(AP Photo/Rahmat Gul)

Un disastro annunciato: l’Afghanistan vent’anni dopo

Talebani a Kabul. L’Afghanistan, per l’Occidente, è perso. Un finale inevitabile dopo gli accordi di Doha, ma che per la sua rapidità ha lasciato impressionata l’opinione pubblica di tutto il mondo. A distanza di un mese dagli articoli che hanno trattato l’anniversario di un avvenimento importante, il G8 di Genova, parliamo qui di un fatto di notevole, e tragica, importanza storica che ci rimanda giocoforza a quell’estate del 2001. Genova 2001-2021 lascia il posto ad Afghanistan 2001-2021 e alla presa dei talebani di Kabul vent’anni dopo il tentativo eterodiretto di formare una democrazia.


Se un mese fa il rimando della memoria è stato anche occasione positiva per provare a riprogettare un futuro possible (e quindi occasione di esercizio di pensiero), in questo caldo agosto il ritorno al passato ha solo un sapore amaro e su quel pensiero speranzoso di altro mondo possibile viene posto un velo nero opaco di preoccupazione e impotenza per la realtà. Per le tante persone morte, per quelle che rischiano ora la vita e per quelle che fuggiranno nella speranza di essere accolte in paesi limitrofi e in Europa. Questo articolo vuole provare a fare ordine su accadimenti e ruoli dei protagonisti di queste ore drammatiche del “Paese degli aquiloni”, per punti e toccando diversi temi: l’identità dei talebani e le differenze rispetto a vent’anni fa; le ragioni del crollo dello Stato afgano in così poco tempo; il ruolo delle potenze regionali; e, ultimo ma non meno importante, il futuro delle donne nel paese e la questione migratoria.

  • Chi sono i talebani

Diverse testate stanno ora ripercorrendo la storia dei talebani, il gruppo fondamentalista islamico che ha riconquistato la capitale dell’Afghanistan, Kabul, il 15 agosto scorso, dopo una relativamente breve campagna di conquista del paese (dieci giorni per arrivare a Kabul, conquistando Herat, Jalalabad, Kandahar e altri snodi fondamentali per le vie commerciali del paese). Oscurantisti, narcotrafficanti, islamisti radicali, nazionalisti. Così possono essere definiti gli appartenenti a questo gruppo definito di studenti coranici, nato da quel coacervo di mujahiddin impegnati a combattere la guerra civile in Afghanistan, a seguito della fine del protettorato sovietico. Sono un movimento religioso, politico e militare attivo nelle zone del sud a maggioranza pashtun e molto legati al Pakistan. Il ritiro sovietico dal paese dopo l’occupazione (1979-1989), accelerato dal finanziamento di diversi paesi – Iran, Stati Uniti e Pakistan – agli stessi mujahiddin (Djalâlouddine Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar su tutti, i più sanguinari) ha portato alla successiva guerra civile e alla progressiva affermazione dei talebani nel paese nel 1996, forti delle loro promesse di stabilità e vero governo islamico, guidati dal mullah Mohammed Omar.
Un regime che durò fino all’invasione occidentale dell’ottobre del 2001 a seguito degli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre, come tutti sappiamo.
Un’organizzazione, al-Qaeda, non coincidente (seppur legata) ai talebani, ma che ne ha sempre sfruttato in qualche modo l’influenza nell’area in cambio del giuramento di fedeltà (bay’a) verso i loro leader (mullah Omar prima del 2013 e Haibatullah Akhundzada, il leader supremo, ora); l’agenda di al-Qaeda è internazionalista e panislamista, mentre quella talebana incentrata sul dominio di un solo paese e per questo maggiormente nazionalista, ma molti credono che questa vittoria talebana determini un rinvigorimento anche del gruppo jihadista fondato da Osama Bin Laden. Tanto dipenderà, in questo senso, dalle scelte strategiche della leadership talebana e del controllo su possibili free riders. Dopo vent’anni di guerra umanitaria fallimentare i talebani tornano quindi al potere, in un paese che è tra i primi al mondo per numero di sfollati.

Combattente talebano a un checkpoint, di fianco alla bandiera del gruppo
  • Differenze e similitudini: 2001-2021

