Rimettiamo in ordine il dormitorio

Nella telenovela della mozione “sul dormitorio” in Consiglio comunale a Como lunedì 22 luglio è andato in scena un nuovo episodio, tutt’altro che edificante.

Avendo cercato di seguire i lavori del consiglio e il “dibattito” connesso fin dal primo sorgere, mi sembra il caso di provare a riflettere su tutta la vicenda, anche per rimettere in una prospettiva corretta molte affermazioni, più o meno approssimative, ascoltate in queste settimane.

In primis si impone una riflessione sui caratteri generali della discussione. Se un’amministrazione civica e, con essa, un consiglio comunale non sono in grado di trovare tempi e modi perché la discussione di un argomento così “sensibile” si possa svolgere con modalità civili, e non spezzettata in mille rivoli nel corso di più mesi, già si evidenzia una inadeguatezza di fondo, una incapacità di affrontare i temi di fondo della situazione sociale, al di fuori della logica dell’emergenza, che appare l’unica che questa politica è in grado di cogliere. So bene che l’argomento in discussione è stato definito “non prioritario”, ma anche questo è specchio di una visione deformata, incapace di cogliere i problemi (e di provare a risolverli) prima che precipitino nel baratro della drammaticità irrisolvibile. Una seconda riflessione si impone poi per molte forzature imposte alla questione da parte di chi si è fatto carico della diffusione al pubblico di tali questioni. Se il “degrado” è diventato la chiave dominante dell’analisi, se i “bivacchi” sono additati al pubblico ludibrio, se la responsabilità di tale situazione è attribuita, più o meno consapevolmente, tanto all’amministrazione quanto al popolo dei “senza fissa dimora” è perché è stata del tutto rimossa dalla coscienza la dimensione dei “diritti” (che qui si esprimono al livello di base, quello proprio dei “diritti umani” connessi alla dignità della persona), perché le criticità sociali non vengono più percepite come problemi “vivi” ma solo e unicamente come oggetto della chiacchiera politica, nel senso – ahimè – peggiore del termine.

E veniamo all’attualità della mozione.

È andata persa – e non mi pare questione da poco – la consapevolezza che questa non è la prima volta che si affrontano questi argomenti, e che già nei mesi scorsi una mozione sulle questioni dei senza fissa dimora (locali o in transito poco importa) era stata discussa, su sollecitazione della rete Como senza frontiere e con la firma di Svolta civica, e velocemente respinta. Ed è andata altrettanto dispersa la memoria che questo problema è stato ripetutamente sollevato da tutti i molti soggetti che si occupano di grave marginalità, migrazioni e disagio sociale, senza ricevere risposte adeguate (persino dalla precedente amministrazione di centrosinistra!) . Dov’erano tutte le persone (amministratori, politici, giornalisti, commentatori…) che adesso scoprono il problema?

La mozione “trasversale” è certamente benvenuta, anche se tardiva. Lo abbiamo già pubblicamente scritto, senza acredine, con l’intento di “sveltire la pratica”, evidenziandone gli elementi già risaputi e su cui – se così si può dire – non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di discutere. Su questi argomenti abbiamo ripetutamente chiesto udienza alle autorità (sindaco, prefetto), senza ricevere grandi risposte; nell’ultimo incontro che abbiamo avuto con il sindaco – con una rapida comparsa dell’allora assessora Locatelli – le risposte sono state “no, no, no”, sulla base dell’esigenza di “fare media” tra opposti sentimenti della cittadinanza (!). Abbiamo poi ripetutamente chiesto l’attenzione del Consiglio comunale, senza – in realtà – grandi successi. Abbiamo anche partecipato a una recente audizione della commissione sicurezza del Consiglio comunale dove in parecchi, e con differenti esperienze e sensibilità, abbiamo cercato di rappresentare ai consiglieri presenti la complessità di tale situazione e – quindi – la complessità degli indilazionabili interventi. Di tutto questo mi sembra che sia rimasta solo la memoria dei numeri… Meglio che niente.

Ora la mozione è diventata ostaggio delle logiche partitiche internamente, o subito attorno alla maggioranza. L’emendamento di Fratelli d’Italia cerca di “mettere il cappello” sulla mozione, invocando un inasprimento della logica securitaria e a questo subordinando il proprio voto favorevole. Alla risposta negativa di uno dei firmatari della mozione – Bruno Magatti – che ha sottolineato la perversità di questo atteggiamento che cerca di far dire alla mozione cose inutilmente repressive, si è sollevato lo scandalo, perché a questo punto sarebbe sua la responsabilità di “non far approvare” la mozione. Non ha invece sollevato nessuno scandalo la “rivendicazione” della politicità dell’emendamento da parte del consigliere Ferretti di Fratelli d’Italia, condita non solo con una ​stucchevole retorica sulla vicinanza alle persone, ma anche con la falsa primogenitura di Alessio Butti sull’attenzione al problema dei senza fissa dimora. Primogenitura falsa (e pelosa) quant’altre mai, poiché arrivava al momento della chiusura del campo governativo dopo che tutte le associazioni di volontariato e le realtà di attivismo sociale – compresa Como senza frontiere – avevano messo in evidenza la drammatica strutturalità del problema. Bene, se Fratelli d’Italia ha a cuore così profondamente (per quanto tardivamente) il destino delle persone senza fissa dimora, non ha che da votare la mozione anche senza il proprio inutile emendamento, ormai decaduto. Insieme a tutti gli altri, senza rivendicare primogeniture inesistenti.

Di passaggio bisogna anche notare che non ha destato scandalo nemmeno che a una essenziale “preliminare” del consigliere Fanetti del PD sulla questione del richiedente asilo a cui viene tuttora negata l’iscrizione all’anagrafe nonostante la sentenza della magistratura, l’assessore Pettignano non abbia trovato di meglio che rispondere “Beh, se dobbiamo dargli la carta d’identità, gliela daremo”. Punto.

Dunque: al Consiglio comunale, e in primo luogo alla Giunta che governa la città, vorremmo chiedere di affrontare seriamente il problema, perché la mozione non basta (visto che poi serve metterla in pratica), perché non basta nemmeno un nuovo dormitorio, perché la “grave marginalità” (locale o migrante non fa differenza) resta “senza dimora” se non viene posta nella prospettiva del riconoscimento dei diritti.

Senza dei quali davvero non c’è dimora per il discorso politico amministrativo, incapace di elaborare una strategia per i problemi della città. [Fabio Cani, portavoce di Como senza frontiere]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: