stata una che ha maggiormente suscitato l’attenzione del pubblico. “Qual è stato il momento peggiore della tua attività in mare?”. Così, senza tanti giri di parole, Riccardo Gatti ha raccontato di quella volta che, un giorno prima della festa delle donne, si è reso conto che il più alto grado di violenza verso gli uomini nelle prigioni libiche è l’omicidio, invece per le donne va ancora peggio: una donna viene completamente privata della propria umanità. I report e le statistiche sulle violenze subite dai migranti in Libia ci raccontano che il 100% delle donne è sottoposto a ripetute violenze sessuali. La stessa cosa è successa a una ragazza che Riccardo Gatti ha salvato dall’annegamento nel Mediterraneo: una giovane donna resa catatonica, incapace di reagire a qualsiasi tipo di stimolo, irreversibilmente ferita nel profondo del proprio corpo e della propria pische a causa degli interminabili e ripetuti stupri subiti in Libia.

D’altra parte, all’uditorio Riccardo Gatti ha raccontato anche una delle esperienze più belle che la sua attività di salvataggio è stata in grado di donargli, ovvero quella volta in cui una donna ha avuto un parto a bordo. La bambina, nata senza respirare, è stata sottoposta da uno dei marinai a un massaggio cardiaco della durata di 35 minuti, finchè la neonata non ha preso la prima boccata d’ossigeno. La bambina oggi sta bene e si chiama, significativamente, Miracle.

Nello Scavo, Chiara Giaccardi, Riccardo Gatti.JPGLa nostra capacità di farci toccare da queste storie non è banale, ma non può nemmeno bastare: occorre anche riconoscere che queste testimonianze sono possibili grazie alla presenza delle navi umanitarie nel Mediterraneo. Una testimonianza, quella di giovedì sera, che ha dipinto un quadro chiaro, tramite le parole di Riccardo Gatti e di Nello Scavo, che più volte si è imbarcato come reporter. Hanno raccontato che stare su una nave umanitaria vuol dire non smettere mai di guardare verso l’orizzonte. Anche mentre si parla, non ci si guarda in faccia, si guarda sempre e solo verso il mare. Perchè è lì, nel mare, che la gente affoga. Non c’è altro modo di intendere la questione, Riccardo Gatti l’ha sottolineato più volte: in mare, chi non viene soccorso, muore. E se i dati possono aiutare a meglio comprendere la verità di questo fatto, di dati parleremo: la probabilità che un uomo o un gommone hanno di essere avvistati in acqua è una ogni sei minuti, anche in condizioni di mare non troppo mosso. Dopo 20 minuti dal momento in cui si è caduti in acqua le probabilità di sopravvivenza si azzerano.

E sempre di dati di fatto ha parlato Nello Scavo, quando ha riportato le proprie esperienze a contatto con il fenomeno migratorio sulla rotta balcanica, cui ha preso concretamente parte insieme a un gruppo di giovani migranti siriani, in viaggio a piedi. Giovani ragazzi che si sono sentiti, durante il percorso, rassicurati dalla vista e dalla presenza delle moschee, luoghi in cui sapevano di poter ricevere ospitalità, ma che alla vista delle chiese cristiane iniziavano a tremare. Si trattava delle chiese cristiane dell’Ungheria, paese governato dal cristianissimo presidente Orban, le cui politiche contro l’immigrazione sono tra le più dure in tutta l’Europa. Si trattava, sottolinea Nello Scavo, di giovani siriani cristiani, che dei cristiani avevano una paura tremenda. La provocazione è evidente: noi, italiani, in quale tipo di identità vogliamo riconoscerci? Perchè anche se la storia del nostro paese parla chiaro, siamo noi a essere chiamati a indirizzare le nostre politiche verso una maggiore e minore coerenza ai principi di quello stesso cristianesimo che ha segnato per secoli la vita religiosa di buona parte degli italiani. Non si tratta solo di un lascito di fede, ma anche di un lascito culturale e si tratta, soprattutto, di essere sinceri con noi stessi e in quello in cui crediamo.