I talebani sono cambiati rispetto al passato? In tanti se lo chiedono. I pareri sono contrastanti: chi pensa che siano diversi e più moderni, più attenti al ruolo della donna nella società (pochi, invero); chi è più cauto e vede le rassicurazioni del portavoce Zabihullah Mujahid – non molto diverse da quelle del 1996 di altri portavoce talebani – come una necessità di mostrare un volto rispettabile e fatte di promesse vuote.
La sensazione è che siano per tante ragioni gli stessi talebani oscurantisti conosciuti dal 1996 al 2001.
Unica differenza, incontestabile, è la volontà di ricoprire un ruolo all’interno della comunità internazionale e di essere riconosciuti come interlocutori. Come si è visto, rispetto al passato, curano la loro immagine, utilizzano i social network e parlano con giornalisti (e, notizia, giornaliste). Si presentano come un gruppo unito e coeso e la loro forza è stata una gestione efficace e un coordinamento efficiente, dimostrato sul campo e attraverso le tregue stabilite dalla Rabhari Shura, il Consiglio Supremo che ha avuto la capacità di consolidare i rapporti diplomatici con diversi paesi della regione: Cina, Russia, Iran e Pakistan (partner dai rapporti altalenanti ma saldi e stabili).
Al suo interno è un gruppo diviso tra diverse anime, di cui tre sono le principali: la componente prettamente militare, guidata da mullah Yakoob, figlio del mullah Omar; quellapiù politica, capeggiata dal mullah Abdul Ghani Baradar, leader della prima ora insieme al mullah Omar e de facto guida della campagna che li ha portati al potere (passando per l’Accordo di Doha, dove è stato interlocutore principale dopo essere stato liberato dal Pakistan nel 2018 a seguito di otto anni di prigionia); ultima ma non meno importante è la rete Haqqani, guidata da Sirajuddin Haqqani, anch’egli figlio d’arte dello storico leader Djalâlouddine Haqqani e conosciuta per il carattere sanguinario, oltranzista, anti-dialogo e l’utilizzo di kamikaze. E che, inoltre, pare essere l’anello di congiunzione tra al-Qaeda e i talebani – per legami anche matrimoniali. Ci saranno probabilmente anche conflitti interni, e il nodo del supporto dei jihadisti internazionali – errore pagato a caro prezzo nel 2001 – sarà una discriminante da cui dipenderanno le sorti del riconoscimento del regime, almeno nel medio periodo. Molto dipenderà anche dalle scelte dei militanti sul campo, data la struttura diffusa e autonoma dell’organizzazione talebana.

  • Come collassa uno stato in poche settimane

Un disastro. Così può essere descritto dal punto di vista occidentale (e non solo) quanto è accaduto in Afghanistan. Tanti i punti da chiarire, sia politici che militari, ma la certezza è quella di un esercito impreparato e lasciato solo a gestire una situazione ingestibile. Paradossalmente, come afferma il giornalista Giuliano Battiston, proprio a causa dei miliardi che hanno alimentato la corruzione diffusa a ogni livello, il paese si è ritrovato fragile istituzionalmente e militarmente. Le istituzioni erano dipendenti dall’aiuto esterno, rendendo di fatto rentier la classe politica e quindi lo stato.
Comprendendo che nessuno li avrebbe più aiutati, i politici e i militari alleati dell’Occidente o si sono accordati col nemico o sono scappati – come ha fatto l’ex presidente Ashraf Ghani negli Emirati (si pensa con una cospicua quantità di denaro pubblico).
Non ha funzionato quindi la struttura eterodiretta e percepita come avulsa dagli afghani, costruita in anni e anni di occupazione democratica e noncurante delle differenze etnico-politiche del paese (storicamente diviso in due/tre blocchi: con i pashtun a sud, propensi a un modello più centralizzato basato sulla Costituzione del 1964 e sulla consuetudine o pashtunwali; i tagiki a nord (gruppo costituente dell’Alleanza del Nord guidata da Massoud) che preferivano un modello più rappresentativo; e gli hazara nei territori centrali, vittime di costanti persecuzioni e passati da maggioranza relativa a minoranza. Un’amministrazione unificata, quindi, mal gestita e da sempre mal sopportata.
Negli anni, per risolvere i problemi politici la classe dirigente afgana ha cambiato costantemente la forma alle istituzioni portandole, come detto, al servizio della politica e non viceversa, causando disaffezione e risentimento nella popolazione. Daniele Raineri, giornalista de Il Foglio, spiega esaustivamente, seguendo i vari passaggi cronologici recenti di questa débâcle, come si sia arrivati a questo punto e perché la strategia talebana sia stata funzionale – nella sua occupazione dei valichi di frontiera e dei diversi distretti strategici – alla conquista. Una conquista quasi priva di opposizione anche a causa della disaffezione, dell’impreparazione e dei possibili accordi preventivi tra le parti una volta compresa la gravità (da parte del governo e dell’esercito) della situazione.

