Cima, la memoria e il futuro

Martedì 21 gennaio, come ogni anno, l’Associazione Cittadini Insieme di Porlezza ha organizzato la commemorazione dei martiri Partigiani di Cima, insieme ad Anpi – relatore ufficiale l’Avv. Giuseppe Monti – e con la presenza del Sindaco di Porlezza Sergio Erculiani. I veri protagonisti della cerimonia sono stati però i giovani dell’istituto Vanoni, che hanno raccontato il loro incontro con Liliana Segre

[M.P.] All’Associazione Cittadini Insieme va riconosciuto il grande merito di avere sempre più caratterizzato questa cerimonia come un momento di dialogo tra generazioni, con il coinvolgimento degli studenti dell’Istituto Vanoni, scuola superiore con sede a Menaggio e distaccamento proprio a Porlezza. Come sempre accade, sono le persone a fare la differenza: l’impegno assiduo, la competenza e la passione della docente Paola Rosiello sono il lievito, non solo per la buona riuscita dell’evento, ma per la trasmissione ai ragazzi di valori fondamentali per il loro futuro e la formazione di una indispensabile coscienza civica. E’ doveroso quindi riportare integralmente il testo del discorso dell’insegnante.

Cima 21 gennaio 2020

L’associazione Cittadini Insieme, che da tanti anni promuove questa giornata di ricordo, ringrazia tutti i presenti, il sindaco di Porlezza, le associazioni dei finanzieri e carabinieri in pensione, gli alpini, il don, tutte le associazioni che hanno aderito, le dirigenti scolastiche del territorio, la Proloco di Porlezza, ma soprattutto ringrazia i docenti e voi, ragazzi, che rendete veramente unica questa commemorazione. Essere presenti oggi, così numerosi, è un atto di testimonianza che scalda il cuore e ci riempie di speranza.

Proprio qui, dove adesso sorge questa lapide, 75 anni fa sei giovani ragazzi attendevano la scarica finale davanti a un plotone di esecuzione. Non si aspettavano che andasse a finire così e non avevano scelto deliberatamente di morire.

Ma erano partigiani: era rischioso e lo sapevano; le condizioni in montagna durissime e le sopportavano, perché guardavano al futuro con la speranza negli occhi: vincere contro nazisti e fascisti per ridare all’Italia quella libertà e quella pace di cui altri, più fortunati di loro, avrebbero goduto negli anni a venire, noi e voi compresi.

Si sono presi cura non dei loro padri e madri, fratelli e sorelle, figli e amici, si sono presi cura degli italiani e prendendosi cura degli italiani si sono presi cura del mondo intero.

Questa è la vera bellezza che salverà il mondo, questo il senso più profondo del loro sacrificio, se vogliamo trarne un insegnamento: prendersi cura del mondo intero. Degli animali e delle piante che bruciano in Australia da quattro mesi, dell’aria che diventa sempre più irrespirabile, dei fiumi che scorrono devastando paesaggi e vite umane, dei mari che si svuotano dei pesci, dell’acqua dolce che si ridurrà drasticamente quando spariranno i ghiacciai, dei nostri fratelli che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, dalla schiavitù.

Prendersi cura anche di quelli che, nonostante gli orrori dei campi di concentramento, pensano ancora oggi che l’umanità si divida in razze piuttosto che in ricchi privilegiati e quelli che vivono di rinunce e di stenti, in bambini che possono studiare e bambini obbligati a lavorare, in ipertecnologici e quelli che devono percorrere molti chilometri al giorno per andare a prendere l’acqua potabile dai pozzi.

Per quale libertà bisogna oggi lottare? Consumiamo il mondo a una velocità pazzesca; il clima ne è sconvolto e migliaia di giovani ce lo gridano in tutte le piazze del pianeta. Consumare il mondo in questo modo significa non avere a cuore il futuro di questa e delle prossime generazioni.

La libertà, allora, è cambiare rotta, dirlo apertamente e farlo quotidianamente con piccoli accorgimenti virtuosi per ridurre gli sprechi ed essere felici lo stesso, senza preoccuparci dei bulli e degli odiatori seriali dei social che ci deridono per le nostre idee alternative. Il consumo del mondo genera guerre che in futuro saranno ancora più incontrollabili.

Cambiare il presente è già futuro.

Ma è sempre un atto di coraggio; il nemico è più subdolo, ci induce a vivere solo per il presente, nel nostro orticello, convinti che la nostra felicità coincida con l’ultimo modello di smartphone.

Se avete bisogno di coraggio ricordate il coraggio di “Franca”: era il nome di battaglia di Livia Bianchi, l’unica donna del gruppo, l’unica a cui proprio qui, dinanzi al plotone che attende l’ordine definitivo, viene offerta la possibilità di salvarsi, ma lei no, rifiuta, vuole morire con i suoi compagni di lotta e per le sue idee di libertà.

Aveva una madre, aveva marito, aveva un bimbo.

Come si accennava, la celebrazione del 21 gennaio altro non è che la tappa di un percorso educativo più articolato, che quest’anno ha vissuto un altro momento particolarmente importante, con l’incontro degli studenti con la Sen. Liliana Segre. Anche in questo caso, è doveroso lasciare la parola ai protagonisti, le classi quinte dell’indirizzo alberghiero.

L’insegnamento di Liliana Segre (Milano, 20/01/2020)

 “La prima libertà è la libertà di pensiero. Il mio corpo è stato imprigionato, ma la mia mente ha sempre continuato a volare.”

