Piccoli schiavi/e invisibili

Le persone in fuga da guerre, persecuzioni e carestie o semplicemente alla ricerca di un futuro migliore, devono vivere un lungo viaggio fatto di traversate del deserto, soste di mesi, ricerca di fondi, attese, schiavitù, rimpatri da un paese all’altro, fallimenti e ripartenze. Un percorso che spesso costringe a passare interminabili periodi di detenzione nelle carceri libiche. In Libia, la sicurezza è precaria, le condizioni di vita sono difficili e la violenza è ordinaria. E’ una realtà che lascia un profondo senso di tristezza, specie quando si intuisce che non risparmia neanche i bambini e le bambine.

“50 milioni di bambini/e sono in fuga; alcuni/e scappano dalla violenza, dalla guerra, dalla povertà e dal cambiamento climatico. Non dovrebbero essere costretti/e a mettere la propria vita nelle mani dei responsabili di tratta e traffico. Dobbiamo affrontare i fattori scatenanti della migrazione a livello globale e attuare provvedimenti più efficaci per proteggere i bambini e le bambine in transito attraverso un sistema di passaggio sicuro per tutti i rifugiati. Se questi bambini fossero i nostri, soli e spaventati, agiremmo”. Sono le parole di Afshan Khan, Direttore Regionale e Coordinatore speciale per la crisi di rifugiati e migranti in Europa dell’Unicef. Nel 2016 l’ufficio Unicef in Libia ha commissionato un assessment sulle necessità, che ci ha offerto una panoramica sull’entità della sfida da affrontare. Il campione finale dell’indagine comprendeva 122 persone intervistate, fra cui 82 donne e 40 bambini. I bambini migranti intervistati per lo studio rappresentavano 11 nazionalità diverse. Alcuni/e di questi/e bambini/e erano nati/e in Libia durante i viaggi migratori delle loro madri. Tra i 40 bambini/e oggetto d’indagine, 25 erano di sesso maschile e 15 di sesso femminile, di età compresa tra 10 e 17 anni.

Riportiamo di seguito i risultati dell’indagine:

  1. Tre quarti dei/delle bambini/e migranti intervistati
    hanno dichiarato di aver subito violenze,
    molestie o aggressioni da parte di adulti.
  2. Quasi la metà delle donne intervistate ha
    detto di aver subito violenze sessuali o abusi
    durante il viaggio.
  3. La maggior parte dei/delle bambini/e e delle donne
    ha detto di essersi fidata del fatto che i trafficanti consentissero a molte persone in debito con loro di pagare nel corso del viaggio, cosa che esponeva queste persone ad abusi, rapimenti e tratta di esseri umani.
  4. La maggior parte dei/delle bambini/e ha denunciato
    abusi verbali o psicologici, mentre circa la
    metà di loro aveva subito percosse o altri
    abusi fisici. Fra le ragazze si è registrata una
    maggiore incidenza di abusi rispetto ai ragazzi.
  5. Diversi/e di loro hanno anche sostenuto di non aver avuto accesso a cibi
    adeguati nel corso del viaggio verso la Libia.
  6. Le donne trattenute in centri di detenzione
    nella Libia occidentale raggiunte
    dall’Unicef, hanno riferito di condizioni
    difficili, come alimentazione e servizi igienici insufficienti, significativi sovraffollamenti e mancanza di accesso ad assistenza
    sanitaria e legale.
  7. La maggior parte dei/delle bambini/e e delle donne
    ha detto di aver previsto di trascorrere lunghi periodi di lavoro in Libia per pagarsi la tappa successiva del viaggio, sia per tornare
    nel paese d’origine che per raggiungere la propria destinazione in Europa.
  8. Sebbene la maggior parte delle donne sposate (tre quarti delle intervistate) abbia portato con sé almeno un bambino o una bmbina, il numero di bambini/e lasciati a casa è maggiore.
  9. La maggior parte dei bambini ha denunciato
    abusi verbali o psicologici, mentre circa la
    metà di loro aveva subito percosse o altri
    abusi fisici. Fra le ragazze si è registrata una
    maggiore incidenza di abusi rispetto ai ragazzi.
  10. Diversi bambini migranti hanno anche sostenuto di non aver avuto accesso a cibi
    adeguati nel corso del viaggio verso la Libia.
  11. Le donne trattenute in centri di detenzione
    nella Libia occidentale raggiunte
    dall’Unicef, hanno riferito di condizioni
    difficili, come alimentazione e servizi igienici insufficienti, significativi sovraffollamenti e mancanza di accesso ad assistenza
    sanitaria e legale.
  12. La maggior parte dei/delle bambini/e e delle donne
    ha detto di aver previsto di trascorrere lunghi periodi di lavoro in Libia per pagarsi la tappa successiva del viaggio, sia per tornare nel paese d’origine che per raggiungere la propria destinazione in Europa.
  13. Sebbene la maggior parte delle donne sposate (tre quarti delle intervistate) abbia portato con sé almeno un bambino, il numero di
    bambini/e lasciati/e a casa è maggiore. Per leggere l’articolo completo: https://www.unicef.it/Allegati/Un_viaggio_fatale_per_i_bambini.pdf

