Arci/ Contro l’orrore educazione politica popolare

La mobilitazione permanente dell’Arci si sviluppa su più piani e il 31 ottobre ha coinvolto il Consiglio nazionale dell’associazione che si è riunito (più di cento presenti on line) in forma aperta per analizzare la situazione e sviluppare proposte in grado di coinvolgere il milione di soci dell’associazione. I lavori sono stati aperti dalla relazioni di Raffaella Bolini (vicepresidenta Arci nazionale) che riportiamo nel seguito.

«Per prima cosa, un abbraccio a tutti e tutte. Di fronte a questo orrore che ferisce l’anima,
dobbiamo però ringraziare di avere questo tetto sulla testa che si chiama Arci.
Nell’emergenza, stiamo lavorando tanto, insieme, ciascuno sta facendo il suo.
I comitati hanno finora promosso o partecipato a più di 60 manifestazioni, anche due volte
in una settimana.
Abbiamo preso parola con comunicati, grafiche, articoli, una pagina sul sito (un grande
grazie all’ufficio comunicazione, a disposizione h24).
Lavoriamo con le reti nazionali (Rete Pace e Disarmo – Assisi Pace Giusta – AOI che sta
facendo un grande lavoro – e di questo ci parlerà Silvia), e con quelle internazionali.
Grazie a Arci Roma e altri comitati per le relazioni con le comunità palestinesi in un momento
della loro discussione drammatico e complicato.

Lo dico soprattutto per i giovani: l’Arci ha nel suo codice genetico la solidarietà con il popolo
palestinese.
Lo abbiamo dimostrato lungo i decenni, da Salaam Ragazzi dell’Ulivo (la gigantesca
campagna di adozioni a distanza e solidarietà), a Time for Peace, la catena umana sotto le
mura di Gerusalemme quando palestinesi e israeliani si diedero la mano per la prima volta,
ai progetti di cooperazione, di scambio e i campi di lavoro di Arci e di Arcs, i viaggi di
conoscenza, l’interposizione nonviolenta nelle città sotto assedio dove con i nostri corpi
proteggevamo i palestinesi dai carri armati israeliani. E con i comitati e circoli che ancora
oggi animano relazioni, progetti, azioni.
Molte di queste iniziative le abbiamo fatte tenendo in mano la bandiera della pace. Lo dico
a scanso di equivoci, non è un modo per essere equidistanti, o moderati: dichiara l’unico
orizzonte di senso possibile oltre la guerra e la barbarie, e ci mette sempre dalla parte della
ragione.
Noi siamo sempre e ovunque dalla parte della pace giusta, che si fonda sul rispetto del
diritto internazionale e umanitario, delle risoluzioni ONU, delle convenzioni internazionali: e
questi sanciscono che è illegale l’occupazione, sono illegali gli insediamenti, le violenze e
l’apartheid, sono vietati gli assedi e i crimini di guerra. E sanciscono che quella terra va
condivisa fra due popoli, che entrambi hanno diritto a pace, sovranità e sicurezza. Sono
legge- non lo diciamo noi per le nostre simpatie politiche. E’ legge. E così siamo più forti.

Il diritto internazionale dice che un popolo occupato ha diritto alla resistenza, anche armata.
Ma non è obbligatorio, sono scelte politiche, e in Palestina c’è chi ha scelto e sceglie altro.
E soprattutto, né gli eserciti regolari né i resistenti hanno nessun diritto di colpire i civili, né
di usare il terrorismo, che è (come dice la Treccani) l’uso di violenza illegittima, finalizzata a
incutere terrore nei membri di una collettività. Vale per Israele, vale per Hamas.

Noi non siamo sotto le bombe.
E per questo abbiamo il dovere di tenere la testa sulle spalle: così possiamo aiutare chi
sotto le bombe ci sta.
E’ un periodo più difficile di altri che abbiamo vissuto: la situazione è stata fatta marcire dalla
comunità internazionale, Israele ha fatto quello che ha voluto per decenni, la società
palestinese vive una gigantesca frustrazione, una frammentazione politica grande.
In Israele c’è un governo di estrema destra razzista, con il minor consenso popolare di
sempre, e manifestazioni che per mesi occupavano ogni settimana le piazze, e che prova a
usare la guerra per sopravvivere.
L’estremismo e il fondamentalismo sono cresciuti tanto in entrambe le società. In entrambe
c’è una grande crisi democratica.
La regione e il mondo intorno è quello della guerra mondiale a pezzi, della nuova lotta per
l’egemonia globale, e della fine della politica – della capacità di visione e di progetto della
comunità internazionale.
Non è facile per niente, ma dobbiamo cercare di agire nelle faglie che questo dramma
presenta, che ci sono. Usa e alleati sostengono Israele, ma non si fidano di Netanyahu. E
tornano per la prima volta ad appellarsi al diritto internazionale e umanitario. Israele per la
prima volta non si ricompatta al 100% con il governo. L’allargamento del conflitto fa paura a
tutti. E molte altre potrei citarne, delle faglie su cui lavorare.
E, come abbiamo sempre fatto, dobbiamo fidarci e sostenere i gruppi, i movimenti, le
persone che in Israele, in Palestina stanno dalla parte giusta, anche se sono minoranza.
———
Per questo, in Presidenza, abbiamo deciso -mentre proseguiamo l’impegno per il cessate il
fuoco e la fine del massacro a Gaza – di lanciare un programma di “educazione politica
popolare” rivolto ai circoli, ai soci, alle comunità, ai giovani.
Venti anni fa, non c’era un attivista che non sapesse di Palestina e Israele, oggi sono pochi
coloro che conoscono. E siamo immersi nella propaganda, nella logica di schieramento, e
da anni qualunque critica alle azioni del governo di Israele viene tacciata di antisemitismo –
che esiste, e cresce, ma è tutta un’altra cosa.
Far conoscere la storia e l’attualità della regione e del conflitto, i fondamentali del diritto
internazionale (che dobbiamo ricominciare a imparare a memoria), far conoscere il pensiero
e l’attivismo laico e democratico che esiste in Israele e Palestina, recuperare la memoria del
nostro impegno nella regione, socializzare ed estendere legami di solidarietà. Civilizzare il
dibattito politico e culturale. Un progetto di breve, medio e lungo termine, che serve anche
nell’emergenza. (Ne parleranno Gianluca, e poi Luciana che ha una idea molto bella).
Io mi fermo qui. Siamo in mobilitazione permanente e non ci fermeremo. E questa è solo la
prima occasione per discutere insieme e fare cervello collettivo». [Raffaela Bolini, vicepresidenta Arci nazionale]

Sono disponbili anche i contributi introduttivi di Carla Cocilova (Arci Toscana), Gianluca Mengozzi (presidente Arcs), Silvia Stilli (direttrice Arcs, presidente Aoi).

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