Intervista/ Nel nome di Mahsa Amini

Una cittadina Iraniana, che ha scelto d’identificarsi col nome Mahsa Amini – intervistata da Beatriz Travieso Pérez – trasferita in Italia da più di dieci anni, racconta la sua esperienza e il suo vissuto attuale. L’intervista è stata condotta in inglese per facilitare lo scambio.

È un simbolo molto forte scegliere di essere chiamata Mahsa Amini, come mai? Quando mi hai chiesto di fare l’intervista sapevo di non dover espormi usando il mio nome, quindi ho pensato, userò Mahsa Amini, in un certo senso posso dire di sentirmi lei, tutte noi siamo diventate lei. Certo ci sono altri nomi di attiviste uccise dal regime in questo contesto, ma lei è diventata il simbolo di questa rivoluzione.

Speriamo in una rivoluzione? Certamente.

Ci stanno provando tanto a fermare la rivoluzione, usano tanta forza. Non puoi capire com’è… Tutti giorni è una tortura aprire i social e guardare i video di persone uccise, anche bambini! Non lo so se lo hai visto, ma poco tempo fa è saltato fuori che hanno ucciso un bambino di 10 anni. Sono sconvolta.

Capisco. Ma penso questa brutalità ci fa un po’ capire quanto potere veramente hanno le persone… Sì e ciò dimostra quanta paura abbia il regime di queste proteste. Le persone sono già oltre la paura. E ogni assassinio fa peggiorare la situazione. Il regime pensa che la violenza serva a qualcosa, ma essa si rivolge contro il potere. Ogni cerimonia, ogni veglia o funerale, diventa una manifestazione di protesta.

Come hai avuto notizia della prima manifestazione a cui hai partecipato? Sempre dai social media, un’amica, anche lei iraniana, vide l’evento su Fb e lo condivise con me. Io ero molto felice, erano i primi giorni dalla morte della vera Mahsa Amini, le prime settimane di tutto.

Come ti sei sentita, assistendo a quella manifestazione? Molto sorpresa, non mi aspettavo tante persone, specialmente in una manifestazione organizzata da italiani, invece che da iraniani.

Sei risuscita a conoscere persone nuove in questa manifestazione? Le organizzatrici, per esempio? No, a dire il vero. Sono ho partecipato con cinque, sei, dei miei amici iraniani e non abbiamo parlato con nessuno. Una mia amica voleva parlare quando il microfono è sato offerto a tutti, ma non se la sentiva di parlare in italiano, e siccome tutti gli interventi sono stati fatti in italiano, ha pensato non avesse senso parlare in inglese. Sono d’accordo con lei. La maggior parte degli italiani non capisce bene inglese, meno ancora se con un accento.

Sei tornata alle manifestazioni organizzate dopo quella? No, mi sono spostata in un’altra città dove c’è un gruppo d’iraniani più grande e mi sono unita alle loro manifestazioni. Mi sembra più importante partecipare alla manifestazioni gestite dalla diaspora iraniana nel mondo. Per esempio il 19 novembre, ci saranno tante manifestazioni in tutto il mondo. Anche la possibilità di avere una massa critica più grande è importante. Dimostrare che siamo in tante è essenziale.

Capisco, ma dimmi, cosa tu senti in queste manifestazioni? Che emozioni vedi negli altri? Vedo negli altri e anche sento in me stessa le stesse emozioni, rabbia, una grande quantità di rabbia, disgusto, schifo… Tristezza, certamente, per tutto ciò che accade. Allo stesso tempo, e comunque anche questo lo vedo sia in me che in tutti li iraniani con cui parlo, dal fondo del cuore spunta per la prima volta un po’ di speranza. Siamo sicuri che da questo nascerà qualcosa di buono.

È da quando sei emigrata dall’Iran che aspetti che la situazione cambi? Quando andai via non c’era libertà per esprimermi, non potevo neanche scegliere come vestirmi, dovevo indossare per forza il hijab. Pensai al tempo, «se le cose migliorano, tornerò», ma da allora le cose sono solo evolute in peggio, di peggio in peggio. Una delle ragioni che mi spinsero a immigrare fu il desiderio di vivere in un mondo libero.

Quale messaggio per noi? La cosa più importante che potete fare è inmformarvi. Non pensate mai che le violenze siano finite o che finiranno a breve. Dovete invitare i vostri governi, sia l’italiano che europeo, a prendere una posizione per i diritti, a prendere atto della situazione drammatica iraniana. La diaspora iraniana cerca di fare giusto questo, chiedendo di chiudere le ambasciate iraniane in diverse nazioni europee, di rifiutare gli ambasciatori che non rappresentano la gente dell’iran. C’è anche una campagna lanciata tre o quattro settimane fa che chiede la chiusura di diverse aziende estere, aperte e controllate dal regime, che lo supportano e permettono loro di avere internet quando lo tolgono alla popolazione come denuniciato in Germania con Softqloud.

Potete anche fare pressione sui vostri governi perchè si colpiscano gli interssi del regime anche in Europa. Bisogna chiedersi, come mai i ricchi iraniani vicini al regime possono vivere in lusso quando la gente in Iran muore di fame? Come mai le banche europee accettano soldi sporchi di sangue riciclandoli? Perché gli investori del regime possono comprare cittadinanze estere ?

Grazie mille Mahsa, è stato un privilegio parlare con te oggi. Grazie a voi, per quello che fate.

Prima di andare via, la nsotra Mahsa ci ricorda la canzone Baraye, scritta in maniera partecipata di Shervin Hajipour su twitter, chiedendo alle persone iraniane perché manifestano il regime. Qui il testo tradotto da testietraduzioni.it.

Baraye di Shervin Hajipour
Per ballare nei vicoli
Per il terrore quando ci si bacia
Per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle
Per cambiare le menti arrugginite
Per la vergogna della povertà
Per il rimpianto di vivere una vita ordinaria
Per i bambini che si tuffano nei cassonetti e i loro desideri
Per questa economia dittatoriale
Per l’aria inquinata
Per Valiasr e i suoi alberi consumati
Per Pirooz e la possibilità della sua estinzione
Per gli innocenti cani illegali
Per le lacrime inarrestabili
Per la scena di ripetere questo momento
Per i volti sorridenti
Per gli studenti e il loro futuro
Per questo paradiso forzato
Per gli studenti d’élite imprigionati
Per i ragazzi afghani
Per tutti questi “per” che non sono ripetibili
Per tutti questi slogan senza senso
Per il crollo di edifici finti
Per la sensazione di pace
Per il sole dopo queste lunghe notti
Per le pillole contro l’ansia e l’insonnia
Per gli uomini, la patria, la prosperità
Per la ragazza che avrebbe voluto essere un ragazzo
Per le donne, la vita, la libertà
Per la libertà
Per la libertà
Per la libertà

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