I giorni della conquista talebana dell’Afghanistan. Fonte: Long War Journal; e qui una mappa interattiva del controllo del paese dal 2000 a oggi
  • L’abbandono americano e il ruolo delle altre potenze

L’abbandono americano e Nato, confermato dagli accordi di Doha (siglati il 29 febbraio 2020 senza coinvolgere governo e società civile ma in via bilaterale con i talebani) è stato quasi privo di condizioni se non un impegno senza vincoli dei talebani a porre a freno il terrorismo e in particolare al-Qaeda. Un negoziato in cui i talebani sapevano che Washington voleva andarsene e vincolava il ritiro a una cessazione delle violenze senza deterrenza. Quali sono però le ragioni del ritiro? Il ritiro è spiegabile in una più ampia partita geopolitica, di calcolo delle priorità, ma soprattutto secondo il gioco a due livelli che permette di spiegare la politica estera seguendo i tratti di quella interna: gli Stati Uniti si sono ritirati perché hanno seguito il sentimento popolare e la sua volontà, quasi unanime e bipartisan, storicamente molto pesante nelle decisioni di politica estera e a cui i Presidenti prestano in genere molta attenzione (così è stato, purtroppo, nel 2001). Per qualsiasi politica estera efficace e proattiva, è necessario costruire prima un solido consenso politico interno: Biden, sulla scia di Trump, ha dovuto decidere tra un ritiro – popolare e già praticamente certo – o nuova invasione e ha scelto seguendo la volontà della maggioranza degli americani. Il come, poi, è fortemente discutibile. Mentre il Segretario di Stato Antony Blinken si affannava a ripetere che in Afghanistan gli Stati Uniti «hanno portato a termine la loro missione», la popolazione afgana si ritrova a fronteggiare un futuro denso di incognite, dove l’unica resistenza resta quella del vice-presidente Amrullah Saleh e di Ahmad Massoud (figlio di Ahmad Shah Massoud, detto il Leone del Panjshir, capo della resistenza anti-talebana degli anni Novanta, moderato islamista, ucciso dai terroristi due giorni prima dell’11 settembre).
Nel corso di questi venti anni, gli obiettivi di Washington nella più lunga campagna bellica mai condotta dagli Usa in un paese straniero sono cambiati più volte. Sconfiggere al-Qaeda, eliminare il terrorismo nella regione, portare stabilità e sicurezza alla popolazione. Ora la missione si dice sia compiuta, ma in base a cosa? Al-Qaeda è viva, lì come in Africa. Il terrorismo è presente, la stabilità e la sicurezza assenti. Gli Stati Uniti e i loro alleati lasciano, in questi giorni, e in un fallimento epocale che ha fatto la storia, un paese con un bilancio di 250mila morti in mano a un regime del terrore.

A trarre beneficio dal ritiro americano non sono gli afgani ma diversi paesi dela regione. Sicuramente la Cina, che da tempo ha relazioni informali con i talebani, diventate formali nel 2015, sino ad arrivare all’ultimo incontro tra Ghani Baradar e il ministro del esteri cinese del 28 luglio. Reciproci interessi in gioco per gli attori principali di questi due paesi confinanti per 76 km: da un lato il riconoscimento cinese dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, di fatto legittimandolo nel consesso della comunità internazionale; dall’altro l’accesso di Pechino in un paese con ricche risorse di minerali rari e preziosi e petrolio dove già detiene la maggior parte dei diritti sul sottosuolo. Senza contare la strategicità vis à vis gli Stati Uniti, gli interessi della Nuova Via della Seta (che passa anche per Afghanistan e Pakistan) e il potenziale freno/controllo talebano sul separatismo islamista uiguro.
E poi la Russia, anch’essa attenta a quanto accade e storicamente attenta a questo buffer state così vicino alle sue sfere di interesse, nella preoccupazione per l’islamismo radicale in Asia Centrale, in quegli stati dove ha ancora tanta influenza (Uzbekistan, Tajikistan, Kazakhstan). Il Pakistan, che ha scongiurato l’alleanza afgana con l’India e ha ottenuto la più netta vittoria. L’Iran (che ha ospitato e ospita membri di al-Qaeda) e a cui è stata promessa la protezione della minoranza sciita nel paese. L’Arabia Saudita, una delle poche nazioni a riconoscere il regime degli anni Novanta. La Turchia che si troverà verosimilmente a dover gestire un nuovo flusso di migrazioni con buona pace del diritto internazionale e nell’interesse della Fortezza Europa (che già prevede di accogliere, ma non troppo).
Molti, quindi, gli attori regionali che tengono in queste ore aperte le loro ambasciate a Kabul, e sono interessati alla stabilità del paese e alla loro sicurezza interna. Pochi, quelli attenti ai diritti degli uomini e delle donne afgane.

