Luciana Castellina/ Machismo debordante anche nel ’68
Un riflessione sul rapporto tra il femminismo e il movimento sessantottino che Luciana Castellina ha regalato oggi al gruppo Politiche di genere dell’Arci. «Nel mio ricordo del ’68 – che pure è piuttosto vivo perchè, seppure da collocazione anomala ( avevo 20 anni di più dei protagonisti), l’ho vissuto in pieno – il femminismo francamente non c’è. Non perchè in quell’anno non fosse ancora nato – che lo era – bensì perchè col movimento non si incontrò, anzi si scontrò, e però questo accadde più tardi. Visse inizialmente parallelo, mentre le donne che dal 68 si fecero coinvolgere – e furono moltissime – accettarono di subire il machismo debordante del movimento: pochissime presero la parola nelle assemblee sebbene attivissime nella lotta, e tutte si accontentarono senza proteste di esser definite “angeli del ciclostile”. Se si dice invece che il femminismo fu figlio del 68 è, temo, perchè viene confuso con la libertà sessuale, un mutamento enorme di costumi che ci fu ma che tuttavia è tutt’altra cosa.
Quando la tematica femminista venne alla ribalta – ed era già il ’72-’73 – produsse nel movimento non solo disinteresse ma diffidenza: chi prestò un qualche ascolto – come Il Manifesto, che già sul numero 2 della rivista aveva pubblicato un articolo a firma Cigarini e Pellegrini del gruppo Demau – fu accusato di voler distrarre l’attenzione dal solo conflitto legittimato, quello capitale/lavoro. E le prime manifestazioni che le donne promossero in proprio furono persino malamente contestate dai compagni. Seguirono anni di sorda polemica, poi, mano mano che i gruppi femministi presero forza, si arrivò allo scontro, e, infine, alla vera e propria deflagrazione della più grossa organizzazione sessantottina, Lotta Continua. Fu al suo congresso di Rimini, ed erano passati dieci anni.
Da noi, nel Manifesto/Pdup, la vicenda fu diversa, forse perchè il nostro era uno spezzone del movimento che vedeva la presenza anche di una generazione più anziana, le compagne che provenivano dal PCI, ed erano state, in quel contesto, protagoniste di una battaglia diversa, quella cosidetta “per l’emancipazione”, tutta centrata sull’obbiettivo di raggiungere lo status, ma quindi, fatalmente, anche il modello, dei maschi. Più tardi, quando fui tardivamente reclutata dal femminismo, scoprii quanto ridicolo era stato quell’obiettivo ( diventare come i maschi, che orrore!) ; e così anche le ferite che quel tentativo aveva aperto nel nostro corpo e nella nostra mente, deturpati dallo sforzo necessario ad entrare forzosamente nel genere maschile spacciato per neutro.
E però rivendico tutt’ora, nel ricordare quegli anni, la nostra polemica contro le più giovani che volevano negare il valore che secondo noi aveva avuto, pur con i suoi limiti e le sue distorsioni, quella stagione “emancipatoria”.
Il conflitto per noi del Manifesto-Pdup scoppiò a Bellaria, luogo tradizionale dei nostri seminari. Era già il 1977 ed era previsto anche un gruppo di lavoro sul nuovo femminismo che io avrei dovuto coordinare. Quando ci riunimmo, mi trovai con solo tre presenze: tutte e tre maschili. Il coordinamento femminile del Partito non si era semplicemente presentato. Era l’inizio, anche pe le compagne che avevano militato in organizzazioni di origine sessantottine (e dunque generaliste) della pratica separatista. La rottura, dopo mesi di tensione, si era consumata.
Il distacco delle compagne in quella fase fu massiccio, e esaurì il rapporto che avevamo avuto con i primi gruppi femministi che, proprio dal Pdup, avevano ricevuto una delle loro prime sedi, quella poi diventata famosa di via Pomponazzi a Roma, dove infatti si tennero i primi incontri di autocoscienza. E nonostante avessimo lavorato bene assieme nelle battaglie per il divorzio, entro cui fu legittimata – solo quasi da noi – l’autonoma e diretta voce delle donne interessate al problema solo nella misura in cui si abbracciava l’intera questione della famiglia e del rapporto fra i generi; e, sopratutto, per l’aborto, che invece fu per le donne problema assai più importante.
All’esodo del ’77 il giornale dette spazio, pubblicando la lettera del collettivo femminista di Bologna, in cui si dice:”Non restituiamo la tessera perchè questo implicherebbe una valutazione negativa del Pdup che invece è un buon partito, però non la rinnoviamo perchè la sua pratica non è conciliabile con la nostra pratica.”
A commento della missiva scrive, a latere sulla stessa pagina, Rossana Rossanda, dicendo che capisce il valore di quella proposta estrema e tuttavia aggiunge :”Penso che abbiate torto”. “Fuori – dice – il movimento non c’è quasi più e il rischio è che l’Italia diventi come il resto del mondo cancellando l’esistenza di un grande movimento di massa di donne che è stata l’esperienza italiana, e che restino solo sussulti di coscienza separati dal movimento di classe. Noi saremo impoveriti, voi pure. Ci reincontreremo?”
Per un bel pezzo non ci siamo reincontrate, e del resto nel frattempo non erano più in campo le ultime propaggini del ’68, le organizzazioni della nuova sinistra. Negli anni successivi si sviluppò un dialogo fra femminismo e organizzazioni della sinistra tradizionale: significativamente per merito dell’UDI, che si aprì molto alla nuova problematica; ma anche del PCI, grazie alla sezione femminile diretta da Livia Turco. Un dialogo cui dette un contributo di primo piano la rivista Reti. E, sul terreno di questo difficile rapporto fra politica generalista e femminismo, va ricordato che, nel ’90, in occasione del drammatico dibattito sullo scioglimento del PCI, con grande sbigottimento dei maschi, le donne presentarono una loro specifica mozione congressuale, la numero 3.
In realtà un confronto serio sulla scelta della separazione e il suo rapporto con la partecipazione alla vita politica “generalista” non c’è mai stato, nè nel 68, nè con i suoi immediati epigoni. Non vorrei che mi fraintendeste, non sto mettendo in discussione la scelta separatista, che stava a significare che le donne volevano sì guardare al generale ma a partire da sè. Era giusto. Anche se costò nell’immediato l’allontanamento puro e semplice delle compagne da lotte generali assai importanti. Quanto tuttora mi fa male, confesso, è che non ci sia stata allora, negli anni ’70, voglia di mettere a confronto identità e storia di ciascuna di noi, “emancipate” e “femministe”.
Quando si sviluppò fra noi donne il conflitto io avevo già ricevuto lo schiaffo del femminismo, avevo già letto, riflettuto, elaborato l’autocritica. Ma non ero disposta a buttar via per intero la storia dell’emancipazione, la mia e di atre compagne più anziane presenti nella nostra organizzazione. Tanto più che quasi tutte le giovani avevano alle spalle qualche esperienza di UDI, che, peraltro, non era affatto rimasta chiusa al vento del ’68, certo assai più aperta di quanto il ’68 non sia stato con la problematica femminista.
Per puro caso – perchè una compagna che sta conducendo uno studio sull’Unione donne italiane me l’ha portata ( non me la ricordavo più !) – ho riletto la mia relazione al Comitato nazionale del 23-24 novembre 1968, tema: “Le indicazioni di lavoro emerse dall’VIII congresso”. Vi si rintraccia forte l’eco del movimento che già infuriava nelle Università: “E’ fondamentale per le donne, abituate ad essere questuanti della politica, capire che la politica non si esaurisce nel momento istituzionale ma è innanzitutto “pratica sociale di massa, secondo un’espressione felice dell’assemblea dei gruppi spontanei del dissenso di Rimini, gruppi che per molti aspetti presentano analogie con il nostro movimento.” E ancora (e scusate se mi cito, ma sono passati 50 anni) :”Questo è il significato dell’indicazione scaturita dal Congresso: l’UDI deve operare per restituire potere alle masse, renderle più pienamente e permanentemente protagoniste, contrastando quel processo di spoliazioni di potere che lo stato autoritario ha operato, in particolare nei confronti delle donne”. Il riferimento al movimento studentesco che fa allora i suoi primi passi è esplicito, così come l’indicazione ai circoli dell’UDI a ” non chiedere, ma “praticare l’obiettivo” e di trasformarsi in “centri di contropotere”, per “fare delle donne l’embrione di nuove forme di partecipazione”, anche per “contribuire a salvare dalla sclerotizzazione partiti e istituzioni”.
Badate che il mio non è un intervento personale, ma la relazione a nome della presidenza dell’UDI, sebbene sembri un documento per molti versi sessantottino. E infatti quella nostra svolta non mancò di attirarci da parte del PCI l’accusa di essere diventate “assembleariste” e “movimentiste”. Quanto trovo interessante e non scontato è che sia stata proprio un’organizzazione femminile della sinistra tradizionale a capire e a far propria un pezzo di cultura del movimento. Questo spiega perchè, sebbene abbia avuto col femminismo un rapporto burrascoso, il 68 abbia però, di fatto, coinvolto le donne, funzionato da detonatore anche del movimento delle donne. Perchè, esaltando la soggettività e il protagonismo, abbozzando un’altra idea della politica, ha dato coraggio a chi aveva bisogno di prender la parola.
Solo che la parola delle donne è poi diventata molto più forte di quella dei sessantottini. Ma forse anche un po’ per via del 68». [Dagli archivi di Luciana Castellina, presidente onoraria dell’Arci nazionale]

