Noi e Berlusconi

Quella domenica che incontrammo Berlusconi. Non è un esercizio futile, la memoria. Per riportare esattamente il giorno, la data precisa nella quale, io, mia moglie Silvia, mio figlio, era piccolino, Janus, ci ritrovammo faccia a faccia con Silvio Berlusconi, ma c’erano anche Confalonieri e Dell’Utri, sono andato a spulciare le mie agende. Non ho trovato il riferimento, mi ci vorrà più tempo, non importa. Ma è stato vero. È accaduto. Non eravamo ancora stati resi schiavi dai social ed io annotavo tutto sulle mie agende. Infatti, sono fittissime, e parlo dei primi anni Duemila, di eventi, incontri, indirizzi, numeri di telefono, riflessioni, foto, adesivi, volantini, bigliettini: una ricchezza che, a guardare la mia agenda di quest’anno, nemmeno un decimo di tutte quelle attività svolte, vi ritrovo.

Veniamo a quella domenica. Sicuro il luogo, Cassinetta di Lugagnano, poco fuori Milano, famoso per l’Osteria del Ponte, uno dei ristoranti migliori d’Italia e per essere, lo è ancora, presieduto da un sindaco, Domenico Finiguerra, tra i pochissimi a praticare , veramente, il consumo di suolo zero. Militante ecologista, candidato più volte nella sinistra radicale. Fu proprio lui ad invitarci, ero il solo rappresentante, in Lombardia, di Civiltà Contadina, associazione per la biodiversità rurale, insomma, salvatori di semi, ero anche nel direttivo. Fummo chiamati per partecipare ad un mercatino , una domenica mattina, doveva essere autunno, per tenere un banchetto con i nostri semi. C’era anche Fabio Fimiani, cronista di Radio Popolare, infatti, l’indomani, nel notiziario della mattina, parlò di quanto accadde. Eravamo negli anni immediatamente seguenti al G8 di Genova, avevamo subito tutti l’aggressione dello Stato. Avevamo paura. A Cassinetta era in corso una mobilitazione popolare contro l’ennesima tangenziale che avrebbe seppellito sotto l’asfalto ettari ed ettari di buona terra coltivata. Il mercatino era stato organizzato anche in vista di quella lotta. Ci avevano contattato, c’eravamo fatti conoscere per precedenti banchetti, Civiltà Contadina, noi, io e Silvia, avevamo fondato il primo gruppo locale in Italia, in assoluto, di salvatori di semi affiliato a Civiltà Contadina. Ci svegliammo presto, e non ci pesava, era normale, per noi, senza automobile, andare. La famigliola, in treno da Asso a Milano, poi, immagino che prendemmo altro mezzo per Magenta o Abbiategrasso e là, dovettero venire a prenderci. Con noi portavamo, anche il piccolino faceva la sua parte, bustine di semi, piantine di melissa: di più non potevamo, di più, allora, non avevamo. Andammo, trovammo la solita atmosfera festosa dei mercatini, eravamo felici, certamente, di essere là. Non eravamo molti, meno di un centinaio di persone, Cassinetta è un paese piccolo. Questa atmosfera di chiacchiericcio da mercatino domenicale venne turbata: dal parroco del paese giunse la notizia che Silvio Berlusconi, allora presidente del consiglio, sarebbe atterrato in elicottero al campetto dell’oratorio, unico luogo possibile, in zona, per poi recarsi a pranzo, con i suoi sodali, presso l’Osteria del Ponte, lì a Cassinetta. Un problema. Questa osteria si trovava in faccia a noi, dall’altro lato della strada. Cosa facciamo e cosa non facciamo. Si aveva paura. Contestarlo, si doveva ma, dopo discussione, prevalse la linea di attaccarlo in merito alla sola questione che di più, a tutti, del posto, bruciava, ossia la tangenziale. C’era il Comitato con i suoi striscioni. Si sarebbe fatto quello. Ricordo bene che, allora, raccontai di come non ci avessimo pensato due volte, io e Giovanni Grieco, avevamo vent’anni, a contestare Craxi, decenni prima, a Cava de’ Tirreni, in occasione di un suo comizio elettorale al cinema Capitol. Entrammo. Ascoltammo Craxi. Se ne andò la luce, per qualche guasto “Ve site arrubbate pure ‘a currente!!!” ci venne spontaneo di urlare, la sala era gremita di gente, i socialisti erano attaccati, celeberrima la vignetta di Michele Serra “Scatta l’ora legale. Panico tra i socialisti”, fatto sta che urlammo quella