Diritti reali per una Palestina libera

Nel tardo pomeriggio di giovedì 21 gennaio si è tenuto online su Zoom e in diretta Facebook Prospettive post-Oslo: politica e società civile, primo di quattro incontri sulla situazione israelo-palestinese.
I relatori di questa prima conferenza sono stati Hanan Ashrawi, prima donna eletta nel Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, deputata del Parlamento palestinese ed attivista, e Shawan Jabarin, direttore dell’ong palestinese Al-Haq.
Il tema della serata, organizzata dalla Rete società civile per la Palestina era la situazione giuridico-politica lasciata dai Trattati di Oslo (1993) nel territorio conteso tra Israele e la Palestina.
Già disponibile la registrazione dell’incontro in inglese. Presto disponibile quelle in italiano e in arabo.

Luisa Morgantini, di Assopace Palestina, già vicepresidente del Parlamento europeo, ha aperto l’incontro presentando l’iniziativa e dando la parola a Grazia Careccia, moderatrice della conferenza che ha invitato gli ospiti a riflettere sul peso della diplomazia da Oslo agli accordi di normalizzazione tra Israele ed i Paesi Arabi ed il suo impatto sulla situazione della libertà palestinese.

Come ha spiegato Hanan Ashrawi, nel corso degli anni il processo di pace aperto nel ’93 si è trasformato in un processo in cui Israele, di fatto impunito dalla comunità internazionale, ha progressivamente spadroneggiato sul popolo palestinese. Mentre chi resiste è bollato come terrorista, la violenza israeliana non viene sanzionata.
Col governo Trump negli Stati Uniti è stata sdoganata l’alleanza tra Occidente e regimi oppressivi (tra cui Israele stesso) con i grandi paesi dell’asse euro-americano a coprire quando non a collaborare con questi ultimi. Israele è stato quindi sostenuto nelle sue violenze, venendo legittimato e riconosciuto come potenza unica.
La comunità internazionale quindi ha un’enorme responsabilità nel deterioramento della situazione geopolitica tra i paesi arabi e lo stato di Netanyhau. Gli Stati Uniti in particolare sono responsabili di un supporto quasi ossessivo, nelle parole della relatrice, alla causa sionista.
La Palestina, con il governo Biden, va tutelata e i suoi oppressori ridimensionati e sanzionati.



Shawan Jabarin ha puntualizzato la natura non pacifica dei trattati di Oslo perché non entra nel merito dell’occupazione e dunque non porta alla cessazione della violenza, ma tutela e giustifica gli occupanti, che infatti hanno intensificato moltissimo le proprie attività.
Il problema è di natura legale e i leader politici che si sono occupati della situazione all’epoca hanno rinviato molte questioni legate agli insediamenti coloniali.
Nonostante le limitazioni attuali, si può agire chiarendo la realtà dei fatti al popolo palestinese, dandogli speranza attraverso la restaurazione delle proprie istituzioni nella loro pienezza. L’Olp deve tornare a costituire il nucleo partecipativo e legittimo della politica palestinese.
I trattati di Oslo hanno diviso il popolo tra Palestina riconosciuta, persone in diaspora e palestinesi in Israele; la politica palestinese deve tornare al centro ed essere un riferimento per tutti e tutte.
La lotta palestinese è una lotta di riconoscimento ed autogoverno politico ed economico, entrambi diritti riconosciuti a livello internazionale. Certo, l’autodeterminazione assume varie forme di cui lo Stato è solo uno di tante, ma i Palestinesi vogliono uno stato democratico avente per confini quelli della Palestina storica ed hanno facoltà di chiederlo.

La progressiva perdita di territorio palestinese (fonte: Wikipedia)

Oslo aveva generato enormi speranze sulla soluzione del conflitto, ma la politica di chiusura e respingimento di Israele li ha infranti, arrivando ora a normalizzare la situazione di violenza ed oppressione, non solo in Palestina, ma anche negli altri paesi arabi sotto regime. Anche lì infatti i diritti fondamentali sono violati quotidianamente e il quadriennio trumpiano ha promosso questo sistema disumano.

In generale, entrambi i relatori hanno concordato sul fatto che finché non verranno applicate sanzioni pesanti a livello internazionale, Israele continuerà a spadroneggiare senza farsi scrupoli di alcun genere.
Il diritto internazionale è l’unico veicolo efficace di pace e garanzia di diritti sia sul versante palestinese che su quello occidentale: bisogna da un lato porre un freno alla violenza israeliana e dall’altro impedire che le organizzazioni internazionali siano complici di questo genere di efferatezze.

Ashrawi ha spiegato che la Resistenza palestinese è nata dalla società civile, che cercava un’alternativa anche clandestina alla governance militare degli occupanti. L’autorità politica si è sentita attaccata e ha messo l’autodeterminazione sotto attacco, accusandone i promotori e depoliticizzandoli per “rimetterli al loro posto”.
I/le giovani, le donne e le organizzazioni per i diritti umani hanno costituito la spina dorsale di questo movimento fin dal tempo dell’occupazione diretta seguita alla Guerra dei sei giorni, nel 1967.
Così come loro devono interloquire col governo facendo sentire la propria voce in modo unitario, anche le società civili occidentali dovrebbero mettersi in dialogo con i propri centri di potere per far sì di essere ascoltati. Bisogna far sì che le norme europee e mondiali siano rispettate e che i governi che perpetrano o sostengono politiche violente siano messi di fronte alle proprie responsabilità.

In tutto questo, è un punto sensibile il gioco retorico che associa antisionismo ed antisemitismo: questa sovrapposizione semantica (scorretta) apre spazi a un imperdonabile lassismo normativo che lascia Israele libero di agire come vuole.
I Palestinesi non devono essere abbandonati e il gap tra opinione pubblica e governo va colmato riportando alla realtà una visione distorta che deresponsabilizza gli occupanti.

Shawan ha sottolineato che la problematicità non è dunque solo ideologica, ma reale ed economica: messi di fronte alle proprie violazioni, gli israeliani non possono che pagare. Serve dunque che la comunità internazionale apra gli occhi sulle violazioni degli occupanti e che vengano garantite i diritti del popolo palestinese, che paga con la vita questi reati che sono inediti nella storia politica del ‘900.

Prima di lasciare lo spazio alle domande del pubblico, Careccia ha letto un documento dei Giovani palestinesi, ragazzi e ragazze di seconda generazione che lavorano per la memoria e la cultura palestinese. Nella propria dichiarazione, questo gruppo condanna gli Accordi di normalizzazione per la realtà terribile che promuovono. I/le giovani palestinesi della diaspora sottolineano come il loro agire debba essere culturale prima che politico, ridiscutendo il passato per comprendere e criticare il presente.
Il loro compito dunque associa la memoria e la creazione di uno spazio in cui le istanze delle persone oppresse in Palestina abbiano un’eco in occidente.

Sulla traccia delle domande provenienti dal pubblico, si è sottolineato come nel prossimo futuro per i/le palestinesi sia impossibile qualunque orizzonte pacifico. Ci sono realtà che cercano di tutelarli e altre che rilevano le criticità dell’occupazione, ma la classe politica ebraica si immunizza da qualunque dubbio respingendo e censurando ogni voce contraria.
In Palestina è in corso una sostituzione culturale che ruba e distrugge cultura ed identità dei colonizzati; non si parla solo di ebrei che tornano a casa, ma di violenze e respingimenti dei rifugiati.
La storia e l’esperienza del popolo palestinese, ha concluso Ashrawi, devono costituire la certezza che impedirà l’operazione di cancellazione messa in atto da Israele. Jabarin le ha chiesto se intende candidarsi ai vertici politici palestinesi ma lei ha glissato negando l’interesse per una posizione ufficiale, ribadendo però la propria dedizione alla causa della libertà Palestinese.

C’è dunque molto da fare affinché il popolo palestinese torni libero, sia sul piano locale che su quello globale, partendo dalla società civile fino ai vertici politici globali, passando dai tribunali di tutto il mondo.
Il cambiamento è una necessità ma, purtroppo per i palestinesi, resta ancora una speranza che solo una ricostruzione politica interna e l’appoggio della comunità internazionale (e degli Usa in particolare) possono rendere concreta realtà. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]





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