Eskenosen.jpegLa cultura dell’ospitalità infatti, l’ha sottolineato Chiara Giaccardi, di Eskenosen, (associazione comasca attiva per l’ospitalità di famiglie migranti), è insita nel carattere stesso dell’Occidente. Basti pensare che nell’antica Grecia lo straniero era considerato sacro e protetto da Zeus, padre di tutti gli dei. L’ospitalità allora era incondizionata: non solo si era ospitali quindi, ma lo si era a prescindere dalle condizioni e dalla provenienza di colui cui si apriva la porta. Vigeva la convinzione che la cura con cui si trattava l’altro potesse fare anche del nemico un ospite grato. E’ curioso ricordarsi che, in latino, esiste un’unica parola per indicare l’uno e l’altro, il nemico e l’ospite: hostis. Questo, forse, serve un po’ a dare una risposta all’interrogativo sollevato giovedì sera da Nello Scavo: ma oggi, in definitiva, di cosa abbiamo paura?

Io credo che la paura sia fondamentalmente legata alla non conoscenza, che non è ignoranza, ma semplice impossibilità di andare oltre i limiti epistemici che ci sono concessi per condizioni sociali e culturali. E’ materialmente impossibile conoscere ogni aspetto dell’umano, così l’altro che è umano come noi ma che è anche, e per fortuna, diverso da noi, ci spaventa: è imprevedibile. Questa però è una paura che, come la maggior parte delle paure, non viene vinta con la chiusura, che anzi la intensifica, ma piuttosto con l’apertura. E’ appunto quella stessa cura di cui parlava Chiara Giaccardi che può renderci sicuri: prendersi cura dell’altro vuol dire renderlo ospite, a prescindere che questo in origine si ponga nei nostri confronti come nemico o amico. La relazione tra due ospiti è indissolubile e segnata da eterna e reciproca gratitudine, per chi avesse dubbi basta andare a rileggersi la storia di Glauco e Diomede nell’Iliade.

Sempre di sicurezza hanno parlato anche Nello Scavo e Riccardo Gatti a partire da un interessante spunto di riflessione: siamo davvero convinti che non prestare soccorso in maniera capillare ci farà stare più sicuri? Si tratta di semplice ragionamento logico: se prestiamo soccorso a tutti coloro che agognano a entrare nel territorio italiano avremo la possibilità di entrare in contatto con ciascuno di loro, di capire chi sono, da dove vengono e quali sono le loro intenzioni. Ma se non lo facciamo, dalle falle del sistema di chiusura che l’Italia sta costruendo intorno alle nostre coste, continueranno a entrare persone di cui non sappiamo e non sapremo mai nulla e nessuno può assicurarsi che non abbiano intenzione di arrecare danno ad altri.

Un’altra brillante riflessione sul tema sicurezza vale la pena di essere ricordata: il Governo italiano impone alle navi umanitarie di riportare i migranti salvati in mare nei porti libici, ma il Ministero degli Esteri italiano non considerano la Libia un paese sicuro. Pertanto, qualora una nave umanitaria portasse i migranti salvati in mare in Libia, (cosa che la Marina italiana si guarda bene dal fare), contravverrebbe alle norme internazionali che impongono di condurli nel porto sicuro più vicino, andando così incontro al reato di respingimento. Ecco perchè, tra gli altri motivi, le navi umanitarie come Open Arms non si arrendono ma continuano a stare in mare, come testimoni: la loro semplice presenza garantisce ai migranti una maggiore sicurezza, impedendo che si compiano troppo facilmente violazioni delle norme internazionali.

Giorgia-Linardi.jpgLo sa bene Giorgia Linardi, giurista e portavoce di SeaWatch, che giovedì sera non ha potuto essere presente, essendo tornata a Catania per dare man forte al comandante di SeaWatch 3, la nave umanitaria da poco messa sotto sequestro dalla procura di Catania. Giorgia, comasca di nascita, “mediterranea” per vocazione, ha mandato un video all’uditorio di giovedì sera. Un video breve e conciso per raccontare cosa voglia dire svolgere un’attività indirizzata alla salvaguardia della vita e apparentemente proprio per questo motivo osteggiata sotto tutti i punti di vista: mediatico, politico e giudiziario.

Di vita ha parlato tanto anche Chiara Giaccardi, sottolineando come, su certi temi, quale è la migrazione, ha senso parlare solo a partire da valori fondanti e universali, tra cui quello a difesa del diritto alla vita. Un diritto che bisogna continuare a difendere, strenuamente, a prescindere dalle diverse opinioni e posizioni politiche, culturali o religiose: la vita è ciò che ci accomuna tutti quanti, come esseri umani, e che continuerà a farlo. Non dimentichiamolo allora e restiamo umani.

Guarda online sul canale di ecoinformazioni tutti i video dell’iniziativa. [Martina Toppi, ecoinformazioni]

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