frase diretta ai socialisti e a Craxi, naturalmente. Bene: conseguenze? Zero. Nulla di nulla. I compagni socialisti di Cava ci conoscevano bene, a nessuno venne in mente né di identificare e neppure di allontanare me e Giovanni, detto “il radicale”, io stavo nella FGCi, la federazione comunista, niente Digos, niente carabinieri. La luce tornò, ci sentimmo il resto del comizio. Credo che i compagni socialisti si siano fatti, pure loro, una bella risata alle nostre urla, uno sfottò che ci stava, insomma. Ben altra la tensione, quando a Cava, venne Almirante: furono botte, tutt’altra cosa. Dunque: Berlusconi non era Craxi ed in mezzo c’era stata Genova. Dovemmo discutere, tra noi, per impedire conseguenze serie per chiunque. Certo, non eravamo l’autonomia, tra noi, donne e bambini. Eppure, la tensione, c’era. Ah, ricordo che al tempo c’era una lotta anche per difendere le pensioni, si voleva urlare pure di quello. Niente, prevalse la linea “La tangenziale non si deve fare, la buona terra agricola non si deve toccare”. Berlusconi arrivò. Con le sue guardie del corpo. Era diversamente alto. Mi colpirono le guance color carota: uno strato spesso di trucco che, addosso ad un uomo, non avevo mai visto. E quei denti, bianchissimi. Venne da noi, diretto. È un conoscitore della comunicazione, prese la via maestra. Tutti cominciarono ad intonare gli slogan concordati. Quando si avvicina, che gli si vede il bianco degli occhi, ammutoliscono tutti. Si dirige, il gran furbone, proprio verso la felice famigliola, dritto verso me, Silvia e nostro figlio. Quando mi arriva a un metro, perdo il controllo e gli urlo in faccia “L’altro ieri è crollato un controsoffitto in un liceo di Cantù, ma la vogliamo finire di spendere soldi per le armi e li spendiamo, invece, per la scuola o no?” Il controsoffitto era crollato davvero ed io sono ancora un insegnante. Gli urlai con quanto fiato avevo in gola, tutto questo. Il confronto diretto, Berlusconi era arrivato a meno di un metro da me e i suoi bodyguards, gli stavano tutti intorno. Rammento esattamente il suo sguardo, prima irridente e sfrontato. Poi, sempre serrando i denti, non salutò, noi non lo avevamo fatto, se ne andò. Furono pochi minuti. Avevo urlato, sintetizzando, tutta la mia rabbia di precario, lo sono stato per tredici anni, di una scuola pubblica alla quale, non lo dimentichiamo, erano stati tolti, man mano, con le varie finanziarie lacrime e sangue, fondi che erano scesi da circa dieci miliardi di euro a tre: ridotti all’osso e moltiplicati, al contrario, i fondi alle private. Dopo questa esplosione verbale di rabbia, tutti gli altri, mi si fecero vicino e mi chiesero perché, come concordato, non gli avessi urlato contro quanto stabilito. “E perché vi siete ammutoliti voi? Perché siete stati zitti? Io ho urlato quanto più mi stava a cuore”. Berlusconi ed i suoi se ne andarono a mangiare. Noi restammo fino all’ora di smobilitare. È stata una giornata che non potrò mai dimenticare. Ripeto che se ne ebbe un’eco nel notiziario del mattino seguente su Radio Popolare, non me lo sono sognato o inventato. Adesso che è stato proclamato il lutto nazionale, ricordare tutto quanto è stato doveroso e catartico, liberatorio. No, non vennero a chiedermi i documenti e non ci furono conseguenze di nessun tipo. D’altronde, gli avevo urlato uno stato di fatto delle cose, nessun insulto neppure velato o minimamente alluso. Ogni tanto, ne parlo, quando tra amici ci si chiede “E tu, di famoso, chi hai incontrato?”, tiro fuori questa storia di Cassinetta di Lugagnano. Almeno vent’anni fa, una domenica mattina. In quanto a conseguenze sulla mia vita personale, ad insulti e minacce nei confronti della mia persona, e, ne ho ancora, seppur di rado, fu molto più pesante quella del 20 agosto 2019, a Lampedusa. Ma, se ne trovano video in rete. Questa di Margarita, sua moglie e bimbo, contro Berlusconi, andava raccontata. [Teodoro Margarita, Asso 14 giugno 2023, per ecoinformazioni]

1 thought on “Noi e Berlusconi

Comments are closed.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: