Maurizio Migliori, un maestro
Maurizio Migliori è stato un maestro, un vero maestro di cui ci sentiamo orfani, ognuno a suo modo e con ricordi molto particolari e spesso decisivi nelle scelte della nostra vita.

[Compiangevo me stesso, non certo lui infatti, ma la mia sorte, di quale amico fossi stato privato (Platone, Fedro)]
È stato un maestro e non solo un professore quando, appena laureato, ha cominciato ad insegnare alla “Teresa Ciceri”, allora istituto magistrale, e dove con grande libertà teneva il corso dell’anno integrativo che permetteva poi la frequenza a tutti i corsi universitari. È stato un maestro poi per i suoi studenti all’università di Macerata nel corso di filosofia antica e nei molti seminari che spaziavano fino alla filosofia politica. Lo è stato per molti di noi negli anni. Ho potuto assistere all’affetto con cui il suo maestro, Giovanni Reale, pur ammalato, partecipava a un convegno internazionale su Platone organizzato a Villa Olmo da Maurizio e si rivolgeva a lui con attenzione, con tenerezza. Questo rapporto tra il maestro e l’allievo, intrattenuto tra i massimi studiosi al mondo del pensiero di Platone, era coerente nella loro vita con lo spirito del filosofo oggetto dei loro scritti: accompagnato al rigore teorico è condizione essenziale per una vera educazione. Il grande affetto che per Platone provavano i suoi allievi era testimoniato, come ricordava sovente Migliori stesso, da Aristotele che fonda sì una sua scuola e abbandona l’Accademia, ma solo dopo la morte del maestro. Ne sviluppa poi il pensiero in forme diverse e originali perché questa è la vera forza dei maestri, di chi è generativo, che non blocca nella ripetizione del proprio pensiero, ma rende possibile ad altri svilupparne le potenzialità in modo vitale. Noi tutti che ci sentiamo orfani di Maurizio non ci paragoniamo certo ad Aristotele, siamo persone molto più limitate e modeste, ma il compito è lo stesso, quello di proseguire la ricerca, dare vita agli spunti, agli stimoli di grande ricchezza che ci ha lasciato come viatico.
Ci ha mostrato come vivere nella contemporaneità con uno sguardo sempre alto, mai schiacciato sull’immediato e sulle semplificazioni. E quindi doversi trascendere e crescere e guadagnare in consapevolezza e libertà, anche solo per potersi dichiarare non del tutto convinti con quanto affermava in quel momento. Ha a che fare con la dialettica, intesa anch’essa in modo non meccanico e con lo stile aperto e dialogico di Platone nell’essere maestro e nel disegnare nei suoi dialoghi la figura di Socrate che non fornisce soluzioni, ma conduce spesso ad aporie che costringono il lettore ad interrogarsi e a trovare come procedere in modo attivo. Non a caso il termine ‘aporia’ ricorreva spesso nei discorsi di Maurizio; come interpretare le tante sfaccettature della sua personalità, anche alla luce delle sue aporie, per considerarlo studioso della filosofia antica, approfondita con il sottofondo della musica di Elvis Presley, attento al pensiero di Mao ma con una solida fede in Cristo, grande conoscitore e collezionista di fumetti e non solo fine traduttore dal greco dei dialoghi di Platone. Un’altra aporia che era oggetto della sua interrogazione dei testi. Platone sostiene con forza i limiti della scrittura, in particolare nel fare filosofia, ma al tempo stesso è uno straordinario scrittore. Migliori, uno dei membri eminenti della scuola di Tubinga-Milano, affronta questo aspetto molto seriamente, indaga gli snodi, i riferimenti, le allusioni, legge e traduce per noi il testo dei dialoghi, allora scritti su rotoli, come fossero al tempo stesso degli ipertesti, con continui rimandi che si chiariscono a vicenda. L’opera di Platone si pone sul crinale di passaggio dall’oralità alla scrittura. Il mutamento delle forme di comunicazione