Queste le parole che ieri mattina, i miei compagni ed io, abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare, questa la voce di una testimone d’eccezione della nostra memoria storica. La senatrice Liliana Segre è arrivata sul palco del teatro degli Arcimboldi accompagnata da Ferruccio De Bortoli ed ha parlato in un teatro colmo di ragazzi ed ai loro insegnanti, in vista della giornata della Memoria del 27 gennaio. La senatrice Liliana Segre, la donna sopravvissuta ai campi dell’orrore che ama definirsi la “nonna” di ciascuno di noi ci ha raccontato la sua storia: dall’esclusione dalla scuola pubblica in seconda elementare a seguito di quelle leggi razziali così criminali e profondamente ingiuste, alla tentata fuga in Svizzera con il padre Alberto, fino alla deportazione dal binario 21 della stazione Centrale di Milano, raccontando la sofferenza, la crudeltà, l’incubo e la disumanizzazione provate nel campo di sterminio di Auschwitz.

Eppure nel corso del suo intervento non si è mai fatto riferimento a parole come odio, vendetta o violenza ma anzi, è stata più volte citata la parola vita che, come ci ha ricordato Liliana Segre “è una parola importantissima, che non va dimenticata mai perché non bisogna mai perdere un minuto di questa straordinaria emozione che è la nostra vita” e poi, facendo riferimento alla recente assegnazione della scorta nei suoi confronti, ha ribadito: “Mi dispiace da matti avere novant’anni e aver così pochi anni davanti. La vita mi piace moltissimo anche se gli odiatori mi augurano la morte ogni giorno”.

Ed è proprio la parola vita, quella che ci sentiamo oggi di pronunciare in memoria dei sei martiri per la libertà che 75 anni fa, qui a Cima,  hanno scelto di morire per rispetto alla vita, hanno scelto il coraggio anziché l’indifferenza, hanno scelto di dire No in un mondo che non lo permetteva.

Liliana Segre ci ha raccontato poi un aneddoto significativo; durante il ritorno in Italia, con quella che è passata alla storia come “la marcia della morte”, ricorda di aver visto il capo del campo di Ravensbrück buttare la pistola a terra: un uomo terribile e crudele, che picchiava selvaggiamente le prigioniere. Liliana guardava l’arma, poteva avere finalmente il momento di vendicarsi, di sparare. Ma fu in quel momento che capì che non avrebbe mai potuto farlo, perché non era come lui, non era come loro. Fu quello, ci ha raccontato, il primo momento in cui ha sentito di essere libera, la donna di pace che si presenta a noi ancora oggi.

Ci sentiamo dei privilegiati, perché tra pochi anni non ci saranno più testimoni in vita della Shoah e per alcuni ancora oggi il loro racconto purtroppo crea indifferenza come se fosse l’ennesima riproposizione di una storia già archiviata, invece noi dobbiamo a Liliana Segre, a tutti i testimoni di quell’orrore e ai sei partigiani di Cima qualcosa di molto diverso e più personale: la loro storia è la nostra storia, ed è per questo necessario oggi diventare noi stessi i primi testimoni di quella memoria che è un patto tra le generazioni.

LA STORIA DEI MARTIRI DI CIMA

Alla fine del novembre ’44, ebbe inizio un grande rastrellamento nelle valli ad occidente del Lario, con l’impiego, inusuale per numero di forze, di circa 1.500 uomini. Al fine di eliminare le formazioni partigiane presenti sui quei monti, i reparti nazifascisti risalirono contemporaneamente la Valsolda, la Val Cavargna, la Val Rezzo e la Val Menaggio, lungo un semicerchio che aveva come centro Porlezza. Sei giovanissimi partigiani, appartenenti al distaccamento “Quaino”,

– Giuseppe Selva “Falco”, comandante del gruppo, nato a Cima il 1916

– Angelo Selva, “Puccio”, nato a Cima il 1924

– Gilberto Carminelli, “Bill”, nato a Milano il 1918

– Angelo Capra, “Russo”, nato a Zurigo il 1924

– Ennio Ferrari, “Carlino” – “Filippo”, segretario del Fronte della Gioventù, nato a Monza il 1927

e una giovane donna, Livia Bianchi, nome di battaglia “Franca”, nata a Melara ( Ro) il 1919

per sfuggire ai rastrellamenti, risalirono sull’Alpe Vecchio, usando come rifugio una piccola baita già parzialmente incendiata dai fascisti. Qui resistettero fino a metà gennaio 1945 in condizioni disumane, al gelo intenso di quell’inverno, alla neve, che rendeva visibili i loro spostamenti e alla fame, causata dall’ impossibilità di approvvigionarsi. Infine, stremati, ridiscesero fino al paese di Cima ( di cui erano originari due di loro) e si nascosero presso l’ abitazione di un antifascista del luogo. Scoperti, vennero denunciati al Centro Antiribelli di Menaggio da un delatore. Circondata la casa nella notte del 20 gennaio, le Brigate Nere iniziarono una violenta sparatoria; i giovani partigiani si difesero strenuamente, ma vennero indotti alla resa dallo scarseggiare delle munizioni e dalla falsa promessa di aver salva la vita. Catturati, benchè uno di loro fosse ferito, i giovani vennero percossi duramente e infine, fatti spogliare, vennero fatti incamminare a calci e pugni lungo il sentiero che porta al cimitero di Cima e allineati contro il muro di cinta, per essere sommariamente fucilati. A Livia Bianchi, in quanto donna, venne offerto che le fosse risparmiata la vita, ma ella orgogliosamente rifiutò, preferendo morire da partigiana con i suoi compagni. Per questo episodio le venne conferita la Medaglia d’Oro alla Memoria.

La Partigiana Livia Bianchi
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