Foto: La Repubblica
  • I diritti delle donne e la questione migratoria

Ormai è infatti risaputo che le vittime delle guerre e dei giochi di potere tra nazioni in competizione sono i civili e soprattutto quelli che sono ancora i più fragili, perché ultimi. La storia, la prima volta come tradgedia e la seconda come farsa, si ripete. Dopo essere stato teatro di sanguinose guerre, alcune definite giuste (termine orrendo da accostare a una guerra, così come la definizione di necessaria ripresa da tanti ultimamente) come quella di George W. Bush e della coalition of the willings, nel nome dell’autodifesa e del rispetto di quei diritti umani che ora sembrano marginali.
L’Afghanistan si appresta ad essere sicuramente, e nuovamente, territorio di abusi e repressioni, di diritti violati. A Jalalabad e Kabul già si registrano i primi morti tra chi protesta; acquisti di burqa; paura che milizie talebane arrivino a rapire ragazze e donne casa per casa, come si dice stia già accadendo; manifesti raffiguranti donne a volto scoperto cancellati (forse anche in via preventiva).
Si teme che, come negli anni Novanta, sotto i talebani le donne non potranno lavorare come prima, studiare, guidare, mostrare il volto e uscire in pubblico senza un parente uomo. Insomma, un incubo che a distanza di venticinque anni si ripete.
Lo sanno bene le donne del C.I.S.D.A, di Pangea Onlus e di R.A.W.A (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), attive in Afghanistan e fortemente impegnate da anni in diversi progetti e nell’empowerment femminile, che rischiano di rimanere sole e senza aiuti (per le quali sono aperte le donazioni sui loro siti); e lo sa bene Emergency, ancora presente in loco con i suoi ospedali. Così come lo sanno tante associazioni attive in questi anni per ridare dignità alle persone vessate da decenni di conflitti, che ora rischiano di essere altrettanto criminalizzate. Una beffa che tutto questo accada a pochi giorni dalla morte di Gino Strada, attivo per i diritti umani anche in Afghanistan. Quei diritti che «se non sono universali, allora si chiamano privilegi», come diceva. Ora, vivere in Afghanistan è vivere con quei diritti violati, soprattutto nelle periferie dove i media faticano ad arrivare. Chi non vive in zone come quelle – perché di Afghanistan ce ne sono tanti, luoghi controllati da islamisti e jihadiisti o regimi che perpetuano discriminazioni e violazioni gravi dei diritti umani – deve ritenersi un privilegiato.

Se, come si aspettano alcuni (tra cui Macron che appare tra il preoccupato e lo spaventato, attestato su posizioni equilibristiche funzionali alle imminenti elezioni) ci saranno arrivi irregolari verso l’Europa di cittadini afgani – anche se si pensa che si rifugeranno maggiormente in Pakistan e Iran – l’accoglienza dovrà essere imperativa.
Anche se tanto dipenderà dai paesi di transito (Turchia e lo stesso Iran su tutti) e dalla loro gestione. Intanto l’aereoporto di Kabul è nel caos: tentativi di fuga disperata, violenza, morte.
Nessun governo europeo però sembra voler rischiare di dimostrarsi troppo debole sulle migrazioni per paura di perdere supporto a favore di quei partiti che della lotta all’immigrazione hanno fatto il loro cavallo di battaglia costruendosi un forte consenso.
Gli spazi per la solidarietà in Europa si stanno esaurendo gradualmente. Ma è di vitale importanza almeno regolarizzare le decine di migliaia di afgani su suolo europeo e porre fine ai rimpatri (in questo momento sospesi).
Dal 2008 al 2020 circa 290,000 afghane e afghani si sono visti opporre un diniego alla loro richiesta d’asilo. Di queste persone, circa 70,000 sono già state rimpatriate. Altri 92,000 afgani stanno attendendo l’esito della loro domanda d’asilo proprio in questi mesi. Come afferma Matteo Villa le moratorie sui rimpatri non bastano: servono strumenti di protezione efficaci e duraturi. E la formazione di corridoi umanitari è un’urgenza.

La situazione attuale è iper-raccontata, giustamente, ma il timore è che quando i riflettori si spegneranno il senso di lontananza e di impotenza vincerà, così come accade riguardo altre aree del mondo, dimenticate.
È necessario tenere a mente che la situazione che stiamo vivendo non è però nuova, ma è frutto di guerre logoranti, imperialismo, corruzione e sopruso.
Il popolo, in questo caso quello afgano, è la vera vittima di dinamiche colonialiste e neo-colonialiste, di diverso colore ma attive da svariati decenni, e probabilmente ancora lo sarà in futuro. Il problema attuale sono i talebani, ma in passato alle crisi hanno contribuito le varie invasioni e i bombardamenti, anche “democratici”, che hanno fatto la fortuna solo dell’industria delle armi. La violenza genera spirali di violenza difficili da fermare e che, come in questo caso, portano spesso a risultati inattesi, a volte opposti e incontrollabili. Tragedie. [Daniele Molteni, ecoinformazioni]

Donne con il tradizionale burqa talebano. Foto: Paula Bronstein/Getty Images
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