comporta mutamenti di paradigma, un altro modo di rapportarsi alla memoria, un altro modo di pensare. Noi, in un contesto molto diverso e duemila e cinquecento anni dopo, siamo su un altro crinale che, con le nuove tecnologie, sta modificando bruscamente il nostro modo di comunicare e quindi di pensare. Di questo Migliori era molto consapevole e ci invitava a riflettere, consapevole delle incertezze, dell’imprevedibilità delle situazioni complesse che non significa però abbandonarsi agli eventi o vederne solo gli aspetti confusi che accompagnano ogni grande frattura nella storia e nel pensiero. In questa riflessione è stato accompagnato dai massimi studiosi italiani, filosofi, teologi, storici, sociologi coinvolti in una rassegna di conferenze aperta alla cittadinanza che si è protratta ininterrottamente per 37 anni. Relatori e ascoltatori sono invecchiati insieme; uno straordinario cammino che permette di ripercorrere per quasi quattro decenni gli sviluppi del pensiero contemporaneo nelle sue forme più avanzate. Elementi generativi che si sono riverberati sul pensiero e sulle azioni di tanti, fino agli aspetti delle vita quotidiana e sulle sue relazioni, per renderle umanamente più ricche. Queste riflessioni si sono spinte in direzione della decostruzione dei grandi pilastri del pensiero e della cultura della modernità, le sue grandi narrazioni, e poi nel difficile compito di andare oltre e ricostruire. Siamo chiamati a proseguire, con i nostri limiti e le nostre fragilità. Non dobbiamo dimenticare che le cose più importanti e vitali si scrivono nell’anima. In questo senso continua a vivere in noi, anche in chi ha una visione della vita e della morte più vicina a quella del mondo antico e non crede in una vita ultraterrena. Molto lontano dalla figura del filosofo serioso chiuso nella sua torre d’avorio o compiaciuto di tecnicismi, nel senso deteriore dell’Accademia, ha vissuto la funzione del filosofo volgendo al bene comune la ricerca teorica e per questo, seguendo anche in questo caso la lezione di Platone, non ha cessato mai di prendersi cura della città, in tutti i suoi aspetti problematici, instancabile e senza cedere a quella rassegnazione che a volte ci assale a fronte del negativo nella storia , a fronte dei limiti o delle inadeguatezze della politica quando ci appare molto lontana dal buon governo per inadeguatezza culturale o per brama del potere fine a se stesso. Ha spinto tutti i cittadini, e ancora di più a chi si riconosce in un’area di sinistra e a chi, pur da altre posizioni, dà reale valore della pari dignità di tutti come caratteristica di una società autenticamente democratica, a disegnare vasti orizzonti, a non ridurre il pensiero, per pigrizia o insicurezza, a slogan e stereotipi. Anche le convinzioni maturate con serietà diventano inadeguate quando il contesto è mutato e si riducono a rassicuranti ripetizioni. Le semplificazioni della complessità conducono a quelle facili polarizzazioni che invece segnano sempre più il dibattito e l’opinione pubblica. In una Terra che ha bisogno di cura diviene così impossibile il dialogo, l’empatia, la condivisione. Maurizio non si è mai limitato ad affermazioni di principio, ma ha sempre posto attenzione alla concreta attuazione dei valori perché la storia non procede in modo lineare e monocausale e l’eterogenesi dei fini è sempre in agguato.
Ha sempre affermato con decisione la sua fede nella resurrezione dopo la morte e questa convinzione certo lo ha accompagnato nel tempo doloroso della malattia e nell’avvicinarsi della morte.
A noi che restiamo, la riconoscenza, la virtù dell’esempio e la città che gli deve tanto, che ha tratto lustro grazie ai suoi studi e beneficio dalla sua opera, può celebrarne la memoria attribuendogli l’Abbondino d’oro. [Claudio Fontana, ecoinformazioni]


