Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 13

Il Congresso del ’72 segna un cambio al vertice del Partito: a Longo succede Enrico Berlinguer, che già dal ’69 aveva affiancato in qualità di Vice il Segretario. Figlio di Mario Berlinguer – che insieme a Giovanni Amendola aveva organizzato l’Aventino – Enrico si era avvicinato sin da giovanissimo al PCI, organizzando proteste e manifestazioni contro il caro del pane nella sua Sardegna.

Eletto nel Comitato Centrale nel Congresso del 1945, inizia un percorso che lo porterà a ricoprire ruoli di direzione politica sempre più importanti fino all’elezione a segretario nazionale avvenuta al termine del XIII Congresso (1972). Dalle esperienze internazionali alla guida del Fronte della Gioventù e poi della ricostruita FGCI e della Federazione Mondiale della Gioventù Democratica – che gli permisero di entrare in contatto con molti leader del comunismo internazionale – agli incarichi nelle segreterie prima di Togliatti e poi di Longo, passando per le esperienze “minori” della direzione della scuola delle Frattochie e della segreria regionale del Lazio, nei ventisette anni che separano l’inizio e l’apice del suo percorso politico, Berlinguer avrà quasi sempre un ruolo di primo piano negli appuntamenti e nelle decisioni che segnano la vita del Partito.

La sua elezione a Segretario inaugura un periodo che vedrà il PCI toccare l’apice dei consensi e al tempo stesso iniziare il lento declino che lo porterà ai tentativi irrisolti di rilancio che culmineranno con la svolta della bolognina.

In questa tensione continua alla ricerca di nuovi sbocchi – che riflette la crisi non solo del PCI ma di tutto il sistema politico italiano – si colloca tutta l’attività di Berlinguer segretario, impegnato sul fronte internazionale ad affermare con sempre più forza la presa di distanza dai regimi dell’Est (mi limito a ricordare il suo intervento sulla “democrazia come valore universale” al congresso del PCUS o l’intervista sull’esaurimento della “spinta propulsiva delle società dell’est europeo”, o ancora l’esperienza dell’ “eurocomunismo”), e su quello interno a radicare il PCI in una società italiana in forte trasformazione e a cercare di costruire le condizioni per portare il Partito al governo del paese (prima con il “compromesso storico” e poi – dopo l’assassinio di Moro e le prime avvisaglie della crisi del sistema partitico – con l’ “alternativa democratica”). Su entrambi i fronti si manifesteranno le caratteristiche della politica berlingueriana: inserito pienamente nel solco della tradizione togliattiana, Berlinguer intuisce molti dei cambiamenti che si muovono sotto la superficie dei convulsi anni ’70 e dietro il “riflusso” dei primi anni ’80, e cerca la strada su cui portare il Partito in modo da renderlo interlocutore e guida di quelle trasformazioni. Ma paradossalmente sono proprio quel suo ancoraggio alla tradizione e la preoccupazione di “non portarsi dietro” tutto il Partito – uniti alla crisi internazionale del comunismo e più in generale dei “trenta gloriosi” e del compromesso tra capitale e lavoro – che gli impediranno di compiere ulteriori e più netti passi verso un rilancio del protagonismo del PCI, della sua capacità di lettura e dunque del suo consenso.

Per certi versi – e con i dovuti termine di paragone – Berlinguer ricorda sul fronte comunista quella tensione che sul fronte cattolico è incarnata negli stessi anni dall’inquietudine di Paolo VI. Su alcuni temi il Segretario comunista fu quasi visionario: penso in particolare a quelli legati all’insostenibilità ambientale del modello di sviluppo (austerità) o alla degenerazione del sistema partitico (questione morale); anche in quel caso però l’intuizione non riuscì a svilupparsi fino in fondo, con il risultato che molti tra gli stessi dirigenti del suo Partito ne criticarono aspramente – non capendone l’importanza – le ultime posizioni, facendone quasi passare l’immagine di un “frate” laico ormai assillato da intenti moralistici.

Renato Guttuso – I funerali di Berlinguer

Morirà da Segretario in carica, colpito da un ictus durante un comizio per la campagna elettorale dell’84. Ai suoi funerali parteciperanno oltre un milione di persone, in un clima di commozione popolare che andò oltre i confini della grande comunità politica dei comunisti. La sua figura, e quella tensione incarnata quasi fisicamente dal suo corpo asciutto e dal suo impegno appassionato fino all’ultimo sul palco di Padova ne fanno ancora oggi uno dei leader più amati dal popolo di sinistra. [Cristian Pardossi]

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