Una riflessione sullo stato di diritto

Fabrizio Baggi, segretario del Prc Lombardia, a partire dalle troppo facili dichiarazioni post mortem di Gino Strada, denuncia la continua violazione governativa dei pilastri del diritto fondati sulla Costituzione.

«Una tragedia come la scomparsa di un pilastro della solidarietà e dei diritti come è stato Gino Strada non può che indurre a delle importanti considerazioni sulle condizioni nelle quali versa lo stato di diritto in questo Paese.

E allora da dove partire se non dal vergognoso rinnovo degli accordi criminali con la Libia, da poco approvato dal governo dei “tutti assieme appassionatamente” – che comprende dal PD e LeU fino alla Lega passando dai partiti di destra liberista come FI e IV  – mettendo nelle mani di assassini torturatori centinaia e centinaia di persone, rifinanziando la cosiddetta guardia costiera e la costruzione dei centri di detenzione (lager) sui quali non c’è certo necessità di spendere ulteriori parole?

È facile (e ipocrita) oggi fare post e tweet alla memoria di Gino quando non più di 2 settimane fa si è stati complici del rifinanziamento di questa vergogna.

La narrazione mainstream è altrettanto preoccupante al punto che, tra la quasi maggioranza delle persone, si sentono teorie deliranti che assolvono l’assessore assassino leghista di Voghera (PV) con idiozie del calibro di “se l’extracomunitario fosse stato espulso non sarebbe accaduto” quando la realtà dei fatti porta – o meglio dovrebbe portare, se fossimo in una collettività in grado quantomeno di fare analisi – ad un pensiero che dica “se criminali con il vizio di sparare addosso alla gente mirando al cuore non fossero in circolazione o per lo meno non ricoprissero incarichi istituzionali questo gravissimo fatto non sarebbe accaduto”.

In questo Paese esistono ancora oggi i “centri di permanenza per il rimpatrio”, i CPR, dove ogni diritto viene calpestato ogni giorno, si pensi, come casi limite a quelli di Via Corelli a Milano, Corso Brunelleschi a Torino e Gradisca d’Isonzo.

Questi luoghi maledetti rinchiudono al proprio interno in condizioni detentive delle persone che non hanno commesso reati ma che pagano la propria condizione di “essere migranti” mettendo ancora una volta in luce come nell’Europa delle banche i capitali possano circolare liberamente mentre le persone no, ritrovandosi a rischiare la vita prima nel deserto, poi nei campi libici, poi sui barconi in mezzo al Mediterraneo per arrivare poi, nella stragrande maggioranza dei casi, ad attese estenuanti per avere la famosa (famigerata)  “commissione” che deciderà se hanno o meno i requisiti per richiedere la protezione internazionale (asilo) e quindi il diritto di rimanere sul territorio. In caso di esito “negativo” inizia l’odissea della vita in “clandestinità” che si conclude spesso con la detenzione nei CPR.

Nei Cpr le condizioni psicofisiche nelle quali vengono costrette a vivere le persone sono drammatiche, al punto che gli atti di autolesionismo e la somministrazione sommaria di psicofarmaci senza controllo sono purtroppo all’ordine del giorno.

Non sono da meno la grave repressione, l’intimidazione e i pestaggi.

Esempio su tutti è stata “la smazzoliata” pestaggio/spedizione punitiva avvenuta da parte delle cosiddette forze dell’ordine nel CPR di via Corelli a Milano, il 25 maggio 2021, in seguito a delle proteste per le mancate procedure anticovid nella quale venivano fatti vivere i trattenuti. L’ipotesi del reato è di lesioni e tortura aggravata in concorso. Questo grave fatto e le drammatiche condizioni di detenzione nelle quali vengono trattenute le persone nel CPR sono l’oggetto di un esposto presentato in sede giudiziaria da parte dei Senatori De Falco e Nocerino che hanno visitato il centro accompagnati da alcuni esponenti della Rete “Mai più lager – NO AI CPR”.

Nelle carceri la situazione non è molto diversa, i diritti umani e la Costituzione Repubblicana nata dalla Resistenza vengono calpestati quotidianamente, ed è notizia recente quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dove grazie ad un filmato che, ricordiamolo, è stato girato per errore per via della dimenticanza di qualcuno di spegnere una delle telecamere, si è venuti a conoscenza di “perquisizioni” che diventavano vere e proprie spedizioni punitive degne della macelleria messicana della Diaz e di Bolzaneto di Genova 2001.

Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere i manganelli degli agenti antisommossa precipitavano sulle teste, sulle schiene, sulle braccia e le gambe dei detenuti che venivano fatti uscire dalle celle e obbligati a raggiungere la sala della socialità.  Per arrivarci, in quella sala, i detenuti dovevano attraversare un corridoio dove i poliziotti si mettevano ai due lati e picchiavano selvaggiamente tutti. Inoltre il personale interno che conosceva personalmente ogni recluso sfogava spesso la propria rabbia e la propria frustrazione “puntando” alcune persone come ad esempio quei quindici che in quel carcere vennero poi mandati in isolamento e lasciati per giorni con addosso i vestiti strappati e sporchi di sangue.

E quindi ci si ritrova di nuovo, proprio nell’anno del ventennale del massacro di stato di Genova 2001, con una repressione poliziesca violentissima, senza reali tutele per le persone in stato di privazione della libertà e soprattutto senza il necessario codice identificativo sulle uniformi di tutte le forze di polizia.

L’opinione pubblica è ridotta ai minimi termini, lo spirito critico della popolazione si ferma spesso a fatti futili e non è riscontrata, né dalla popolazione né tantomeno da Draghi e da chi compone il suo Governo, la necessaria indignazione quando il  sottosegretario all’Economia Claudio Durigon chiede di reintitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini – fratello del duce – e di togliere i nomi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino oppure quando l’ex consigliere comunale e ex candidato leghista a Colleferro Andrea Santucci rilancia su questa proposta dicendo: “Piazzale dei partigiani a Roma Ostiense? Lo intitolerei a Hitler”.

Si potrebbe proseguire con molti altri esempi ma credo che quelli citati bastino per comprendere che abbiamo un lunghissimo lavoro da fare e che la strada è in grande salita.

La miglior Memoria di Gino Strada la porteremo avanti facendo vivere sulle nostre gambe le sue idee e le sue battaglie per i diritti e per l’umanità. Non sarà un lavoro semplice, lo stato attuale delle cose è senza ombra di dubbi contro questa nostra grande battaglia ma citando un grande rivoluzionario che sono certo piacerebbe sentire citare anche a Gino – Ernesto “Che” Guevara  – mi sento di dire che: “Chi conduce una lotta può perdere, chi non la conduce ha già perso.» [Fabrizio Baggi, segretario regionale Rifondazione Comunista Lombardia]

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