Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 16

Non si può ripercorrere la storia del PCI senza parlare delle Feste de l’Unità, probabilmente una delle manifestazioni più nitide della forza organizzativa e del radicamento capillare del Partito su tutto il territorio nazionale. La prima festa nasce a pochi mesi dalla Liberazione – siamo nel settembre 1945 – e si svolge a Mariano Comense.

L’ispirazione nasce negli anni ’30 quando i comunisti italiani rifugiatisi in Francia hanno modo di partecipare alle feste de “l’Humanité” – il giornale del partito comunista francese – che diventano vere e proprie “scuole di formazione” dove decine di militanti imparano ad organizzare manifestazioni ed eventi di massa. Il gruppo dirigente – Togliatti in testa – ne intuisce l’importanza non solo in chiave di consolidamento del senso di identità e appartenenza, ma anche come strumento di propaganda e occasione di coinvolgimento delle masse cui il “partito nuovo” intende rivolgersi. La prima festa nasce così a pochi mesi dalla Liberazione – siamo nel settembre 1945 – e si svolge a Mariano Comense, a due passi dalla città di Milano da dove era partita l’insurrezione finale contro i nazifascisti. L’intento è quello di creare un’occasione di svago per celebrare la riconquistata libertà: non a caso l’evento fu denominato “scampagnata de l’Unità” e fu dominato dalla voglia di stare insieme, mangiare, ballare e giocare. Il successo della “scampagnata” però andò oltre ogni più rosea aspettativa – il secondo giorno si superano le 200mila presenze – rafforzando nei dirigenti la convinzione dell’importanza di organizzare e dare continuità ad eventi di questo tipo: nasce così la storia di un appuntamento che in oltre cinquanta anni coinvolgerà in tutta Italia milioni di persone tra volontari, simpatizzanti, elettori comunisti e semplici cittadini che non votavano comunista. Se nelle prime edizioni l’elemento ricreativo – i balli, il cibo, la musica – era prevalente, dagli anni Cinquanta su sollecitazione del Partito si introducono comizi e interventi politici, che pian piano diventano l’iniziativa più importante delle Feste, la cui organizzazione nel frattempo si allarga a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale.

La Festa de l’Unità diviene così un appuntamento per ciascuna delle migliaia di sezioni che si vanno costituendo nel paese, innescando una competizione interna che si gioca sulle migliori capacità organizzative. Il numero delle Feste de l’Unità cresce in tutta Italia al punto che nei primi anni ’70 si tengono alcuni seminari (alle Fratocchie nel ’75 e ad Ariccia nel ’76) per qualificare ulteriormente le capacità organizzative del Partito e saper rispondere ai mutamenti che anche in questo campo gli anni ’60 avevano prodotto. Modellate sulla concezione togliattiana del partito di massa, le Feste de l’Unità sono state per più di cinquant’anni un concentrato degli elementi caratterizzanti la fisionomia del PCI. Al loro interno non mancava la simbologia di partito, fondamentale per rafforzare l’identità e il senso di appartenenza ad una grande comunità politica, ma c’era anche un elemento di identificazione territoriale (col tempo le feste più grandi divennero eventi in grado di trasformare e riqualificare le città); c’era la politica – sottoforma di comizi, dibattiti, incontri con leader nazionali e amministratori locali – senza però sacrificare le occasioni di svago, dal ballo ai giochi passando per gli stand gastronomici; infine c’era la cultura: le feste de l’Unità sono state per molti anni l’evento estivo più importante e ambito per artisti, scrittori, cantautori nazionali e internazionali.

Ma si farebbe un torto alla storia delle Feste de l’Unità se non si parlasse dei veri protagonisti: i volontari. Uomini, donne, giovani e anziani, tutti erano coinvolti nello sforzo organizzativo. Per alcuni di loro la Festa era il principale appuntamento politico dell’anno: nelle sezioni si incominciava a parlarne con mesi di anticipo per deciderne il programma – dai dibattiti al menu – poi arrivava il momento dell’allestimento, e infine quello della quotidiana gestione e del disallestimento.

Ognuno aveva un suo ruolo nel quale dava il massimo di se stesso: da chi prendeva ferie da lavoro per montare gli stand sotto il sole cocente, a chi lavorava tutte le sere nelle cucine, fino ai responsabili delle coccarde, della vigilanza notturna o del mitico magazzino: tutti (dolcemente) burberi come si conveniva ai compagni dell’organizzazione. La Festa diventava un microcosmo, una città nella città, una comunità che dall’allestimento fino all’ultimo giorno viveva in una specie di bolla: scorrendo le foto delle mille feste organizzate in tutta Italia durante mezzo secolo di storia, non si può non provare sincera ammirazione guardando i volti sorridenti, la passione e l’orgoglio con cui quelle donne e quegli uomini dissodano terreni, si arrampicano su impalcature, cucinano per migliaia di persone, organizzano concerti, mostre, dibattiti, sperimentano nuove forme di comunicazione in grado di intercettare un numero sempre più consistente di cittadini.E forse sta anche lì il segreto del successo di una comunità e di una formula che precorrendo i tempi rispetto al diffondersi delle teorie di marketing e comunicazione politica ha saputo intercettare l’attenzione di un popolo addirittura più grande di quello comunista, diventando un tassello fondamentale nella strategia di egemonia culturale perseguita dal partito (oltre che una fonte preziosa di autofinanziamento dell’attività politica) ed entrando a far parte per molti anni dell’immaginario collettivo di un’intera nazione. [Cristian Pardossi]

(Le foto sono tratte dalla bacheca di Franco Marmugi e ritraggono le operazioni di allestimento e lo svolgimento della Festa Nazionale de l’Unità di Tirrenia – Pisa del 1982).

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