«Nel Mediterraneo continua una guerra spietata contro le Ong e contro i naufraghi». Lo afferma Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato, già docente di Diritto di asilo presso l’Università di Palermo, e vicepresidente di Adif (Associazione Diritti e Frontiere) e componente della Campagna LasciateCientrare. Opera attivamente nella difesa di migranti e richiedenti asilo, in collaborazione con diverse organizzazioni non governative. In un’intervista a cura di Arturo Raffaele Covella per “Borders” (una trasmissione di Radio Melting Pot dedicata al tema delle frontiere) chiarisce cosa avviene realmete nelle acque del Mediterraneo, mentre una fetta importante delle teorie che girano oggi sono del tutto false e limitate. La situazione è piuttosto grave innanzitutto a causa della continua collaborazione tra l’Italia e la Guardia costiera libica e il processo con cui migliaia e migliaia di persone vengono bloccate anche in acque internazionali e riportate a terra in Libia dove subiscono torture e abusi di ogni genere.

L’Unicef non si arrende dal ribadire che vengano assunti comportamenti per limitare il numero di vittime tra i minorenni, come:

  • Proteggere i/le bambini/e rifugiati/e e migranti, in particolar modo quelli non accompagnati/e, da sfruttamento e violenza
  • Porre fine alla detenzione dei/delle bambini/e richiedenti lo status di rifugiato o migranti
  • Tenere unite le famiglie, come migliore mezzo per proteggere i/le bambini/e e dare loro il riconoscimento di uno status legale
  • Consentire ai/alle bambini/e rifugiati/e e migranti di studiare e dare loro accesso a servizi sanitari e sociali di qualità
  • Chiedere di intraprendere azioni sulle cause che spingono a movimenti di massa di migranti e rifugiati
  • Promuovere misure che combattano xenofobia, discriminazioni e emarginazione nei Paesi di transito e di destinazione.

Donne, uomini, e troppi bambini, subiscono atti di violenza, nel loro paese d’origine, durante il viaggio per raggiungere l’Europa, e anche in quella che diventa la loro “nuova casa”. Si pensi all’attività criminale organizzata, che, attraverso mezzi illeciti, cattura, sequestra o recluta e sfrutta una o più persone. La tratta è un fenomeno che include, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione di altre persone, o altre forme di sfruttamento sessuale, lavori o servizi forzati, schiavismo o prassi affini allo schiavismo, servitù o prelievo di organiallo sfruttamento, alla discriminazione e all’abuso. Save the children sostiene, in un articolo del 29 luglio 2020, che nel mondo sarebbero oltre 40 milioni le vittime di tratta o sfruttamento, costrette di fatto in condizioni di schiavitù, e ben 1 su 4, 10 milioni, avrebbe meno di 18 anni. Una crudeltà che con l’arrivo del Covid-19 non ha fatto altro che peggiorare. Come spiega il report “Piccoli schiavi invisibili“, pubblicato da Save the children martedì 28 luglio 2020, le reti criminali che gestiscono la tratta di esseri umani hanno riadattato i propri modelli di business e le ragazze sono state sempre più spinte a un passo dall’invisibilità nel nostro Paese. [Mara Cacciatori, Arci – ecoinformazioni]

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