Si discute (seriamente) di co-progettazione

Due interessanti articoli pubblicati da secondowelfare.it fanno il punto sull’applicazione dell’articolo 55 del Codice del terzo settore. Un livello di discussione serio e responsabile, ben lontano dalle vuote proposte governative che circolano in questi giorni e che ancora una volta ripropongono la logica di un volontariato sostitutivo e subalterno.

L’articolo di Flaviano Zandonai e Lorenzo Bandera esprime una posizione critica e mette in evidenza i limiti di questo istituto che, secondo gli autori, ingabbia la creatività dei corpi sociali e dei cittadini, all’interno di regole burocratiche che finiscono per favore pochi soggetti, più strutturati.

L’articolo di Gianfranco Marocchi respinge le accuse. Senza negare i rischi, che sono sempre presenti, di cortocircuiti tra i principi generali di una norma e la sua concreta applicazione, si tende a far notare i primi esempi virtuosi che si stanno realizzando.

Purtroppo il tema è confinato spesso nelle discussioni tra specialisti. In realtà sarebbe necessario che diventasse patrimonio comune, a maggior ragione in questa stagione di emergenza sanitaria, socio-economica ed ambientale. Sono questi, infatti, i tempi adatti per passare da modelli di pubblica amministrazione “autoritaria” a modelli collaborativi, nei quali la società civile entra da protagonista.

Nella narrazione più in voga, purtroppo ormai molto radicata, questo sarebbe già avvenuto quando è stato introdotto in Costituzione il principio di sussidiarietà. Nulla di più falso. Sussidiarietà è un concetto retrivo, mutuato dal cattolicesimo più conservatore e malamente adattato alla nostra carta fondamentale nel 2001, in uno degli – ormai consueti – tentativi di modificarla in peggio portati avanti con logica by-partisan dalle forze politiche del “pensiero unico”.

Invece, come emerge da entrambi gli articoli, per collaborare e per co-progettare non erano necessarie modifiche costituzionali, tant’è che i primi esempi li troviamo grazie alla legge 328/2000, a Costituzione invariata.

All’introduzione della sussidiarietà in Costituzione – strettamente collegata alle altre sciagurate modifiche dell’intero titolo V – si deve invece lo sviluppo di processi di privatizzazione (più o meno mascherata dal sistema dell’accreditamento) e di smantellamento del sistema pubblico, i cui effetti sono emersi prepotentemente in queste settimane di pandemia, con particolare evidenza in Lombardia, cioè nel regno del modello sussidiario incarnato da Formigoni e replicato farsescamente dai leghisti al governo.

Tornando al dibattito avviato dai due articoli, e dando purtroppo per acquisito lo scenario politico-istuzionale attuale, il problema diventa ora far si che i timori di Zandonai e Bandera non diventino realtà, e che invece si moltiplichino le esperienze virtuose evocate da Marocchi, sia nella forma light dei patti di collaborazione, che in quelle più strutturata di vera e propria co-progettazione.

E qui, purtroppo, casca l’asino. Meglio, cascano i molti asini in circolazione. A livello locale, non solo c’è scarsa conoscenza delle opportunità offerte dall’articolo 55, ma ci sono anche chiusure burocratiche (anche la giustizia amministrativa spesso non agevola) e ostilità politica: è dominante la visione del terzo settore e del volontariato “supplenti”, sostitutivi, utili per risparmiare. Senza considerare, poi, il malcostume ed i fenomeni corruttivi che nessuna delle tante modifiche al codice degli appalti è mai riuscita a fermare.

A livello nazionale, la cornice normativa del Codice del Terzo Settore è ancora largamente incompleta, e sono presenti continue spinte al rinvio accompagnate da odiose campagne di delegittimazione del mondo non profit più esposto nelle attività di solidarietà militante.

Si fa presto ad elogiare l’Italia che ricuce, ma si fa poco per mettere a disposizione ago, filo e – soprattutto – concreti spazi di creatività e collaborazione. E’ di questi giorni, per esempio,  lo sconcertante dibattiti sui “centri estivi”: il terzo settore viene chiamato in causa per un’operazione di gigantesco babysitteraggio,  quando invece si potrebbe pensare ad un progetto educativo virtuoso, partecipato, innovativo.  Peggio ancora, un ministro spalleggiato dall’associazione dei Comuni si inventa  gli assistenti civici, occhiuti sorveglianti – non pagati – dei comportamenti più o meno virtuosi dei loro concittadini.

Dulcis in fundo, l’Unione Europea rimane incollata al logoro principio della libera concorrenza e guarda con scetticismo alle esperienze collaborative.

In questo scenario, non aiutano certo le chiusure, le logiche di nicchia, le degenerazioni mercatiste e le sudditanze politiche, che purtroppo non mancano nel variegato arcipelago del terzo settore.

In conclusione, serve a poco dividersi tra amici degli amici e nemici dei falsi amici. Serve continuare a tessere la tela delle esperienze di comunità, e trovare le strade per consolidarle, rivendicando con forza un cambio d passo delle pubbliche amministrazioni.

[Massimo Patrignani – ecoinformazioni]

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